Il magico potere della dieta

Sono un’accumulatrice seriale. Con l’idea che tutto possa prima o poi tornare utile, conservo qualsiasi cosa. Vecchie riviste, bottoni, scatoline di latta, barattoli. Non arrivo ai famosi spaghi troppo corti per essere usati di Così parlò Bellavista, ma poco ci manca. E così, anno dopo anno, il mio micro studio di quattro metri quadrati si è trasformato in una specie di bazar dove ogni millimetro utile è occupato da una polverosa mercanzia. 
Non so più quante volte mi sono detta che c’era bisogno di una bella riordinata e non so quante volte ho rimandato: troppo noioso, troppo stancante, troppo avvilente, troppo impegnativo emotivamente. A furia di rimandare sono trascorsi quasi dieci anni.
Alla fine è stato lo studio a decidere per me, o meglio, lo ha fatto la mia scrivania. Di punto in bianco si è rifiutata di aprire i suoi tanti cassetti ed elargirne il prezioso (!) contenuto. Insomma, non ho avuto altra scelta che mettermi all’opera. Per due giorni ho visionato ritagli di giornale, vecchi quaderni, nastri stropicciati, videocassette, scatole, scatoline e scatolette, vecchi biglietti di auguri, tappi di champagne (ma quanto abbiamo brindato in questi anni? quanti eventi così memorabili da richiedere di serbare a imperitura memoria quel souvenir abbiamo vissuto? perché diamine non ho allegato a ognuno un bigliettino che mi aiutasse a ricordare?) e alla fine ho riempito tre sacchi condominiali della spazzatura.
Ora, vi prego di credermi, io non ho la sindrome delle Desperate Housewives, non sono una maniaca dell’ordine e Marie Kondo mi sta anche abbastanza sulle scatole, ma devo ammettere che questa impresa improba è stata per molti versi illuminante. Ma lo è stata in un modo del tutto inaspettato.
Più mettevo a posto e più pensavo che in fondo riordinare è come fare la dieta. Sei lì davanti allo specchio la mattina, quando ti vesti, e ti dici che dovresti proprio perdere quei cinque o sei chili (nel mio caso cinquanta o sessanta) ma subito dopo pensi che dovresti cucinare pasti separati per te e il resto della famiglia, che dovresti rinunciare agli inviti a cena fuori (che poi ormai si esce quasi solo per quello), che a breve ci sarà Natale/Pasqua/le vacanze estive o qualsiasi altro evento che renderà quasi impossibile seguire un regime alimentare, e ti fai prendere dall’avvilimento. Troppa fatica anche solo pensare di iniziare, meglio rimandare a un momento più propizio.
Senonché il momento più propizio – come accade tutte le volte che per fare qualcosa si attende il momento propizio – non arriva mai. Però arrivano i vestiti che non abbottonano più, il fiatone non appena si imbocca una salita, il caldo perenne, i problemi allo stomaco. Per farla breve succede che il tuo corpo si ribella proprio come si è ribellata la mia scrivania rifiutandosi di aprire i cassetti.
Allora non è più questione di scelta, allora sei costretta a fare la dieta. E all’inizio la fai controvoglia, pensando che i chili accumulati sono troppi, che non riuscirai a trovare la motivazione giusta, che non avrai la soddisfazione che ti aspetti. Ma poi pian piano accade il miracolo.
Accade che seguendo anche solo poche regole, ma precise e inderogabili, ti accorgi che molte delle tue abitudini erano per l’appunto solo abitudini, retaggi di una vita che ormai non ti appartiene più, e a quel punto te ne sbarazzi senza remore, proprio come io mi sono sbarazzata delle millemila piantine della metro di Londra tenute da parte per ricordo o perché “se poi dovessi tornare a Londra non avrei bisogno di prenderne una nuova” (lo so, sono una pervertita).
Al tempo stesso, eliminando il superfluo, scopri un mucchio di cose che avevi dimenticato di avere, esattamente come io ho ritrovato i vecchi quaderni fitti di appunti di quando ho iniziato a lavorare e la prima stesura delle sceneggiature la scrivevo ancora a mano. 
Io perdendo peso ho ritrovato l’amore per le lunghe passeggiate senza affanno, le scale fatte di corsa senza il dolore alle caviglie che mi costringeva a scendere uno scalino alla volta, il piacere di un vestito che è attillato perché così deve vestire e non perché non ci sto dentro.
E allora mi sono sentita bene e vittoriosa perché se è vero che non conosco quello che si prova quando finalmente si termina una dieta, so bene quello che si prova quando si finisce di rimettere in ordine una stanza. La si guarda e non la si riconosce. O meglio, la si guarda ed è sempre lei ma è più bella, più serena, armoniosa e piena di promesse mantenute.
Ecco, io voglio essere esattamente così.
Crocchette di cavolfiore
dosi per una dozzina di crocchette
Cavolfiore 750 g al netto degli scarti
Uova 2
Parmigiano grattugiato 60 g
Prosciutto di Praga tritato 50 g
Edam grattugiato 30 g
Pangrattato 4 cucchiai
Olio evo 2 cucchiai
Sale e pepe
Questa ricetta è molte cose tutte insieme. È una classica ricetta svuota frigo (come si evince dai 30 g di Edam), è una ricetta aguzza l’ingegno per chi segue una dieta, è una ricetta versatile (cambi salume, cambi formaggi, elimini salumi e formaggi), ma soprattutto è una ricetta tanto deliziosa quanto semplice da preparare. Talmente facile che per spiegarla bastano poche righe.
Lessate il cavolo (potete cuocerlo anche al vapore), mettetelo in una ciotola e schiacciatelo con una forchetta fino a ottenere una sorta di purea grossolana. Quando si sarà raffreddato mescolatelo con le uova, il prosciutto e i formaggi, quindi formate delle palline che poi schiaccerete leggermente e passerete nel pangrattato. Sistemate le crocchette su una teglia rivestita di carta forno, conditele con un filo d’olio e cuocetele in forno preriscaldato a 180° per una cinquantina di minuti.
Tutto qui? Sì, tutto qui.

Piccoli piaceri

Sono andata a comprare questo libro durante la mia pausa pranzo, il giorno stesso in cui è uscito. In questo periodo sono talmente impegnata che non avevo captato nessuna voce di corridoio sulla sua pubblicazione, così leggere il post di Sabrine d’Aubergine in cui se ne annunciava l’arrivo in libreria mi ha sorpresa e riempita di gioia.
Sono una fan della prima ora di Madame d’Aubergine, ma negli anni il mio affetto per lei è cresciuto a dismisura. Amo Sabrine perché è una donna garbata, che non ha mai una caduta di stile, una portatrice sana di buongusto – definizione coniata dal consorte quando ci frequentavamo da qualche settimana, e con la quale mi conquistò definitivamente -, ma soprattutto perché è autentica.
Sabrine non ha aperto un blog per partecipare ai contest o per ricevere a casa pacchi dono zeppi di patatine fritte. Per fare le foto non ha dovuto attrezzarsi con fondali in legno che simulassero tavoli segnati dal tempo, o comprare un corredo di piatti, ciotole e posate ad hoc. La bellezza delle sue foto non è mai quella un po’ artefatta del set fotografico, e le sue ricette sono prive dello spirito modaiolo che invece pervade molte di quelle che si trovano adesso in rete. Se si ha uno sguardo attento e un po’ allenato, si comprende in modo molto chiaro che quello che s’intravede nei suoi post è proprio il suo mondo, che il tavolo è quello di casa, che le posate sono quelle prese dal cassetto, che gli stampi, le pentole, le teglie, sono quelli che usa tutti i giorni per preparare il pranzo alla sua famiglia. 
Affacciarsi nel blog di Sabrine, almeno per me, è come andare a fare due chiacchiere a casa di un’amica che ti offre il tè e uno scone, e intanto ti racconta della sua giornata, dell’ennesima avventura con i muratori, i pittori, gli idraulici. Oppure ti spiega che quegli scone che tu hai trovato meravigliosi li ha imparati da Brenda, durante una delle estati trascorse in Inghilterra. È rilassante, divertente, e ti riconcilia con il mondo. E mentre sei lì – proprio perché percepisci che è tutto vero – ti chiedi come faccia Sabrine ad avere sempre tutto sotto controllo, la casa in ordine, la brioche che lievita accanto al termosifone, il lavoro che procede preciso secondo la tabella di marcia, pur senza trasformarsi in una Bree Van de Kamp che ti provoca un’ansia da prestazione più devastante di un’orticaria. 
E lo stesso accade con il libro che è proprio un libro libro, non un semplice ricettario. Ci sono le ricette, sì, sempre perfette e corredate di piccoli suggerimenti che ne garantiscono la riuscita, ma ci sono anche decine di storie, decine di personaggi, di ricordi, narrate con una grazia che ammalia. Per me, sceneggiatrice attempata vittima di insonnia cronica intervallata da improvvisi tracolli narcolettici, l’arrivo del libro di Madame d’Aubergine è stata una benedizione. Posso sfogliarlo a letto o raggomitolata sul divano, senza la paura che cadendomi di mano si rompa, cosa che invece è successa tante volte al mio iPad, franato al suolo mentre leggevo i post su Fragole a merenda.   
Insomma, l’ho già scritto su facebook, se volete garantirvi molte ore di puro piacere e una gran quantità di ricette deliziose per colazioni, merende e spuntini, comprare questo libro è un imperativo assoluto. Quanto a me, assidua esecutrice delle ricette di Sabrine, mi congedo con una preparazione che non è presente nel libro, ma è perfetta per una cena a due organizzata all’ultimo momento, in una sera autunnale in cui tira vento e si ha bisogno di coccole.
Vellutata di topinambur con carciofi croccanti
500 g di topinambur 
150 g di patate
2 carciofi
1 scalogno
2 bicchieri di latte
2 cucchiai d’olio 
sale e pepe
Io e i topinambur ci siamo conosciuti una ventina di anni fa, quando abitavo a Torino. Me ne sono innamorata fin dal primo assaggio, durante un’indimenticabile cena a base di bagna càuda nello Spazione della Holden, e da allora rientrano nell’olimpo dei miei ingredienti del cuore. Quando sono tornata a vivere a Napoli, lasciando per sempre la mia minuscola casetta in piazza Cavour, fra i tanti rimpianti c’era anche quello di non poter più mangiare i topinambur, all’epoca introvabili nella mia città. Fortunatamente il tempo è passato, il mondo è diventato più piccolo e adesso i topinambur si trovano anche qui in qualsiasi supermercato. Se non li avete mai assaggiati vi consiglio di farlo, rimarrete affascinati dal loro sapore delicato che ricorda vagamente il carciofo, e la vostra salute ne avrà grandi benefici visto che sono ricchi di inulina e aiutano ad abbassare sia la glicemia che il colesterolo. Ma veniamo alla preparazione.
Sabrine dice di sbucciare i topinambur, le patate e lo scalogno, di tagliare tutto in fettine sottili da sistemare poi in una pentola, coperti a filo con l’acqua. Io ho fatto qualche piccola variazione. Ho infatti rosolato lo scalogno in un filo d’olio, poi ho aggiunto topinambur e patate, salato, e coperto a filo con il latte. Ho portato a bollore e cotto fino a quando le verdure non si sono ammorbidite. Nel frattempo ho pulito i carciofi – senza pietà, eliminando quasi i due terzi delle foglie e tagliandoli al massimo a 4 cm dal gambo -, li ho tagliati a metà e poi a fettine e li ho saltati nell’olio fino a farli diventare croccanti. Una volta cotte le verdure, ho frullato con il minipimer aggiungendo ancora tanto latte quanto necessario a raggiungere la consistenza di una crema abbastanza densa. Ho servito in una ciotola con un filo d’olio, una bella macinata di pepe nero e i carciofi, sistemati in un bel mucchietto centrale. Provate anche voi, vi garantisco che non ve ne pentirete.

Le avventure della Gastronomica al volante

Se ami la buona cucina e la tua idea di vita sociale contempla l’andare a cena fuori almeno una volta alla settimana, ma hai sposato un uomo che ha con la bilancia una relazione più intensa di quanto non l’abbia con te, hai solo due alternative possibili: o ti rassegni a struggerti di desiderio leggendo le recensioni dei ristoranti in cui vorresti andare, oppure ti trovi un compagno di scappatelle culinarie da consumarsi rigorosamente lontano dagli occhi, e soprattutto dal girovita, del consorte.

Inutile dire che ho optato per la seconda, anche se, devo ammetterlo, ho commesso un grave errore tattico e ho scelto il mio compagno di banchetto in quel di Torino, più o meno a novecento chilometri di distanza da casa mia. Che devo farci, in questi casi è questione di affinità elettive, e il sodalizio con Erre dura ormai da vent’anni, vale a dire da quando ero una giovane emigrante nostalgica della genovese e del ragù di mammà, e lui mi consolava portandomi in giro per ristoranti a scoprire le gioie della cucina piemontese.

Adesso fra noi funziona più o meno così: una volta ogni paio di mesi ricevo da Erre una telefonata con la quale mi comunica che sarà a Napoli il giorno dopo (mai che si annunci con un po’ più di anticipo) e mi chiede con trepidazione dove lo porterò a cena.

L’ultima volta Erre mi ha chiamato nella tarda mattinata del primo maggio, quando già era salito sul treno per Napoli.
– Arrivo in serata. Dove mi porti?
– Erre, ma è il primo maggio… fra ristoranti chiusi e quelli già tutti pieni sarà complicato trovare un posto. Almeno fammici pensare un momento!
Così medito a lungo perché, anche se Erre non lo sa, gli sfizi prima di farli togliere a lui devo togliermeli io, e alla fine telefono a Pietro Parisi, chef e patron di Era ora, ristorante in quel di Palma Campania.

Io e Pietro ci siamo conosciuti un paio d’anni fa, sul web. È da allora che propongo al consorte di andare a cena nel suo ristorante, ma lui si rifiuta categoricamente. Non ci pensa proprio a farsi un’ora di auto all’andata e una al ritorno solo per andare a mangiare! (Però quando va a lavorare in provincia succede che spesso sulla via del ritorno si perda e, guarda caso, vada a finire proprio a Palma Campania e mi faccia delle telefonate importune nelle quali mi chiede con una vocina dispettosa “indovina dove sono?”)

Così mi accordo con Pietro e prenoto un tavolo per le nove, contando sul fatto che Erre arriverà a Napoli alle sette. Poi però succede che Erre perda la coincidenza e accumuli un’ora di ritardo, che la mia auto decida di morire dopo aver fatto venti metri, che l’auto di mio padre, presa in prestito in extremis, abbia il navigatore rotto, che improvvisamente tutti i napoletani abbiano deciso di dover mettersi in auto e, guarda caso, fare proprio lo stesso percorso che devo fare io per arrivare all’albergo di Erre. Così, ancora prima di incontrarci e lasciare Napoli, io e Erre abbiamo la consapevolezza che, ahimé, non saremo da Pietro prima delle dieci.

Recupero Erre al volo e, senza neanche perdere tempo a salutarlo, gli schiaffo in mano il mio iPhone dicendogli che non ho idea di dove andare e imponendogli di fare da navigatore, sfruttando l’app del mio cellulare. Ma purtroppo Erre non è un nativo digitale e quindi non sa neanche da dove cominciare, come mi ripete più volte credendo di suscitare la mia comprensione e ottenendo invece di rendermi sempre più insofferente.

Insomma, finisce che neanche abbiamo imboccato l’autostrada e già ci siamo persi. Fra me che da brava miope/presbite/astigmatica/fotofobica leggevo un cartello stradale sì e tre no, Erre che continuava a maneggiare il mio telefono come fosse un ordigno nucleare, il buio e le chiacchiere, dopo un po’ scopriamo non solo di essere diretti a Bari, ma di esserci anche quasi arrivati.

Dopo tre telefonate a Pietro per spostare la prenotazione (“non vi preoccupate, quando arrivate arrivate”, ha risposto l’ultima volta), una conversione a U che neanche San Paolo sulla strada di Damasco, un momento di sconforto nella solitudine dell’aperta campagna, la richiesta di informazioni a due distinte signorine semi ignude che quando hanno capito che non eravamo interessati a del simpatico sesso di gruppo a pagamento ci hanno mandati a quel paese, non so neanche io come, siamo arrivati al ristorante.

E finalmente ci siamo rilassati.

Andare a cena da Pietro Parisi è come entrare in una macchina del tempo in cui presente e passato, nuove scoperte e vecchi ricordi, esistono contemporaneamente. Questo accade perché la cucina di Pietro è caratterizzata da un lavoro certosino di riscoperta di ingredienti della tradizione contadina ormai dimenticati – per esempio le erbe selvatiche come il silene o la portulaca – utilizzati però con tecniche moderne.

Pietro è forse la persona più tenace e integra che io abbia mai conosciuto. È un uomo che si è dato degli obiettivi e, in modo lento ma inarrestabile, li ha raggiunti tutti, senza per questo perdere l’umiltà che è tipica di chi è davvero intelligente. Perciò, ancor più della cena – durante la quale molti piatti sono stati una piccola epifania – io ed Erre ci siamo goduti il dopo cena, con Pietro seduto al nostro tavolo che ci parlava di sé, della sua famiglia – a partire dalla nonna Nannina, maestra di cucina e di vita, per finire alla nipotina Carmen e alla figlia Antonia, che non ha ancora compiuto un anno – della sua formazione in giro per il mondo e della scelta di tornare poi a casa, aprendo un ristorante in un territorio difficile, ma che Pietro ama ed è determinato a valorizzare.

Così, fra un bicchiere di vino e l’altro, Pietro ci ha raccontato della pizza a lievito fujuto, impastata usando il siero della mozzarella, dei seccamienti, un antico metodo di conservazione delle verdure estive che usa regolarmente, e dei VOLTI, vale a dire i piccoli coltivatori e allevatori locali da cui Pietro si rifornisce e le cui facce belle e antiche sono immortalate sul menu/magazine di Era Ora.

Salutiamo Pietro che ormai l’una di notte è passata già da un po’, e ci mettiamo in macchina con quell’allegria indolente che segue le esperienze felici. Addirittura azzardiamo una canzone di Mina, visto che lo stereo dell’auto di mio padre si è acceso autonomamente e non riusciamo a spegnerlo. Stavolta Erre ha preso confidenza con l’iPhone e quindi procediamo sicuri verso la meta, fin quando non vediamo all’orizzonte una pattuglia dei carabinieri.

– Adesso ci fermano, boia faus!
– Erre, non secciare!
– Ci fermano e ci fanno l’etilometro!
– Erre, smettila!
– E ci ritirano la patente, e ci sequestrano anche l’auto!
– Erre, ti ricordo che sei un semplice passeggero. Rilassati!

Naturalmente ci fermano, in virtù di quella regola non scritta per cui se devi fermare un tot di auto durante un turno di notte nell’hinterland napoletano, meglio che il conducente e il passeggero abbiano l’aria paciosa e affidabile.

Erre suda freddo, convinto com’è che solo una manciata di minuti ci separi dall’inevitabile arresto, e rischia la sincope quando il carabiniere, oltre ai miei documenti, richiede anche i suoi. Il controllo che segue è talmente lungo, e la situazione talmente ridicola, che a me viene la ridarella. Erre mi sibila di smetterla. Si accorgeranno che sono ubriaca e mi faranno l’etilometro! Inutile ripetergli che dei due l’unico brillo è lui, né che quello dei carabinieri è un controllo di routine, Erre si rilassa soltanto quando il carabiniere ci restituisce i documenti e ci dice che possiamo andare, non prima però di averlo redarguito. Lui che è un giornalista torinese non scriva male dei carabinieri napoletani!

Erre promette solennemente, e così ci rimettiamo finalmente in viaggio, ma quando al primo bivio gli chiedo indicazioni, mi confessa timidamente che durante la nostra sosta forzata ha dimenticato di spegnere il navigatore dell’iPhone, che ora è irrimediabilmente scarico.

Propongo di tornare indietro e chiedere indicazioni ai carabinieri, ma Erre comincia a tremare alla sola idea e mi chiede invece di fidarmi del suo proverbiale senso dell’orientamento. È sicuro che riuscirà a trovare la strada di casa! Ora, ricordo perfettamente che una volta io ed Erre ci siamo perduti nel centro di Torino, sua città natale, ma decido di dargli fiducia e faccio bene perché, grazie a lui, nelle successive due ore di pellegrinaggi alla cieca, scopro zone della provincia, ma anche di Napoli, che mai avrei sospettato esistessero e che mai saprei ritrovare.

Arriviamo al suo albergo, dopo un rocambolesco senso vietato, che ormai è l’alba. Lui ripartirà dopo poche ore, giusto il tempo di farsi una doccia, vedere una mostra, e poi sarà di nuovo sul treno. Mi saluta con un paio di quei baci pudici dei torinesi, e poi mi fa un’ultima domanda:

– La prossima volta mi porti a cena da Annamaria Varriale?

No caro Erre, non ti ci porto. Da Annamaria Varriale non ci andremo fin quando non avrai capito che quella che tu credi si chiami Annamaria Varriale è in realtà Marianna Vitale.

E comunque, non prima che io abbia comprato una vecchia, cara, affidabile cartina stradale.

La prossima volta meglio andare sul sicuro.

La parmigiana di melanzane nel boccacciello di Pietro Parisi
per 1 persona 
1 barattolo con la guarnizione da 500 ml
3 melanzane lunghe
70 g di fiordilatte tagliato a listarelle molto sottili
150 g di salsa di pomodori San Marzano
parmigiano grattugiato
basilico 
Quando ancora non ci conoscevamo, Pietro un giorno venne alla RAI e mi lasciò in portineria due di questi boccaccielli. Tornare a casa, ravvivarli (poi vi spiego come), aprirli e aspirarne a pieni polmoni il profumo, fu un’esperienza mistica. Assaggiarne il contenuto, paradisiaco. 
Preparare questa meraviglia cremosa e avvolgente è molto più semplice di quanto si possa immaginare. Per prima cosa si mette a cuocere la salsa usando dei normalissimi pelati San Marzano, un filo d’olio, uno spicchio d’aglio, basilico, sale e pepe. Quando la salsa è pronta, bisogna passarla, quindi pesarne 150 g e tenerla da parte. Intanto si tagliano le melanzane in fette che abbiano 3 mm di spessore e una lunghezza tale da poter essere agevolmente infilate nel barattolo. Le melanzane andranno cotte al vapore per 5 minuti, giusto il tempo di ammorbidirle e fare in modo che perdano un po’ di amaro. A questo punto si prende il vasetto precedentemente sterilizzato (vi basta lavarlo bene, asciugarlo e poi infilarlo nel forno freddo che porterete a 130° e nel quale lo lascerete per venti minuti dal raggiungimento della temperatura), e si comincia a riempirlo partendo da un cucchiaio di salsa di pomodoro a cui seguiranno un po’ di fiordilatte, un po’ di basilico, un po’ di parmigiano e le melanzane. Si comprime bene il tutto (le melanzane in cottura perdono molto volume, se non le pressate rischiate di ritrovarvi con un boccacciello pieno solo a metà) e si ricomincia. Una volta arrivati alla sommità del barattolo, si finisce con salsa, fiordilatte, basilico e parmigiano. Si chiude il boccacciello e si procede quindi alla cottura, che può avvenire in tre modi: in forno a vapore a 85° per tre ore; in forno statico, in una placca colma d’acqua, a 85° per tre ore; sul fuoco, immerso in una pentola d’acqua che sobbolle appena, per 2 ore.
Trascorso questo tempo, il boccacciello può essere consumato subito, oppure lasciato raffreddare e conservato in frigo fino a 50 giorni (insomma, li preparate all’inizio di settembre e li mangiate a fine ottobre, quando di melanzane buone davvero non ce n’è più traccia). Se avete optato per la seconda possibilità e volete gustare un boccacciello comme il faut, vi basta tirarlo fuori dal frigo, aspettare che torni a temperatura ambiente, quindi immergerlo per venti minuti, a fuoco spento, in una pentola d’acqua che abbia appena raggiunto il bollore e che coprirete con un coperchio.
Qui in casa Gastronomica siamo diventati addicted.
Scommetto lo diventerete anche voi.

L’epifania che tutte le feste (finalmente) si porta via

Ce l’abbiamo fatta, anche quest’anno siamo sopravvissuti al mese di delirio che comincia l’otto dicembre con la decorazione della casa e finisce il sei gennaio, con il ritrovamento fortuito della calza preparata dal befanesco consorte.

Che non sarebbe stato facile l’avevo capito fin dall’Immacolata, quando il consorte, con il fare vago che lo contraddistingue, mi ha chiesto che tipo di decorazione pensassi di mettere sulla porta.

– Ma nessuna, come al solito. – Ho risposto mentre continuavo ad appendere campanelle all’albero (nelle questioni natalizie ho subìto l’imprinting di La vita è meravigliosa).
– Però sarebbe carino metterci una ghirlanda. – Ha insistito lui.
– Senti, la ghirlanda non è prevista. Non ce l’ho la ghirlanda. Ma poi com’è che all’improvviso ti è venuta ‘sta voglia di ghirlanda?
– No… è che prima sono uscito sul pianerottolo e ho visto che tutti i vicini ne hanno messa una sulla porta. Va be’, ma non preoccuparti… domani ne compro una io dai cinesi.

Ecco, la pressione sociale da una parte, e il terrore dei possibili acquisti asiatici consortili dall’altra, hanno fatto sì che io trascorressi la notte fra l’otto e il nove dicembre in versione elfo di Babbo Natale ricombinato geneticamente con Grace Bonney, per produrre la ghirlanda che vedete ritratta in foto, realizzata con la forza della disperazione, una gruccia di ferro da lavanderia, un po’ di feltro, qualche nastro conservato dai natali precedenti e le mie formidabili forbici con le lame a zigzag.

E questo è stato solo l’inizio. Anche se devo ammettere che tutto ciò che è accaduto dopo l’ho voluto io e soltanto io.

– Senti, ti ricordi che il mese scorso volevo fare la cena del Thanksgiving?
– Ma poi fortunatamente siamo andati a Roma. Sì, lo ricordo.
– Beh, stavo pensando di trasformarla in una festa pre-natalizia.
– Mmmm…
– Aspettiamo che gli amici che vivono fuori tornino a Napoli, e poi li convochiamo tutti. Il ventidue dicembre sarebbe l’ideale.
– E scommetto che hai già fatto una lista degli invitati…
– Siamo una trentina di adulti… e poi ci sono i bambini.
– I bambini!?
– Certo, non è Natale senza bambini.
– E quanti sarebbero questi bambini?
– Mah… credo una ventina…
– Una ventina!?
– …
– Bene, ti ricordo che in casa nostra ci sono esattamente venti posti a sedere, e ho contato anche lo scaletto a due gradini che sta in cucina. Dove le facciamo sedere una cinquantina di persone?
– Beh, magari organizziamo una rotazione…

Così ho cucinato come se non ci fosse un domani tutto ciò che pensavo potesse piacere a dei bambini di età compresa fra i cinque e i quattordici anni, tutto ciò che pensavo potesse intrigare degli adulti per accompagnare un cocktail, e tutto ciò che potesse andare bene a entrambi per un pasto completo, perché l’invito era a partire dalle 18.30, per un aperitivo che poi sarebbe naturalmente evoluto in cena.

Ora, probabilmente il fatto che tutte le mie amiche al momento dell’invito rimanessero sconcertate nell’apprendere che fossero inclusi anche i bambini avrebbe dovuto insospettirmi, ma se fra di voi c’è qualcuno che, come me, ha molto desiderato dei figli senza però riuscire ad averne, potrà capire quanto mi entusiasmasse l’idea di avere per una volta la casa piena di bambini, perciò sono andata dritta per la mia strada… verso l’abisso!

Alle 18.30 del ventidue dicembre fremevo in attesa dell’arrivo degli ospiti. Alle 19.30 mi compiacevo di quanto fossero belli i figli dei miei amici, di come fossimo belli tutti, grandi e piccoli, ancora insieme, ancora con lo stesso piacere, dai tempi del liceo. Alle 20.00 dalla stanza di cui si erano impossessati i bambini proveniva un frastuono terribile che impediva agli adulti di chiacchierare a un volume accettabile. Alle 20.30 l’occhio sinistro del consorte cominciava a chiudersi e aprirsi ritmicamente come quello dell’ispettore Dreyfus, mentre, restando sulla soglia della stanza invasa dai bambini, mi indicava una frugoletta con un maglioncino a righe, delle adorabili treccine bionde e grandi occhi azzurri.

– Quella, quella lì! Come si chiama?
– Emma…
– È una caporione! Li sta scatenando tutti!
– Amore, non esagerare…
– La guerra con i gusci delle noccioline americane l’ha fatta scoppiare lei!
– Ma…
– E anche l’aranciata sul divano l’ha rovesciata lei!
– Non l’ha mica fatto volutamente…
– Sì invece! E lo vedi quel solco nel muro, quella specie di voragine?
– Sì…
– L’hanno fatta lei e quelle altre due pesti (due bambine belle da togliere il fiato, ndr) sbattendo le poltroncine del cinema contro la parete!
– Su, abbi un po’ di pazienza…
– Ma che pazienza! Io voglio un Negroni e un tranquillante!

Così quando verso mezzanotte la casa si è svuotata e abbiamo cominciato a mettere in ordine, a raccogliere i cocci, a ripulire il sangue dei feriti (non è una metafora, i feriti ci sono stati davvero), a constatare che il piede del tavolino del soggiorno era irrimediabilmente rotto, che la copertura del divano andava mandata in lavanderia, la parete stuccata, il telecomando del televisore sostituito perché immerso in una caraffa di aranciata, ho ripensato a uno degli aneddoti cardine della mia infanzia che riguarda Di Grazia, un tappezziere molto celebre e bravo, i cui lavori, fra la fine degli anni ’60 e la fine degli anni ’70, sono stati collocati in quasi ogni casa della Napoli bene.

Era il dicembre del 1971 e finalmente ci eravamo trasferiti nella casa nuova, i cui lavori di ristrutturazione erano durati quasi due anni. La casa era ormai perfetta ed era perciò stato convocato Di Grazia per portare i mobili e montare tende e mantovane. Nella lunga giornata di lavoro, che il tappezziere, da uomo meticoloso qual era, trascorreva curando ogni minimo particolare fino a rendere tutto perfetto, ci furono una serie inenarrabile di incidenti di percorso, causati tutti da mio fratello, che all’epoca aveva sedici mesi ma si era già guadagnato il soprannome di Peste Bubbonica.

Prima s’incantò a guardare a bocca aperta il tappezziere all’opera, e sbavò sul bracciolo del divano rivestito di seta di San Leucio provocando al poveretto un attacco isterico e svariate ore di lavoro in più per rimediare al danno, poi lanciò giù dal balcone la radiolina a transistor che Di Grazia possedeva da più di vent’anni e teneva accesa per avere un po’ di compagnia durante il lavoro, quindi si appese a corpo morto a una tenda appena montata strappandone la parte superiore, e infine lanciò attraverso la stanza una tavoletta di compensato che il pover’uomo usava come supporto al ferro da stiro, colpendo il tappezziere giusto in fronte con conseguente taglio e bitorzolo.

Quando a fine giornata mia madre, mortificata, si scusò ripetutamente per tutto ciò che aveva fatto mio fratello, Di Grazia le disse di non preoccuparsi e le confessò invece di esserle grato.

– Vedete signora, io e mia moglie siamo sposati da dieci anni ma non abbiamo avuto figli. Io tutte le sere torno a casa e prego il Padreterno di farcene avere uno, invece stasera torno a casa e ringrazio il Padreterno per averci risparmiati!

Polpette di friarielli
(per un aperitivo rigorosamente SENZA bambini)

Friarielli
Pane raffermo
Parmigiano
Uova
Aglio
Peperoncino
Pangrattato
Sale
Olio EVO
Olio di arachidi

Signori miei, mi dispiace ma qui di dosi non ce ne sono e bisogna necessariamente andare a occhio come fate, credo e spero, ogni volta che preparate qualsiasi tipo di polpetta. In questo caso si comincia pulendo per bene i friarielli di modo che non sopravviva nessun gambo (ma potete usare anche i broccoli, va bene lo stesso), lavandoli e quindi mettendoli a soffriggere, ancora ben umidi d’acqua, in un tegame con l’olio, l’aglio e il peperoncino. Salate, coprite con un coperchio in modo che i friarielli tirino fuori l’acqua di vegetazione e continuate così per una decina di minuti, quindi scoprite, alzate la fiamma e portate a cottura rosolando la verdura.

Una volta freddi, tritate finemente i friarielli e miscelateli con il pane precedentemente messo in ammollo nell’acqua fredda e strizzato.

 Aggiungete l’uovo (o le uova), il parmigiano grattugiato, e lavorate con le mani fino a ottenere un composto omogeneo. Formate quindi delle polpettine regolari – io per porzionarle uso un dosatore da gelato – e passatele nel pangrattato.

A questo punto potete friggere le polpette in olio d’arachidi fin quando non saranno ben dorate, oppure disporle su una teglia, irrorarle con un filo d’olio, e cuocerle al forno preriscaldato a 180° per una mezz’oretta.

NOTE A MARGINE

Un po’ di tempo fa mi hanno chiesto di scrivere delle favole per un libro della collana Save The Parents, edita da Feltrinelli, che si chiama “100 storie per quando è veramente troppo tardi”. Mi sono divertita molto a farlo, anche se continuavo a chiedermi che senso avessero quei libri. Ho sempre pensato che a dover essere salvati fossero i bambini, non certo i genitori. Beh, dopo la festa del 22 dicembre ho cambiato idea, perciò oggi che è la Befana e sicuramente avrete inondato i vostri pargoli di doni, andate in libreria e il regalo fatelo a voi stessi comprando tutti i libri della collana. Sono sicura che saranno un bel salvavita!

Essa, Iddu e ‘o malamente

Nel luglio del 2009 giunsi alla consapevolezza che, ahimé, per quanto ci si impegnasse, il consorte non avrebbe mai davvero amato la montagna. Ogni volta che io pregustavo con sguardo sognante i giorni che avremmo trascorso a Roccaraso, il suo sguardo diventava un po’ più triste, le labbra si piegavano impercettibilmente in una smorfia amara, mentre con tono appena sarcastico commentava che anche lui non vedeva l’ora. Insomma, la situazione era più grave di quanto avessi pensato e compresi che per evitare una temibile depressione consortile bisognava correre ai ripari e cedere – almeno una volta – al suo desiderio di mare, mare e ancora mare.
Così, in modo anche abbastanza naturale, la scelta della destinazione cadde su Stromboli, isola assiduamente frequentata da tanti dei nostri amici e dove anch’io, una ventina di anni prima, mi ero distinta per alcune simpatiche performance, che molti ancora ricordano (tipo catapultarmi sulla terraferma ancor prima che la nave attraccasse al piccolo molo, spiccando un salto in lungo in stile Fiona May che nessuno – e tantomeno io – mi avrebbe ritenuta in grado di effettuare, perché ero talmente estenuata dalla mareggiata notturna da non resistere un secondo di più sul traghetto senza dare di stomaco).
A meno che non ci si metta in auto e non si punti dritto a Roccaraso, dove la magione è già equipaggiata di tutto il necessario, in casa Gastronomica organizzare una partenza non è mai cosa semplice. C’è da preparare la mia valigia, quella del consorte, quella dei cani – che comprende ciotole, asciugamani, medicine, crocchette, umido e giochi – e quella della biancheria. Poi ci sono la borsa della tecnologia, quella dei libri, quella delle vettovaglie. Insomma, da noi non si parte, si emigra.
Fu così anche quella fatidica estate del 2009, in cui ci ritrovammo sulla nave diretta alle Eolie con tre cani, quattro valigie, una cesta da picnic, la mia migliore amica al seguito (con relativa valigia), una cabina di seconda classe senza bagno e un posto ponte.
Anche solo issare a bordo il nostro piccolo zoo e tutti gli orpelli che ci trascinavamo dietro fu una fatica immane, ma quando finalmente il consorte e Carla riuscirono a infilare tutti i bagagli in cabina – mentre io aspettavo con i cani sul ponte, in una sospetta versione punkabbestia di me stessa -, cominciammo finalmente a rilassarci.
Sistemati sull’ultimo ponte della nave, il più ventilato (e, ahimé, anche il più umido, come scoprii più tardi), consumammo la cena di compleanno del consorte – da me preparata in precedenza e sistemata in un’elegantissima cesta di vimini – che innaffiammo con una bottiglia di champagne gelato destando lo stupore di chiunque ci osservasse, per l’evidente contrasto fra il nostro aspetto un po’ lercio e stazzonato, e la chiccheria della cena a base di finger food di deliziosa fattura. “Stanno pensando che questa cena l’hai rubata”, sentenziò il consorte spostandosi all’altra estremità della panca, lontano da me, per evitare di essere accusato di complicità nel misfatto.
Due ore dopo eravamo pronti per andare a dormire. E cominciarono le discussioni per chi dovesse sistemarsi in cabina e chi dovesse rimanere sul ponte, con i cani.
Ora, credo che tante fra voi, gentili signore, condivideranno il mio pensiero: molto meglio dormire scomodi, o non dormire affatto, badare ai cani e prendere l’umido, che doversi sorbire per tutta la vacanza le lamentele del consorte che in un impeto di galanteria si era offerto di restare all’addiaccio, ma avrebbe di sicuro poi accusato raffreddori, nevriti, dolori reumatici e forse anche il gomito del tennista e il ginocchio della lavandaia.
Così, affidati a lui tutti i mei beni e ottenuti in cambio un materassino e una coperta presa in prestito dalla cabina, lo spedii a dormire con Carla e mi sistemai sul ponte, circondata dai cani, a cui avevamo già somministrato un tranquillante alle erbe a scopo cautelativo, ma che tenevo comunque al guinzaglio.
Mi accingevo a raggomitolarmi sotto la coperta e sprofondare quantomeno in una sorta di dormiveglia, quando da un sacco a pelo sistemato su una panca poco distante emerse un ragazzotto sui vent’anni.
– Signora, lo sa che qui i cani non ci possono stare?
– Guardi, i cani non possono stare nelle aree all’interno, ma qui è consentito tenerli.
– Però dovrebbero avere le museruole.
– Ha ragione. Però vede, i miei cani sono anziani, sono buonissimi, sono stati sedati e li tengo anche al guinzaglio. Le assicuro che non ha nulla da temere.
– Signora, io invece temo. E se lei si addormenta, rilassa le articolazioni, i guinzagli le sfuggono di mano, i cani scappano e vengono a mordermi?
– La vedo difficile dato che ho infilato i guinzagli intorno al polso. E comunque ho il sonno leggerissimo, mi sveglierei.
– E se invece non dovesse svegliarsi? Lei deve andasene da qui, si cerchi un altro posto.
– Io non mi cerco un bel niente. È lei che ha paura, si sposti lei.
Nel frattempo intorno a noi si era formata una piccola folla che seguiva il dibattito voltando la testa a destra e sinistra neanche stesse assistendo a una partita di tennis sul campo centrale di Wimbledon, e la cosa finì con l’attirare l’attenzione di un ufficiale di bordo, che venne a chiedere cosa stesse succedendo.
Il ragazzotto espose il caso con una dovizia di particolari degna di Se voi foste il giudice, e finì col convincere l’ufficiale a farmi sloggiare. Questi mi si rivolse con garbo, spiegandomi che effettivamente i cani non avevano la museruola e visto che il signore aveva paura… 
Io però non lo lascia finire e, infervorandomi, chiarii che le museruole c’erano, ma erano nel bagaglio che avevo affidato a mio marito, che era in una cabina di cui ignoravo il numero, in compagnia della mia migliore amica. Io invece ero lì, costretta a dormire a terra per badare ai cani – di cui una afflitta da sindrome abbandonica, uno epilettico e l’altra cieca -, troppo malridotti per essere sistemati nelle gabbie in stiva. Quello che potevo fare per rendere più sereno il giovanotto, era legarmi i guinzagli dei cani alla cinta della gonna, di modo da non correre il rischio che si allontanassero, ma di spostarmi non ne avevo alcuna intenzione, anche perché – rivelai scansando la coperta con un gesto a effetto – ero una grande obesa e, anche solo per alzarmi, avrei fatto una faticaccia che poteva rivelarsi fatale.
L’ufficiale, che aveva accompagnato ogni mia singola frase con un “ah-ah” fra lo stupito e l’indignato, mi guardò per un attimo senza parlare, poi se dette una bella scossa e si rivolse al mio vicino con fare risoluto. 
– Giovanotto, se proprio non sopporta queste tre bestiole mansuete, prenda la sua roba e vada da un’altra parte. Mi sembra che con il marito e le amiche che si ritrova, la signora abbia già sofferto abbastanza!
Dato che il buongiorno si vede dal mattino, non vi sorprenderà sapere che quella vacanza non solo si rivelò disastrosa, ma ebbe anche il deleterio effetto collaterale di provocare nel consorte un violentissimo innamoramento per Stromboli, che da allora considera suo buen retiro, tanto che – in solitudine – ci è andato nel 2010, nel 2011 e anche nel 2012.
Quest’estate però si è imposto, e mi ha costretto a seguirlo, stavolta senza cani, senza ceste da picnic, con solo un bagaglio minuscolo di facile trasporto e soprattutto dopo essersi assicurato una cabina di prima classe con bagno. 
Devo ammettere che la vacanza è andata molto meglio di quella precedente, e riconosco che Stromboli – con Iddu che ti ricorda costantemente la sua presenza con brontolii e getti di lava, con il nero delle rive che contrasta con il blu profondo del mare, con le sue bouganville multicolore, i suoi ibiscus, gli innumerevoli fichi che ombreggiano i viottoli e dai cui rami puoi cogliere senza sforzo i frutti e gustarli tiepidi mentre vai a mare – continua ad avere un grande fascino. Ma purtroppo ormai è molto diversa dall’isola della mia adolescenza, o forse sono molto diversa io.
Perciò se non ci siete mai stati e volete andarci, andateci ora. 
Andateci ora che il caldo non è più insopportabile, che le spiagge non sono affollate, che l’acqua è cristallina e senza meduse, che non è invasa dai napoletani, che non è tanto cara da farvi compromettere il conto in banca, che potrete godervi il silenzio e i tramonti con lo Strombolicchio che si tinge di rosa.
Per quanto mi riguarda, dopo essermi ustionata i piedi sulla sabbia rovente, essere stata urticata dalle meduse, aver fatto da esca a tutte le zanzare dell’isola, e aver passato la maggior parte del tempo a tergermi il sudore, ho deciso che l’anno prossimo andremo sulle Dolomiti.
Il consorte dovrà farsene una ragione.
L’ultima foto immortala le mitiche melanzane a scarponciello dell’altrettanto mitica zia Pia (che non è mia zia ma è come se lo fosse) che – vai a capire perché – hanno fatto venire al consorte la smania per le melanzane sott’olio.
– Bene, da quanti anni non me le fai?
– Perché sono un po’ scoccianti.
– Non possono essere più scoccianti della marmellata di limoni.
– Mmmmm
– E nemmeno del nocillo.
– Non ne sono convinta.
– Bene, se hai fatto la marmellata di rosa canina puoi fare pure le melanzane sott’olio!
– …
MELANZANE SOTT’OLIO
Melanzane
Aceto
Olio
Aglio
Origano
Peperoncino
Sale
Confesso di aver fatto un po’ la difficile, perché fare le melanzane sott’olio in fondo non è poi questa gran seccatura e il consorte ha ragione quando sostiene che mi sono cimentata in imprese ben più complicate. In realtà bastano qualche piccolo accorgimento e qualche trucco per cavarsela senza grande sforzo.
Naturalmente è inutile dare dosi precise ma, giusto per darvi un’idea, io con 6 chili di melanzane ho riempito due barattoli da un litro e questo barattolo piccolo, che avrà sì e no 250 ml di capacità.
Si procede così: si sbucciano le melanzane, si tagliano a fette doppie un paio di centimetri e quindi a strisce di un paio di centimetri di larghezza. Man mano che le tagliate, sistemate le melanzane in uno scolapasta, salatele e poi copritele con un piatto che contenga dei pesi, in modo che siano ben pressate.
Trascorse ventiquattr’ore, togliete i pesi, munitevi di uno schiacciapatate, infilateci le melanzane – poche per volta, c’è bisogno di dirlo? – e pressatele bene per privarle dell’acqua di vegetazione. Intanto in una pentola capiente mettete a bollire acqua e aceto bianco in ugual quantità. Quando l’acqua sarà arrivata a bollore, gettateci le melanzane (occhio, devono avere spazio perciò magari ripetete l’operazione più volte ma non comprimetele), fatele bollire per un minuto, quindi scolatele con una schiumarola e via di nuovo nello schiacciapatate per una nuova strizzatina e una nuova perdita di liquidi.
A questo punto mettete le melanzane ad asciugare ben stese su un canovaccio pulito, sterilizzate i barattoli (potete bollirli o sterilizzarli per 30 minuti in forno a 130°), quindi disponete le melanzane nei vasi facendo un primo strato di verdura, unendo peperoncino, aglio e origano secondo il vostro gusto e poi coprendo con olio, per poi ricominciare con lo strato successivo (in questo modo eviterete che si formino le bolle d’aria).
Quando avrete riempito tutto il barattolo, potrete finalmente pressare le melanzane e, nel caso avanzasse spazio, aggiungerne delle altre. Fermatevi a un paio di centimetri dalla strozzatura del barattolo, e assicuratevi che le melanzane siano coperte da un bel dito d’olio.
Procedete quindi a una seconda sterilizzazione, mettendo i barattoli in acqua fredda, avvolti in un canovaccio, portando poi ad ebollizione e tenendoli sul fuoco per 30 minuti e facendoli poi raffreddare nell’acqua.
Come avete visto il procedimento è abbastanza semplice – sempre a patto che si possegga un salvifico schiacciapatate.
La cosa ben più complicata è invece armarsi di santa pazienza e aspettare che trascorrano i canonici quindici giorni per poterle finalmente assaggiare.
Come il consorte ben sa.

Maya e poi Maya

Piccola dichiarazione d’intenti per l’anno a venire, nel caso la profezia non s’avveri
Confesso che i bilanci di fine anno e i propositi per quello nuovo mi hanno sempre messa a disagio. Nel farli ho spesso provato lo stesso misto di inadeguatezza/speranza/senso di colpa/desiderio di rivalsa che mi sopraffaceva tutte le volte che andavo a controllo dal dietologo e, spogliata perfino degli orecchini pur di non peggiorare ulteriormente la situazione, mi accingevo a salire sulla mia rivale di sempre: la pesapersone.
Non credo di essere l’unica, in questi frangenti, a guardare al passato con un occhio assai poco indulgente e ad auspicare a un futuro più virtuoso fissando una serie di obiettivi talmente rigorosi da essere irrimediabilmente destinati a fallire, in una sorta di profezia che si auto determina.
Mmm… nell’arco dell’anno prossimo voglio perdere 50 chili (4 chili al mese mi sembrano un obiettivo ragionevole, sì sì… 4 per 12 fa 48… magari con un po’ di esercizio fisico i 50 li portiamo a casa)… voglio mettere da parte un tot al mese per iscrivermi di nuovo all’università e finalmente laurearmi (in fondo soffro d’insonnia, no? Invece di smanettare come un’idiota su facebook potrei mettermi a studiare… forse sarebbe perfino rilassante… beh, speriamo non troppo… non vorrei che mi venisse il sonno!)… voglio finalmente mettere a punto un sistema per la gestione della casa che mi consenta di non dover passare tutti i santi week-end a fare le grandi pulizie (basterebbe che mi svegliassi mezz’ora prima la mattina… che ci vuole… un giorno vado di aspirapolvere, un giorno vado di mocho, un altro lavo i vetri… alla fine si trasformerà in un gioco da ragazzi!).
Bene, d’ora in poi si cambia musica. L’anno prossimo – sempre Maya permettendo – cercherò di mettere a tacere il senso del dovere e penserò a fare solo ciò che effettivamente mi procura piacere, è questo il mio unico proposito.
Per prima cosa bandirò dalla mia vita il parrucchiere. Voglio che i miei capelli crescano liberi e ribelli, voglio che si riempiano di doppie punte. Voglio che mi avviluppino le spalle, che mi trasformino in una pitonessa. Voglio che fra le loro ciocche si perdano i fermagli e le matite, voglio che tornino alla loro antica natura preraffaellita.
Voglio leggere senza essere interrotta, staccando il telefono, spegnendo la radio. Voglio leggere acciambellata sul divano, stesa a pancia in giù sul letto sporgendomi quanto basta per voltare le pagine del libro poggiato sul pavimento. Voglio leggere fino a perdermi, fino a dimenticare che il sole tramonta, fermandomi solo quando le parole impresse sulla carta diventano segni indistinti.
Voglio cantare come quando ero ragazza e ogni luogo che avesse una bella acustica mi spingeva a intonare una melodia. Voglio cantare nella tromba delle scale, voglio cantare con le labbra a pochi centimetri dalle mattonelle della cabina doccia, voglio cantare nel tempio di Mercurio a Baia, nella grotta del giardino segreto a Palazzo Te.
Voglio di nuovo la mia Renault 4. Voglio montare in auto e andare, con quello stesso brivido che a diciotto anni mi faceva pensare di essere libera, di poter raggiungere la mia meta, ma anche di poter proseguire il cammino su strade ignote fin quando avessi avuto abbastanza benzina.
Voglio il fornello acceso e la porta di casa sempre aperta agli amici. Voglio cene squisite e vino buono, musica a basso volume e chiacchiere fino a notte fonda, poco importa se il giorno dopo bisogna alzarsi presto per andare a lavorare.
Voglio pensare al futuro come lo pensavo anni fa, quando sembrava che la vita fosse ancora tutta da venire. Voglio fare progetti folli, voglio rischiare, voglio smettere di essere cauta.
Voglio ridere.
E voglio un anno strepitoso.
ZUPPETTA DI FAGIOLI E SCAROLE
per due persone
2 cespi di scarola liscia
500 g di fagioli cannellini lessati
1 spicchio d’aglio
4 cucchiai d’olio
sale
Voglio mangiare almeno una volta alla settimana una cosa che mi piaccia, senza preoccuparmi del fatto che mi faccia male. Ecco, questa è l’ultima cosa che mi ripropongo per l’anno nuovo. L’avete letto, i miei desideri sono semplici e semplice è anche questa ricetta, che tuttavia per la mia colecisti imbizzarrita rappresenta una bella sfida.
Lavate a lungo la scarola, o almeno lavatela fin quando non sarete certi di aver eliminato tutto il terreno. Private quindi i cespi delle foglie esterne, più verdi e coriacee e – usando esclusivamente le mani – spezzate le foglie chiare in due o tre pezzi. Mettete quindi la scarola, ancora ben umida, in una pentola che la contenga, aggiungete il sale, chiudete con il coperchio e lasciatela cuocere a fuoco dolce avendo cura di girarla di tanto in tanto. Quando la scarola avrà tirato fuori l’acqua di vegetazione e si sarà ammorbidita, aggiungete lo spicchio d’aglio, l’olio, i fagioli lessati e – se necessario – un paio di mestoli della loro acqua di cottura. Lasciate cuocere ancora per una ventina di minuti quindi servite la zuppa accompagnata da una bella fetta di pane per ogni commensale.
Sono stata una bambina strana. Alle feste dei miei compagni di classe venivo presa dal panico quando le mamme mi propinavano polpettone e patate fritte, che odiavo. Ma quando a casa della nonna venivo accolta dal profumo di fagioli e scarole, sentivo che tutto sarebbe andato a posto.
Ne sono sicura, tutto andrà a posto.

Allarme rosso

Sono reduce da una conversazione surreale con la mia amica Circe (indefessa commentatrice di questo blog) che vive a più di mille chilometri da dove vivo io e da almeno un anno è sprovvista di una linea telefonica fissa a causa di una controversia con fastweb di cui io, ma scommetto anche lei, continuo a capire ben poco. 
La consapevolezza di avere una naturale propensione alla chiacchiera ci induce a essere prudenti e a ridurre al minimo l’uso del cellulare così, pur di parlarci, ritorniamo entrambe adolescenti – il che non è male visto che abbiamo superato i quaranta – e ci ritroviamo a scroccare telefonate in giro ogni volta che se ne presenta l’occasione.
L’occasione non si è presentata per un bel po’, perciò stasera siamo passate al piano B, ovvero la chiamata su skype (ma senza video perché lei, non avendo linea fissa, non ha neanche una connessione decente e si affida a una chiavetta farlocca che viaggia alla velocità di un bradipo narcotizzato). 
Siamo state particolarmente fortunate e quindi, oltre a non vederci, stasera non ci sentivamo neanche, ma a sprazzi, con un discreto delay e una spaventosa eco che rendeva il tutto più minaccioso, io percepivo le sue urla: “Ma perché non aggiorni il blog? Ti sei stufata? Eh, ti sei stufata?”.
ALLARME ROSSO! Se lei, che mi conosce meglio delle sue tasche, pensa che possa essermi stufata, cosa penserete voi, che mi conoscete da così poco, di questa mia prolungata latitanza? Nonostante stessi andando a dormire, ho deciso di correre subito ai ripari e darvi mie notizie di modo da tranquillizzare sia voi che la cara Circe.
Che questo blog abbia un ritmo lento in contrapposizione a quello frenetico del mio lavoro, ormai l’avrete capito tutti, ma cinque settimane senza che venga pubblicata neanche una riga possono far sorgere qualche perplessità. Non temete, non mi sono stufata. Mi sono ammalata. 
L’untore è stato – come forse immaginerete – il consorte. Colpito da un blando virus intestinale che gli ha procurato una modesta alterazione della temperatura, una seduta extra in bagno e dopo ventiquattrore era bello e che andato, il prode è riuscito a modificare geneticamente il suddetto e passarmelo in una forma molto molto più cattiva. 
Il suo 37 e mezzo latente è diventato il mio 39 inamovibile, la sua seduta extra in bagno è diventata per me una lunghissima e ininterrotta permanenza e – che premura da parte sua! – il consorte mi ha fornita anche di una simpatica collezione di malesseri secondari che lui non aveva avuto affatto: nausea, capogiri, dolori articolari, mal di testa e, vai a capire perché, un occhio gonfio.
Fortunatamente il peggio è passato e prometto che cercherò di recuperare il tempo perduto, nel frattempo – e prima che sia troppo tardi – eccovi una ricetta veloce, sana e dietetica, da realizzare prima che la primavera cominci a inoltrarsi troppo.
VELLUTATA DI CAVOLFIORE
Se siete a dieta, mangiatela tutta voi senza dividerla con nessuno. Potete farlo.
1 cavolfiore
3 foglie di alloro
sale e pepe
1 frullatore a immersione
No, non è un refuso, il frullatore a immersione compare fra gli ingredienti perché è essenziale per questa ricetta almeno quanto il cavolfiore, perciò se non ce l’avete desistete subito. A parte questo, credo che chiunque riuscirebbe a portare a casa un buon risultato, anche se preparasse questa vellutata con il piede sinistro.
Riempite una pentola d’acqua fredda e immergetevi il cavolfiore con le foglie d’alloro. Portate a bollore e lasciate cuocere finché il cavolfiore non sarà ben mordido, anzi quasi sfatto. A questo punto trasferitelo in un’altra pentola, rompetelo un po’ con una forchetta e poi cominciate a lavorarlo con il frullatore a immersione, aggiungendo a filo l’acqua di cottura. Quando avrete raggiunto la consistenza che più vi aggrada, salate e pepate.
Et voilà, il gioco è fatto.

Salvavita

Quando sono stanca, sfiduciata, avvilita, impaurita, preoccupata, angosciata, scontenta o semplicemente triste, c’è una sola cosa capace di farmi cambiare umore: guardare La banda degli onesti.
Probabilmente con questa dichiarazione mi sono giocata gli ultimi scampoli di credibilità, ma non importa. Sono arrivata alla consapevolezza che questo film sia l’antidoto perfetto, la panacea contro tutti i mali, dopo lunghissima sperimentazione, e sono sicura di ciò che dico.
Per alcuni anni il mio salvavita è stato Victor Victoria. Divertente, acuto e accurato come solo i film diretti con il tocco felice di Blake Edwards sanno esserlo. Lo vedevo tutte le volte che non riuscivo a dormire perché era rasserenante sapere che, anche quando va tutto davvero male, spesso basta guardare le cose da una prospettiva diversa per volgerle a proprio favore. 
Poi è stato il turno di Una donna in carriera. Così meravigliosamente anni ’80 con tutti quei capelli cotonati, le sneakers messe sotto il tailleur per dirigersi in ufficio con passo più deciso e scattante, e le spalline da giocatore di football americano. Lo vedevo per farmi coraggio perché è l’apoteosi del “se ci credi, puoi farcela”, nonostante il finale un po’ amaro con quell’inquadratura del grattacielo in cui la finestrella dell’ufficio di Tess McGill è solo una fra le tante.
Poi, in ordine sparso, Harry ti presento Sally, C’è posta per te (anche se preferisco infinitamente l’originale), Il favoloso mondo di Amélie… ma nessuno di loro ha il potere placante de La banda degli onesti, e vi spiego subito il perché.
A differenza di tutti gli altri che ho citato, La banda degli onesti – pur facendo ridere di gusto – non è un film che fa sognare, anzi è un film che ti tiene bene ancorato alla realtà. Una realtà concreta, dove si tira avanti fra mille difficoltà, dove si fatica ad arrivare a fine mese e i bambini, per farli svagare, si mandano a seguire un corteo funebre, dove c’è sempre in agguato dietro l’angolo qualcuno pronto a farti le scarpe, dove – sempre a proposito di scarpe – la felicità è poterne aveve un paio nuovo, dove mangiare spaghetti con le vongole e carne alla pizzaiuola è un vero lusso, dove l’unica cosa davvero irrinunciabile è la dignità.
Guardando questo film meraviglioso, si respira quella che immagino fosse la reale atmosfera degli anni ’50 dove, seppure a fatica, si cercava di ricominciare, e soprattutto c’era – fortissima – la sensazione che il peggio fosse passato. Perciò adoro questo film, perché nonostante Bordini e Stocchetti voglia dire cambialetti, nonostante l’intimo di sfratto, nonostante il ragioniere Casoria, nonostante i tre eroi finiscano con l’essere più poveri di prima, il peggio è passato.
Auguro a tutti voi un 2012 migliore del 2011.
Il peggio è passato.
PATATE RIPIENE DI BROCCOLETTI
Per 4 persone
8 patate medie
500 g di broccoli baresi puliti
50 g di acciughe sott’olio
100 g di parmigiano grattugiato
un cucchiaio di aceto
una mangiata di uva passa
una manciata di pinoli
1  spicchio d’aglio
2 foglie d’alloro
sale e olio EVO
In omaggio al povero Giuseppe Lo Turco, vittima dell’ineffabile Antonio Buonocore, spero con questa ricetta di sfatare, una volta per tutte, il mito che la carne alla pizzaiuola sia più appetitosa di broccoletti e patate.
Sbucciate le patate e poi, se come me siete un po’ folli e maniacali, dotatevi di una bella pietra pomice sintetica e levigatele fino a eliminare ogni asperità.
A questo punto armatevi di uno scavino e rimuovete la parte centrale della patata fino a creare una sorta di barchetta (potete utilizzare gli scarti per fare una qualsiasi vellutata).
Lessate le barchette in abbondante acqua bollente acidulata con l’aceto, salata e profumata con due foglie d’alloro, per 15 minuti.
Scolate le patate quando sono ancora al dente, ungetele per bene sia internamente che esternamente con l’olio, e tenetele da parte. Intanto preparate i broccoletti lessandoli e poi ripassandoli in una padella dove avrete fatto rosolare l’aglio in tre cucchiai d’olio e disciolto le acciughe. Aggiungete l’uva passa e i pinoli, poi spegnete la fiamma e mantecate con tre quarti del parmigiano grattugiato un po’ doppietto.
Farcite le patate con i broccoletti, sistematele in una pirofila, cospargetele con il restante parmigiano e infornatele a 180° per una quarantina di minuti.
Servitele calde ma senza rischiare l’ustione.

Blog su WordPress.com.