Piccoli piaceri

Sono andata a comprare questo libro durante la mia pausa pranzo, il giorno stesso in cui è uscito. In questo periodo sono talmente impegnata che non avevo captato nessuna voce di corridoio sulla sua pubblicazione, così leggere il post di Sabrine d’Aubergine in cui se ne annunciava l’arrivo in libreria mi ha sorpresa e riempita di gioia.
Sono una fan della prima ora di Madame d’Aubergine, ma negli anni il mio affetto per lei è cresciuto a dismisura. Amo Sabrine perché è una donna garbata, che non ha mai una caduta di stile, una portatrice sana di buongusto – definizione coniata dal consorte quando ci frequentavamo da qualche settimana, e con la quale mi conquistò definitivamente -, ma soprattutto perché è autentica.
Sabrine non ha aperto un blog per partecipare ai contest o per ricevere a casa pacchi dono zeppi di patatine fritte. Per fare le foto non ha dovuto attrezzarsi con fondali in legno che simulassero tavoli segnati dal tempo, o comprare un corredo di piatti, ciotole e posate ad hoc. La bellezza delle sue foto non è mai quella un po’ artefatta del set fotografico, e le sue ricette sono prive dello spirito modaiolo che invece pervade molte di quelle che si trovano adesso in rete. Se si ha uno sguardo attento e un po’ allenato, si comprende in modo molto chiaro che quello che s’intravede nei suoi post è proprio il suo mondo, che il tavolo è quello di casa, che le posate sono quelle prese dal cassetto, che gli stampi, le pentole, le teglie, sono quelli che usa tutti i giorni per preparare il pranzo alla sua famiglia. 
Affacciarsi nel blog di Sabrine, almeno per me, è come andare a fare due chiacchiere a casa di un’amica che ti offre il tè e uno scone, e intanto ti racconta della sua giornata, dell’ennesima avventura con i muratori, i pittori, gli idraulici. Oppure ti spiega che quegli scone che tu hai trovato meravigliosi li ha imparati da Brenda, durante una delle estati trascorse in Inghilterra. È rilassante, divertente, e ti riconcilia con il mondo. E mentre sei lì – proprio perché percepisci che è tutto vero – ti chiedi come faccia Sabrine ad avere sempre tutto sotto controllo, la casa in ordine, la brioche che lievita accanto al termosifone, il lavoro che procede preciso secondo la tabella di marcia, pur senza trasformarsi in una Bree Van de Kamp che ti provoca un’ansia da prestazione più devastante di un’orticaria. 
E lo stesso accade con il libro che è proprio un libro libro, non un semplice ricettario. Ci sono le ricette, sì, sempre perfette e corredate di piccoli suggerimenti che ne garantiscono la riuscita, ma ci sono anche decine di storie, decine di personaggi, di ricordi, narrate con una grazia che ammalia. Per me, sceneggiatrice attempata vittima di insonnia cronica intervallata da improvvisi tracolli narcolettici, l’arrivo del libro di Madame d’Aubergine è stata una benedizione. Posso sfogliarlo a letto o raggomitolata sul divano, senza la paura che cadendomi di mano si rompa, cosa che invece è successa tante volte al mio iPad, franato al suolo mentre leggevo i post su Fragole a merenda.   
Insomma, l’ho già scritto su facebook, se volete garantirvi molte ore di puro piacere e una gran quantità di ricette deliziose per colazioni, merende e spuntini, comprare questo libro è un imperativo assoluto. Quanto a me, assidua esecutrice delle ricette di Sabrine, mi congedo con una preparazione che non è presente nel libro, ma è perfetta per una cena a due organizzata all’ultimo momento, in una sera autunnale in cui tira vento e si ha bisogno di coccole.
Vellutata di topinambur con carciofi croccanti
500 g di topinambur 
150 g di patate
2 carciofi
1 scalogno
2 bicchieri di latte
2 cucchiai d’olio 
sale e pepe
Io e i topinambur ci siamo conosciuti una ventina di anni fa, quando abitavo a Torino. Me ne sono innamorata fin dal primo assaggio, durante un’indimenticabile cena a base di bagna càuda nello Spazione della Holden, e da allora rientrano nell’olimpo dei miei ingredienti del cuore. Quando sono tornata a vivere a Napoli, lasciando per sempre la mia minuscola casetta in piazza Cavour, fra i tanti rimpianti c’era anche quello di non poter più mangiare i topinambur, all’epoca introvabili nella mia città. Fortunatamente il tempo è passato, il mondo è diventato più piccolo e adesso i topinambur si trovano anche qui in qualsiasi supermercato. Se non li avete mai assaggiati vi consiglio di farlo, rimarrete affascinati dal loro sapore delicato che ricorda vagamente il carciofo, e la vostra salute ne avrà grandi benefici visto che sono ricchi di inulina e aiutano ad abbassare sia la glicemia che il colesterolo. Ma veniamo alla preparazione.
Sabrine dice di sbucciare i topinambur, le patate e lo scalogno, di tagliare tutto in fettine sottili da sistemare poi in una pentola, coperti a filo con l’acqua. Io ho fatto qualche piccola variazione. Ho infatti rosolato lo scalogno in un filo d’olio, poi ho aggiunto topinambur e patate, salato, e coperto a filo con il latte. Ho portato a bollore e cotto fino a quando le verdure non si sono ammorbidite. Nel frattempo ho pulito i carciofi – senza pietà, eliminando quasi i due terzi delle foglie e tagliandoli al massimo a 4 cm dal gambo -, li ho tagliati a metà e poi a fettine e li ho saltati nell’olio fino a farli diventare croccanti. Una volta cotte le verdure, ho frullato con il minipimer aggiungendo ancora tanto latte quanto necessario a raggiungere la consistenza di una crema abbastanza densa. Ho servito in una ciotola con un filo d’olio, una bella macinata di pepe nero e i carciofi, sistemati in un bel mucchietto centrale. Provate anche voi, vi garantisco che non ve ne pentirete.

Un uomo per tutti gli sport

Mio padre da giovane è stato un atleta.

Lo so, detta così non sembra una rivelazione fondamentale, di quelle che ti cambiano la vita. Eppure a me la vita l’ha cambiata, perché mio padre ha praticato un numero incredibile di sport, ha eccelso quasi in tutti, e ha desiderato più di ogni altra cosa che noi figli seguissimo il suo esempio.

Papà è stato nuotatore, pallanuotista, canottiere, velista, ciclista, sciatore. Ha giocato a calcio, a tennis, a pallavolo, a golf. E sono sicura che, nonostante il lungo elenco, sto dimenticando qualcosa.
Mio padre ha passato la vita ad allenarsi. Ogni luogo e ogni momento erano buoni per fare un po’ di preparazione atletica in vista di una gara. Nella primavera del 1971, dopo poco più di tre anni di matrimonio e con due figli piccoli, di cui uno praticamente in fasce, i miei andarono vicinissimi al divorzio perché mio padre aveva preso l’abitudine di allenarsi per gli europei di vela tenendo in braccio mio fratello, e usandolo come zavorra mentre faceva i piegamenti sulle gambe.

Quando papà partì, mamma scoprì che non c’era verso di far addormentare il pargolo cullandolo amorevolmente fra le braccia, e dovette affrontare quindici giorni di pianti disperati del suddetto, nonché tremendi dolori muscolari dovuti all’improvvisa ginnastica a cui suo malgrado era stata costretta pur di placarlo (conditi da solenni improperi rivolti a mio padre).

Per papà l’importante non è mai stato partecipare. L’unica cosa che davvero conta per lui è vincere, e avrebbe voluto che per noi fosse altrettanto. Volete sapere qual è uno dei ricordi più traumatici della mia infanzia? La gara che concludeva il corso di sci con il quale – credo a sette anni – avevo conseguito la seconda stellina d’argento.

Al cancelletto di partenza improvvisato, mentre aspettavamo che il bambino precedente finisse la discesa, papà mi fece un discorso motivazionale al cui confronto quello di un allenatore della Germania Est sarebbe sembrato incredibilmente sdolcinato. Dopodiché pretese che mi levassi il piumino, che a suo dire mi avrebbe rallentata perché troppo poco aerodinamico, e al suono del fischietto mi incitò con un rabbioso “Spacca tuttoooo!”.

Inutile dire che ero talmente terrorizzata che l’unica cosa che riuscii a spaccare fu la mia fronte. A metà gara infatti infilai con lo sci uno dei paletti dello slalom, che mi andò a sbattere in faccia procurandomi un bel taglio, caddi, e siccome ero senza giacca a vento (non vi dico che beneficio ne aveva tratto l’aerodinamica!) m’inzuppai completamente il maglione e mi beccai una bella febbre.

Sempre costretta da mio padre, nel mio piccolo anch’io ho nuotato, sciato, giocato a tennis e a pallavolo. Ma l’ho fatto con un’ansia da prestazione così smisurata che, nonostante i miei sforzi, non sono riuscita a portare a casa neanche un premio di consolazione.

Insomma, grazie alle smanie agonistiche di mio padre, ancora oggi, a quarantaquattro anni suonati, mi ritrovo ad avere una tale paura di vincere e una tale convinzione che per quanti sforzi io faccia finirò col perdere proprio allo scadere della gara, da essere arrivata a pensare che la cosa migliore sia sottrarsi alla competizione, e risparmiare la fatica.

Rimango una donna competitiva, quello sì, ma sono competitiva sulle cose stupide, quelle di cui non m’importa veramente, che so, le partire a Ruzzle, le sfide a Trivial femmine contro maschi, o il burraco.

Per il resto passo la mano, dopotutto mio padre ha vinto così tanto che di trofei in casa bastano i suoi.

VELLUTATA DI PANE DI MATERA CON POLIPO ARROSTO, POMODORI CARAMELLATI E CECI NERI DI POMARICO FRITTI
Per 4 persone
200 g di pane di Matera
Un polipo da 1 kg
Un pugnetto di ceci neri di Pomarico
12 pomodori datterino
Una costa di sedano
Una carota
Una cipolla
2 spicchi d’aglio
Un peperoncino
Un pizzico di peperoncino in polvere
La scorza si 1 limone
Qualche rametto di timo limone
Sale
Zucchero
Olio di arachidi
Olio EVO bio Tenute Zagarella

Questa lunga premessa sui miei traumi infantili, serviva solo a spiegare per quale motivo io non abbia mai partecipato ad alcuno dei tanti contest di cui pure pullula la blogosfera. Ma siccome ogni regola ha un’eccezione, il mio fermo proposito è andato a farsi benedire davanti a IoChef, concorso sulla cucina lucana organizzato nell’ambito del XVII Congresso Nazionale della Federazione Italiana Cuochi in collaborazione con Teresa De Masi, che con il suo blog Scatti Golosi è partner dell’evento, e di cui potete leggere tutti i particolari cliccando sul banner qui di seguito.

E ora veniamo alla ricetta.

Si parte dal giorno prima mettendo a bagno per 24 ore i ceci neri di Pomarico in una ciotola con abbondante acqua tiepida che cambierete almeno quattro volte. Dopo aver compiuto questa operazione, scolate i ceci e metteteli ad asciugare su un canovaccio pulito, meglio se al sole.

A questo punto riempite d’acqua una pentola abbastanza grande da contenere agevolemente il polipo (che avrete sfibrato a dovere percuotendolo ripetutamente), aggiungeteci la costa di sedano, la carota e la cipolla, e portate a bollore.

Quando il brodo avrà bollito per qualche minuto, immergetevi il polipo tenendolo per la testa e tuffandolo cinque o sei volte nell’acqua in modo da far arricciare bene i tentacoli, quindi mettetelo definitivamente nella pentola e lasciatelo cuocere fin quando non sarà della consistenza giusta – né troppo morbido, né troppo calloso – quindi lasciatelo raffreddare nel suo stesso brodo, che poi terrete da parte.

Quando il polipo si sarà intiepidito, tagliate i tentacoli (usate il resto per preparare un’insalata), metteli in una ciotola, regolateli di sale e conditeli con olio evo, peperoncino, la scorza del limone tagliata a julienne, e lasciate riposare.

Nel frattempo tagliate in due i pomodori datterino, salatene la parte interna e metteteli in uno scolapasta in modo che perdano parte dell’acqua di vegetazione.

Passiamo ai ceci la cui cottura, vi avviso, richiede ESTREMA CAUTELA! I ceci vanno infatti fritti in olio di arachidi profondo, meglio se in un pentolino dai bordi alti. Nonostante questo, quando i miei erano in cottura da poco meno di un minuto, hanno cominciato a schizzare via dalla pentola neanche fossero popcorn. Vi consiglio perciò vivamente di usare un coperchio, o un paraschizzi, e di tenere a portata di mano un rimedio per le ustioni (io alla fine ero ricoperta di chiazze di dentifricio a tal punto da sembrare un quadro di Jackson Pollock). Dopo circa cinque minuti di cottura, scolate i ceci, lasciateli asciugare su un foglio di carta paglia e conditeli con sale e un pizzico di peperoncino in polvere.

Per la vellutata di pane, tagliate il pane a cubetti e fatelo rosolare in 3 cucchiai d’olio insieme agli spicchi d’aglio. Quando il tutto sarà ben dorato, aggiungete un litro di brodo di polipo, portate a piccolo bollore, fate cuocere per 20 minuti, quindi omogeneizzate con un frullatore a immersione e regolate di sale.

Condite i pomodori con un filo d’olio, spolverizzatene la parte del taglio con dello zucchero, grigliateli velocemente su una piastra e teneteli da parte.

Su un’altra piastra, rovente, grigliate i tentacoli del polipo bagnandoli spesso con l’olio contenuto nella ciotola in cui li avete conditi.

Servite la vellutata impiattandola come nella foto, usando qualche fogliolina di timo limone e le zeste del limone come piccola guarnizione e aggiungendo un filo d’olio a crudo.

Per chi si fosse impietosito a causa delle angherie (esagero) a cui mi sottoponeva mio padre, sappiate che qualche anno dopo ebbi la mia vendetta.

Pur di non ricevere da lui alcun suggerimento in materia, m’iscrissi a un corso di pattinaggio artistico, sport che non aveva mai praticato. La cosa fece nascere in papà un tale desiderio di emulazione, pur di primeggiare anche in quella disciplina, che mi chiese di dargli qualche lezione privata di modo da mettersi alla prova – tanto era talmente versato per lo sport che avrebbe padroneggiato i pattini a rotelle in men che non si dica – prima di iscriversi a propria volta al corso.

Ovviamente voleva che il tutto accadesse lontano da occhi indiscreti per cui la prima lezione avvenne nell’enorme garage della casa di Roccaraso.

Ebbene, con mia somma soddisfazione, mentre io volteggiavo disinvolta, papà passò più tempo a cadere e a rialzarsi, che a pattinare, e alla fine dovette arrendersi anche se, ancora oggi, attribuisce quella clamorosa débâcle a un difetto dei pattini, non certo a se stesso. 

Perché lui – lo sanno tutti – è un uomo che eccelle in tutti gli sport!

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