Duecento ma non li dimostra

Ci siamo conosciuti tardi, io e Charles Dickens. Forse è stato a causa dei miei anni di liceo ribelli e anarchici che mi portavano a evitare con cura tutto ciò che era istituzionale e a esplorare invece territori diversi, che fosse la California di Jack Kerouac o il Perù di Manuel Scorza. O forse è stato semplicemente il destino, perché gli incontri importanti, quelli che poi ti segnano la vita, avvengono senza regole, nel momento esatto in cui devono avvenire.
Nel mio caso fu nel 1995, quando Einaudi pubblicò nei tascabili Casa Desolata. Lo comprai con un’ombra di scetticismo perché il mio cuore in quel momento apparteneva a Carver, conquistato – credevo per sempre – dalla sua prosa scarna, dai suoi periodi brevi. Dickens andava letto, e su questo ero d’accordo, ma su una come me che dopo quel ramo del lago di Como aveva dichiarato guerra alle descrizioni, di sicuro non avrebbe fatto presa.
Lo cominciai a leggere in tram, tornando a casa in una Torino imbiancata dalla neve e al secondo paragrafo rimasi folgorata: Nebbia ovunque. Nebbia su per il fiume, che fluisce fra isolette e prati verdi; nebbia giù per il fiume che scorre insudiciato tra file di navi e le sozzure che giungono alla riva di una grande (e sporca) città. Nebbia sulle paludi dell’Essex, nebbia sulle alture del Kent. Nebbia che s’insinua nelle cambuse dei brigantini di carbone; nebbia sparsa sui cantieri e librata nel sartiame dei grandi bastimenti; nebbia sospesa sulle falchette dei barconi e dei piccoli battelli. Nebbia negli occhi e nella gola dei decrepiti pensionati di Greenwich che respirano a stento accanto ai focolari delle loro camerate; nebbia nel bocchino e nel fornello della pipa pomeridiana dell’iroso capitano di lungo corso rintanato nella sua cabina; nebbia che morde crudelmente le dita dei piedi e delle mani del piccolo mozzo intirizzito in coperta. Passanti occasionali che sui ponti guardano dal parapetto un infimo cielo di nebbia, avvolti essi stessi nella nebbia come in una mongolfiera sospesa tra nuvole oscure.
Questo è cinema. Quarantatre anni prima che i fratelli Lumière girassero il loro primo film, Dickens aveva già una scrittura cinematografica e a pensarci bene questa Londra in bianco e nero, dove la grande prospettiva viene alternata al dettaglio, non è poi tanto diversa dalla Manhattan descritta da Woody Allen quasi un secolo e mezzo dopo.
Da quel pomeriggio di diciassette anni fa, io e Dickens non ci siamo più lasciati. Lo consulto come la mia bisnonna Titta consultava Il talismano della felicità, certa che fra le sue pagine avrebbe trovato ogni risposta. C’è tutto in Dickens: il romanzo sociale, quello d’appendice, quello comico, quello gotico, quello poliziesco – di cui è probabilmente il creatore anche se poi il primo romanzo di genere fu scritto da Wilkie Collins.
Benché sia in possesso di ogni opera di Dickens che sia stata pubblicata, confesso di non aver letto tutto. Non ancora. Non finché posso. Mi piace talmente perdermi fra quelle pagine, lasciarmi sorprendere da quelle incredibili trame perfettamente ordite, che la prospettiva di non aver più nulla da leggere, di non provare più il brivido del come andrà a finire, m’intristisce irrimediabilmente.
Così centellino le letture; mi concedo un romanzo nuovo ogni tre anni, magari ogni quattro. E intanto rileggo, perché fortunatamente c’è sempre qualcosa che è sfuggita alla precedente lettura, il piacere che i romanzi di Dickens mi regalano non si esaurisce in una volta sola.

È colpa di Dickens se Londra non mi piace, perché la mia Londra è quella descritta da lui, non quella pragmatica e tirata su in fretta col cemento faccia vista e gli infissi di alluminio anodizzato, dopo la seconda guerra mondiale. È colpa di Dickens se tanti romanzi, tanta fiction, tanto cinema mi sembrano un blando deja vu. È colpa di Dickens se nell’armadio della mia cucina sono allineate marmellate, sottaceti, chutney, spezie, biscotti e farine, perché dopo aver letto e riletto la stupefacente descrizione della credenza della madre del reverendo Septimus e del suo meraviglioso contenuto, che il buon Charles fa ne Il mistero di Edwin Drood – il suo ultimo romanzo, rimasto incompiuto (e io che darei per sapere come l’avrebbe terminato!) – mi struggo dal desiderio di possederne una uguale.

Oggi Charles Dickens avrebbe compiuto 200 anni. Sono 200 anni splendidamente portati, il signore invecchia bene vedendo di anno in anno aumentare il proprio fascino. Quest’anno è il suo anno e chiunque si affanna per celebrarlo, omaggiarlo, ricordarlo con reading, mostre, dibattiti, film.

Io lo faccio in privato, rileggendo Casa Desolata, il libro che fece scoccare la scintilla, e sorseggiando un buon tè.
Naturalmente all’inglese.

SCONE
Per 18 pezzi
500 g di farina

1 cucchiaino di sale
30 g di bicarbonato di sodio

80 g di burro freddo a cubetti

300 ml di latticello (ottenuto mischiando 150 ml di latte intero con 150 ml di yougurt naturale)
1 tuorlo d’uovo sbattuto con 2 cucchiai di panna per spennellare la superficie

Non c’è tè all’inglese degno di questo nome che non sia accompagnato da uno scone spalmato di clotted cream e addolcito da un cucchiaino di marmellata di fragole. Tutto il resto è un di più, ma lo scone è e resta l’essenziale.
Farli è abbastanza facile soprattutto se agite da esseri del ventunesimo secolo e vi affidate alle prodezze di un buon mixer. Perciò, mentre il forno si preriscalda a 200° (che fine hanno fatto i soliti 180°?), setacciate nel bicchiere del mixer farina, sale e bicarbonato e fate andare per qualche secondo in modo che si mescolino bene. A questo punto aggiungete il burro ben freddo e tagliato a cubetti. Azionate il mixer a intermittenza, fino a ottenere un composto sabbioso e slegato. Unite il latticello e accendete nuovamente il mixer lavorando giusto il tempo necessario ad amalgamare il tutto, ma non di più.
Levate l’impasto dal mixer e, maneggiandolo il meno possibile, adagiatelo su una spianatoia ben infarinata e stendetelo con il matterello a uno spessore di 3 cm. Usando un coppapasta infarinato di 5 cm di diametro, tagliate dei dischetti. Ricompattate l’impasto velocemente e ripetete l’operazione fin quando non l’avrete esaurito. 
A questo punto distribuite gli scone su una teglia foderata di carta forno ben distanziati gli uni dagli altri, spennellateli con l’uovo e la panna e infornateli in forno ventilato per 10 minuti o finché non saranno ben gonfi e dorati. Sfornateli, sistemateli a intiepidirsi su una gratella e serviteli prima che si raffreddino del tutto, quando saranno ancora fragranti e profumati.

P.S.: se vivete in Italia e non riuscite a reperire la clotted cream da nessuna parte, non disperate. Potete ricrearla un po’ empiricamente, ma con un risultato più che soddisfacente, mescolando 120 g di mascarpone freschissimo a 250 g di panna fresca montata (suggerisco la Matese). Aggiungete 1 cucchiaio di zucchero semolato fine, i semini di un baccello di vaniglia e lasciate riposare in frigo per un’oretta prima di servire.
Ma soprattutto non ditelo a nessuno. Non oso pensare cosa direbbero i puristi.

Paura, eh?

Si sappia, io sono una donna coraggiosa. Ipocondriaca al punto da far impallidire Woody Allen, ma coraggiosa. Per capirci, non sono di quelle che quando si ritirano a casa si chiudono dentro con duemila mandate alla serratura, dormo impunemente con la finestra aperta, sono sempre andata in giro da sola anche nel cuore della notte, non temo i ladri. Topi, pipistrelli, serpenti e insetti mi fanno un baffo, anzi il primo animaletto che da bambina chiesi di poter tenere in casa era un verme bello lungo. La vista del sangue mi lascia indifferente. Nel corso della mia vita ho medicato cani, gatti, parenti e accoliti vari con l’efficienza di Florence Nightingale e senza mai perdermi d’animo. C’è solo un luogo dove il terrore s’impossessa impunemente di me senza che io possa fare nulla per contrastarlo: la sala cinematografica.

Naturalmente dipende dal film che proiettano, perché se così non fosse dovrebbero ricoverarmi. Non ho nessun problema con le commedie e neanche con i drammoni, ma basta che il film sia anche solo di un giallo sbiadito per mettermi in allarme. Le mie reazioni poi non sono mai pacate. Mi spavento talmente tanto che urlo, trasalisco, afferro la mano del vicino di posto in cerca di conforto, anche se non lo conosco. Il consorte, nei momenti in cui litighiamo al punto che il divorzio sembra l’unica soluzione, rimpiange di non aver capito fin dalla prima volta che uscimmo insieme che avrebbe fatto meglio a starmi alla larga. Perché, ripensandoci, gli indizi c’erano tutti.

Avevamo programmato una prima uscita che Carrie Bradshow definirebbe da manuale: cinema e cena fuori. Senonché il film che incautamente scelsi, era Le verità nascoste. Per fortuna la sala era quasi vuota perché credo che altrimenti ne saremmo stati banditi a vita. Io, una ragazzona che non finiva più, me ne stavo rannicchiata nella poltroncina (oddio, rannicchiata forse è una parola grossa se si considera che c’entravo a stento) e mi coprivo gli occhi con un lembo della pashmina. Coprivo, scoprivo, guardavo, non guardavo, facevo urletti, sobbalzavo, mormoravo preghiere allo schermo affinché non succedesse la tal cosa e di fianco a me il futuro consorte – che allora non immaginavo nemmeno come futuro fidanzato – mi guardava attonito, desiderando probabilmente di spostarsi in un altro posto, in un’altra fila. Ovunque, purché fosse lontano da me.

Io, che percepivo il suo imbarazzo, cercavo di dominarmi, ma era tutto inutile, e più ci provavo, più mi rendevo ridicola. Nella mia mente si delineava con chiarezza sempre maggiore l’immagine dell’elefante in equilibrio su una sola zampa perché terrorizzato dal topolino, e probabilmente accadeva la stessa cosa anche al futuro consorte, perché d’improvviso cominciò a sganasciarsi dalle risate. Incurante delle immagini che scorrevano sullo schermo, mi guardava e rideva, perché era chiaro che in quel cinema il vero spettacolo lo stessi dando io.

Come unica giustificazione, ho il fatto di aver subìto un tremendo trauma infantile, che non sono riuscita a lasciarmi alle spalle neanche con vent’anni di psicoterapia. Io sono una vittima di Dario Argento. Non so come, non so quando e non so perché – chiaramente ho rimosso la cosa – da bambina guardai Profondo Rosso, e da allora la mia vita non fu più la stessa.  Per almeno un paio di anni, dopo essermi sottoposta all’incauta visione, ho evitato di prendere l’ascensore per paura di rimanere impigliata nelle porte, i quadri appesi alle pareti mi hanno fatto terrorizzare, ho avuto timore anche solo a vedere un tir da lontano, ho detestato l’acqua bollente, i manichini, le bambole e se vedevo una donna con gli occhi bistrati, ero finita.

E non parliamo della musica! Quella canzoncina da far accapponare la pelle, che si presenta come un’innocua nenia per bambini ma poi, con quella improvvisa cadenza d’inganno, ti destabilizza e, dallo zecchino d’oro, ti teletrasporta nell’anticamera del delirio. E per di più tenace, persistente. Uno di quei motivetti che ti entra in testa e non se ne va più; che ti svegli nel cuore della notte e senti il sadico che è in te cantarla ossessivamente, giusto per il piacere di non farti riaddormentare.

Anche quando avevo ricominciato a prendere l’ascensore ed ero ormai diventata abbastanza grande da usare l’eyeliner (nel frattempo eravamo a metà degli anni ’80, in piena new wave), la canzoncina continuava a essere il mio tallone d’Achille e chi ne era a conoscenza si divertiva periodicamente a tormentarmi, solo per il gusto di vedermi chiudere gli occhi, tapparmi le orecchie e urlare in preda al panico.

Decisi che ne avevo abbastanza di sentirmi ridicola e vulnerabile solo quando di anni ne avevo 26 e vivevo a Torino, dove seguivo il master in tecniche della narrazione. Una mattina avevo letto sul giornale che alle 23 avrebbero trasmesso il malefico film e avevo capito che quella sarebbe stata la resa dei conti. Per tutto il giorno mi ero caricata in vista della singolar tenzone e la sera ero pronta alla lotta. Dopotutto ormai ero una sceneggiatrice in erba, conoscevo i meccanismi della struttura in tre atti, sapevo a quale minuto ci sarebbe stato il primo colpo di scena,  a quale il secondo… Era solo finzione! Cosa avevo da temere?

Quello che avrei dovuto temere, se solo me ne fossi ricordata, mi fu chiaro fin dai primi minuti della messa in onda. Il film era girato a Torino, la città dove mi ero trasferita. Probabilmente se avessi abitato ancora a Napoli la cosa sarebbe filata liscia, ma visto che invece mi trovavo a Torino, fu un disastro totale globale (come la guerra di War Games). Come potevo rimanere fredda e distaccata? Come potevo razionalizzare quando sapevo che l’assassina si aggirava proprio sotto casa mia? Accanto al bar dove facevo colazione! Dietro l’edicola dove compravo il giornale! Nei pressi della mia scuola! Nello spiazzo dove parcheggiavo l’auto! Nella piazza dove facevo la spesa! Capitemi, come potevo?

Di colpo tornata bambina, vittima delle stesse paure ancestrali di un tempo, desideravo unicamente la mia mamma, il suo conforto. Così le telefonai, fingendomi disinvolta, per una chiacchieratina in notturna, ma lei che – guarda un po’? – mi conosce come fossi sua figlia, ci mise un attimo a smascherarmi e io mi sentii veramente un’idiota.

Ve be’,  a volte lottare è inutile, bisogna rassegnarsi. E forse un po’ di paura fa perfino bene (però rigorosamente in dose omeopatica). Mi auguro solo che stasera, visto che dolcetti non ne ho, nessuno mi faccia lo scherzetto che più temo e mi canti la famigerata canzoncina. Non conterei troppo sul mio self control.

PANINI ALLA ZUCCA
per 20 panini da mangiare davanti alla tv guardando un horror (che non sia Profondo Rosso)

1 kg di farina 0
700 g di zucca già pulita
100 ml di olio EVO
100 ml di latte
2 cucchiai di zucchero
2 cubetti di lievito di birra
sale
semola di grano duro

Per prima cosa sciogliere in una ciotolina il lievito di birra con lo zucchero, coprire e lasciare fermentare per un quarto d’ora. Quando la superficie si sarà ricoperta di tante belle bollicine, aggiungervi 3 o 4 cucchiai di farina e altrettanta acqua tiepida, formare una pastella liscia mescolando con una forchetta, coprire di nuovo e lasciar lievitare per 40 minuti. Nel frattempo ci si può occupare della zucca che va cotta a vapore fin quando non sarà morbida ma non sfatta. A cottura ultimata, la zucca va schiacciata con una forchetta e messa a colare in uno chinoise, affinché perda gran parte dell’acqua. Quando saranno passati i fatidici 40 minuti, si può finalmente cominciare la lavorazione vera e propria mettendo nell’impastatrice la zucca schiacciata, l’olio, il latte e la pastella ormai lievitata. Avviare l’impastatrice (o rimboccarsi le maniche se si impasta a mano) e aggiungere lentamente al composto iniziale la farina e infine il sale (se si impasta a mano il processo è inverso: si comincia facendo la fontana con la farina e poi si aggiunge tutto il resto). Quando tutto sarà perfettamente mescolato, e il composto sarà nuovamente liscio e omogeneo, spegnere l’impastatrice, coprire la ciotola con un telo e lasciar lievitare per due ore. Nell’attesa, fate ciò che più vi aggrada e poi, ritemprati da queste due ore di svago, affrontate la penultima fase della lavorazione. Tirate via l’impasto dalla ciotola e “sgonfiatelo” con delicatezza, lavorandolo sulla spianatoia e aiutandovi con della semola per non farlo appiccicare. Strozzandone un’estremità fra il pollice e l’indice della mano destra (o sinistra, se siete mancini), formate delle palline che sistemerete su una teglia rivestita di carta forno. Per fini puramente estetici, potete munirvi di un filo di nylon e praticare su ogni pallina delle incisioni incrociate, per formare una specie di asterisco che simuli le scanalature della zucca. Spolverate con la semola, coprite con un canovaccio, e fate lievitare per altre due ore. Preriscaldate il forno a 200°, avendo cura di inserire sul fondo una teglia con dell’acqua, e infornare i panini per 25 minuti. Mangiare tiepidi, farciti con una buona soppressata che contrasti piacevolmente con la loro dolcezza.

E mi raccomando, fate sogni d’oro!

New York Stories

Dopo una cerimonia nuziale e un ricevimento sui quali più che un post bisognerebbe scrivere un libro, tanto furono tragicomici, io e il novello consorte – ma stagionato convivente, visto che ci sposammo allo scoccare del nostro quarto anno di vita insieme – partimmo per il viaggio di nozze alla volta di New York. Io, che c’ero già stata, l’avevo messo in guardia perché in genere New York è una città che si dà un po’ per scontata – ci è così familiare con il suo skyline arcinoto, con i suoi scorci visti e rivisti in centinaia di film e serial, che la sentiamo un po’ nostra ancor prima di metterci piede – ma riserva invece moltissime sorprese, del tutto inaspettate.

Inaspettatamente, New York è una città esotica, intrisa di odori di cibo e di spezie che pervadono l’aria al punto che se ne trovano tracce anche se la si annusa dal trentasettesimo piano di un grattacielo. E poi è tanta, troppa. Lo sguardo non ha un attimo di tregua perché, anche se ne conosci l’architettura a menadito, tutto è così diverso da come credevi che fosse, che ne rimani inevitabilmente disorientato. I grattacieli grattano effettivamente il cielo, per strada ci sono effettivamente quasi solo taxi gialli, i newyorkesi hanno effettivamente una percezione della temperatura che varia da individuo a individuo con escursioni termiche non da poco, visto che alcuni sembrano pronti per andare a fare surf e altri per andare a sciare. Tutto è effettivamente più grande, effettivamente con una fragola ci fai una crostata, con un pomodoro un’insalata per 4 persone, con un panino con l’hamburger ti sfami per una settimana. Effettivamente l’acqua è freddissima perché il bicchiere è effettivamente riempito con un dito di liquido e decine di cubetti di ghiaccio.  E tu effettivamente lo sapevi che era così, ma non avresti mai immaginato che lo fosse fino a quel punto. Insomma, ammettiamolo – almeno per i primi giorni – New York ti sembra Hellzapoppin’.

Il consorte era stato avvertito, ma naturalmente non mi aveva creduto. Era partito spavaldo, pensando che le mie fossero tutte esagerazioni, eppure già all’aeroporto JFK si era dovuto ricredere. Poverino, aveva immaginato di vivere la grande mela con la grinta narcisistica e un po’ distruttiva del protagonista di un romanzo di Bret Easton Ellis e invece si trovava nel bel mezzo di Totò, Peppino e la malafemmina. Mi teneva per mano e si guardava intorno con la stessa aria falsamente sicura di sé che ostentava Totò al suo arrivo a Milano e io, nelle vesti di Peppino, non ero da meno. Vergognandoci come ladri, salimmo sulla limousine che c’era venuta a prendere (nonostante io avessi prenotato una normale berlina) e ci facemmo portare al Waldorf Astoria che il consorte, vittima di una visione reiterata de Lo zappatore con Mario Merola, si ostinava a chiamare il Uandaffastòr. Cenammo in camera con club sandwich e apple pie e poi, distrutti, ci mettemmo a letto. Un lettone king size morbido e comodissimo, di quelli che così li fanno veramente solo in America. Già pregustavo il sonno profondo che, mi auguravo, mi avrebbe fatto smaltire il jet lag e mi avrebbe messa nella predisposizione d’animo giusta per familiarizzare con New York quando il consorte, stiracchiandosi fra le lenzuola, fece il seguente commento: “In questo materasso si sprofonda. Sembra il letto di Johnny Depp in Nightmare“. Naturalmente lui si addormentò subito e io invece non chiusi occhio.

Non vi stupirà sapere che io e il consorte rischiammo il divorzio durante quel viaggio perché, come mai prima di allora, a New York emersero con violenza tutti i tratti caratteriali che ci rendono inconciliabili. Io sono pigra per quanto lui è iperattivo, io sono curiosa per quanto lui è noncurante, io sono precisa per quanto lui è distratto, io sono decisa per quanto lui è indeciso. Sono convinta che rimanemmo insieme per un unico motivo: io, vittima del mio perfezionismo e del mio diploma in americano, non riuscivo a spiccicare una parola per timore di sparare qualche vongola, ma capivo perfettamente quello che mi dicevano; il consorte invece parlava anche con i cobblestone (quando ne trovava uno, ché a New York ormai sono pochissime le strade con l’acciottolato), ma non capiva assolutamente nulla di quello che gli dicevano. Insomma, nella nostra imperfezione, eravamo indispensabili l’uno all’altra. Avevamo messo a punto una tecnica fantastica che ci salvaguardava dalle figuracce: cercavamo di fare tutto – prenotazioni, ordinazioni, acquisti – al telefono. Il consorte parlava poi, non appena il suo interlocutore cominciava a rispondergli, passava la cornetta a me, che traducevo in simultanea e poi gli ripassavo il telefono. Altro che i fratelli Caponi alle prese con la stesura della lettera alla malafemmina!

A New York non c’era nulla che ci mettesse d’accordo. Il consorte voleva passare le serate nei locali alla moda a bere e ballare e io – che palla vivente! – a sentire il jazz. Il consorte voleva fare shopping e io – ma che palle! – volevo andare nei musei. Facemmo tutto; io accontentavo lui e lui accontentava me,  perché da soli non ce la saremmo cavata, anche se la giornata dei saldi da Macy’s mise veramente a durissima prova la mia salute psicofisica. L’unica eccezione a questa apoteosi di incompatibilità, fu sorprendentemente un ristorante: The River Cafè.

Al River Cafè, finalmente New York diventa quella che avresti voluto, a prescindere da ciò che desideri. A pelo d’acqua, con la città – ora riconoscibile – che ti si srotola davanti, il profumo dei fiori, le luci basse e la musica del pianoforte in sottofondo, potresti essere in un film di Woody Allen o in una puntata di Sex & the City, e ti guardi attorno per vedere se per caso a un tavolino un po’ in disparte non ci siano effettivamente Carrie e Mister Big. Ma potresti anche essere in un romanzo di Bret Easton Ellis, mentre fai tintinnare il ghiaccio nel tuo vodka tonic e rimiri una fauna locale decisamente sopra la media, con l’occhio esperto del predatore. Al River Cafè potresti mangiare e bere malissimo, e non te ne importerebbe, ma invece si mangia e si beve divinamente, e basta andarci una volta per essere definitivamente conquistati. Lo ammetto, il mio matrimonio è salvo grazie a questo ristorante che, in un attimo, ci fece riconciliare non solo con la città, ma anche con la vita. Andateci, se doveste trovarvi a passare di là.

LA VELLUTATA DI ZUCCA DEL RIVER CAFÈ

Per 20 shottini, 6 porzioni da gourmet o 4 porzioni da golosi affamati

1 kg di zucca già priva di semi e scorza
500 g di patate già sbucciate
3 cipolle belle grandi (meglio se bianche)
sale, pepe, noce moscata
olio EVO
100 g di panna
semi di zucca tostati per la guarnizione (da non sottovalutare perché costituiscono anche un piacevole elemento croccante)

Naturalmente anche in quel luogo di assoluta perfezione che è il River Café, io e il consorte ci distinguemmo per imbranataggine e tendenza congenita alla gaffe. In attesa che il nostro tavolo a ridosso della vetrata si liberasse, ci avevano fatto accomodare a un altro tavolo in prossimità del bar, dove ci avevano servito gli aperitivi. A un certo punto, senza che noi avessimo chiesto niente, si presenta un cameriere con due tazzine da caffè su un vassoio. Il consorte, sobillato da me, si affretta a chiarire che noi non avevamo ordinato nessun caffè anzi, dovevamo ancora cenare ma il cameriere, glissando compassionevolmente, spiegò che quelle tazzine erano un omaggio dello chef, un amuse bouche per ingannare lo stomaco nell’attesa che il nostro tavolo fosse pronto. Dentro le tazzine c’era questa vellutata di zucca, meravigliosamente morbida e saporita ma non aggressiva, confortante, familiare eppure sofisticata, sorprendentemente dolce ma stuzzicante nel contrasto con i semi salati che ne guarnivano la superficie. Un sorso di perfezione che su di me, anche a distanza di anni, continua ad avere lo stesso effetto che, immagino, il Cynar aveva su Ernesto Calindri.

Farla è di una semplicità disarmante. Fate un trito con le cipolle e fatele dorare in un filo d’olio, aggiungete la zucca a pezzi, le patate a tocchetti e, dopo averle fatte rosolare qualche minuto, copritele a filo con dell’acqua fredda. Salate, pepate e lasciate cuocere fin quando patate e zucca non saranno ben morbide. Frullate con il minipimer, grattugiateci la noce moscata, aggiungete la panna e mescolate bene con una frusta. Servite la crema ben calda, guarnendola con i semi di zucca.

Per concludere, vorrei rassicurarvi sulle sorti del mio matrimonio. Benché provati dal viaggio di nozze, siamo rimasti insieme e quando, ancora oggi, mi domando come facciano due persone così diverse a dividersi la vita, mi basta rileggere Lui e io, un racconto di Natalia Ginzburg che fa parte della raccolta Le piccole virtù.

È incredibile come una sbirciatina nella vita degli altri renda molto più comprensibile la nostra.

SCENA 1: INTERNO. STUDIO DI BENEDETTA – GIORNO

Nel 1986, quando avevo solo 17 anni, il cinema mi diede alcuni importanti insegnamenti e cambiò la prospettiva della mia vita. Lo fecero due registi, Sidney Pollack e Woody Allen, che già amavo da tempo e che nel tempo avrei continuato ad amare, con due dei loro migliori film: La mia Africa e Hannah e le sue sorelle. Se La mia Africa mi ha insegnato a essere forte, Hannah e le sue sorelle mi ha insegnato a essere ottimista e pensare che, anche quando sembra di aver raschiato ormai il fondo del barile, c’è sempre un modo per reinventarsi la vita.
Hannah e le sue sorelle è un film corale, pieno di subplot, ma di tutte le storie che racconta, quella per la quale ho un vero e proprio debole è la storia di Holly.
Holly è la sorella sfigata della perfettissima Hannah, un’attrice di successo circondata da un manipolo di figli e caratterialmente un po’ castrante (non a caso la interpreta Mia Farrow).  Al contrario di quanto accade alla sorella, nella vita di Holly tutto è un disastro. Fa l’attrice anche lei ma non vince mai un’audizione, ha un passato da cocainomane e una vita sentimentale che definire tragica è un blando eufemismo, nonché una situazione economica prossima alla bancarotta. Eppure, per tutta la storia, Holly non si arrende. Non si arrende nonostante le batoste, non si arrende nonostante i giudizi sferzanti della sorella, non si arrende nonostante il tradimento della migliore amica e, alla fine del film, trionfa.
Holly, la povera Holly a cui nessuno dà credito, scopre di avere due talenti da sfruttare: la cucina e la scrittura. Abbattuta per l’ennesima audizione andata male, Holly decide di aprire insieme all’amica April “la gastronomica volante Stanislavskij” (traduzione un po’ fantasiosa di “The Stanislavskij Catering Company”, ma bisogna perdonarli, erano gli anni ’80 e il catering in Italia non era poi così diffuso). Sarà un successo ma avrà vita breve a causa di un’irrimediabile frattura fra Holly e April. Holly dovrà così reinventarsi di nuovo e lo farà chiudendosi in casa a scrivere, di sé, della sua famiglia, delle sue delusioni. Ne verrà fuori uno script per la tv che la farà svoltare e così Holly, da perenne ultima, diventerà l’astro più fulgido del firmamento casalingo (e non solo).
Credo di aver visto Hannah e le sue sorelle una ventina di volte nei soli anni ottanta. Sono andata a New York in pellegrinaggio nei luoghi del film (compresa la meravigliosa Pageant Book & Print Shop che adesso non esiste più), e ho cullato per un bel po’ il fortissimo, struggente desiderio di diventare una cuoca-sceneggiatrice o una sceneggiatrice-cuoca.
E così, per coerenza, dopo qualche anno mi sono iscritta ad Architettura.
Ad architettura ci sono rimasta un bel po’ ma era sempre più evidente che volevo fare altro così, ancora nel nome di Holly, ho mollato tutto e ho cambiato studi e vita.
Da ormai quindici anni, proprio come Holly, sono una sceneggiatrice.
Una sceneggiatrice che cucina furiosamente, felicemente, scherzosamente, continuamente.
E questa è la “MIA” gastronomica volante Stanislavskij.

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