Sado-Master(Chef)

Ultimamente ho scoperto di godere di un certo seguito tra i figli dei miei amici. Fra quelli che leggono il blog (Daria, lo so che ci sei anche tu), quelli con cui discuto di un mio improbabile futuro di pianista, gioco a ruzzle e, se solo avessi trent’anni di meno, mi vorrei fidanzare, quelli abilissimi nel farmi da personal shopper (e sto parlando di un bambino di sette anni che ha, in fatto di borse e scarpe, più competenza e buongusto di uno stylist navigato), quelli soap opera addicted che sono in grado di elaborare le strategie più impensate per carpirmi qualche segreto sui futuri sviluppi delle storie, e quelli con cui – semplicemente – si fa a gara a scambiarsi insulti inverosimili nell’intento di stupire l’altro, mi sorprende di avere ancora il tempo di condurre una vita ordinata e produttiva.
Sebbene questi ragazzetti abbiano delle peculiarità ben precise che li rendono molto diversi l’uno dall’altro, c’è una cosa che li accomuna tutti: vorrebbero mandarmi in pompa magna a concorrere per il titolo di MasterChef.
La guardano la trasmissione, i ragazzetti, e confesso che la guardo anch’io, e confesso anche che il venerdì pomeriggio qualche telefonata di commento sugli episodi salienti e sugli eliminati delle puntate mandate in onda la sera prima, ci scappa sempre. Ma sul partecipare… no, cari miei, proprio non se ne parla.
In genere la mia fermezza li indispettisce. Vorrebbero capire, vorrebbero sapere. Secondo loro per una che cucina con il mio entusiasmo e con la mia regolarità, MasterChef è un approdo naturale. Dopotutto è o non è il più grande cooking show prodotto in Italia?
Vai a spiegare ai suddetti ragazzetti che invece è proprio il contrario, che la cucina, il saper cucinare, il voler cucinare, non c’entrano niente con MasterChef. Vai a far loro capire, o semplicemente vai a far sì che si rendano conto che mai, neanche una volta, a far viaggiare la loro fantasia è stata una ricetta, la composizione di un piatto o anche un semplice ingrediente. Quello che davvero li colpisce – ahimé – è il modo in cui vengono trattati i concorrenti.

Non si punta mai sulla loro bravura, in quel di MasterChef, quelli bravi vengono liquidati in fretta. Sono quelli che non brillano, un po’ fragili sia tecnicamente che emotivamente, a essere presi di mira. Con loro si può applicare alla letterea il teorema sul quale si basa l’intero programma, la competizione malata, l’essere disposti a tutto – tranne che al necessario – pur di riuscire.

Così intenerisce Daiana, con i suoi cinquanta e passa anni, con la sua vita piena d’amore (una che riesce a gestire, felicemente, ex marito e nuovo compagno ha tutta la mia ammirazione), con la sua nostalgia per la figlia. Intenerisce il fatto che nel corso delle puntate diventi un po’ la chioccia di Suien, mamma di un nugolo di bambini, disoccupata, con un passato e un presente difficili.

E gli autori ci sguazzano esercitando la crudeltà con grande sapienza, enfatizzando per puntate e puntate l’amicizia fra le due, salvo poi metterle l’una contro l’altra, rivali in uno scontro all’ultimo sangue. Le due si disperano, Daiana vorrebbe quasi sacrificarsi, sottrarsi alla lotta. Ma poi, con un clamoroso gesto di magnanimità scritto in copione, le due vengono risparmiate. Per quella puntata non ci saranno eliminati.

Viene fatto fuori subito Federico, un po’ perché i suoi piatti vengono ritenuti immangiabili – cosa della quale io rimango scettica – molto perché non si lascia umiliare, ironizza. Se anche Bastianich lancia i piatti all’interno dello studio come si farebbe con un frisbee sulla spiaggia, Federico non si scompone e dai suoi occhi, ben lungi dalla contrizione, traspare una scintilla di compassione per ciò che quel povero cristo di Joe si abbassa a fare, pur di restare nel personaggio.

Ogni gruppo ha poi un capro espiatorio, un elemento contro cui coalizzarsi per sentirsi più forti, complici e sodali. Quest’anno al casting si sono trovati in grande difficoltà perché c’erano ben due concorrenti che potevano ricoprire quel ruolo: Letizia e Tiziana, affini addirittura nel nome. Nell’imbarazzo della scelta le hanno scelte entrambe, lasciando che fossero i concorrenti stessi, in modo naturale e spontaneo, a trovare quella da odiare.

A trionfare è stata Tiziana, quarantunenne avvocato in carriera, in apparenza coriacea ma in fondo poco avvezza a sporcarsi le mani. Tiziana che, lo si capisce chiaramente, è forte di un’ottima estrazione sociale e di una solida posizione economica, è naturalmente superba.

Dittatoriale ma non carismatica, poco attraente fisicamente e caratterialmente, con una voce che sortisce lo stesso effetto fastidioso di quando la parte meno friabile del gesso viene passata sulla lavagna, non particolarmente creativa, è geneticamente destinata all’emarginazione all’interno del gruppo ma – e qui mi sbilancio – è anche la candidata ideale alla vittoria, se gli autori vogliono far bene il loro compitino.

Sta di fatto, e qui si torna a bomba, che i ragazzetti figli dei miei amici, ma in definitiva la gran parte degli spettatori, non sanno o fingono di non sapere che i reality e i talent altro non sono che fiction. Sono pensati a tavolino, scritti con cura, girati e montati ad arte proprio al servizio di quella scrittura. Bastianich è un attore, lo sono Cracco e Barbieri, lo sono i concorrenti.

A tavolino sono pensate le umiliazioni inflitte ai concorrenti, le denigrazioni, le tensioni esplicite o serpeggianti, il build up to cut down. Tutto il resto si perde, o comunque non conta.

Non conta avere rispetto per le persone, non conta avere rispetto per il cibo – che viene bistrattato, offeso, sprecato -, non conta avere rispetto per una professione – quella dello chef – che non si improvvisa, che non prevede che si brucino le tappe arrivando a esercitarla senza avere le conoscenze e le competenze necessarie.

Perciò, ragazzetti miei, io me ne resto a casa mia, a cucinare per gli amici, a fare marmellate e biscotti per voi, a preparare i piatti che mi piacciono davvero.

Questi giochetti, se permettete, li lascio ad altri.

BISCOTTI AI DATTERI E SESAMO
per circa 75 biscotti

250 g di farina 0
160 g di burro
100 g di zucchero demerara
1 uovo categoria A
160 g di datteri freschi pesati senza nòcciolo
50 g di semi di sesamo
i semini di mezzo baccello di vaniglia
1 pizzico di sale

Nonostante quanto scritto fino ad ora, l’interesse  per la cucina dei miei amati ragazzetti va in qualche modo premiato. Perciò oggi si preparano i biscotti, e non i soliti chocolate chips cookie la cui preparazione è ormai familiare a molti di loro, ma qualcosa dal sapore un po’ più particolare e con quel tocco di esotismo che sicuramente li affascinerà.

Come sempre, si tratta di una ricetta facile, trovata qualche anno fa su La cucina italiana e poi un po’ modificata, almeno per quanto riguarda la preparazione.

Si comincia montando il burro morbido con lo zucchero, il sale e i semini della vaniglia. Quando questo miscuglio risulterà omogeneo e avrà cambiato colore diventando più chiaro, si aggiungono l’uovo, la farina, e quindi i datteri a pezzetti.

Ne verrà fuori un impasto quasi immaneggiabile tanto che è appiccicoso. Armati di buona volontà, si dovrà quindi farne una palla che poi, avvolta nel cellophane, bisognerà scordare in frigo per una mezza giornata.

Trascorso questo tempo, bisognerà dividere l’impasto in due parti e, rotolandone una alla volta su un foglio di carta forno, formare due cilindri di circa 3 cm di diametro.

Dovrete allora sistemare i semi di sesamo in un vassoio che contenga in lunghezza i cilindretti, passarveli dentro avendo cura che il sesamo si appiccichi all’impasto in modo omogeneo e mettere il tutto nuovamente al freddo, questa volta in freezer per almeno un’ora.

L’ultimo passaggio è quello che dà maggiore soddisfazione. Estratti i cilindretti dal freezer, basta tagliarli in fette da un centimetro che poi andranno disposte, a un paio di centimetri di distanza le une dalle altre, su una placchetta rivestita di carta forno.

Cuocere per 25 minuti in forno preriscaldato a 170°, farli raffreddare su una gratella e mangiarli a sazietà (ma solo se siete bambini, avete un metabolismo da veri sportivi o avete un tremendo bisogno di consolazione).

Perché Sanremo è Sanremo!

Ogni anno, a metà febbraio, passo cinque serate a tirar tardi davanti alla tv per poi ripromettermi, giunta ormai esausta e nauseata alla fine della quinta, di non farlo mai più. Eppure ogni anno ci ricasco. Mantengo un certo aplomb e un’aria studiatamente disinteressata fino alla fine – Hai visto chi c’è in gara? No e non m’importa, tanto io quest’anno non lo guardo. Hai visto che hanno annunciato i super ospiti? No ma sai, sono alle ultime cento pagine di Infinite Jest e sono presa solo da quello. Veniamo tutti da te a guardare la finale? No amici cari, mi dispiace, io ormai sono fuori dal tunnel e sabato sera il consorte guarda la partita della Juve. – ma poi puntualmente, alle 20.40 del fatidico martedì d’apertura, la casalinga di Voghera che segretamente alberga in me viene risvegliata dal lungo letargo (immagino con un segnale in codice; che so, il jingle della trasmissione) e si sintonizza su rai uno.
Quest’anno è andata esattamente come tutti gli altri da quando ne ho memoria, ma oggi che la lunga apnea è finita e sono tornata alla vita normale, ho cominciato a interrogarmi sul perché di una tale dipendenza. Per quale motivo io non posso fare a meno di guardare quel guazzabuglio di scenografie pacchiane, di pubblicità eterne e di canzoni mediocri che è Sanremo? Alla fine la risposta è stata disarmante nella sua semplicità: perché è liberatorio.
Guardare Sanremo regala lo stesso sottile piacere che si prova quando si è alla guida e si insultano gli altri automobilisti anche se non hanno fatto alcunché. Guardare Sanremo regala l’accanimento a prescindere.
Ti piazzi davanti al televisore e già sai che non ti andrà bene niente (e d’altra parte nessuno sano di mente potrebbe darti torto, quindi il piacere è doppio perché ti accanisci sapendo di essere nel giusto). Ti accanisci contro il siparietto comico d’apertura che non fa ridere, contro il balletto che è fuori contesto (poi qualcuno mi spiega che c’entrano Kubrick e 2001 odissea nello spazio con il festival della canzone italiana), contro il presentatore che neanche per un istante riesce a sembrare disinvolto e a non leggere, con grande difficoltà, le battute dal gobbo (mi è perfino venuto il dubbio che Morandi sia dislessico).
Ti accanisci contro i cantanti che non ti piacciono perché li hanno selezionati e sono in gara, contro quelli che ti piacciono perché sono caduti così in basso da partecipare a Sanremo, contro il pubblico in sala che applaude quello che tu fischieresti, contro le vallette pagatissime e incapaci, contro i vestiti improponibili e quelli troppo dimessi, contro chi predica per 50 minuti, poi continua a predicare quattro giorni dopo (ma stavolta perfino il pubblico ossequiante non ne può più e fischia), contro gli ospiti stranieri troppo altezzosi (che diamine, ma lo hanno capito o no che sono a Sanremo!), contro quelli scelti per i duetti che sono stati tirati fuori dalla naftalina giusto per l’occasione, oppure hanno palesemente fatto abuso di droghe subito prima di salire sul palco e non sono in grado di reggersi in piedi, figuriamoci di cantare. 
Ti accanisci anche quando entra in scena la coppia più improbabile della canzone italiana – formata dalla vecchia gloria che, dopo averlo imboccato, il viale del tramonto lo ha anche percorso quasi tutto, e dal cantante tamarro che cerca di affrancarsi dalla propria tamarritudine – ed è fin troppo facile accanirsi. 
Allora l’accanimento diventa virtuosismo e ti diverti a trovare l’epiteto giusto per marchiarli a fuoco una volta per tutte e renderli davvero indimenticabili. Lui sembra un pusher di periferia e lei una fattona, lui un pappone e lei un trans, lui uno dei village people e lei un boiler addobbato per l’infiorata di Genzano. Sulla canzone in sé taci, perché bastano loro e il modo in cui la cantano: lui a fronna e limone (come sempre. Canta così qualsiasi cosa) e lei emmettendo pochi suoni – perché ha perso la voce per strada e il cortisone non basta più a tirargliela fuori – e pronunciando frasi incomprensibili – perché fra lifting, botox e filling labiale ormai ha il viso paralizzato e a stento riesce a proferire verbo.
È una tale apoteosi dell’accanimento che quando all’improvviso ti accorgi che una canzone non ti dispiace, anzi ti piace e pure parecchio, quasi te ne vergogni. Aspetti a vedere se intanto lo dice qualcun altro, se un tuo collega accanimentista come te ha avuto a propria volta un calo dell’accanimento. Ma intanto è fatta perché la canzone hai già cominciato a cantarla senza rendertene conto (dannato orecchio assoluto!) e quando arriva la notte, la notte e resti solo con te…
Poi succede che qualcuno ti telefona venerdì e ti chiede se ti farebbe piacere andare con lui al San Carlo il giorno dopo per assistere a una Lucia di Lammermoor che tutti dicono essere strepitosa. Sai, ho due biglietti per il palco reale – aggiunge con noncuranza. Allora, come riemergendo da una trance indotta da un qualsiasi Giucas Casella, ti desti. La casalinga di Voghera torna a nascondersi nei meandri del tuo inconscio e tu torni a essere quella che era presissima dalla lettura delle ultime cento pagine di Infinite Jest.
Così passi un inizio di serata memorabile, guardando e ascoltando una Lucia di Lammermoor meravigliosa, con un Edgardo bello e bravo come non mai e una Lucia disperatamente virtuosa pur senza cadere mai nel virtuosismo fine a se stesso, e ti dici che quello è cantare, quella è musica! Poi continui la serata a cena fuori, mangi bene, chiacchieri ancor meglio, bevi di gusto e sei davvero felice perché da tempo non passavi una serata così bella.
Poi la serata finisce e tu e il consorte tornate a casa stanchi e appagati. Ormai è tardi, tu ti spogli e vai in bagno a struccarti e, mentre sei lì, senti che il consorte ha acceso il televisore. In un attimo il famoso jingle risuona nella casa silenziosa e in un attimo la casalinga di Voghera è di nuovo lì. Ma come, non è ancora finito Sanremo? – trilli gioiosa mentre scalzi il consorte dal divano, t’impossessi del telecomando, alzi il volume e ti godi tutto il ballottaggio per i primi tre posti, con relative esibizioni.
Naturalmente vince chi si sapeva avrebbe vinto, ma va bene così. Fra sistemi di votazione tarocchi (sappiamo che con i call center si può falsare il voto ma al momento non siamo in grado di impedirlo, perciò vi chiediamo di essere corretti e votare secondo regolamento, recita compito Morandi annunciando il televoto), esibizioni del comico dedito al turpiloquio più che alla battuta divertente, e una clamorosa sequela di gaffe, vongole e imprevisti, ti garantisci un’ulteriore buona oretta di accanimento, e quando alla fine vai a dormire e ti rannicchi sotto il piumone, sospiri di puro piacere.
Ah, che giornata perfetta!
PATATINE FRITTE (DELLA BUSTA)
Patate
Olio di semi di arachide
Sale
Non esiste svacco davanti alla tv che non necessiti di un po’ di sano junk food da mandar giù compulsivamente, è una regola alla quale non si sfugge. Queste patatine poi rappresentavano per me un autentico tabù culinario perché, quando ero bambina, più di una volta la mia tata mi aveva irretita con la promessa delle patatine fritte COMEQUELLEDELLABUSTA! propinandomi invece dei dischetti piatti e mollicci, privi di qualsiasi appeal. Credo che il mio trauma infantile sia stato condiviso da più di un bambino illuso con la medesima promessa da una mamma zelante ma poco pratica, e pertanto incapace di replicare in modalità casalinga quella meraviglia industriale, perciò ora che ne ho scoperto i misteri, li divulgo con piacere, certa che me ne sarete grati.
I segreti per la chips perfetta sono tre: il taglio, il lavaggio e l’ammollo (!). Per un buon risultato finale, le fettine di patata non dovranno superare il millimetro di spessore. I metodi per ottenere delle fettine sottili e regolari sono vari. Quando il consorte compì quarant’anni, tagliai le patate con l’affettatrice elettrica (ma lì era una questione anche di quantità, visto che ne feci 4 kg), ma si può tranquillamente usare una mandolina di buona qualità o più semplicemente il pelapatate, avendo cura di non premere troppo e sfiorare appena la superficie del tubero.

Compiuta questa operazione, bisogna mettere le fettine di patata in una ciotola, piazzarle sotto l’acqua corrente, e sciacquarle fin quando non avranno perso tutto l’amido, ossia fin quando l’acqua da lattiginosa non diventerà trasparente.

A questo punto bisogna assicurarsi che l’acqua sia freddissima e dimenticarsi delle patate per ventiquattro ore. In questo lasso di tempo, non chiedetemene il motivo, le fettine cominceranno a incurvarsi al centro e ondularsi lungo i margini, assumendo così, benché ancora crude, il tipico aspetto della patatina industriale. Scolatele, asciugatele per bene in un canovaccio pulito che scuoterete ripetutamente, quindi friggetele in olio caldo fin quando non saranno dorate.
Asciugatele su carta paglia per privarle dell’olio in eccesso e servitele secondo i vostri gusti. Vanno bene sia calde che fredde, accompagnate con sale maldon, pepe nero marinato nel porto e sciroppo di balsamico se volete dar loro un tono gourmand, oppure con maionese e ketchup se siete stati adolescenti negli anni ’80 e ne avete nostalgia o, più semplicemente, potete gustarle nature.
Come se fossero appena uscite dalla busta.

A proposito di Mildred

Confesso che avendo molto amato Il romanzo di Mildred (e con lui una caterva di mélo americani che ho guardato avidamente durante l’adolescenza; giusto per fare qualche titolo: Come le foglie, Lo specchio della vita, Femmina folle…), ho accolto la notizia che l’HBO volesse farne una miniserie con un certo scetticismo. Per carità, io nutro una venerazione per l’HBO che sicuramente, a partire dagli anni novanta, ha prodotto i serial più interessanti e innovativi (Sex & the City, i Soprano, The Wire, Oz, Six Feet Under… e ancora In Treatment, Boardwalk Empire), ma guai a chi mi tocca le icone assolute. Insomma, per capirci, se qualcuno dovesse mai avere l’insana idea di fare un film tratto da Cent’anni di solitudine, andrei di sicuro a sabotare il set.

Con questi presupposti, la primavera scorsa mi sono accinta alla visione della Mildred Pierce HBO, ma mi sono dovuta ricredere fin dai titoli di testa, meravigliosi nella loro austerità, disegnati da Marlene McCarty in stile anni ’30. Contrariamente al film di Curtiz, la miniserie diretta da Todd Haynes (che ne ha firmato anche la sceneggiatura con Jon Raymond e Jonathan Raymond, e aveva già dato prova di saperci fare col mélo quando diresse Lontano dal paradiso) è più fedele al romanzo di J. M. Cain sia nell’epilogo che nel suo svolgimento lineare. Infatti mentre il film comincia dalla fine della storia per poi raccontarla tutta in flashback con toni decisamente noir, la miniserie parte proprio dal momento in cui, già nel pieno della grande depressione e quindi ormai quasi sul lastrico, Mildred mette alla porta il marito che la tradisce.

Per farvi capire quanto ho amato questa miniserie, vi basterà sapere che vista la prima puntata ho voluto subito vedere la seconda, e poi la terza, e poi la quarta… insomma, non mi sono data pace fin quando non l’ho finita. Mildred, splendidamente interpretata da una Kate Winslet che con gli anni diventa sempre più brava e bella (beata lei), è una donna di quelle che piacciono a me. Intraprendente, impavida, volitiva, tenace al limite dell’ostinazione. Le avversità non la abbattono, il dolore la fa diventare più forte, l’orgoglio la spinge a non mostrarsi mai vinta, anche quando lo è. Tutte queste caratteristiche, che rendevano algida e distaccata Joan Crawford (l’indimenticabile Mildred Pierce di Curtiz, ruolo per cui vinse l’oscar), ci vengono invece restituite dalla Winslet con un retrogusto dolente che fa della sua Mildred una creatura decisamente più umana, con cui è molto più facile empatizzare.

Sebbene il ritmo della narrazione sia un po’ lento (e questa, insieme all’interpretazione del da me detestato Guy Pierce, è l’unica pecca che abbia trovato in questa miniserie), le scenografie, i costumi, il casting, le musiche, la fotografia, sono così accurati da far dimenticare ogni lungaggine. Inevitabilmente, ammaliati da tutto il contesto, ci si appassiona all’epopea di questa donna e io, pur sapendo perfettamente dove si stava andando a parare, facevo quasi il tifo per Mildred sperando che la sua ostinazione – grande forza propulsiva ma anche terribile punto debole – non le fosse fatale.

A questo punto mi fermo, non dirò di più, perché Mildred Pierce andrà in onda a ottobre su Sky cinema e non voglio rovinare a nessuno il piacere di assaporarne ogni singolo fotogramma (fra l’altro sono sicura che domani sera – avendo ben 21 candidature – la miniserie si porterà a casa un bel po’ di Emmy). Una cosa però posso anticiparvela, anche perché credo sia nota ai più. Mildred riesce a far fortuna e a cambiare la propria vita cucinando (come vorrei poterlo fare anch’io!) ed è proprio con lei che prepara torte, che comincia la miniserie. Una meravigliosa sequenza d’apertura giocata su un doppio fuoco, che è una goduria per gli occhi, non solo per le ricette, ma anche per gli arredi e gli utensili d’epoca che qualsiasi cuochessa romantica e nostalgica come me, vorrebbe portarsi a casa.

In omaggio a Mildred, oggi si prepara quindi una torta, e più precisamente la Lemon Meringue Pie che lei – ve ne accorgerete anche voi sebbene non la si nomini mai – confeziona fra gli altri dolci nella sequenza d’apertura. Speriamo di essere all’altezza!

LEMON MERINGUE PIE
(nella fantastica versione di Angela Nilsen)

Per la base:

175 g di farina
100 g di burro ben freddo tagliato in piccoli pezzi
1 cucchiaio di zucchero a velo
1 cucchiaio di acqua fredda
1 tuorlo (conservate l’albume per la meringa)

Per la crema di limone:

100 g di zucchero semolato
2 cucchiai rasi di maizena
la buccia grattugiata di due limoni
125 ml di succo di limone
il succo di un’arancia più tanta acqua quanta è necessaria a raggiungere 200 ml
85 g di burro
3 tuorli (come prima, conservate gli albumi per la meringa)
1 uovo intero

Per la meringa

4 albumi
200 g di zucchero semolato
2 cucchiai di maizena

Mettetevi una bel grembiule, rimboccatevi le maniche e avviate la pasta per la base fregandovene bellamente della filologia e ricordandovi che siamo pur sempre nel terzo millennio, ovvero: mettete tutto nel mixer che azionerete a intermittenza fin quando non si sarà formato un composto compatto. Stendete poi con il mattarello l’impasto ottenuto su un bel foglio di cartaforno (sempre per essere pratici) e rivestite una teglia che abbia 23cm di diametro e 2,5 di altezza, molto, moltissimo meglio se è con il fondo removibile. Bucherellate la base con una forchetta e mettetela in frigo a riposare per almeno 30 minuti.
Nel frattempo preriscaldate il forno a 200° e avviate la crema al limone (che poi altro non è che un lemon curd), mescolando in una pentola dal fondo spesso la buccia di limone grattugiata, la maizena e lo zucchero, per poi diluirli a poco a poco con il succo di limone e la mistura di succo d’arancia e acqua. Spostatevi sul fuoco e, mescolando di continuo con una frusta, cuocete fin quando la crema non diventerà densa e liscia. A questo punto tirate via dal fuoco e, sempre mescolando con la frusta, aggiungete il burro a pezzetti. Quando il burro sarà sciolto e perfettamente amalgamato, aggiungete i tre tuorli e l’uovo, sbattuti insieme. Mescolate vigorosamente e riprendete la cottura – sempre mescolando, guai a smettere! – fin quando la crema si sarà nuovamente addensata.
Mettete da parte la crema, infornate la base ricoperta di carta forno e fagioli secchi per 20 minuti  (poi sbarazzatevi della carta e dei fagioli e continuate la cottura della base ancora per 5 o 10 minuti, insomma fin quando non è ben dorata) e intanto avviate la meringa. Anche in questo caso, che non vi punga vaghezza di farla a mano! Attrezzatevi con fruste elettriche e montate gli albumi unendovi prima la maizena setacciata e poi lo zucchero a cucchiaiate. Continuate a montare fin quando non avrete ottenuto una meringa morbida e lucente.
Abbassate la temperatura del forno a 180°, sfornate la base, riempitela con la crema al limone, ricoprite artisticamente il tutto con la meringa e rimettete in forno per venti minuti. Sfornate, ammirate, aspettate almeno mezz’ora prima di sformare e almeno 2 ore prima di affettare.

Consumate in giornata (ma non credo proprio sia un problema).

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