Un ca-popò-popò-popò-lavoro!

Ho visto cose, in tv, che voi umani non potreste neanche immaginare (o che forse, purtroppo, immaginate benissimo). Ho visto talent-show per aspiranti cuochi che negli anni si sono moltiplicati diventando sempre più specifici: dalla cucina in generale alla pasticceria, poi ai dolci da forno, ai cupcake, alla cucina etnica, perfino ai prodotti confezionati da vendere nei supermercati.
Ho visto talent per cantanti, ballerini e saltimbanchi, per parrucchieri, per toelettatori per cani, per tatuatori, per stilisti, per truccatori, per impresari edili, per pretese top model, per stylist, per decoratori, per arredatori d’interni.
Ho visto talmente tanti programmi, spesso talmente tanto brutti, da avere ormai il pelo sullo stomaco. O almeno così pensavo prima di imbattermi in Masterpiece.
Se non sapete di cosa stia parlando vado subito a illuminarvi. Masterpiece è il nuovo talent firmato RAI3, che vede una serie di aspiranti scrittori impegnati a gareggiare fra loro per ottenere un contratto con la Bompiani, che prevede la pubblicazione del capolavoro vincente in una tiratura di 100.000 copie.
A giudicare i testi c’è una giuria composta da Giancarlo De Cataldo, Taye Selasi e Andrea De Carlo, mentre un coach, Massimo Coppola, intrattiene i concorrenti prima che incontrino i giudici e li accompagna nelle prove esterne.
Per il momento sono state trasmesse tre puntate (la prossima andrà in onda domenica 15 dicembre alle 22.50) e siamo ancora nella prima fase del programma, quella legata alla selezione dei concorrenti che poi parteciperanno alla competizione vera e propria. Per capirci diciamo che siamo alle eliminatorie, va’.
In ogni puntata vengono quindi presentati dieci aspiranti scrittori che abbiano già un romanzo nel cassetto, viene chiesto loro di leggerne un brano significativo, segue poi breve colloquio con la giuria, et voilà, su queste basi vengono eliminati i primi sei concorrenti. 
I quattro che rimangono partecipano a questo punto a quella che viene chiamata prova immersiva. Fondamentalmente si tratta di un’esterna che li vede coinvolti in un evento – che sia un tipico (!) matrimonio napoletano, una partita di calcio fra non vedenti, il soggiorno in un convento di clausura o un concorso per culturisti – di cui dovranno poi scrivere una volta tornati in studio, tirandone fuori un racconto in mezz’ora di tempo.
I due che superano questa prova accedono al test finale, ovvero l’elevator pitch. Ogni concorrente ha cinquantanove secondi, il tempo che l’ascensore della Mole Antonelliana raggiunga la sommità della cupola, per raccontare in modo esaustivo e accattivante il suo romanzo a uno scrittore famoso, guest star della puntata.
Il concorrente che supera tutte le prove passa alla fase successiva del programma, di cui al momento nulla è dato di sapere.
Si potrebbe pensare che io sia prevenuta per quella sorta di snobismo che contraddistingue la maggior parte dei lettori accaniti o, ancor di più, coloro che della scrittura hanno fatto una professione, ma vi garantisco che non è così. 
Sono convinta che si possa imparare a scrivere al punto che io stessa ho frequentato – ormai vent’anni fa – il master in tecniche della narrazione della Scuola Holden, a Torino. La scrittura, come ogni altra disciplina artistica e non, ha delle sue regole ben precise, dei trucchi del mestiere, che vengono agevolmente insegnati e facilmente imparati, sempre che si sia poi portati per la materia, che si abbia una predisposizione naturale. Non si può fare uno scrittore di chi non abbia un minimo di vocazione così come non si può fare un cantante di chi sia completamente stonato.
Allora qual è il problema di Masterpiece? Ci arrivo subito. Masterpiece è inesorabilmente noioso. Che questo rischio ci fosse devono averlo intuito anche gli autori che infatti cercano di distogliere l’attenzione dai romanzi proposti spostandola piuttosto sui concorrenti, scelti con gli stessi criteri di qualsiasi altro talent.
Ci sono perciò il tipo strambo, la signora âgée, il presuntuoso, e naturalmente quello con le stigmate del vincitore, immediatamente riconoscibile. Ci si sofferma molto sui confessionali, sui commenti frustrati dei concorrenti che non passano la selezione, sugli apprezzamenti – francamente irritanti – che i partecipanti del sesso forte fanno sulla bellezza di Taye Selasi.
Dei romanzi si capisce poco o niente, a stento se ne comprende il tema, perché quello che viene mostrato del primo colloquio con i giudici è un montaggio frammentario e gioco forza parziale, in cui prevalgono i momenti di tensione, i commenti sprezzanti della giuria, quelli risentiti dei concorrenti. 
Il tutto si conclude con la formula ormai logora con cui si procede all’eliminazione dei concorrenti in ogni talent: tizio, mi dispiace ma il tuo percorso a Masterpiece termina qui. Possibile che in un talent incentrato proprio sulla parola scritta non si sia stati capaci di scegliere parole diverse, di inventare una chiosa nuova?
Le prove immersive sono poi grottesche, una sorta di docu-fiction girata male, e vengono vissute dai concorrenti come se fossero esperienze illuminanti, cosa che annoia e irrita ancora di più. Ma il momento più clamoroso della trasmissione, quello che rivela fino in fondo quanto sia debole e poco televisiva l’idea che sottende l’intero format, è quello della prova scritta. 
Mezz’ora che viene condensata in pochi minuti scanditi da una musica incalzante in cui i quattro concorrenti siedono a quattro postazioni dotate di un computer sul cui schermo le parole si formano con caratteri enormi, per dar modo al telespettatore di leggere qualcosa, di sentirsi almeno in parte coinvolto.
Insomma, diciamo la verità, non c’è nulla di spettacolare nella scrittura. Ci hanno provato, si sono anche messi di impegno per movimentare il programma, ma vedere uno che se ne sta seduto al computer, che magari si trastulla con un videogioco in attesa che gli venga un’idea, che batte furiosamente sui tasti per poi cancellare tutto, non è la stessa cosa di vedere uno che non riesce a montare una meringa, si dispera, ma poi ci riprova e fa una pavlova perfetta, o un altro che in mezza giornata confeziona un abito da sera. 
E adesso scappo perché il consorte mi reclama a gran voce.
– Bene, ma stai ancora davanti a ‘sto computer? E che palle!
Ecco, che vi avevo detto?
Madeleine
per uno stampo da 12
2 uova codice 0
110 g di zucchero
un pizzico di sale
100 g di burro sciolto a bagnomaria
la buccia grattugiata di un limone
120 g di farina 0
mezzo cucchiaino da caffè di lievito per dolci
Per molto tempo, mi sono coricato presto la sera. 
Così Natalia Ginzburg traduce uno degli incipit più famosi della storia della letteratura, quello de La strada di Swann, primo dei sette volumi che compongono Alla ricerca del tempo perduto, l’opera più famosa di Marcel Proust. Non si può parlare di scrittura senza pensare alla monumentale opera di Proust, così come non si  può parlare di Proust senza pensare alle madeleine.
Prepararle è più semplice di quanto si possa pensare, anche grazie alla ricetta perfettamente collaudata di Daniela Acquadro
Con l’ausilio di una frusta elettrica, montate le uova con lo zucchero e il pizzico di sale. Quando saranno diventate gonfie e chiare, unite il burro fuso (ma a temperatura ambiente) a filo, come se volesse fare una maionese. Una volta inglobato tutto il burro, unite la buccia di limone grattugiata (o, se volete, dell’essenza di mandorla amara), la farina e il lievito (setacciati, mi raccomando), mescolando dal basso verso l’alto.
Imburrate bene lo stampo da madeleine, sistemateci il composto in modo che sia a filo con il bordo e mettete tutto in frigo per una notte intera. Il giorno dopo preriscaldate il forno alla massima temperatura scegliendo l’opzione per la cottura statica, infornate le madeleine per cinque minuti, quindi abbassate a 180° e cuocete altri cinque minuti. 
Sfornate le madeleine e fatele raffreddare su una gratella, quindi assaporatele lentamente, magari leggendo un bel libro.

So Many Thanks

Lettori adorati de La gastronomica volante Stanislavskij, spero mi perdoniate se, per una volta, invece di trastullarvi con aneddoti surreali sulla mia vita improbabile, o con recensioni appassionate dei libri e delle serie tv che mi piacciono, faccio del blog un uso squisitamente personale e dedico questo post ai miei amici più cari.
Se domani mattina non avessi dovuto mettermi in viaggio per Roma per partecipare alla Foodie Geek Dinner, stasera li avrei voluti tutti a cena qui. Avrei preparato un enorme tacchino ripieno emulando Martha Stewart (ma evitando di emularla anche nel beccarmi la salmonella, come – a furia di preparar pollame – accadde a lei l’anno scorso), avrei cotto il cornbread, schiacciato le patate dolci per il purè e avrei fatto saltare in padella le verdure.
Avremmo cenato con calma, chiacchierando e ridendo e io – proprio oggi che è il Thanksgiving – guardandoli avrei pensato che ho davvero tantissimo per cui ringraziare, perché se ho superato quest’anno in cui tutte le certezze sono venute meno, lo devo soltanto a loro.
Perciò ringrazio Anna, che si precipitò a casa mia quel 23 novembre 2012 in cui di colpo tutto cambiò, e non mi ha più lasciata. Che mi ha sostenuta, incoraggiata, nutrita. Che ha messo in secondo piano tutto e tutti per prendersi cura di me. Ringrazio Anna per avermi infuso autostima via endovena, per avermi mostrato le cose da un altro punto di vista, per avermi convinta – con pazienza e amore – che se anche la situazione non fosse mai più cambiata, la mia vita sarebbe andata avanti in modo appagante. Ringrazio Anna – la mia amatissima Anna -, perché senza di lei non ce l’avrei mai fatta.
Ringrazio Alì per avermi fatta sentire giovane. La ringrazio per le volte che mi ha convinta a uscire, ad andare con lei a bere una cosa come se avessimo ancora vent’anni. La ringrazio per quelle chiacchiere fitte fitte al bancone di un bar, per quel raccontarci la vita, anche quella che avevamo dimenticato. La ringrazio per i ritorni a casa in vespa, per le canzoni cantate a squarciagola, per la sorpresa di ricordarne ancora le parole, nonostante fossero passati trent’anni dai tempi del liceo.
Ringrazio Serena perché il suo anno è stato sicuramente peggiore del mio, ma l’ha affrontato con un tale coraggio, con una tale dignità, da riuscire a dare forza anche a me. La ringrazio perché nonostante avrei dovuto essere io a incoraggiarla e darle appoggio, è stata presente con telefonate e sorrisi. La ringrazio perché il momento più bello di quest’anno me lo ha fatto vivere lei, una sera che eravamo tutte nella cucina di casa sua e lei aveva gli occhi che le brillavano per la felicità, mentre i nostri erano lucidi per l’emozione.
Ringrazio Federica, perché mi bastava accendere il computer per trovare un suo messaggio su Skype e sentirmi meglio. La ringrazio per il suo essere ecumenica, per il suo riuscire a vedere il buono – e a farmelo vedere – anche dove io proprio non riuscivo a trovarlo. La ringrazio per tutte le volte che ha ricaricato il cellulare solo per consentire al suo meraviglioso figlio di mandarmi messaggi d’amore e corteggiarmi come solo un bambino di otto anni sa fare.
Ringrazio Chiara per aver mormorato complimenti a fior di labbra, fra sé e sé, credendo che non la sentissi, ogni volta che mi vedeva. La ringrazio perché sapendo che lei mi trovava bella, e amabile, mi sono sentita davvero bella e amabile in un momento in cui invece avrei voluto coprire tutti gli specchi di casa, pur di non guardarmi. La ringrazio per il suo carattere forte e deciso, per il suo sapere sempre prendere in mano la situazione, anche quando si tratta semplicemente di decidere che si è fatto tardi e quindi basta, tutti a letto che domani si lavora.
Ringrazio Roberto che, inutile girarci intorno, è il pilastro della mia vita. Lo ringrazio per la sua solidità, per la sua pacatezza, per il suo sapermi placare anche quando sono in preda al panico. Lo ringrazio per l’ironia, per il suo essere dissacrante. Lo ringrazio per il suo sapersi prendere cura di me, farmi sentire che finché c’è lui sarò sempre protetta e non sarò mai sola. 
Ringrazio Stefano, che mi ha portata al cinema, esattamente come fece la prima volta che uscimmo insieme, nel 1986, e andammo a vedere La mia Africa al cinema Vittoria. Lo ringrazio per avermi  parlato di sé e avermi fatto parlare di me. Ma soprattutto lo ringrazio per avermi dimostrato che siamo ancora i due ragazzi che eravamo, capaci di rimanere a chiacchierare in auto tutta la notte e stupirci che all’improvviso spunti il sole.  
Ringrazio Fabio per essere venuto a prendermi a casa, la sera del 24 dicembre, e avermi trascinato di forza a cena a casa sua. Lo ringrazio per avermi saputo far ridere anche quando non ne avevo nessuna voglia, per avermi fatto sentire che attorno avevo una famiglia.
Ringrazio Gerardo perché mi conosce come nessuno. E né i chilometri, né il tempo, gli hanno fatto dimenticare chi sono. Lo ringrazio per avermelo ricordato. Con tre parole, quelle giuste.
Ringrazio tutti perché nonostante fossi sola nel periodo delle feste natalizie, quello in cui essere soli diventa un’esperienza strappalacrime da fiaba di Andersen, non sono stata sola neanche un momento. Li ringrazio per avermi accolta la vigilia, il giorno di Natale, Santo Stefano, l’ultimo dell’anno, il primo.
Ringrazio le mie amiche per aver fatto irruzione a casa mia il giorno del mio compleanno, per tutti i brindisi al futuro e tutto il vino che abbiamo bevuto.
Che immensa ricchezza, avervi nella mia vita!

Tortine di zucca e mandorle
per 8 tortine
150 g di zucca butternut pesata al netto
150 g di farina di mandorle
150 g di zucchero
50 g di farina 0
2 uova bio
1/2 bustina di lievito
la buccia di 1/2 limone grattugiata
un pizzico di zucchero 
un pizzico di cannella 
un pizzico di noce moscata
zucchero a velo qb
In assenza di tacchino, di cornbread e patate dolci, per me sono queste tortine a rappresentare l’autunno e l’America.
Per prepararle, cominciate grattugiando la zucca e mettendola da parte. Usando le fruste, montate poi i tuorli e lo zucchero fino a ottenere una massa chiara e spumosa. A questo punto unitevi  la zucca, la farina, la farina di mandorle, le spezie, il limone grattugiato, il pizzico di sale e il lievito. Montate infine a neve gli albumi e uniteli al composto mescolando dal basso verso l’alto in modo da non farlo sgonfiare. Versate in otto stampini da muffin imburrati e infarinati, e cuocete in forno preriscaldato a 180° per un quarto d’ora o fino a quando infilandovi uno stecco di legno ne uscirà asciutto. Servite le tortine dopo averle cosparse di zucchero a velo. 
E voi di cosa siete grati?

Le cose cambiano

È sabato mattina, diluvia, ho la febbre e devo pagare l’iva. In una situazione normale tutto ciò sarebbe già ampiamente sufficiente a rovinarmi il fine settimana, ma queste cose improvvisamente diventano quisquilie quando capisco che quella che mi accingo ad affrontare non è una situazione normale. Quella che mi accingo ad affrontare è la giornata del cambio di stagione.  
Lo so, lo so. Non sono la sola. Il cambio di stagione è uno di quei mali che affliggono chiunque non possegga una capiente cabina armadio (è il caso del signor Bobobò), o non abbia al suo servizio una cameriera personale in stile Downton Abbey, ma vi garantisco che nel mio caso si tratta di un vero e proprio cataclisma, che ci travolge e stravolge per almeno due o tre giorni.

In casa Gastronomica, il luogo deputato alla conservazione degli abiti – ma anche alla conservazione di tutto ciò che non trova altra collocazione in casa: la mia collezione di macchine per scrivere, i pezzi di ricambio dell’Honda four del consorte, l’albero di Natale, il catino di zinco che riempiamo di ghiaccio e bottiglie di birra quando facciamo le feste – è il micro soppalco in legno del mio micro studio di 1,80 x 1,60 cm.

Anche solo per raggiungere il suddetto soppalco, bisogna avere una preparazione atletica che io, seppure mi allenassi quotidianamente da qui alla fine dei miei giorni, non potrei mai avere. Bisogna issarsi su uno scaletto, tenersi in equilibrio sull’esile sbarra di legno che ne unisce le sommità, ben oltre la minuscola piattaforma finale, e poi spiccare un salto alla Sotomayor per scavalcare la ringhiera del soppalco la cui apertura, ovviamente, non si trova in corrispondenza dell’unico punto in cui si può posizionare la scala.

Pertanto ad arrampicarsi sul soppalco, novello spiderman, è il prestante consorte che, un po’ rattrappito a causa della distanza esigua fra pavimento e soffitto, cerca di farsi largo a colpi di machete in quella selva oscura di scarpe, vestiti, valigie e chi più ne ha più ne metta.

Fortunatamente con gli anni la tecnologia ci è venuta in soccorso così, mentre prima si perdevano decine di minuti preziosi in spiegazioni incomprensibili su ciò che si cercava e su ciò che invece si trovava, con conseguenti liti feroci e accuse reciproche, adesso il consorte fotografa con il cellulare il marasma del soppalco, mi manda la foto su whatsapp, io la guardo, individuo ciò che mi serve, ingrandisco il dettaglio con instagram, e invio la nuova immagine al consorte, sempre su whatsapp.

Quando poi la parte 2.0 del nostro cambio di stagione è ultimata, cominciano le fatiche vere. Il consorte svuota il soppalco passandomi le grucce con i vestiti, che io prelevo con un bastone uncinato da armadio, e le scatole delle scarpe in enormi borsoni Ikea, che poi mi cala con una corda. Io spargo tutto amenamente in giro per la casa, poi si procede all’inverso: io svuoto gli armadi mentre lui attende sul soppalco, e poi gli mando su con il bastone le grucce dei vestiti e le altre cose.

Insomma, un lavoraccio. Quest’anno poi il consorte ha deciso che non se ne poteva più, che qualcosa bisognava gettare via, e ha quindi svuotato interamente il soppalco – stabilendo anche che non è affatto piccolo e che se decidessimo di utilizzare il garage di casa di mia madre per il cambio di stagione, lui sul soppalco potrebbe farci un piccolo studio per sé -, invaso la casa con l’impossibile e l’improbabile, per poi concludere che no, purtroppo non c’era nulla da buttare.

Mentre fuori infuriava la pioggia, ma anche il giorno dopo, quando invece fuori brillava il sole, la nostra casa versava in questo stato…

il famigerato soppalco

comincia l’invasione del mio studio

poi viene invaso anche il soggiorno

la jungla nella quale il consorte si fa largo a colpi di machete

il comodo accesso al soppalco
Va da sé che in una situazione del genere quello di cui si ha più bisogno è qualcosa che ci dia un po’ di conforto, e per me, in tema di comfort food, non c’è nulla, ma proprio nulla, che funzioni meglio di una sana, profumata, deliziosa torta di mele.
Torta di mele
per una teglia di 22 cm di diametro

150 g di farina 0
150 g di zucchero
1 uovo e 1 tuorlo
100 ml di latte intero
125 g di yougurt bianco naturale
1 bustina di lievito per dolci
1 pizzico di cannella
1 pizzico di sale
la buccia grattugiata di un limone e il suo succo
600 g di mele private della buccia e del torsolo
50 g di uva sultanina
50 g di pinoli
50 g di zucchero di canna
olio e pan grattato qb

Sono pronta a scommettere che più o meno in ogni famiglia si tramandi la ricetta di una torta di mele come questa. Fatta con poco, veloce da preparare, con quell’aspetto rustico dei dolci di casa, ma che porti con sé anche la dolcezza di un sapore che ci è noto da sempre e che si mescola, nella memoria, al ricordo di una nonna (nel mio caso di una bisnonna) che profumava di colonia Roger & Gallet.

Per molti di voi quindi non starò rivelando nulla di nuovo, ma per quei pochissimi che invece non hanno una torta di mele fra i tesori gastronomici di famiglia, vi assicuro che questa sarà la svolta.

Procedete così: accendete il forno a 180°, rivestite il fondo di una teglia a cerniera con la carta forno, spennellatene i bordi con l’olio e cospargeteli di pangrattato. Tagliate poi le mele in fettine molto sottili, cospargetele con il succo di limone per non farle annerire, e mettete in ammollo l’uvetta. In una ciotola capiente, mescolate prima tutti gli ingredienti secchi (escluso lo zucchero di canna), quindi aggiungete il latte, lo yogurt e le uova sbattute. Aggiungete le mele dalle quali avrete eliminato il succo di limone in eccesso, l’uvetta strizzata, i pinoli, mescolate bene e sistemate tutto nella teglia. Livellate e cospargete la superficie con lo zucchero di canna. Cuocete per una quarantina di minuti e poi pazientate: questa torta è deliziosa se mangiata tiepida o, ancora meglio, fredda, magari il giorno dopo a colazione.

NOTE A MARGINE: Ieri c’era il sole, faceva un caldo estivo, e io sono uscita con una gonna di cotone dimenticata in un cassetto, un paio di sandali e un maglioncino di filo. Non ho parole.

Sado-Master(Chef)

Ultimamente ho scoperto di godere di un certo seguito tra i figli dei miei amici. Fra quelli che leggono il blog (Daria, lo so che ci sei anche tu), quelli con cui discuto di un mio improbabile futuro di pianista, gioco a ruzzle e, se solo avessi trent’anni di meno, mi vorrei fidanzare, quelli abilissimi nel farmi da personal shopper (e sto parlando di un bambino di sette anni che ha, in fatto di borse e scarpe, più competenza e buongusto di uno stylist navigato), quelli soap opera addicted che sono in grado di elaborare le strategie più impensate per carpirmi qualche segreto sui futuri sviluppi delle storie, e quelli con cui – semplicemente – si fa a gara a scambiarsi insulti inverosimili nell’intento di stupire l’altro, mi sorprende di avere ancora il tempo di condurre una vita ordinata e produttiva.
Sebbene questi ragazzetti abbiano delle peculiarità ben precise che li rendono molto diversi l’uno dall’altro, c’è una cosa che li accomuna tutti: vorrebbero mandarmi in pompa magna a concorrere per il titolo di MasterChef.
La guardano la trasmissione, i ragazzetti, e confesso che la guardo anch’io, e confesso anche che il venerdì pomeriggio qualche telefonata di commento sugli episodi salienti e sugli eliminati delle puntate mandate in onda la sera prima, ci scappa sempre. Ma sul partecipare… no, cari miei, proprio non se ne parla.
In genere la mia fermezza li indispettisce. Vorrebbero capire, vorrebbero sapere. Secondo loro per una che cucina con il mio entusiasmo e con la mia regolarità, MasterChef è un approdo naturale. Dopotutto è o non è il più grande cooking show prodotto in Italia?
Vai a spiegare ai suddetti ragazzetti che invece è proprio il contrario, che la cucina, il saper cucinare, il voler cucinare, non c’entrano niente con MasterChef. Vai a far loro capire, o semplicemente vai a far sì che si rendano conto che mai, neanche una volta, a far viaggiare la loro fantasia è stata una ricetta, la composizione di un piatto o anche un semplice ingrediente. Quello che davvero li colpisce – ahimé – è il modo in cui vengono trattati i concorrenti.

Non si punta mai sulla loro bravura, in quel di MasterChef, quelli bravi vengono liquidati in fretta. Sono quelli che non brillano, un po’ fragili sia tecnicamente che emotivamente, a essere presi di mira. Con loro si può applicare alla letterea il teorema sul quale si basa l’intero programma, la competizione malata, l’essere disposti a tutto – tranne che al necessario – pur di riuscire.

Così intenerisce Daiana, con i suoi cinquanta e passa anni, con la sua vita piena d’amore (una che riesce a gestire, felicemente, ex marito e nuovo compagno ha tutta la mia ammirazione), con la sua nostalgia per la figlia. Intenerisce il fatto che nel corso delle puntate diventi un po’ la chioccia di Suien, mamma di un nugolo di bambini, disoccupata, con un passato e un presente difficili.

E gli autori ci sguazzano esercitando la crudeltà con grande sapienza, enfatizzando per puntate e puntate l’amicizia fra le due, salvo poi metterle l’una contro l’altra, rivali in uno scontro all’ultimo sangue. Le due si disperano, Daiana vorrebbe quasi sacrificarsi, sottrarsi alla lotta. Ma poi, con un clamoroso gesto di magnanimità scritto in copione, le due vengono risparmiate. Per quella puntata non ci saranno eliminati.

Viene fatto fuori subito Federico, un po’ perché i suoi piatti vengono ritenuti immangiabili – cosa della quale io rimango scettica – molto perché non si lascia umiliare, ironizza. Se anche Bastianich lancia i piatti all’interno dello studio come si farebbe con un frisbee sulla spiaggia, Federico non si scompone e dai suoi occhi, ben lungi dalla contrizione, traspare una scintilla di compassione per ciò che quel povero cristo di Joe si abbassa a fare, pur di restare nel personaggio.

Ogni gruppo ha poi un capro espiatorio, un elemento contro cui coalizzarsi per sentirsi più forti, complici e sodali. Quest’anno al casting si sono trovati in grande difficoltà perché c’erano ben due concorrenti che potevano ricoprire quel ruolo: Letizia e Tiziana, affini addirittura nel nome. Nell’imbarazzo della scelta le hanno scelte entrambe, lasciando che fossero i concorrenti stessi, in modo naturale e spontaneo, a trovare quella da odiare.

A trionfare è stata Tiziana, quarantunenne avvocato in carriera, in apparenza coriacea ma in fondo poco avvezza a sporcarsi le mani. Tiziana che, lo si capisce chiaramente, è forte di un’ottima estrazione sociale e di una solida posizione economica, è naturalmente superba.

Dittatoriale ma non carismatica, poco attraente fisicamente e caratterialmente, con una voce che sortisce lo stesso effetto fastidioso di quando la parte meno friabile del gesso viene passata sulla lavagna, non particolarmente creativa, è geneticamente destinata all’emarginazione all’interno del gruppo ma – e qui mi sbilancio – è anche la candidata ideale alla vittoria, se gli autori vogliono far bene il loro compitino.

Sta di fatto, e qui si torna a bomba, che i ragazzetti figli dei miei amici, ma in definitiva la gran parte degli spettatori, non sanno o fingono di non sapere che i reality e i talent altro non sono che fiction. Sono pensati a tavolino, scritti con cura, girati e montati ad arte proprio al servizio di quella scrittura. Bastianich è un attore, lo sono Cracco e Barbieri, lo sono i concorrenti.

A tavolino sono pensate le umiliazioni inflitte ai concorrenti, le denigrazioni, le tensioni esplicite o serpeggianti, il build up to cut down. Tutto il resto si perde, o comunque non conta.

Non conta avere rispetto per le persone, non conta avere rispetto per il cibo – che viene bistrattato, offeso, sprecato -, non conta avere rispetto per una professione – quella dello chef – che non si improvvisa, che non prevede che si brucino le tappe arrivando a esercitarla senza avere le conoscenze e le competenze necessarie.

Perciò, ragazzetti miei, io me ne resto a casa mia, a cucinare per gli amici, a fare marmellate e biscotti per voi, a preparare i piatti che mi piacciono davvero.

Questi giochetti, se permettete, li lascio ad altri.

BISCOTTI AI DATTERI E SESAMO
per circa 75 biscotti

250 g di farina 0
160 g di burro
100 g di zucchero demerara
1 uovo categoria A
160 g di datteri freschi pesati senza nòcciolo
50 g di semi di sesamo
i semini di mezzo baccello di vaniglia
1 pizzico di sale

Nonostante quanto scritto fino ad ora, l’interesse  per la cucina dei miei amati ragazzetti va in qualche modo premiato. Perciò oggi si preparano i biscotti, e non i soliti chocolate chips cookie la cui preparazione è ormai familiare a molti di loro, ma qualcosa dal sapore un po’ più particolare e con quel tocco di esotismo che sicuramente li affascinerà.

Come sempre, si tratta di una ricetta facile, trovata qualche anno fa su La cucina italiana e poi un po’ modificata, almeno per quanto riguarda la preparazione.

Si comincia montando il burro morbido con lo zucchero, il sale e i semini della vaniglia. Quando questo miscuglio risulterà omogeneo e avrà cambiato colore diventando più chiaro, si aggiungono l’uovo, la farina, e quindi i datteri a pezzetti.

Ne verrà fuori un impasto quasi immaneggiabile tanto che è appiccicoso. Armati di buona volontà, si dovrà quindi farne una palla che poi, avvolta nel cellophane, bisognerà scordare in frigo per una mezza giornata.

Trascorso questo tempo, bisognerà dividere l’impasto in due parti e, rotolandone una alla volta su un foglio di carta forno, formare due cilindri di circa 3 cm di diametro.

Dovrete allora sistemare i semi di sesamo in un vassoio che contenga in lunghezza i cilindretti, passarveli dentro avendo cura che il sesamo si appiccichi all’impasto in modo omogeneo e mettere il tutto nuovamente al freddo, questa volta in freezer per almeno un’ora.

L’ultimo passaggio è quello che dà maggiore soddisfazione. Estratti i cilindretti dal freezer, basta tagliarli in fette da un centimetro che poi andranno disposte, a un paio di centimetri di distanza le une dalle altre, su una placchetta rivestita di carta forno.

Cuocere per 25 minuti in forno preriscaldato a 170°, farli raffreddare su una gratella e mangiarli a sazietà (ma solo se siete bambini, avete un metabolismo da veri sportivi o avete un tremendo bisogno di consolazione).

It’s a (mad) men’s world

A luglio del 2007, quando il caldo ci aveva fatto piacevolmente scivolare tutti in un torpore indolente, i miei colleghi ed io fummo travolti da un terremoto televisivo che avrebbe cambiato per sempre le nostre vite professionali: la prima puntata di Mad Men.
Arrivammo al lavoro il giorno dopo con lo sguardo afflitto e la tentazione di appendere final draft al chiodo perché, ed era bastato un solo episodio a chiarircelo per sempre, nessuno di noi, per quanto lunga e fulgente fosse stata la sua carriera, avrebbe mai potuto aspirare a tanta perfezione.
Non credo che al mondo ci sia ancora qualcuno che non abbia idea di cosa parli Mad Men, ma comunque, per amor di precisione, vado a riassumere. New York 1960: in quel di Madison Avenue un gruppo di pubblicitari, capitanato dall’enigmatico e spregiudicato direttore creativo Don Draper, compie le sue gesta mentre l’America assiste alla campagna elettorale per la presidenza, che vede contrapposti Nixon e Kennedy.
D’accordo, ho ridotto all’osso e mi sono riferita solo alla prima stagione, ma il miracolo di Mad Men, quello che ogni sceneggiatore vorrebbe poter ricreare, è che in ogni puntata succede davvero poco, ma nonostante questo non si riesce a staccare neanche per un attimo lo sguardo dallo schermo. 
Abituati a uno stile narrativo che prevede un colpo di scena al minuto, sequenze action e recitazione convulsa, si viene dapprima spiazzati e poi ipnotizzati dal ritmo lento di questo meraviglioso serial che ha addirittura l’ardire di concludere alcune puntate senza un vero e proprio cliff (se volete sapere cosa significa, consultate il piccolo vademecum alla fine di questo post), e intanto, dovendo compiere ben pochi sforzi per seguire la trama, si hanno il tempo e la concentrazione necessari per rimanere ammaliati da tutto il contesto (fotografia, scenografia, costumi, trucco, parrucco, colonna sonora), di un’accuratezza e un’eleganza degna di Visconti o Kubrick.

Ho riflettuto a lungo per cercare di capire cosa rendesse Mad Men così speciale e alla fine, in soldoni, credo che la sua grandezza risieda nella verità. Non nella veridicità, proprio nella verità.

Certo, perché l’epifania di far sembrare vera la finzione riuscisse, gli sceneggiatori si sono un po’ aiutati e così ci sono molti riferimenti – seppur a volte subliminali – alla cronaca e alla politica, e soprattutto ai generi di consumo, ai brand (dopotutto si narra di pubblicitari), ai cibi, alle bevande. Insomma, la verità del dettaglio ci fa credere che sia vero anche il contesto in cui quel dettaglio è collocato.

Si guarda Mad Men e ci si sente catapultati in uno scenario che si conosce e, seppur ammantato dalla patina dei ricordi, ci è straordinariamente familiare. Quanti fra quelli della mia generazione hanno consumato una cena a base di wurstel in lattina mangiati in fretta al tavolo della cucina mentre la mamma in twin-set scalpitava per andare a prepararsi per uscire, e intanto tirava boccate nervose a una sigaretta? Quanti si sono visti proteggere a ogni frenata dell’auto dal braccio del papà teso a mo’ di barriera fra loro e il parabrezza? Quanti hanno guardato la tv sdraiati sul tappeto ai piedi del divano sul quale se ne stavano seduti, composti e un po’ rigidi, i genitori?

E mentre riconosciamo quel mondo, abbiamo modo di scrutarne i meccanismi che all’epoca della nostra infanzia ci sfuggivano. Finalmente sappiamo come era la vita dei nostri genitori come se oggi, con la consapevolezza e gli strumenti degli adulti, li stessimo spiando dal buco della serratura. In fin dei conti è un po’ come fare una bella psicoterapia, ma in modo più piacevole e a prezzi decisamente più contenuti. E non credo sia poco.

Nel frattempo ci struggiamo per quello che fino al 2007 ci sembrava obsoleto o addirittura di cattivo gusto: le pettinature cotonate, i vestitini fine anni cinquanta, poi anni sessanta e adesso fine anni sessanta, le procaci curve di Joan Harris, i capelli impomatati di Don Draper, i mobili vintage (tutta roba che è transitata nelle nostre case e di cui i nostri genitori poi si sono liberati), quel bere, mangiare e fumare senza tregua, nella beata ignoranza delle conseguenze di questi atti scellerati.

Il 25 marzo di quest’anno, dopo 17 mesi di estenuante attesa, finalmente è cominciata la quinta stagione di Mad Men con un doppio episodio che ritengo entrerà nella storia della televisione, ma che per il momento ha già fornito nuovo, preziosissimo materiale all’immaginario erotico dei signori uomini. Facendo correre a ritmo leggermente accelerato le lancette dell’orologio (ma mai come in Downton Abbey dove in due stagioni si copre un arco temporale di otto anni), siamo arrivati al 1968 e tutto lascia supporre che ne vedremo delle belle.

Attingete alla fresca acqua del torrente, cari lettori.
Vi assicuro che ne vale la pena.

BANANA NUT BREAD
Per una teglia da plumcake di 20×10 cm

Vi avviso, è una ricetta americana e pertanto americane saranno le quantità, indicate in tazze, cucchiai e cucchiaini.

2/3 di tazza di latte intero
1 cucchiaio di succo di limone
2 tazze e 1/2 di farina 0 setacciata
1 cucchiaino e 1/2 di lievito vanigliato
1 pizzico bello grande di sale
1/2 tazza di burro
2/3 di tazza di zucchero
2/3 di tazza di noci tritate
2 uova grandi categoria A
2 banane talmente mature da risultare quasi immangiabili

Dovendo abbinare una ricetta a questo post, come prima cosa mi è venuto in mente il tipico meat loaf americano, quello servito con contorno di mashed potato e accompagnato dall’immancabile bicchiere di latte. Negli anni ’70, quando guardavamo alla tv con il dovuto ritardo le serie televisive di una decina di anni prima, non c’era cena in famiglia che non prevedesse questo menu. Poi ho pensato che fosse tutto un po’ troppo facile e così ho ripiegato su questo pane profumato e gustoso, che è un altro grande classico dell’epoca.

Benché questa ricetta sia stata messa a punto negli anni ’30, è a metà degli anni ’50 – quando fu inserita nel celebre ricettario Chiquita – che cominciò a diffondersi in tutti gli Stati Uniti. Grazie alla velocità e alla semplicità del procedimento, che ne rendevano agevole la preparazione a qualsiasi casalinga, negli anni ’60 non c’era casa in cui non fosse sfornato con una certa regolarità.

Veniamo a noi. Per cominciare accendete il forno a 180° e imburrate uno stampo da plumcake di cui rivestirete il fondo con la carta forno. Mescolate in una ciotola gli ingredienti secchi e teneteli da parte. Intanto unite il succo di limone al latte, girate con cura e aspettate che cagli (ci vorrà almeno un minuto). Nell’attesa, montate con la frusta elettrica il burro ammorbidito e lo zucchero. Quando il composto sarà diventato chiaro e spumoso, aggiungete le uova una alla volta avendo cura di aspettare che il primo si sia amalgamato prima di unire il secondo. A questo punto aggiungete le banane schiacciate, quindi gli ingredienti secchi alternati al latte cagliato. Lavorate fin quando la miscela non risulterà soffice e liscia, poi aggiungete le noci tritate e mescolate un’ultima volta. Versate il composto nello stampo, livellatelo battendo un paio di volte la teglia sul ripiano della cucina protetto da un canovaccio piegato, e infornate. Cuocete per un’ora e sfornate solo dopo aver verificato con uno stecchino di legno che l’interno del pane sia asciutto. 

Duecento ma non li dimostra

Ci siamo conosciuti tardi, io e Charles Dickens. Forse è stato a causa dei miei anni di liceo ribelli e anarchici che mi portavano a evitare con cura tutto ciò che era istituzionale e a esplorare invece territori diversi, che fosse la California di Jack Kerouac o il Perù di Manuel Scorza. O forse è stato semplicemente il destino, perché gli incontri importanti, quelli che poi ti segnano la vita, avvengono senza regole, nel momento esatto in cui devono avvenire.
Nel mio caso fu nel 1995, quando Einaudi pubblicò nei tascabili Casa Desolata. Lo comprai con un’ombra di scetticismo perché il mio cuore in quel momento apparteneva a Carver, conquistato – credevo per sempre – dalla sua prosa scarna, dai suoi periodi brevi. Dickens andava letto, e su questo ero d’accordo, ma su una come me che dopo quel ramo del lago di Como aveva dichiarato guerra alle descrizioni, di sicuro non avrebbe fatto presa.
Lo cominciai a leggere in tram, tornando a casa in una Torino imbiancata dalla neve e al secondo paragrafo rimasi folgorata: Nebbia ovunque. Nebbia su per il fiume, che fluisce fra isolette e prati verdi; nebbia giù per il fiume che scorre insudiciato tra file di navi e le sozzure che giungono alla riva di una grande (e sporca) città. Nebbia sulle paludi dell’Essex, nebbia sulle alture del Kent. Nebbia che s’insinua nelle cambuse dei brigantini di carbone; nebbia sparsa sui cantieri e librata nel sartiame dei grandi bastimenti; nebbia sospesa sulle falchette dei barconi e dei piccoli battelli. Nebbia negli occhi e nella gola dei decrepiti pensionati di Greenwich che respirano a stento accanto ai focolari delle loro camerate; nebbia nel bocchino e nel fornello della pipa pomeridiana dell’iroso capitano di lungo corso rintanato nella sua cabina; nebbia che morde crudelmente le dita dei piedi e delle mani del piccolo mozzo intirizzito in coperta. Passanti occasionali che sui ponti guardano dal parapetto un infimo cielo di nebbia, avvolti essi stessi nella nebbia come in una mongolfiera sospesa tra nuvole oscure.
Questo è cinema. Quarantatre anni prima che i fratelli Lumière girassero il loro primo film, Dickens aveva già una scrittura cinematografica e a pensarci bene questa Londra in bianco e nero, dove la grande prospettiva viene alternata al dettaglio, non è poi tanto diversa dalla Manhattan descritta da Woody Allen quasi un secolo e mezzo dopo.
Da quel pomeriggio di diciassette anni fa, io e Dickens non ci siamo più lasciati. Lo consulto come la mia bisnonna Titta consultava Il talismano della felicità, certa che fra le sue pagine avrebbe trovato ogni risposta. C’è tutto in Dickens: il romanzo sociale, quello d’appendice, quello comico, quello gotico, quello poliziesco – di cui è probabilmente il creatore anche se poi il primo romanzo di genere fu scritto da Wilkie Collins.
Benché sia in possesso di ogni opera di Dickens che sia stata pubblicata, confesso di non aver letto tutto. Non ancora. Non finché posso. Mi piace talmente perdermi fra quelle pagine, lasciarmi sorprendere da quelle incredibili trame perfettamente ordite, che la prospettiva di non aver più nulla da leggere, di non provare più il brivido del come andrà a finire, m’intristisce irrimediabilmente.
Così centellino le letture; mi concedo un romanzo nuovo ogni tre anni, magari ogni quattro. E intanto rileggo, perché fortunatamente c’è sempre qualcosa che è sfuggita alla precedente lettura, il piacere che i romanzi di Dickens mi regalano non si esaurisce in una volta sola.

È colpa di Dickens se Londra non mi piace, perché la mia Londra è quella descritta da lui, non quella pragmatica e tirata su in fretta col cemento faccia vista e gli infissi di alluminio anodizzato, dopo la seconda guerra mondiale. È colpa di Dickens se tanti romanzi, tanta fiction, tanto cinema mi sembrano un blando deja vu. È colpa di Dickens se nell’armadio della mia cucina sono allineate marmellate, sottaceti, chutney, spezie, biscotti e farine, perché dopo aver letto e riletto la stupefacente descrizione della credenza della madre del reverendo Septimus e del suo meraviglioso contenuto, che il buon Charles fa ne Il mistero di Edwin Drood – il suo ultimo romanzo, rimasto incompiuto (e io che darei per sapere come l’avrebbe terminato!) – mi struggo dal desiderio di possederne una uguale.

Oggi Charles Dickens avrebbe compiuto 200 anni. Sono 200 anni splendidamente portati, il signore invecchia bene vedendo di anno in anno aumentare il proprio fascino. Quest’anno è il suo anno e chiunque si affanna per celebrarlo, omaggiarlo, ricordarlo con reading, mostre, dibattiti, film.

Io lo faccio in privato, rileggendo Casa Desolata, il libro che fece scoccare la scintilla, e sorseggiando un buon tè.
Naturalmente all’inglese.

SCONE
Per 18 pezzi
500 g di farina

1 cucchiaino di sale
30 g di bicarbonato di sodio

80 g di burro freddo a cubetti

300 ml di latticello (ottenuto mischiando 150 ml di latte intero con 150 ml di yougurt naturale)
1 tuorlo d’uovo sbattuto con 2 cucchiai di panna per spennellare la superficie

Non c’è tè all’inglese degno di questo nome che non sia accompagnato da uno scone spalmato di clotted cream e addolcito da un cucchiaino di marmellata di fragole. Tutto il resto è un di più, ma lo scone è e resta l’essenziale.
Farli è abbastanza facile soprattutto se agite da esseri del ventunesimo secolo e vi affidate alle prodezze di un buon mixer. Perciò, mentre il forno si preriscalda a 200° (che fine hanno fatto i soliti 180°?), setacciate nel bicchiere del mixer farina, sale e bicarbonato e fate andare per qualche secondo in modo che si mescolino bene. A questo punto aggiungete il burro ben freddo e tagliato a cubetti. Azionate il mixer a intermittenza, fino a ottenere un composto sabbioso e slegato. Unite il latticello e accendete nuovamente il mixer lavorando giusto il tempo necessario ad amalgamare il tutto, ma non di più.
Levate l’impasto dal mixer e, maneggiandolo il meno possibile, adagiatelo su una spianatoia ben infarinata e stendetelo con il matterello a uno spessore di 3 cm. Usando un coppapasta infarinato di 5 cm di diametro, tagliate dei dischetti. Ricompattate l’impasto velocemente e ripetete l’operazione fin quando non l’avrete esaurito. 
A questo punto distribuite gli scone su una teglia foderata di carta forno ben distanziati gli uni dagli altri, spennellateli con l’uovo e la panna e infornateli in forno ventilato per 10 minuti o finché non saranno ben gonfi e dorati. Sfornateli, sistemateli a intiepidirsi su una gratella e serviteli prima che si raffreddino del tutto, quando saranno ancora fragranti e profumati.

P.S.: se vivete in Italia e non riuscite a reperire la clotted cream da nessuna parte, non disperate. Potete ricrearla un po’ empiricamente, ma con un risultato più che soddisfacente, mescolando 120 g di mascarpone freschissimo a 250 g di panna fresca montata (suggerisco la Matese). Aggiungete 1 cucchiaio di zucchero semolato fine, i semini di un baccello di vaniglia e lasciate riposare in frigo per un’oretta prima di servire.
Ma soprattutto non ditelo a nessuno. Non oso pensare cosa direbbero i puristi.

Ci vuole un fisico bestiale

È giunto il momento di svelarvi la mia natura divina. Sono Nostra Signora dell’Adipe. 133kg per 171cm di altezza (ma fino a un anno e mezzo fa ero perfettamente sferica, con peso e altezza che si equivalevano). Ho trascorso tre quarti della mia vita alternando pellegrinaggi da dietologi e nutrizionisti che mi mettevano a dieta serrata, e grandi orge alimentari che terminavano solo quando avevo recuperato tutti i chili persi e anche qualcosa di più. In totale credo, in trent’anni di fiorente attività nel campo dei disturbi alimentari, di aver perso e guadagnato complessivamente più di 300kg (quando si dice fare le cose in grande!).

Per mia fortuna, la metà della mia vita l’ho invece trascorsa frequentando lo studio di un eccezionale psicologo e – dopo un percorso faticosissimo ma estremamente gratificante – adesso sono “potenzialmente” guarita. Da un anno e mezzo, senza l’ausilio di alcun dietologo ma basandomi semplicemente sulle competenze acquisite in tanti anni di diete, ho trovato un regime alimentare adatto a me che mi ha permesso di perdere circa una quarantina di chili senza per questo privarmi dei piaceri della buona tavola ai quali, periodicamente, accedo con grande soddisfazione.

Mio marito – che quando mi ha conosciuta ha esordito dicendo “ti avverto che a me le donne grasse non piacciono” ma poi un mese dopo mi ha chiesto di andare a vivere insieme – è invece un fanatico della forma fisica nonostante il suo peso non abbia mai superato i 74kg (ed è alto 173cm). Ciò comporta che almeno un paio di volte all’anno (in genere primavera e autunno) dichiara guerra al suo chilo di troppo imponendosi, e giocoforza imponendomi, delle diete estenuanti e molto trendy che hanno l’unico vantaggio di essere anche molto brevi altrimenti, ne sono certa, ci mandrerebbero se non al camposanto, di sicuro al manicomio.

Premetto che, essendo stata cresciuta negli anni ’70 da una tipica mamma della buona borghesia nevrotica e un po’ ottusa di quell’epoca, io di diete estenuanti e trendy ne ho provate un bel po’ (quale cosa migliore per una bambina?). Si partì con la dieta a punti e la dieta delle mille calorie per poi approdare oltreoceano con, in rapidissima successione, Weight Watchers, Scarsdale e – udite udite – la dieta Beverly Hills, da me odiatissima. In quest’ultima dieta si mangiava frutta esotica e null’altro ma siccome Napoli non è uguale alla California e il mondo prima della globalizzazione era tanto tanto grande, reperirla era estremamente difficile. In mancanza di manghi, papaye, carambole, frutti della passione, litchis e quant’altro (che mia madre, armata di buona volontà, ordinò una volta al fruttivendolo più chic di Napoli – l’unico che fosse in grado di importarla – spendendo più o meno quello che guadagnava mio padre in un mese), si ripiegava sull’ananas. Dodici giorni di ananas a colazione, pranzo e cena mi fecero perdere un bel po’ di chili ma mi provocarono un disgusto per quel frutto che dura ancora oggi.

Torniamo a noi. Quest’anno mio marito ha introdotto una novità e, invece dell’ormai abituale Scarsdale di due settimane, ha deciso di sperimentare la dieta Dukan, suggerita durante una cena da un’amica sempre sul pezzo. 7 giorni di fase d’attacco, 7 giorni in un delirio di proteine e solo proteine che mi hanno provocato un desiderio struggente non dico di pasta o pane, ma perfino di una foglia d’insalata scondita! Avrei potuto consolarmi pensando che con questa ormai famosissima dieta, Kate Middleton (del celebre duo William & Kate) ha perso talmente tanti chili da rasentare l’aspetto di uno scheletro che deambula, ma capirete, seppure in questa settimana avessi perso 7kg che cosa sarebbe cambiato per me, povera grande obesa che di chili ne deve smaltire ancora una settantina? Insomma, dopo una settimana senza tregua né consolazione, mi ritrovo ad aver perso 2 miseri chiletti mentre quel dannato di mio marito ne ha persi 5!

Adesso che il consorte pesa 69kg e ha quindi almeno 4 kg da recuperare per tornare a essere guardabile, possiamo dire finalmente addio alla deleteria dieta Dukan e alle sue fasi successive (fase di crociera e fase di consolidamento) che salteremo a pie’ pari per tornare alla nostra – o almeno alla mia – amatissima fase della normalità.

C’è solo una cosa che salvo della dieta Dukan ed è la colazione, che mi ha consentito di sperimentare degli pseudo pancake che, entrati a far parte del mio ricettario in un contesto così sgradevole, di sicuro vi rimarranno, ingentiliti da un cucchiaio di marmellata fatta in casa o da un po’ di miele biologico comprato in montagna.

PANCAKE INTEGRALI DI CRUSCHELLO D’AVENA
(per una colazione senza sensi di colpa)
per 1 pancake

35 g di albume (cioè l’albume di un uovo, ma esistono comodissimi brik di solo albume in vendita al supermercato)
2 cucchiai di yogurt di soia
1 cucchiaio e 1/2 di cruschello d’avena
8 gocce di dolcificante liquido (tipo TIC o DULCERIL)
essenza di vaniglia qb

Si monta appena l’albume con una frusta, vi si aggiungono lo yogurt, il dolcificante e la vaniglia continuando a mescolare, quindi si unisce al tutto il cruschello d’avena. Si fa scaldare una padella antiaderente senza però farla diventare bollente e vi si versa la pappetta ottenuta. Quando la superficie si ricopre di piccole bolle (in genere ci vogliono 2 o 3 minuti) si volta lo pseudo pancake con la paletta e lo si lascia cuocere ancora per un minuto. 

Potrei finire qui, ma siccome credo di meritare – e che meritiate anche voi – un premio di consolazione, vi suggerisco un’altra ricetta decisamente meno punitiva.

MUFFIN AL CIOCCOLATO
per 8 muffin
50 g di burro
100 g di cioccolato fondente
50 g di gocce di cioccolato
200 g di farina
100 g di zucchero
1 uovo intero
250 ml di latte intero
1/2 cucchiaino di essenza di vaniglia
1/2 bustina di lievito in polvere
granella di nocciole qb
un pizzico di sale
Come prima cosa accendere il forno a 180° (guarda caso!) e mettere intanto a sciogliere a bagnomaria i 100 gr. di cioccolato con il burro. Quando tutto sarà fluido e ben amalgamato, levare la casseruola dal fuoco e lasciare intiepidire. Aggiungere quindi al composto ottenuto, lo zucchero, l’uovo leggermente sbattuto con il pizzico di sale, il latte e la vaniglia. Incorporare poi lentamente la farina setacciata con il lievito e mescolate dal basso verso l’alto il minimo necessario a miscelare tutti gli ingredienti. Aggiungere a questo punto le gocce di cioccolato e dare un’ultima, veloce mescolata prima di trasferire l’impasto in una teglia da muffin imburrata e infarinata o, più semplicemente, rivestita con dei pirottini di carta (abbiate cura di riempire i pirottini fino a 3/4 della capienza totale). Spolverare ogni muffin con la granella di nocciole e infornare per 25 o 30 minuti. Sfornate e lasciate intiepidire, quindi deliziatevi dimenticando la dieta.

 Io non vedo l’ora.

Tea time!

Il tavolino da caffè del nostro soggiorno proviene da casa di mia nonna e, negli anni, ha subito varie trasformazioni. All’inizio è rimasto color legno e mi sono limitata solo a sostituire la stoffa del ripiano, poi all’interno, sotto il vetro, ha ospitato un bellissimo puzzle anni ’50, dopodiché è stato dipinto di bianco e rifoderato con una tela bluette. Errore fatale il bianco, perché con tre cani che gironzolano sempre nei paraggi sperando di raccattare qualche briciola o ci si accucciano sotto a dormire, c’è voluto poco perché  il tavolino diventasse bianco sporco e poi decisamente grigio, convincendomi che era arrivato il momento di un nuovo restyling.
Complice una settimana di pausa dalla scrittura (delle sceneggiature, per il resto – come in parte si è visto – ho scritto moltissimo!), mi sono dedicata al bricolage, e adesso il mio tavolino bianco sporco e blu è diventato così.
Mio marito, che è molto concreto e poco propenso all’immaginazione (ma ha tanti, tantissimi altri pregi), ha osservato le varie fasi di lavorazione con crescente scetticismo. L’azzurro delle parti in legno gli sembrava troppo “calcio Napoli” (lui è orgogliosamente juventino) e la bandiera che avevo dipinto, troppo “sbavata”. A nulla è servito ripetergli con lo stesso tono di stoica sopportazione usato da Madeline Kahn: “Jasper Johns, caro, Jasper Johns“, lui è rimasto tenacemente  perplesso fin quando non ha visto l’opera finita che, fortunatamente, gli è piaciuta moltissimo.

Lo ammetto, probabilmente il recente viaggio a Londra mi ha un tantino influenzata,  ma ormai è fatta e questo tavolino in stile “rule Britannia” è passato d’ufficio dal ruolo di tavolino da caffè a quello di tavolino da tè (anche perché io il caffè non lo bevo mentre ho sempre sul fuoco il bollitore pronto per il tè).

Niente di meglio di una pigra domenica pomeriggio, quindi, per inaugurarlo con dei muffin fatti con quel che c’era in casa (nello specifico una tavoletta di ritter bianco alle nocciole, un reso di un cliente di mio marito che transitava da casa per combinazione) ma poi rivelatisi incredibilmente buoni. 
MUFFIN CON CIOCCOLATO BIANCO E NOCCIOLE AL PROFUMO DI LIMONE
Per 8 muffin
ingredienti secchi
1 tavoletta di ritter bianco alle nocciole da 100 g (ma se siete schizzinosi nulla vi vieta di usare altro)
150 g di farina 00
40 g di farina di nocciole tostate 
50 g di zucchero
1 bustina di lievito per dolci
la buccia grattugiata di un limone
1 pizzico di sale
ingredienti umidi
1 uovo
150 g di latte intero
60 g di burro fuso
1/2 cucchiaino da caffè di pasta di vaniglia
Tagliare al coltello la tavoletta di cioccolata fino a ridurla in pezzi abbastanza piccoli, quindi unire tutti gli ingredienti secchi avendo cura di setacciare il lievito. Sbattere l’uovo e aggiungervi la vaniglia e il latte.  Mescolare gli ingredienti liquidi (compreso il burro fuso) a quelli secchi, lavorando giusto il necessario ad amalgamarli, ma non di più. Disporre il composto in una teglia da muffin imburrata e infarinata o in pirottini di carta (da sistemare comunque nella teglia, ma vi risparmierete di imburrare) o in piccole vaschette di alluminio usa e getta (anche in questo caso non serve imburrare), riempiendo fino a 3/4 della capacità e infornare – in forno preriscaldato a 180°, ribadisco: esiste un’altra temperatura? – per una ventina di minuti. Servire tiepidi.
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