Due anni vissuti pericolosamente

Mi ricordo di quando, anni fa, Sigrid Verbert mise al mondo la sua primogenita, Lena. Io facevo un rapido passaggio sul suo blog quasi ogni giorno sperando di trovare un post nuovo, ma niente. La foto che ritraeva la cesta di limoni della Festa a Vico rimase in home per mesi. 
Ecco, qui da noi è successa più o meno la stessa cosa. Solo che la cicogna che è approdata a casa nostra – vuoi a causa del maltempo, vuoi perché forse assomigliava un po’ a questa qui – invece di portarci un pargolo ci ha portato mia nonna, che ormai va per il secolo.
Tutto è cominciato il 15 settembre del 2014, con una telefonata ricevuta alle sette meno un quarto del mattino. Mentre io cercavo di scongiurare l’infarto e maledicevo per l’ennesima volta il genio che ha progettato gli impianti della magione dimenticando di mettere una presa del telefono in camera da letto, il consorte si è precipitato in soggiorno a recuperare il cordless per poi passarmelo con la faccia da raccomandata dell’equitalia.
– Bene, è tua nonna. Guarda che sta piangendo.
Mia nonna. Quella che ha affrontato la morte del marito senza versare una lacrima. Quella che ha affrontato ogni malanno con invidiabile filosofia, convinta com’è che le malattie si dividano in quelle che passano da sole e quelle che non passano neanche con le medicine. Mia nonna. In singhiozzi.
– Nonna, che succede?
– Bennussi, io non ci voglio andare alla casa di riposo. Ti prego, posso venire da voi? Prometto che non vi do fastidio… dormo sul divano.
Insomma, questo succedeva la mattina, e dieci ore dopo la nonna era già da noi recando in dote un poggiapiedi, un tavolinetto, un vaso da fiori, e una badante cingalese di nome Acci.
Inutile dire che da quel momento la nostra vita non è stata più la stessa. 
La prima impresa, titanica, è stata convincere la nonna che, se davvero voleva provare a non dare fastidio, l’unico posto dove non era il caso di addormentarsi era proprio il famoso divano, unico esemplare presente in casa, collocato nell’unica stanza in cui è presente l’unico televisore, e dove il consorte ed io siamo soliti trascorrere la serata. La seconda, convincerla che a breve avremmo dovuto cambiare casa, dato che qui c’è una sola camera da letto e lei non avrebbe certo potuto continuare ad arrangiarsi sulla brandina che incuneiamo a viva forza nel mio microscopico studio ogni sera.  
– Bennussi’, senti a nonna tua, voi questa casa l’amate tanto, non fate la sciocchezza di levarvela. Tanto, parliamoci francamente, io ho già novantotto anni. Quanti altri ne potrò campare? Quattro, cinque…
E così, con queste premesse, è partita la nostra avventura. Ma proprio avventura con la a maiuscola, perché nulla di quello che poi è accaduto rientrava nelle nostre ipotesi della prima ora, e di sicuro neanche in quelle della nonna.

Da noi la nonna ha scoperto il mondo. Abituata com’era a passare le giornate da sola, con l’unica compagnia della tv generalista che, parole sue, trasmette solo roba per vecchi, si è trovata catapultata nel luogo delle mille possibilità. Un vorrei tanto rivedere My fair lady buttato lì per caso durante il pranzo, si trasformava d’incanto nel guardarlo effettivamente nel primo pomeriggio.

Estsiata da quel prodigio, ha voluto conoscerne ogni segreto. Così, mentre io maledico ogni aggiornamento dell’IOS perché mi pesa abituarmi alle novità (scorro ancora il dito sul display per accedere alla schermata home), lei ha fatto amicizia con i download, lo streaming, le webradio, gli hard-disk esterni, le chiavette usb.
La sua passione però è l’iPad. Inizialmente denominato “il cosariello tuo”, è poi diventato l’Aipan e infine, quando le ho fatto presente che ci voleva la D, il DAIPAN.

Da lì poi è stata tutta una corsa verso il progresso tecnologico: facebook, instagram, i selfie, shazam. Nel giro di qualche mese mia nonna, con le sue uscite fulminanti, la sua ironia, la sua voglia di vivere, la sua passione per il calcio, per gli uomini belli, per il cibo buono, per il whisky e il cioccolato, è diventata una celebrità del web. Mia nonna è diventata La nonna, un essere magnifico di cui io, umile biografa, narro le gesta con cadenza quasi quotidiana su facebook, cercando di restituire almeno un po’ del fascino che questa donna straordinaria possiede.

Quindi è questo che è successo, è per questo che non c’è più stato tempo per il blog: sono ridiventata nipote a tempo pieno come quando ero bambina e le mie ore più belle erano quelle trascorse con la nonna.

Domani la mia nonna compie 99 anni o meglio, come dice lei, mette il piede nei 100. L’abbiamo festeggiata sabato scorso con un pranzo a sorpresa che prevedeva qualsiasi cosa, dalle crespelle besciamella e piselli alle quiche, alla zucca di Ottolenghi e alle polpettine di maiale all’uva bianca. La nonna ha gradito ogni portata e ha spento le candeline circondata da figli, nipoti e pronipoti, una piccola folla osannante. Però domani, domani che è davvero la sua festa, mi ha chiesto qualcosa di semplice perché alla sua età non è il caso di fare stravizi e così, nonostante il clima sia molto più estivo che autunnale, le preparerò il minestrone di casa sua, quello che ho amato fin dalla tenera età perché, come dice mia nonna, in fondo io sono sempre stata più vecchiarella di lei.

Il minestrone di mia nonna
per due persone

1 cipolla
2 belle coste di sedano
2 carote
2 patate medie
1/2 cespo di scarola
60 g di riso
2 cucchiai di olio
sale

Questo, l’avete capito, è uno dei piatti della mia infanzia. Confortante come sanno esserlo solo i cibi esenti da sensi di colpa e che portano con sé i primi freddi, i colori delle foglie cadute e le giornate che si accorciano. Mia nonna è sempre stata una donna sbrigativa. Nella pur vasta aneddotica familiare, spicca il racconto di quando in meno di un minuto riparò la fodera dei pantaloni di mio nonno, scucita all’altezza delle ginocchia, scartando immediatamente l’ipotesi di rammendarla e optando invece per un rapido strappo, tipo ceretta.

Questo minestrone, di esecuzione elementare, rispecchia in pieno la sua filosofia del poca spesa molta resa. Procedete così: lavate le verdure, quindi tritate la cipolla e fatela soffriggere insieme all’olio in una pentola capiente facendo attenzione che appassisca senza bruciare. Aggiungete il sedano, le carote e le patate tutte tagliate a tocchetti di media grandezza (non state e scimunirvi, direbbe la nonna). Lasciate rosolare per qualche attimo quindi unite la scarola tagliata in striscioline sottili e salate. Coprite la pentola, attendete qualche attimo che la scarola appassisca e aggiungete tanta acqua quanta è necessaria a coprire di un paio di dita le verdure. Quando le patate saranno morbide ma non ancora disfatte, calate il riso e portate a cottura aggiungendo, se è il caso, tanta acqua quanta è necessaria per ottenere una minestra brodosa. Servite con abbondante parmigiano e, se vi piace, un po’ di pepe nero appena macinato.

Ah, dimenticavo… tanti saluti dalla nonna!

Moio per la libertà

A casa della nonna c’era una enorme libreria, appartenuta un tempo al mio bisnonno. Mi piaceva da morire quella libreria. Era incassata nel muro del salotto buono e la cornice di mogano formava un decoro delicato sul crema delle pareti.
Molti libri avevano il dorso bianco e dei nomi per me all’epoca abbastanza arcani: nefrologia, anatomia generale, cardiologia. Altri, la maggior parte in realtà, avevano il dorso rosso ed erano sistemati sugli scaffali più bassi, che riuscivo a raggiungere stando in piedi sul divano.
Ricordo ancora la sequenza dei primi titoli: I misteri di Parigi, I miserabili, Teresa Raquin, Cirano de Bergerac, Il circolo Pickwick, Ventimila leghe sotto i mari.
Molto spesso chiedevo alla nonna di giocare a nascondino e insistevo perché fosse lei a cercarmi. Allora, mentre lei contava, correvo a sfilare un volume dalla libreria e poi mi nascondevo sotto il lettone grande a sfogliarne le pagine.
Trascorso un tempo ragionevole, che non fosse troppo breve, affinché avessi modo di leggere almeno un paragrafo, ma non fosse neanche troppo lungo, di modo che la nonna non si spazientisse, abbandonavo il libro sotto al letto e correvo a fare tana.
Ma, per quanto furbo, un bambino non riesce a imbrogliare un adulto molto a lungo e così un giorno, mentre me ne stavo rintanata nel mio nascondiglio, la nonna si inginocchiò affianco al letto e mi chiese cosa stessi leggendo.
Risposi, pronunciandolo com’era scritto, che si trattava di Teresa Raquin e mi preparai a ricevere una di quelle ramanzine per cui la nonna – che pure mi adorava e continua ad adorarmi – era celebre, ma invece, sorprendendomi non poco, lei si limitò a chiedermi se mi piacesse.
Fui costretta ad ammettere che non lo sapevo. Avevo letto faticosamente solo qualche pagina e in realtà non avevo capito granché. Lei mi sorrise e mi disse che di sicuro avrei capito molto di più una decina di anni dopo, quando avrei avuto l’età giusta per leggerlo.
Ma intanto, nell’attesa, aveva qualcos’altro da propormi ed era certa che l’avrei gradito molto di più. Così mi portò in quella che chiamava la camera delle ragazze, la stanza in cui mia madre e mia zia avevano dormito fino al giorno dei rispettivi matrimoni, e aprì l’armadio che era appartenuto a entrambe.
All’interno, invece dei vestiti, c’erano decine e decine di libri consunti che emanavano un delizioso odore di carta. Nel tempo detti fondo a quel tesoro di cui ignoravo l’esistenza, e lessi l’uno dopo l’altro Gran Premio (sulla copertina c’erano disegnati una Liz Taylor bambina e un Mickey Rooney di poco più grande), Piccole Donne, Piccoli Uomini, Penna bianca, Robinson Crusoe, I viaggi di Gulliver, Pel di carota (che odiai) e molti altri, ma il libro che per primo mi capitò fra le mani quel giorno, quello che per primo decisi di leggere, aveva una copertina di tela verde con una scritta al centro. 
E fu amore a prima vista.
L’edizione che ho fotografato risale al 1946 e il libro è quello appartenuto alla mia mamma. All’epoca lo lessi e lo rilessi tante di quelle volte che a un certo punto le pagine cominciarono a staccarsi. Allora chiesi alla nonna di comprarmene un altro, e lei mi accontentò. Era il 1976.
Poche settimane fa, un amico mi ha detto di non aver mai letto Il giornalino di Gian Burrasca e a me è venuta una gran voglia di sfogliarlo ancora una volta. 
Così sono andata a casa di mamma, ho scartabellato fra le mille cose che ho lasciato da lei e sono tornata trionfante dal consorte con entrambe le copie, salvo scoprire che lui ignorava perfino l’esistenza di quella che invece per me è una pietra miliare della mia formazione.
Bene, ma Gian Burrasca non l’ha inventato Rita Pavone? Scusa, La Mondaini inventò Sbirulino e la Pavone Gian Burrasca, no? – mi ha chiesto con un candore disarmante.
Beh, io lo invidio. Lo invidio perché lui adesso sta leggendo Il giornalino (la copia del 1976, quella del 1946 la tocco solo io, e con i guanti bianchi) per la prima volta e ride come un pazzo per la zia Bettina e il suo dittamo, per il dottor Collalto, per il socialista Maralli, il professor Muscolo (tutti fermi, tutti zitti), Cecchino Bellucci, Ada, Virginia, Luisa, la cameriera Caterina, il signor Venanzio, la signora Geltrude, il signor Stanislao, Gigino Balestra.
E naturalmente vuole la pappa col pomodoro.
ZUPPA DI POMODORO
Per 4 persone
600 g di pomodori San Marzano ben maturi
1 patata grandicella
1 carota
1 gambo di sedano 
1 cipolla media (molto meglio se novella)
1 spicchio d’aglio (novello anche lui, ora che è di stagione)
2 cucchiai di olio EVO
2 cucchiai di panna
750 ml di brodo vegetale
1 mazzetto di basilico
qualche rametto di timo
1 bel pizzico di paprika dolce
1 cucchiaino di zucchero
pepe nero
sale
2 fette di pane raffermo
Mettiamo subito in chiaro una cosa: preparare un piatto così profondamente legato alla tradizione come la pappa col pomodoro, senza avere a disposizione il pane toscano, l’olio toscano e una vista ispiratrice sulla campagna toscana, sarebbe come commettere un sacrilegio che neanche l’amore per il consorte può autorizzare. 
Il suddetto si è perciò dovuto accontentare di questa più banale zuppa, d’ispirazione warholiana, che se da una parte gli ha fatto passare la voglia di pappa col pomodoro, dall’altra gli ha fatto venire quella – economicamente molto più preoccupante  – di tornare a New York. 
Se siete disposti a farvi prendere dalla stessa struggente nostalgia per il suolo americano, non vi resta che mettervi ai fornelli cominciando a tritare cipolla, aglio, carota e sedano e a farli rosolare con l’olio in una pentola dai bordi piuttosto alti. Trascorsi una decina di minuti, aggiungete la patata tagliata a fettine sottili, i pomodori a pezzi, il basilico, il timo, la paprika e lo zucchero, e coprite con il brodo.
Portate a bollore e cuocete per una ventina di minuti, o fin quando le patate non si saranno quasi dissolte, quindi frullate con il minipimer e passate al setaccio. Rimettere la zuppa nella pentola, aggiungete la panna, regolate di sale e pepe e servite accompagnando con le fette di pane unte con un filo d’olio e tostate nel forno.
Mangiando questa zuppa deliziosa, il consorte si è sentito Gian Burrasca e io ho avuto invece l’illusione di essere a cena al The Butcher’s Hook, a Londra. 
E voi?
NOTE A MARGINE
Oggi questo blog compie due anni, di cui uno meraviglioso e uno da dimenticare.
Se ripenso alla festa di compleanno dell’anno scorso, a quanto fu entusiasmante, emozionante e travolgente, mi rendo conto che è stata anche l’ultima volta in cui mi sono sentita pienamente felice.
Da allora la mia scrittura sul blog è stata ondivaga, e me ne dispiace molto.
Ma finalmente mi lascio quest’anno alle spalle.
Sono sicura che il prossimo sarà migliore.

Maya e poi Maya

Piccola dichiarazione d’intenti per l’anno a venire, nel caso la profezia non s’avveri
Confesso che i bilanci di fine anno e i propositi per quello nuovo mi hanno sempre messa a disagio. Nel farli ho spesso provato lo stesso misto di inadeguatezza/speranza/senso di colpa/desiderio di rivalsa che mi sopraffaceva tutte le volte che andavo a controllo dal dietologo e, spogliata perfino degli orecchini pur di non peggiorare ulteriormente la situazione, mi accingevo a salire sulla mia rivale di sempre: la pesapersone.
Non credo di essere l’unica, in questi frangenti, a guardare al passato con un occhio assai poco indulgente e ad auspicare a un futuro più virtuoso fissando una serie di obiettivi talmente rigorosi da essere irrimediabilmente destinati a fallire, in una sorta di profezia che si auto determina.
Mmm… nell’arco dell’anno prossimo voglio perdere 50 chili (4 chili al mese mi sembrano un obiettivo ragionevole, sì sì… 4 per 12 fa 48… magari con un po’ di esercizio fisico i 50 li portiamo a casa)… voglio mettere da parte un tot al mese per iscrivermi di nuovo all’università e finalmente laurearmi (in fondo soffro d’insonnia, no? Invece di smanettare come un’idiota su facebook potrei mettermi a studiare… forse sarebbe perfino rilassante… beh, speriamo non troppo… non vorrei che mi venisse il sonno!)… voglio finalmente mettere a punto un sistema per la gestione della casa che mi consenta di non dover passare tutti i santi week-end a fare le grandi pulizie (basterebbe che mi svegliassi mezz’ora prima la mattina… che ci vuole… un giorno vado di aspirapolvere, un giorno vado di mocho, un altro lavo i vetri… alla fine si trasformerà in un gioco da ragazzi!).
Bene, d’ora in poi si cambia musica. L’anno prossimo – sempre Maya permettendo – cercherò di mettere a tacere il senso del dovere e penserò a fare solo ciò che effettivamente mi procura piacere, è questo il mio unico proposito.
Per prima cosa bandirò dalla mia vita il parrucchiere. Voglio che i miei capelli crescano liberi e ribelli, voglio che si riempiano di doppie punte. Voglio che mi avviluppino le spalle, che mi trasformino in una pitonessa. Voglio che fra le loro ciocche si perdano i fermagli e le matite, voglio che tornino alla loro antica natura preraffaellita.
Voglio leggere senza essere interrotta, staccando il telefono, spegnendo la radio. Voglio leggere acciambellata sul divano, stesa a pancia in giù sul letto sporgendomi quanto basta per voltare le pagine del libro poggiato sul pavimento. Voglio leggere fino a perdermi, fino a dimenticare che il sole tramonta, fermandomi solo quando le parole impresse sulla carta diventano segni indistinti.
Voglio cantare come quando ero ragazza e ogni luogo che avesse una bella acustica mi spingeva a intonare una melodia. Voglio cantare nella tromba delle scale, voglio cantare con le labbra a pochi centimetri dalle mattonelle della cabina doccia, voglio cantare nel tempio di Mercurio a Baia, nella grotta del giardino segreto a Palazzo Te.
Voglio di nuovo la mia Renault 4. Voglio montare in auto e andare, con quello stesso brivido che a diciotto anni mi faceva pensare di essere libera, di poter raggiungere la mia meta, ma anche di poter proseguire il cammino su strade ignote fin quando avessi avuto abbastanza benzina.
Voglio il fornello acceso e la porta di casa sempre aperta agli amici. Voglio cene squisite e vino buono, musica a basso volume e chiacchiere fino a notte fonda, poco importa se il giorno dopo bisogna alzarsi presto per andare a lavorare.
Voglio pensare al futuro come lo pensavo anni fa, quando sembrava che la vita fosse ancora tutta da venire. Voglio fare progetti folli, voglio rischiare, voglio smettere di essere cauta.
Voglio ridere.
E voglio un anno strepitoso.
ZUPPETTA DI FAGIOLI E SCAROLE
per due persone
2 cespi di scarola liscia
500 g di fagioli cannellini lessati
1 spicchio d’aglio
4 cucchiai d’olio
sale
Voglio mangiare almeno una volta alla settimana una cosa che mi piaccia, senza preoccuparmi del fatto che mi faccia male. Ecco, questa è l’ultima cosa che mi ripropongo per l’anno nuovo. L’avete letto, i miei desideri sono semplici e semplice è anche questa ricetta, che tuttavia per la mia colecisti imbizzarrita rappresenta una bella sfida.
Lavate a lungo la scarola, o almeno lavatela fin quando non sarete certi di aver eliminato tutto il terreno. Private quindi i cespi delle foglie esterne, più verdi e coriacee e – usando esclusivamente le mani – spezzate le foglie chiare in due o tre pezzi. Mettete quindi la scarola, ancora ben umida, in una pentola che la contenga, aggiungete il sale, chiudete con il coperchio e lasciatela cuocere a fuoco dolce avendo cura di girarla di tanto in tanto. Quando la scarola avrà tirato fuori l’acqua di vegetazione e si sarà ammorbidita, aggiungete lo spicchio d’aglio, l’olio, i fagioli lessati e – se necessario – un paio di mestoli della loro acqua di cottura. Lasciate cuocere ancora per una ventina di minuti quindi servite la zuppa accompagnata da una bella fetta di pane per ogni commensale.
Sono stata una bambina strana. Alle feste dei miei compagni di classe venivo presa dal panico quando le mamme mi propinavano polpettone e patate fritte, che odiavo. Ma quando a casa della nonna venivo accolta dal profumo di fagioli e scarole, sentivo che tutto sarebbe andato a posto.
Ne sono sicura, tutto andrà a posto.

C’è tutto un mondo intorno

A ben pensarci io e il consorte non avremmo potuto abitare da nessun’altra parte, una famiglia ridicola come la nostra non poteva prendere casa che qui, nell’angolo di Napoli meno classificabile che io conosca.
Abitiamo a via Tasso, una strada che s’inerpica verso la collina del Vomero, nella casa dove visse per vent’anni Vincenzo Gemito nell’esilio della propria follia (“E tu farai la stessa fine, Bene” – profetizza il consorte).

Si tratta di un palazzetto a due piani, costruito alla fine dell’800 e appartenente da sempre alla stessa famiglia, incuneato fra Salita Tasso – una delle tante scalinate di Napoli che collega la strada in cui abitiamo al Corso Vittorio Emanuele – e un vallone verde che quando ero piccola veniva amorevolmente coltivato da Ciauriello, il contadino che forniva verdure fresche a molte famiglie di via Tasso e del Corso.

Il nostro è un palazzo a spuntatora, cioè ha un doppio ingresso: uno nobile con tanto di stemma alla sommità del portone su via Tasso, e uno secondario, di servizio, che dà su un cortile – che poi affaccia su salita Tasso – che condividiamo con un altro palazzo, d’impianto popolare.
La rivalità fra i signorotti proprietari del mio palazzo e gli abitanti del palazzo accanto dura da più di cento anni, esasperata dalla forzata promiscuità, e nulla è cambiato neanche adesso che il proprietario ha venduto e solo alcuni dei vecchi inquilini hanno comprato mentre le altre case sono state acquistate da giovani professionisti.
Nel palazzo accanto si continua a fare molta vita di cortile, come usava quando ero piccola io. Le donne che abitano al pianterreno sostano a chiacchierare quando stendono il bucato, si salutano rispettivamente dagli usci aperti quando tornano dalla spesa e d’estate, quando il caldo diventa davvero soffocante, trasferiscono tavoli e sedie all’aperto per cenare al fresco.
A partire da fine maggio per noi è impossibile tenere le finestre aperte dal lato del cortile tanto è il frastuono che arriva da lì e dalle finestre delle altre case. Ed è allora che gli abitanti del palazzo, che per certi versi sembrano usciti dalle le pagine di La vita istruzioni per l’uso, danno il meglio di sé.

C’è il cantante lirico – che non ho ancora capito in quale appartamento abiti e in sei anni non ho mai incontrato di persona – che gorgheggia con voluttà romanze pucciniane, il che sarebbe godibilissimo se la sua voce non fosse sovrastata dall’abbaiare del cane dei giovani virgulti della Napoli bene – due ragazzetti talmente insopportabili che i genitori hanno preferito affittar loro un appartamento pur di levarseli dai piedi – che, povera bestiola, immagino vorrebbe tanto liberarsi a propria volta dei suddetti ragazzetti e tornare invece dai loro genitori.

A fare da contrappunto al simpatico duetto tenore/cane, c’è la figlia duenne della mia dirimpettaia che piange, anzi urla, ininterrottamente da quando è venuta al mondo. Io e il consorte all’inizio ci siamo inteneriti, poi preoccupati e infine esasperati al punto da aver ribattezzato la creatura Damien, perché c’è sicuramente qualcosa di diabolico in lei. Mentre provo per la sua mamma un’ammirazione sconfinata perché mai, neanche una volta, le ho sentito perdere la pazienza, non riesco più ad avere in simpatia la pargola, che al momento ha l’unico merito di aver addolcito il mio rimpianto di non avere avuto bambini.

Dato che non ci facciamo mancare nulla, ogni settimana veniamo poi allietati dalla nipote della signora Antonietta, una delle maggiori animatrici del cortile, che non rinuncia al sogno di partecipare ad Amici o X Factor e sceglie – chi sa mai per quale motivo – proprio il momento della visita settimanale alla nonna per esercitarsi a cantare a squarciagola, e stonando moltissimo, tutto il repertorio di Alicia Keys.

Domina su tutti la vedova ottuagenaria di uno dei due fratelli proprietari del mio palazzetto. Armata di una campanella che scuote in media ogni sette minuti, richiama all’ordine la mansueta domestica cingalese terrorizzandola al punto che la poverina è ormai un giunco tremante.

La signora, che sfoggia un’acconciatura degna di Madame Tremend, fuma affacciata al balcone con l’aria arcigna e l’accanimento di chi sa che ormai non ha più nulla da perdere, ma quando per strada scorge il mio consorte che si dirige verso casa, si rianima di colpo. Si aggiusta i capelli con movenze da giovane donna degli anni ’50, e lo prega di fare per lei qualche piccola commissione – in genere comprarle le sigarette – solo per avere poi il piacere di ricambiare la cortesia invitandolo a casa propria a bere un Rosso Antico, compiacendosi che esistano ancora gentiluomini come lui.

Ma il nostro palazzo ospita solo una piccola parte degli strani personaggi che popolano via Tasso, e di questi ce ne sono quattro che meritano almeno una menzione.

C’è il professore – di cosa non so – di chiare origini calabre che ce l’ha con me perché scrivo per una soap opera che, e qui cito, dà un’immagine ripugnante del sesso e della donna.

Il professore, che ho il piacere di incontrare spesso dal fruttivendolo finendo col trasformare il suo negozio nel set di un talk show, dichiara che la soap opera in questione dovrebbe essere cancellata dalla RAI, quindi allude a conoscenze nelle alte sfere sulle quali esercitare pressioni a riguardo.

S’innervosisce quando io mi lascio sfuggire un sorriso e mi consiglia di cominciare fin da subito a cercare un altro lavoro, perché gli è chiaro che io il mio non sappia farlo. Se poi mi azzardo a fargli notare che se la già citata soap opera gli ripugna tanto la cosa migliore da fare è evitare di guardarla, diventa paonazzo dalla rabbia e rivendica il suo diritto di libero cittadino di guardare ciò che gli pare e piace.

Insomma, nulla serve a smussare il suo astio e se ci incrociamo per strada, magari anche su marciapiedi opposti, non perde mai l’occasione di redarguirmi con un severo: “Pervertita, si vergogni!”.

Lungo la strada, un po’ più giù di casa mia, c’è il negozio di Carmine, il barbiere. Evidentemente il poveretto avrebbe voluto vivere in Tirolo perché il suo negozio è il trionfo del perlinato in legno d’abete, o in una giungla, visto che per raggiungere le poltrone bisogna farsi largo a colpi di machete fra i rigogliosissimi pothos che coltiva con amore.

Cosa abbia spinto Carmine ad aprire una bottega di barbiere ancora non l’ho capito dato che la maggior parte delle sue entrate proviene invece dal lavoro di sarto, che svolge rannicchiato sulla poltrona da barbiere quando c’è da imbastire, o seduto a una macchina per cucire incastrata fra i lavatesta quando c’è da ultimare l’opera.

L’unico che si ostina a considerare Carmine un barbiere – “Bene, ma sull’insegna c’è o non c’è scritto così?” – è il consorte che, distogliendolo dal suo certosino lavoro di ago e filo, va di tanto in tanto a farsi rimodellare la barba, immagino solo per il gusto di riportare le cose al loro ordine naturale.

In un basso situato più o meno a metà delle scale della salita Tasso, abita poi il musicista che – sprezzante del pleonasmo – suona appunto il basso.

Mi duole ammetterlo, ma di tutto il vicinato il musicista è l’uomo che il consorte ammira di più. Questo trentenne un po’ maledetto, di una bellezza appena sciupata da una vita di eccessi, si sveglia all’alba delle due del pomeriggio quando la madre va a portargli il pranzo, prosegue la giornata esercitandosi un po’ a ripetere la stessa esasperante, alienante, angosciante linea di basso per un paio d’ore, quindi verso le dieci di sera, custodia del Fender a tracolla, monta su una magnifica Vespa d’epoca e va a esibirsi con il suo gruppo.

Il musicista non si ritira mai prima delle tre del mattino e non lo fa mai da solo. Tutte le sere, inevitabilmente, una fanciulla un po’ alticcia lo segue barcollando lungo le scale e sostando – ma guarda caso! – sotto la finestra della camera da letto mia e del consorte, in preda a un subitaneo ripensamento. Comincia quindi un serrato tira e molla che può essere romantico, sanguigno, rabbioso o svogliato, a seconda di quanto avvenente sia la fanciulla o di quanto abbia bevuto il musicista.

D’estate tutto questo teatrino finisce sempre con lo svegliarmi. Apro un occhio per controllare l’ora e biascico insulti contro l’importuno riproponendomi di alzarmi, aprire le persiane e fargli una bella imparata di creanza, ma a questo punto interviene il consorte, che mi invita all’indulgenza:  “Bene, e fallo campa’… beato a lui!”.

Ma di tutti il mio preferito è Maurizio.

Reuccio incontrastato del tratto di via Tasso che va da parco Ameno a parco Elena, Maurizio passa le sue giornate e gran parte delle sue notti in strada. È di età indefinibile, ha la pancia tonda, la testa tonda, le labbra carnose sempre un po’ aperte come se fosse in preda a un perenne stupore, e un’andatura indolente, un po’ da papera, che mi fa pensare a Ignatius Jacques Reilly, il protagonista di Una banda di idioti.

Ha la pelle scura – non so se a causa del sole di tante estati o del fatto che non sembra essere molto amico dell’acqua – e due sole tipologie di vestiario: maglietta, bermuda e infradito quando è estate oppure maglione, jeans e infradito quando è inverno.

Maurizio comunica in una lingua incomprensibile che del napoletano ha solo la cadenza. Emette suoni gutturali con un tono brusco che induce inevitabilmente a pensare che ce l’abbia con te, e credo che il consorte sia l’unico a non esserne intimorito e a riuscire a intrattenere con lui una conversazione di qualche minuto.

Ha un amore sconsiderato per oggetti di uso comune che rubacchia in giro o recupera nella spazzatura: dalla cinta pendono più chiavi di quante ne potrebbe avere San Pietro, dalle tasche spuntano appena buste, giraviti, una paletta per raccogliere gli escrementi del cane che non ha e forse vorrebbe avere.

Ultimamente ha reperito due nuovi gadget: un gilet catarifrangente di quelli che bisogna tenere per legge in auto, e una torcia da testa che però non funziona. Orgoglioso come se il solo possederli gli conferisse nuova autorità, se ne va in giro mettendosi carponi ogni venti metri per scrutare, nell’oscurità prodotta dalla torcia fulminata, sotto le auto parcheggiate e scoprire cosa vi si nasconda.

Maurizio è l’unico a inoltrarsi in quella selva oscura che è diventata ormai la terra di Ciauriello. C’è chi pensa che vada a espletare lì le proprie funzioni corporali, chi pensa che vada a farsi la pennica sotto gli alberi quando fa caldo, e chi pensa che vada a tirare sassi ai gatti.

Ma io invece so, perché l’ho visto, che Maurizio va a coltivare la terra, così come faceva Ciauriello. Lo fa in modo improbabile e saltuario, ma qualcosa riesce a produrre. Una volta che, venendo fuori dalla lamiera contorta che fungeva da recinzione, mi si trovò davanti, fu preso talmente alla sprovvista che si sentì in dovere di dare una spiegazione e, aprendo appena la busta di plastica che aveva con sé, mi mostrò il frutto del suo lavoro, pronunciando l’unica frase di senso compiuto che io gli abbia sentito dire fino a oggi.

UANEMA I CHE PATANE!

VELLUTATA DI BROCCOLO BARESE, PATATE E GORGONZOLA
Per 4 persone

500 g di broccoli baresi
4 patate di medie dimensioni
1 cipolla grande
2 cucchiai di olio EVO
sale e pepe
200 g di gorgonzola piccante

Come direbbe mia nonna: “E questa è la zuppa!” nel senso che, mi piaccia o meno, il vicinato questo è e certo non lo posso cambiare, perciò tanto vale che me lo faccia piacere. Perfetto corollario a questo post è quindi questa vellutata che mentre cuoce fa tanto odore di casa del custode, oppure di casa di Giuseppe Lo Turco – che a broccoletti e patate era suo malgrado avvezzo -, ma che una volta pronta è uno di quei piatti che hanno il meraviglioso potere di farmi riconciliare con il mondo.
Procedete così: affettate la cipolla e fatela appassire nell’olio, aggiungete quindi i broccoli e fateli insaporire leggermente, unite poi le patate a tocchetti, salate, pepate e coprite a filo con dell’acqua fredda. Lasciate cuocere fin quando le verdure non saranno ben morbide quindi frullate tutto con il minipimer. Fate sciogliere nella crema calda la metà del gorgonzola e usate invece il restante tagliato a tocchetti per guarnire i piatti.

Viva gli sposi

L’altra sera una coppia di amici ci ha invitati a prendere un aperitivo per festeggiare il fatto che, dopo quasi vent’anni insieme, due figlie, due cani e una provvidenziale tata ucraina, fossero andati a dare parola in comune per convolare finalmente a nozze.
Con molta tenerezza, tenendosi per mano come se si fossero innamorati solo un mese prima, ci hanno raccontato dei loro progetti per la cerimonia e per il ricevimento, nonché della perplessità delle loro figlie – credo di undici e otto anni – che non capivano perché fosse necessario cambiare un regime familiare ormai ben collaudato.
Così, forse influenzata dal fatto che a prendere quell’aperitivo eravamo in otto, quattro amiche affiatatissime con i loro rispettivi compagni, tornando a casa mi sono sentita un po’ Carrie Bradshow (con quegli ottanta chiletti di troppo) e ho cominciato a farmi la seguente domanda: ma com’è che improvvisamente si sente il bisogno di sposarsi?
Per quanto mi riguarda, a spingermi a chiedere la mano dell’allora futuro consorte fu il desiderio di far diventare la nostra coppia una famiglia. Dopo quattro anni di una convivenza a tratti esilarante e a tratti molto faticosa, in cui avevamo dovuto imparare innanzitutto a conoscerci dato che l’avevamo cominciata esattamente tre mesi dopo esserci visti la prima volta, io volevo che smettessimo di essere due ragazzini capitati lì un po’ per caso, e cominciassimo a essere due adulti con dei progetti.
Scoprendomi molto più tradizionalista e nostalgica di quanto avessi mai creduto, convinsi il promesso sposo a giurarmi eterno amore in chiesa perché volevo che tutto fosse esattamente come l’avevo immaginato da bambina, prima che spirito ribelle, desiderio d’indipendenza e istinto di conservazione mi facessero decidere (e sostenere per vent’anni) che non mi sarei mai sposata.
Sulla carta tutto era perfetto. Ci saremmo sposati il 5 febbraio, giorno del nostro quarto anniversario di convivenza, che – coincidenza meravigliosa – capitava di sabato. Ci saremmo sposati alle sette di sera nella minuscola chiesa del Santissimo Redentore, fiabesca e da me molto amata. Ci avrebbe sposati Monsignor Mercurio, ormai ottantenne, che mi conosceva da quando avevo dieci anni. Ci saremmo sposati circondati da una quarantina di amici, i più cari, che poi avremmo invitato a cena in un grande albergo dal fascino retrò, situato proprio accanto alla chiesa.

Sorprendendo tutti fui una promessa sposa che non conosceva indecisione. Sapevo perfettamente ciò che volevo, avevo tutto sotto controllo.

A ripensarci adesso, probabilmente il fatto che durante tutta l’organizzazione non ci fosse stato nessun disguido, nessun contrattempo, avrebbe dovuto mettermi in guardia, ma all’epoca non ci feci caso e quindi – povera me – ero completamente impreparata a tutto ciò che successe in quel fatidico 5 febbraio 2005.

Il buongiorno si vede dal mattino, e fu quindi di buonora che avemmo la prima cattiva notizia: Monsignor Mercurio aveva l’influenza. Cercai di non preoccuparmi ma quando seppi che Padre Luciano, il viceparroco, non aveva mai celebrato un matrimonio, mi tornò in mente con orrore Rowan Aktinson e cominciai a temere il peggio.

Per farmi coraggio continuavo a dirmi che tutto sarebbe andato come previsto, ma a smentirmi arrivò a casa il Signor Bobobò, designato alla lettura del salmo, per comunicarmi che Padre Luciano aveva deciso di cambiare le letture. Visto che quello era il suo primo matrimonio, voleva fare le cose in grande, non gli andava per nulla di sposarci con il rito abbreviato che avevamo concordato con Monsignor Mercurio.

Fosse stato per me, mi sarei precipitata in parrocchia per richiamare Padre Luciano all’ordine, ma mia nonna mi annunciò profeticamente che di certo avrei avuto altro di cui preoccuparmi e mi esortò a non perdere tempo in cose inutili.

Così ricontrollai il planning della giornata: prima che arrivassero le sette di sera e mi presentassi – puntualissima – in chiesa, c’erano tutta un’altra serie di cose che dovevano accadere.

A ora di pranzo sarebbero dovuti arrivare da Roma mio fratello con la moglie e la mia prima nipotina, verso le due la sarta mi avrebbe consegnato l’abito da sposa mentre il fioraio sarebbe andato ad addobare la chiesa per poi passare da casa a portare il bouquet e le bottoniere per mio padre e il futuro consorte e dal parrucchiere a lasciare i fiori per la mia acconciatura.

Io avrei avuto il tempo di far sistemare fratello, cognata e nipotina nella loro stanza, di preparare tutto il necessario per la vestizione del futuro consorte nella nostra, di preparare abito da sposa e beautycase in camera di mia madre, dove avrei potuto vestirmi lontano da sguardi indiscreti, e poi sarei andata dal parrucchiere con mamma e Carla.

Quella fu l’ultima volta in cui riuscii ad avere una parvenza di controllo della situazione, perché da quel momento in poi cominciò la catastrofe.

Mio fratello era in ritardo, la sarta aveva l’auto guasta, il fioraio aveva trovato la chiesa chiusa e non si riusciva a rintracciare Padre Luciano perché l’aprisse. Mandai mio padre a recuperare il vestito e il futuro consorte a scassinare la porta della chiesa mentre io, già molto molto nervosa, andavo dal parrucchiere con Carla e mamma.

Ora io non so se nei quindici giorni trascorsi dal momento in cui avevamo stabilito il tutto sia il parrucchiere che il fioraio fossero stati colpiti da alzheimer fulminante o se volessero semplicemente fare di me un’assassina, ma sta di fatto che il fioraio aveva consegnato per la mia acconciatura delle orchidee – l’unico fiore che avevo espressamente vietato – e il parrucchiere, lungi dal pettinarmi con la semplice mezza coda che avevamo concordato, cominciò a costruire sulla sommità della mia testa una sorta di torre di Pisa prossima al crollo e in piena fioritura.

Più gli dicevo che quella non era la pettinatura che volevo, più sosteneva che infatti era molto più bella, e a nulla valevano lamentele, strepiti e perfino minacce, il dannato pretendeva che prima di giudicare dovessi lasciarlo almeno finire.

Quando fu evidente che se lo avessi assecondato non avrei fatto altro che garantirmi un’accoglienza in chiesa a suon di fischi e pernacchi, mi alzai dalla sedia e me ne andai via trascianando con me Carla, mentre mamma rimaneva a consolare l’attonito coiffeur che mai aveva subìto un oltraggio simile.

Ma fu nell’ascensore, quando mi guardai allo specchio, che accadde il peggio. In preda a una rabbia incontenibile, perché ormai era chiaro che niente sarebbe andato come avrei voluto, visto che ero acconciata con un’impalcatura degna di Moira degli elefanti, mi strappai dalla testa fiori, forcine, nastri, nani, ballerine e giocolieri e scoppiai a piangere.

Mentre la mia mamma continuava a essere ostaggio del parrucchiere, a casa la situazione non era migliore.

Il mio dispotico fratello si era sistemato con tutta la famiglia nella camera dove c’erano le mie cose e io avrei dovuto vestirmi, il fioraio non aveva consegnato le bottoniere ma in compenso aveva portato un bouquet gigantesco e osceno, completamente diverso da quello che avevo scelto, e il futuro consorte, vittima dell’ansia, si era fatto un’overdose di xanax ed era inservibile.

Chiusa nel bagno con Carla, continuavo a disperarmi e a dire che ormai tanto valeva mandare a monte il matrimonio e intanto, al di là della porta, mia nonna, mio padre e il futuro consorte mettevano in scena uno spettacolo degno di Ionesco.

La nonna – all’epoca ottantottenne – sosteneva che non dovevo fare una tragedia per qualche capello (sigh!) fuori posto, in fondo anche lei non era molto soddisfatta del lavoro del suo parrucchiere ma non si lamentava! Mio padre continuava a suggerire al futuro consorte di non sposarmi visto che ero evidentemente folle (ari sigh!) e il mio promesso sposo, rintronato dallo xanax, mi supplicava perché gli aprissi: essendo confuso, si era messo negli occhi il collirio a uso esclusivamente veterinario dei nostri cani e, temendo effetti collaterali devastanti, tipo la cecità, era diventato paonazzo per la paura quindi voleva che gli prestassi un po’ di fondotinta per mitigare il rossore del collo e delle orecchie (ari ari sigh!).

Fortunatamente tornò a casa mamma che, vestendosì d’autorità, mandò tutti in chiesa e, quando rimanemmo sole, coadiuvata dalla provvidenziale Carla che andò a recuperare mollette e forcine nell’ascensore, mi pettinò, mi aiutò a vestirmi, a truccarmi e, finalmente, mi rese una sposa quantomeno accettabile, sebbene molto ritardataria.

Per il resto, se non si tiene conto del fatto che mio padre inciampò entrando in chiesa e, per non cadere, attraversò la breve navata al piccolo trotto costringendomi a fare lo stesso, o del fatto che per gran parte della cerimonia fummo accompagnati dallo squillo di un cellulare e aspramente redarguiti da Padre Luciano per non aver spento i telefoni, salvo poi scoprire che il cellulare incriminato era proprio il suo, o del fatto che fumando una sigaretta (eh sì, all’epoca peccavo ancora) detti fuoco al vestito da sposa, tutto filò liscio.

Fu al momento del caffè che questo matrimonio in stile Hollywood Party raggiunse il clou quando, addentando in un afflato di insopprimibile golosità il cucchiaino di cioccolato fondente che accompagnava il caffè, sentii un piccolo crac e realizzai di aver frantumato una delle preziose capsule in porcellana che tanto mi sono costate.

Fortunatamente il mio dentista è un amico fraterno e quindi era fra i pochi invitati al matrimonio, così – congedati in fretta e furia tutti gli altri – fu nel suo studio, aperto per l’occasione alle due del mattino, che io e lo sposo concludemmo i festeggiamenti con me, in vestito da sposa e bavetta verde chirurgico, e il consorte nell’improbabile ruolo di assistente di poltrona che cincischiava con l’aspiratore nella mia bocca spalancata.

Quando tornammo in albergo – dopo che io mi ero chiusa lo strascico del vestito nello sportello dell’auto macchiandolo di grasso – e finalmente ci mettemmo a letto, a stento riuscivamo a parlare tanto era stata devastante l’intera giornata.

Io, un po’ mortificata, provai a imbastire un discorso di scuse. Lo sapevo che quella era la nostra prima notte di nozze… ma in fondo erano quattro anni che condividevamo il talamo (pre)nuziale… forse non era poi così necessario seguire la tradizione alla lettera, non era d’accordo anche lui?

Non mi giunse risposta, se non un russare sommesso che incrinava appena il silenzio della notte.

ZUPPETTA DI COZZE ALLA NAPOLETANA
Per un reggimento
2 kg di cozze
1/2 kg di pomodorini
abbondante olio EVO (va be’, diciamo 6 o 8 cucchiai)
2 bei spicchi d’aglio (io uso alternativamente quello campano e quello rosa di Sulmona. Fate voi) 
1 pugno di prezzemolo tritato finemente
8 fette di pane cafone raffermo
sale e pepe
Siccome non faccio che ripetere che quelle mie e del consorte più che nozze furono cozze, questa ricetta mi sembrava perfetta in abbinamento al post. Poi, prima che nascano polemiche, so benissimo che siamo ormai entrati nei famigerati quattro mesi senza R in cui i frutti di mare non sono al meglio e so anche che tradizionalmente questo piatto a Napoli si prepara il giovedì santo. Ma d’altronde voi ormai sapete che qui si va contro stagione.
Nonostante le cozze siano molto amate dal consorte (probabilmente non è un caso che mi abbia sposata), io non le cucino spesso perché detesto pulirle. Nel caso condividiate lo stesso odio per la simpatica operazione, sappiate che io ho brillantemente risolto comprando quelle già pulite e confezionate sotto vuoto Viversano di Carrefour. Se poi avete un pescivendolo fidato che oltre a garantirvi la freschezza delle cozze ve le pulisce pure, meglio per voi.
Sappiate comunque che la pulizia delle cozze è la cosa più noiosa e complicata di questa ricetta, per il resto semplicissima.
Si procede così. In una pentola capiente, fate rosolare uno spicchio d’aglio in 2 o 3 cucchiai d’olio e poi versateci le cozze pulite che condirete con abbondante pepe nero macinato al momento. Coprite con un coperchio e lasciate cuocere scuotendo energicamente la pentola di tanto in tanto fin quando le cozze con si saranno aperte. Intanto, in un tegame bello grande, preparate una salsa di pomodoro rosolando in quattro cucchiai d’olio l’altro spicchio d’aglio e aggiungendoci i pomodorini tagliati a tocchetti e un’idea di sale. Cuocete a fuoco vivace i pomodori, quasi friggendoli, fin quando la polpa non avrà perso l’acqua di vegetazione e sarà diventata morbida. Aggiungete il prezzemolo tritato e tenete da parte. Nel frattempo, cercando di non ustionarvi, private le cozze della valva che non contiene il mollusco e mettete l’altra nel tegame con il sugo. Fnita questa operazione, aggiungete il liquido di cottura delle cozze filtrato in un passino a maglia fine. Tagliate a tocchetti il pane cafone privato della scorza, mettetelo in una ciotola e conditelo con l’olio rimasto, mescolando bene, quindi fatelo tostare in forno (tradizione vorrebbe che il pane fosse fritto, ma io preferisco semplificarmi la vita).

Per gustarla bisogna destreggiarsi fra mani, forchette e cucchiai, perciò rassegnatevi alla macchia.
E naturalmente leccatevi le dita.

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