Agosto, vacanza mia non ti conosco

Quest’anno è andata così. Niente mare, niente montagna, niente mete esotiche, niente capitali europee. Perfino la piscina della Mostra d’Oltremare, in genere da me molto frequentata, quest’anno non mi ha visto fare neanche una cauta immersione. 
Quest’anno il mio posto è stato qui, alla scrivania.
Va bene, per carità. Di questi tempi non è che ci si possa lamentare perché si ha del lavoro da fare, e quindi io non mi lamenterò. 
Io.
Perché il consorte invece si è lamentato moltissimo.
Giustamente.
Non che io non ci abbia provato a mandarlo in vacanza, sia chiaro. Ma lui si sentiva in colpa a godersi il relax sapendomi sola a casa a sceneggiare, e perciò è rimasto con me.  
– Va be’, ma in fondo non è poi così male ‘sta cosa di rimanere in città.
Ho argomentato provando a indorargli la pillola. 
– Andremo controcorrente. 
– Come i salmoni? 
Ha chiesto il consorte un po’ interdetto.
– No. Come quelli che fanno le vacanze intelligenti. Ad agosto, mentre gli altri si accalcano su spiagge talmente affollate che per vedere il mare devi sbirciare le foto su facebook, ci godiamo la città finalmente silenziosa, e a settembre, quando tutti gli altri sono tornati a casa, ci deliziamo su una spiaggia deserta.
Insomma, dopo averlo attrezzato con Il conte di Montecristo e un phon industriale per aiutarlo a occupare il troppo tempo libero, e avergli ripetuto più volte la solfa delle vacanze intelligenti, anche il problema consorte deluso è stato risolto.
Lui legge e svernicia la porta d’ingresso bisognosa di un restauro, e io sceneggio nel mio studio.
Tutto sarebbe andato per il meglio, perché la città, o perlomeno la nostra zona, è effettivamente deserta.
Tranne i venti metri quadrati di suolo pubblico antistanti la finestra della nostra camera da letto, dove invece, almeno una volta al giorno, passa chiunque si trovi a Napoli in questo momento.
Si comincia all’alba, quando veniamo felicemente risvegliati dai gruppetti di cingalesi che si riuniscono sotto la nostra finestra prima di andare al lavoro. Il consorte bofonchia, io cerco di rabbonirlo. Parlano una lingua così musicale… sembra di sentire un’orchestra composta esclusivamente di triangoli, vibrafoni, e hang. Il consorte mi guarda con l’aria di chi sta valutando un TSO, quindi decide che sono una causa persa, si tira il cuscino sulla testa e si rimette a dormire. O almeno ci prova.

Un paio d’ore dopo è il turno delle ucraine, e allora sono io ad andare in ansia. Perché il loro tono è talmente aggressivo e autoritario, perfino quando si tratta di amabili chiacchiere con le amiche, che a me viene istintivo buttarmi giù dal letto, mettermi sull’attenti e andare a preparare la colazione marciando al passo dell’oca.

Seguono ameni intermezzi gentilmente offerti da quei pochi, pochissimi, che non sono partiti ma sono in procinto di farlo, o che sono appena tornati, e che – sempre e comunque – invece di intrattenersi nelle aree limitrofe alle loro abitazioni, preferiscono farlo qui davanti.

Se ne ricavano alcune chicche che, devo riconoscerlo, a metà giornata ci strappano qualche sorriso.
Si va da…
– Uanema Titi’, che c’hai messo dentro a ‘sta valigia, un corpo umano?
A…
– Quello sapete che mi dice? Io i 240 cavalli della macchina li voglio sentire tutti! Intanto a casa nostra tenimmo cchiù fotografie ‘e l’autovelox che d’o matrimonio!

Poi c’è la sezione “turisti”, che ha orari imprevedibili, ma non manca mai. Sono spagnoli, francesi, inglesi, americani, giapponesi, tedeschi e tutti, dico tutti, si fermano sotto la nostra finestra a chiedere informazioni.

Ora si sa, il napoletano è naturalmente disponibile e generalmente si dà molto da fare per rendersi utile, anche quando è più che evidente che non ne ha la capacità. Quindi in genere lo scenario è questo: due ragazzi fermano uno sporadico passante che, inutile dirlo, pur essendo sporadico non sta né un metro prima né un metro dopo la nostra finestra, e gli chiedono informazioni in un francese, inglese, o tedesco, appena punteggiato di qualche parola in italiano.

Il passante non capisce un accidenti, ma non si dà per vinto. Così, mentre i turisti assistono attoniti, si affretta a citofonare o a telefonare o semplicemente a mettersi in contatto gridando a gran voce con un suo amico che in teoria conosce benissimo le lingue, ma in pratica ne sa meno di lui.

Queste conversazioni fra sordi, per quanto a volte irresistibili, indispettiscono a morte il consorte (a me succede lo stesso con i film demenziali) che, quando proprio non ne può più, si avvicina alla persiana chiusa e urla ai turisti le informazioni richieste. Quelli rischiano l’infarto, non lo nego, ma almeno capiscono dove andare (a quel paese, suggerirebbe il consorte) e salpano verso altri lidi.

Finalmente scende la notte. Il consorte ed io ci infiliamo sotto le lenzuola, lui prende Il conte di Montecristo, io faccio le parole crociate. La città dorme, non passa neanche un’automobile. Spegniamo la luce e ci accingiamo a scivolare dolcemente nel sonno, quando dalla finestra arrivano le voci sommesse, ma chiarissime, di tre uomini.

Io mugugno al consorte di affacciarsi e chiedere ai tre di tacere, ma lui si mette il dito indice davanti alle labbra, facendomi capire chiaramente che quella che deve star zitta sono io, quindi si predispone all’ascolto, interessatissimo. Apprende così che i tre sono soci, anche se non si capisce di cosa, ma che uno di loro si è mangiato una discreta cifretta, sottratta dal conto societario, pe’ anna’ a se diverti’ cu ‘na zoccola. Seguono insulti, minacce e ipotesi più o meno fantasiose su come il giovane virgulto, irretito dalla profumiera, debba fare per per restituire il maltolto. Il consorte si appassiona come non gli ho visto fare neanche quando guardavamo Sherlock e c’era da capire chi fosse il colpevole, si siede sul davanzale e si gode lo spettacolo per una buona mezz’oretta.

Alla fine sono esausta. Brontolo contro l’estate, il caldo che ci costringe a tenere la finestra aperta, il condominio che non ci permette di installare un condizionatore, l’ubicazione della casa, e il fatto che siamo dovuti restare in città.
Il consorte mi guarda divertito.
– Bene, e che fine ha fatto la tua teoria dell’andare controcorrente come i salmoni?
– I salmoni mi hanno stufato, caro mio. Dall’anno prossimo ci spostiamo in banco. Come i tonni.

Polpettone di tonno
per 4 o 5 persone
(non lo dico io, lo dice Ada Boni)

200 g di tonno sott’olio
3 cucchiai di pane grattato finissimo
3 cucchiai di parmigiano grattugiato
1 uovo
1 chiara d’uovo (usate il tuorlo per fare una bella maionese)

Ecco qua, già immagino le vostre obiezioni. E che fine hanno fatto le patate? Perché non sono nell’elenco degli ingredienti? Le patate non sono contemplate, signori miei.

C’è chi dice che il mondo si divida in quelli che amano i Beatles e quelli che amano i Rolling Stones, chi sostiene che si divida in quelli che trovano che M. Butterfly sia il film migliore di Cronenberg e quelli convinti che sia il peggiore, quelli che hanno amato il finale di Lost e quelli che lo hanno detestato, quelli che parteggiavano per la Callas e quelli che invece le preferivano la Tebaldi.

Per me il mondo si divide in quelli che per polpettone di tonno intendono quel cataplasma di tonno e patate dalla consistenza sospetta, e quelli che invece sono cresciuti in una casa fornita di Talismano della felicità e quindi sanno che l’unico, vero, inimitabile polpettone di tonno è quello ritratto nella foto sopra.

Questo, oltre a essere il piatto della mia infanzia, un vero e proprio comfort food, è anche uno di quei piatti che ti risolvono la serata quando, per esempio, sul calar della sera ti telefonano due amici e si auto invitano a cena, e tu hai staccato la spina del frigo perché tanto è talmente vuoto che almeno risparmi corrente.

Prepararlo, inutile dirlo, è di una semplicità disarmante. Scolate l’olio, e mettete il tonno in una ciotola, quindi armatevi di forchetta e cominciate a sminuzzarlo. Lavoratelo per almeno un paio di minuti, in modo da ottenere una consistenza abbastanza omogenea. Aggiungete il pane grattato e il parmigiano, e continuate a lavorare con la forchetta. Quando i tre ingredienti si saranno amalgamati, aggiungete l’uovo e la chiara. Continuate a mescolare bene. Ne otterrete una massa umida, facilmente modellabile. A questo punto prendete un pezzo di carta argentata, rovesciatevi sopra l’impasto e lavoratelo dandogli la forma di un cilindretto. Avvolgetelo poi nell’alluminio e chiudetene bene le estremità. Mettetelo in una pentola che lo contenga agevolmente, copritelo di acqua fredda, e fatelo cuocere per un’ora dal bollore. Passato questo tempo scolatelo, attendete che si sia raffreddato, quindi liberatelo dell’alluminio e tagliatelo in fettine di mezzo centimetro di spessore. Servitelo accompagnato da una maionese preparata con il tuorlo avanzato.

In ogni caso, se proprio volete il rigore filologico, ecco la foto della ricetta così come compare nel Talismano appartenuto alla Titta.
Come sempre, fatemi sapere.

Shopping!

Come immagino sia accaduto a molte altre esponenti dell’invisa categoria grandi obese, ho avuto fin dall’adolescenza un rapporto estremamente conflittuale con lo shopping.
Mentre le mie coetanee progettavano sabati pomeriggio passati in giro per negozi a cercare l’abito che avrebbero indossato per il loro diciottesimo compleanno, io me ne tenevo prudentemente alla larga sapendo che in quelle boutique avrei potuto comprare al massimo una sciarpa, e solo dopo essere stata squadrata con riprovazione dalle commesse.
Quando avevo 15 o 16 anni c’erano solo tre negozi che frequentavo con disinvoltura e autentico piacere: la libreria Marotta (che ormai non c’è più), Magico Oriente (dove però mi limitavo a comprare orecchini e bracciali, visto che gli anelli mi andavano tuttalpiù al mignolo e le collane su di me sembravano collari a strangolo) e don Mario il saponaro, che occupava ben tre dei quattro locali su strada del mio palazzo. 
Inutile dilungarsi su Marotta e Magico Oriente perché una libreria, per quanto amatissima, è pur sempre una libreria, e di negozi di gioielli etnici chissà quanti ne avrete visti. Tutt’altra storia invece per la puteca di don Mario.
Tanto per cominciare don Mario – altresì noto come meza mascella – era un guappo, e a metà degli anni ’80 era l’ultimo esponente di una specie ormai estinta. Che fosse estate o inverno, lui vestiva di color crema dalle scarpe al cappello, e passava le sue giornate seduto su una poltrona nella penombra della parte più interna del negozio, fumando sigarette senza filtro con l’ausilio di un tozzo bocchino, anch’esso color crema.
A gestire gli affari per lui c’era il giovine del negozio, Antonio, che per la verità del giovane di bottega aveva il titolo, ma non certo l’età né tantomeno l’aspetto. Antonio aveva una faccia da roditore, ma simpatica, e la pelle ispessita da decenni di sole. Doveva aver avuto un passato da uomo di mare, perché c’era un che del pescatore in lui e il suo abbigliamento prevedeva solo due varianti: pantaloni neri e maglietta blu scollo a v d’estate, e pantaloni neri e maglione blu scollo a v d’inverno. 
Non credo abbia mai posseduto un cappotto, e se invece lo possedeva allora di sicuro lo indossava di nascosto, nel segreto del suo appartamento.
Naturalmente i tre locali del negozio erano uno più incredibile dell’altro. In tutti e tre c’era quell’odore secco della polvere e giusto un vago sentore di cera per mobili, ma così diafano e sfuggente da farti pensare a un’allucinazione olfattiva. Nulla era particolarmente prezioso, ma ogni cosa per me era particolarmente appetibile: bottiglie, bicchieri, pentole, piccoli mobili, cornici, macchine per cucire, chiavi, sedie, lumi.
La mia tecnica d’acquisto era una sola: la denigrazione. Facevo dei blitz esplorativi nel primissimo pomeriggio, mentre don Mario dormiva. Al riparo dal suo sguardo sornione, scrutavo i ripiani fino a individuare l’oggetto del desiderio quindi, pienamente soddisfatta, mi dileguavo silenziosamente.
Il giorno dopo, quando tornando da scuola passavo davanti al negozio, gettavo un’occhiata fintamente casuale all’interno per poi chiedere con noncuranza il prezzo dell’articolo puntato il giorno precedente. Don Mario la prendeva alla larga, cominciava a raccontarmi dove l’aveva trovato, a quale epoca apparteneva, quanto fosse raro. Lo lasciavo parlare poi, quando finalmente arrivava a dirmi il prezzo, io – a prescindere da quale fosse la cifra – sentenziavo che era troppo alto e che nessuno gli avrebbe mai dato tanto per quella schifezza.
Il fatto che io non mi degnassi neanche di fare una controfferta mandava don Mario fuori dai gangheri e allora vendermi quel tale oggetto diventava per lui un punto d’onore. Abbassava ogni giorno il prezzo di qualche migliaia di lire, proponeva di aggiungere altri articoli in omaggio, di farmi pagare a un tanto alla settimana, ma io continuavo a resistere.

Quando proprio non sapeva più cosa inventarsi, si appostava sulla soglia del negozio aspettando che mia nonna passasse lì davanti. Allora la salutava levandosi il cappello in segno di rispetto, quindi – quasi volesse intercedere in mio favore – le indicava l’oggetto del mio desiderio suggerendole implicitamente l’acquisto: “Signora baronessa… ‘a piccerella smania pe’ ll’ave’!”

Senza saperlo, era proprio la nonna a dargli il colpo di grazia. Lungi dall’assecondarlo, con il suo solito piglio autoritario proibiva al poveretto di effettuare la vendita (diceva proprio così: “don Mario, io vi proibisco di vendere questa fetenzia a mia nipote!”) e minacciava di fargli chiudere il negozio, la cui presenza a suo dire costituiva un’onta per un palazzo tanto rispettabile.
Poche ore dopo, inevitabilmente, don Mario mi faceva convocare nella puteca da Antonio e lì, sprofondato in poltrona, negoziava la resa: “Piccere’, io quella cosa che ti volevi comprare te la regalo… ma mi raccomando, nun dicere nient’ ‘a nonneta!”

Ho sempre avuto il sospetto che in fondo gli piacesse da morire tutto quel teatrino.

La macchinetta del caffè che compare all’inizio di questo post è l’ultimo regalo che ho ricevuto da don Mario. Gli anni sono passati, la puteca ha chiuso e don Mario e Antonio ormai non ci sono più.

Per parecchio tempo ho pensato che non avrei mai più ritrovato quel piacere di osservare la merce senza essere a mia volta osservata, di prendermi tutto il tempo che volevo per ponderare i miei acquisti… poi ho scoperto l’e-commerce.

Per quanto detesto andare in giro per negozi, tanto adoro curiosare in rete, scovare l’affare, trovare nuovi siti dove fare compere mentre mi tacito la coscienza ripetendomi che dopo aver tanto tribolato, ho diritto di togliermi finalmente qualche sfizio anch’io.

All’inizio a conquistarmi è stata la scoperta che se nel mondo reale avevo una probabilità di trovare vestiti della mia taglia pari allo zero assoluto, in rete la cosa non solo era fattibile, ma addirittura facile. Poi sono stata ammaliata dalla possibilità di comprare cose che avevo sempre desiderato ma che a Napoli erano rarissime: vecchie posate scompagnate in sheffield, la scrivania a rullo, libri fuori catalogo. Infine è on line che ho imparato a cercare accessori per la mia cucina (ho comprato il tritacarne per il Kitchen Aid di mamma da un tipo che gestiva un negozio in Giamaica e che me l’ha venduto a un prezzo stracciato) o ingredienti altrimenti irreperibili.

L’ultimo sito di cui mi sono infatuata è Degustaci, gestito da un manipolo di strenue esploratici che, girando in lungo e in largo la Campania, hanno selezionato il meglio di ciò che la mia regione produce (e si tratta di prodotti certificati: IGP, IGT, DOC, DOP, DOCG). Benché io sia campana, molti dei prodotti in vendita non li avevo mai neanche sentiti nominare, così, un po’ perché sono curiosa, un po’ perché mi sono fatta prendere la mano, ne ho ordinati ben 4.

Chiaramente se io ho gioito all’arrivo del corriere, il consorte era invece molto perplesso e continuava a domandarsi (e domandarmi) che diavolo ci avrei fatto con quella roba (!). Così, giusto per zittirlo, mi sono subito messa ai fornelli…

POLLO CON LE PESCHIOLE
per 4 persone

1 petto di pollo
200 g di peschiole
2 spicchi d’aglio
5 foglie di salvia
4 cucchiai d’olio EVO
5 cl di aceto di vino bianco
sale
farina bianca qb

Immagino che alcuni di voi si stiano chiedendo cosa siano le peschiole (io me lo sono chiesta), perciò vado a illustrare.

Le peschiole sono una specialità di Vairano Patenora, ameno comune in provincia di Caserta da cui in genere passo per andare a Roccaraso, fermandomi talvolta a mangiare all’ottimo Vairo del Volturno. Le peschiole sono – come in effetti si evince dal nome – delle piccole pesche (più precisamente noci pesche) che vengono colte dall’albero quando misurano un paio di centimetri e al loro interno non si è ancora formato il nòcciolo. Le peschiole vengono bollite in acqua e aceto, aromatizzate con spezie e poi conservate sotto vetro. La grandezza e il colore ricordano quello delle olive verdi, ma quando le si morde risultano invece incredibilmente croccanti e il sapore, se in un primo momento richiama alla mente i cetriolini sottaceto, ha una nota finale dolce e fruttata che spiazza piacevolmente.

Adesso che vi ho edotti, vi spiego come le ho usate. Ho lavato il petto di pollo, l’ho asciugato e l’ho ridotto in tocchetti che poi ho infarinato appena. Intanto ho fatto rosolare gli spicchi d’aglio in una padella ampia e, quando sono imbionditi, vi ho aggiunto il pollo che ho fatto dorare in maniera omogenea. A questo punto ho unito la salvia, le peschiole tagliate in sei spicchi, il sale, l’aceto e altrettanta acqua tiepida. Ho lasciato cuocere a fiamma bassa fin quando non si è formata una cremina lucida e ho servito immediatamente.

Et voilà, il consorte è rimasto senza parole!

PS: Volete sapere cos’ho preparato con gli altri tre prodotti che ho comprato? A partire da domani troverete le ricette sulla pagina facebook del blog.

Casalinghitudine

Probabilmente se non fossi stata ingannata da bambina, la mia propensione al femminismo non sarebbe così spiccata. Il fatto è che sono stata cresciuta da una mamma che, senza neanche accorgersene, metteva distanze siderali fra le parole e i fatti. A parole, mia madre sosteneva che le donne fossero uguali agli uomini – stessi diritti, stessi doveri – ma nei fatti poi, la mattina io mi facevo il letto mentre a mio fratello lo faceva lei. Con queste premesse non c’è da stupirsi che io sia cresciuta ribelle, polemica e battagliera, pronta a sfinirmi in discussioni all’ultimo sangue per difendere un principio o rivendicare un diritto.
Con queste premesse, non c’è neanche da stupirsi che la mia convivenza con il futuro consorte sia stata, almeno per i primi mesi, un braccio di ferro continuo che a volte è sfociato in una vera e propria guerra al massacro. Io però ero stata chiara e sincera. Quando lui mi chiese di andare a vivere insieme (dopo essere caduta dalle nuvole e avergli chiesto a mia volta: “ma perché, siamo fidanzati?”), gli dissi che se cercava una massaia io non ero la donna per lui. Lui mi assicurò che desiderava tutt’altro e io gli credetti. Ma mentiva. Ah, se mentiva!
Nei primi tempi la nostra casa – la scatola da scarpe arditamente organizzata su due livelli di cui ho già parlato – sembrò un covo di punkabbestia perché lui non muoveva dito pensando che di dita bastassero le mie, e io, per rabbia e per reazione, scioperavo a oltranza lasciando che tutto andasse in malora. Miravamo entrambi a vincere per sfinimento dell’avversario, lui mirava a convincermi che della casa si occupano le donne e io miravo a convincerlo che bisognava procedere a una democratica ed equa divisione dei compiti.
Tanto per cominciare, io provvedevo a fare la spesa e cucinare, quindi lui avrebbe potuto provvedere a passare l’aspirapolvere. Ma lui sosteneva che cucinare non contasse perché a me cucinare piace. Di contro lui stira benissimo e io – che con il ferro da stiro so solo scottarmi – sostenevo che stirare non contasse perché in fondo i vestiti basta stenderli e piegarli per bene per ottenere lo stesso risultato. Io sostenevo che i pavimenti dovesse lavarli lui perché a me passare il mocho fa venire il colpo della strega. Lui sosteneva che il letto dovessi farlo io perché era così e basta. Lui era disposto a lavare i piatti ma io sostenevo che non li lavasse bene. Io ero disposta a pulire l’argenteria ma lui sosteneva che non fosse una cosa di primaria importanza (e poi, con quelle quattro cose d’argento che abbiamo, mica ci vuole tanto). Io sostenevo che lui fosse troppo disordinato, lui sosteneva che quella troppo disordinata fossi io.
Quando fu evidente a entrambi che continuando di quel passo avremmo fatto la fine di D’Hubert e Feraud e trascorso tutta la vita a combattere, mettemmo in atto una simultanea quanto silenziosa resa, lasciando semplicemente che le cose andassero un po’ per conto loro e trovassero spontaneamente un equilibrio. Perché, in fondo, la tolleranza reciproca è l’ingrediente principale di un matrimonio che funzioni.
La mia bisnonna Titta invece non era dello stesso parere. Lei che – come ripeteva spesso con sincero stupore – era nata nell’800, aveva studiato a lume di candela ed era andata in giro in calesse per poi, nel corso della stessa vita, assistere allo sbarco sulla luna comodamente seduta in poltrona nel suo salotto, fu un capolavoro di proto-femminista inconsapevole.

Aveva sposato un uomo di cui era pazzamente innamorata, più giovane di lei e bello di una bellezza inconsueta per un napoletano, visto che, essendo di madre danese, era molto alto, biondo e con gli occhi verdi, ma con cui non era mai, neppure per un giorno, andata d’accordo. Il matrimonio su di lui non aveva avuto alcun effetto tangibile dato che aveva continuato impunemente a condurre la stessa vita di sempre: dilapidava il patrimonio comprando prototipi di automobili, corteggiava le donne, entrava e usciva di casa senza dare spiegazioni. Se, una volta rientrato, la Titta gli chiedeva da dove venisse, lui rispondeva serafico “dall’ascensore” e lei andava su tutte le furie.

La Titta andava a messa tutte le mattine e tutte le mattine sfiniva il parroco di domande. Non riusciva a capire per quale motivo il padreterno perdonasse gli assassini, ma non avesse pietà per coloro che avevano fatto un matrimonio sbagliato. Ma, d’altra parte, che Dio fosse fallibile lo aveva già intuito, visto che aveva dotato gli esseri umani dei denti, che secondo lei rappresentavano un tormento costante dalla nascita alla morte. Fosse stata ancora viva quando ci fu il referendum per il divorzio, avrebbe brindato a champagne, perché finalmente giustizia era stata fatta.

Impossibilitata a scindere il proprio cammino da quello del coniuge, aveva optato per una sarcastica rassegnazione, propinata ai familiari attraverso delle massime esplicative del Titta-pensiero: “A prima mattina, uomini e spazzatura fuori di casa” (a quei tempi lo spazzino passava a ritirare i rifiuti al sorgere del sole, di casa in casa), “Gli uomini sono come le donne di servizio: cambi e devi imparare i difetti di un altro”, “Caro m’è costato, ma qua seduta sono rimasta e in casa mia comando io”.

Mi chiedo, com’è possibile che si possa non amare una donna così?
Il mondo è pieno di misteri.

PICCHIPACCHIA
Per 4 persone

600 g di pettola di spalla con cui avrete fatto un buon brodo
8 cipolle bianche
capperi sotto sale
2 cucchiai di zucchero
aceto di vino bianco
olio EVO

La picchipacchia è, fin dal nome, un’invenzione della nonna Titta. Lei che, soprattutto in cucina, detestava gli sprechi così come detestava mettere in tavola qualcosa che fosse meno che saporito, era un’esperta di riciclo gastronomico e questo era uno dei suoi capolavori. Consapevole che se si fa un buon brodo, e quindi si mette a cuocere la carne nell’acqua fredda, alla fine la carne sa di molto poco, la Titta la aggrazziava nel modo che mi accingo a illustrarvi.

In un tegame, fate leggermente appassire le cipolle tagliate a spicchi in 4 o 5 cucchiai d’olio. Quando avranno cominciato ad ammorbidirsi pur rimanendo ancora consistenti, aggiungere lo zucchero e, quando questo sarà sciolto, l’aceto (direi un bicchiere da vino, ma poi regolatevi un po’ voi calibrando zucchero e aceto secondo i vostri gusti). Quando poi l’aceto si sarà ridotto a circa la metà, aggiungete i capperi e la carne tagliata a fette oppure semplicemente disfatta in sfilacci di media grandezza. Continuate la cottura fin quando l’olio, l’aceto e lo zucchero non avranno raggiunto la consistenza di uno sciroppo, quindi  spegnete il fuoco, assaggiate e decidete se volete mangiarla calda o preferite aspettare che si sia raffreddata.

Io ancora non l’ho capito.

Impara l’arte e mettila da parte

Le prime vacanze estive che io e il consorte abbiamo trascorso insieme sono state in montagna, a Roccaraso, dove io ho casa da sempre. Per convincerlo a partire ci volle il bello e il buono perché lui, che fino a quel momento aveva passato tutte le estati della sua vita tuffandosi ora nel mare di Ischia, ora in quello che lambisce le coste francesi, aveva un’avversione quasi genetica per qualsiasi località non fosse a quota zero. Io invece – che provo una voglia incredibile di correre (ma poi non lo faccio per paura che mi venga un infarto) e cantare a squarciagola “the hills are alive with the sound of music” ogni volta che vedo un montarozzo verde, tanto sono felice – ero sicura che avrebbe trovato la montagna rilassante ma al tempo stesso piena di stimoli e che la nostra sarebbe stata una vacanza indimenticabile. In effetti lo fu, ma per motivi completamente diversi da quelli che avevo immaginato.

Il consorte si rilassò talmente tanto, che trascorse i primi giorni in un stato letargico da cui riemergeva solo per nutrirsi, salvo poi annunciare, con tono disinvolto e l’ultimo boccone ancora da mandare giù, “Bene, io andrei a farmi un riposino”. Insomma, io facevo passeggiate lunghissime con i nostri cani, e lui dormiva; andavo a funghi, e lui dormiva; coglievo le amarene e facevo la marmellata, e lui dormiva. Dopo una settimana di questo avvilente tran tran, decisi di correre ai ripari e cominciai a somministrargli dosi massicce di caffè per tenerlo sveglio. Non fu un gran successo, ma ottenni che almeno si spostasse dal letto alla sdraio in giardino, con al seguito un libro preso a casaccio nella mini biblioteca di casa. Il libro in questione era I pilastri della Terra di Ken Follett, uno di quegli easy reading con poco stile e molto plot, che però quando prendi in mano non riesci più a mollare. E infatti il consorte non lo mollò e, scoprendosi avido lettore, cominciò a trascorrere più tempo in compagnia di Ken Follett che con me.

Immagino che molti di voi abbiano letto questo libro ma per coloro che invece ne ignorano il contenuto, riassumerò la trama riducendola all’essenziale (e qui ci vuole un triplo salto mortale, perché stiamo parlando di più di mille pagine di roba). Siamo in Inghilterra, agli inizi del XII secolo e tutto – amori, tradimenti, lotte per il potere, complotti, nascite, morti, rovesci finanziari, improvvise fortune… insomma, altro che soap opera! – ruota intorno alla costruzione di una cattedrale gotica per il priorato dell’immaginaria cittadina di Kingsbridge. Protagonista della prima parte del libro (la storia copre un arco temporale di 50 anni) è Tom il costruttore, colui che per primo cura il progetto della cattedrale e ne avvia il cantiere.

Avete presente quando da bambini andavate al cinema e, finito il film, eravate così esaltati che volevate fare le stesse cose del protagonista? A me succedeva con Calamity Jane, al consorte accadde con Tom il costruttore; solo che il consorte aveva già più di trent’anni. Sorto dalla sdraio, nei rari momenti in cui interrompeva la lettura, si guardava intorno con occhio clinico in cerca di qualcosa da riparare e progettando migliorie da fare in casa o in giardino. Il povero che, avendo studiato scienze politiche, era considerato un po’ l’intellettuale di famiglia, e di conseguenza tenuto alla larga da qualsiasi operazione di bricolage dal padre pittore e dal fratello scenografo, a Roccaraso, lontano dal loro giudizio, fu finalmente libero di esprimersi.

Dopo lunghe consultazioni con la signora Chiaverini, proprietaria dell’unico negozio di ferramenta e materiali edili del paese, cominciò con opere di falegnameria, smontando tutti gli scuri e restaurandoli con pazienza fino a farli diventare come nuovi, poi passò alle opere murarie, rifacendo il tetto in tegole della legnaia e infine si dette alla pittura, dipingendo di color lavanda la nostra camera da letto. Improvvisamente cominciò a vedere il mondo con occhi diversi, qualsiasi cosa poteva essere aggiustata, rimodernata, riutilizzata, trasformata. Proponeva passeggiate in montagna per raccogliere pietre con cui bordare le aiuole, incursioni nel bosco per raccogliere legna per la staccionata. A breve diventò estenuante e, chi l’avrebbe mai detto,  finii col rimpiangere i primi giorni di vacanza in cui il consorte dormiva e neanche in sogno immaginava di trasformare la casa in un cantiere. Quando mi annunciò che avrebbe messo mano alla canna fumaria del camino, capii che bisognava fermarlo ma ormai era troppo tardi. “Christian!” – lo chiamai con tono battagliero ma lui, voltandosi con le braccia conserte e il trapano accostato al torace e impugnato a mo’ di pistola, mi redarguì: “Da oggi chiamami il costruttore. Tom il costruttore”.

INVOLTINI DI PROSCIUTTO DI MAIALE ALL’ARANCIA CON RIPIENO RICICLATO
Per 4 persone

4 fette di prosciutto di maiale
1 cipolla bianca bella grande
il succo di 3 arance
le zeste di un’arancia
1 pugnetto di uva passa
olio EVO, sale, pepe

PER IL RIPIENO
Pangrattato
Parmigiano
scorza d’arancia grattugiata
succo d’arancia
pistacchi
uva passa
olio EVO

Visto che siamo in argomento, si sappia che io ho verso la cucina lo stesso atteggiamento che ha il consorte nei confronti delle opere di bricolage: non getto via niente ma trasformo e riciclo qualsiasi cosa (una volta ho perfino fatto una frittata con un residuo di minestrone, e ho detto tutto). Questi involtini sono stati infatti preparati, in un afflato creativo del sabato sera, con il ripieno avanzato delle alici cucinate per la cena dei 70 anni di mia madre, il mercoledì precedente. Nell’elenco degli ingredienti del ripieno non ci sono quindi  indicazioni per le quantità, ma non dovrebbe essere difficile mescolarli secondo il vostro gusto, avendo cura che il pangrattato prevalga comunque su tutti gli altri e che i pistacchi diano la giusta nota croccante. 

Battete un po’ le fettine di maiale in modo da assottigliarle e allargarle per bene. Spargete uniformemente su ogni fettina tanto ripieno quanto basta a ricoprirla completamente, ripiegate i bordi laterali di ogni fettina così che il ripieno non fuoriesca, e poi arrotolatela su se stessa fino a ottenere un rotolino compatto che poi legherete con dello spago da cucina. In un tegame, fate appassire la cipolla tritata in un paio di cucchiai d’olio, quindi aggiungete gli involtini e sigillateli per bene facendoli rosolare su tutti i lati. A questo punto aggiungete l’uva passa, le zeste dell’arancia e, dopo un minuto, il succo delle arance filtrato.  Aggiustate di sale e di pepe e lasciate cuocere lentamente a fuoco dolce fin quando il succo d’arancia non si sarà ristretto del tutto, assumento una consistenza quasi gelatinosa. Fate intiepidire, tagliate l’involtino a fettine doppie un centimetro e mezzo e servitele – sempre se vi va – con del purè di patate fatto in casa.

EPILOGO
Nel 2007, diciotto anni dopo la pubblicazione de I pilastri della Terra, è uscito Mondo senza fine che, essendo ambientato a Kingsbridge 200 anni dopo l’inizio della costruzione della cattedrale, né è l’ideale prosecuzione. Sicura che sarebbe stato un regalo graditissimo, l’ho comprato al consorte lo stesso giorno in cui è stato messo in vendita, ma il libro non ha esercitato su di lui il medesimo fascino del precedente. Dopo 4 anni di giacenza sul ripiano del comodino (e una breve incursione a Stromboli dove,  a dispetto della fatica che il trasporto di quel tomo da 1400 pagine e più ha richiesto, non è stato mai aperto), Mondo senza fine lo sto leggendo io. Meglio così, perché stavolta il costruttore di turno edifica un ponte. 
Non oso immaginare cosa si sarebbe inventato il consorte pur di emularlo.

Sophisticated Lady

Non credo che mio marito si offenda se dico che il grande amore della mia vita, quello eterno, dirompente e irrimediabile, è mia nonna Elisa. La nostra è una passione nata più o meno quando avevo un anno e  un po’, dato che lei prima aveva tentato in tutti i modi di ripudiarmi. Nonostante fossi la prima nipote,  non si lasciò intenerire e non lesinò i suoi classici commenti sferzanti del tipo: “La volete chiamare Benedetta? Peggio per voi, io la chiamerò Nicola!”, “È femmina sì, ma è una scimmia”, “Con tanta bella gente in famiglia, doveva proprio assomigliare a Kikì?” (La zia di mio padre, esteticamente discutibile ma ironica, acuta e creativa. Una delle prime donne a laurearsi in architettura a Napoli. In realtà mi sono sempre augurata di somigliarle moltissimo!).

Mi ci vollero quindici mesi per espugnare il suo cuore ma quando, durante la solita telefonata della mattina, cominciai a strappare il telefono di mano a mia mamma per cantare a nonna Elisa “siam te piccoli porcellimmm”, la conquistai definitivamente. Nicola diventò Nikkina, poi Suppina (con punte di delirio e in versione filastrocca: supilacchi mucchi mu la più bambola sei tu) e infine Bennussi (Bennussina in versione tenera), che era il massimo che potesse tollerare come assonanza a Benedetta. 
Come tutte le nonne mitiche, la mia aveva un modo tutto particolare di intrattenermi. Le favole non le piacevano e si rifiutava categoricamente di raccontarmele ma, al contrario, aveva una passione smodata per Omero, Dante e Ariosto. Ricordo lunghissimi pomeriggi invernali trascorsi accoccolata accanto alla nonna sul divano, mentre lei mi raccontava le avventure di Ulisse o mi parlava della cruenta guerra di Troia  o  ancora della fuga di Angelica fra i boschi. Il tutto però fino alle sei e mezza del pomeriggio perché a quell’ora la nonna si andava a “ingrattinare” per andare al circolo. Anche allora le tenevo compagnia guardandola incantata mentre sceglieva l’abito da sera che avrebbe indossato, mentre si pettinava, cotonandosi i capelli fino a farli diventare una scultura astratta, mentre si truccava e mentre metteva i gioielli. Se il vestito aveva la lampo sulla schiena e lei mi chiedeva di tirargliela su, andavo addirittura in estasi pensando che la nonna aveva bisogno di me, che le ero necessaria.
La nonna cucinava la mattina, dalle 10 e mezza – orario in cui sorgeva dal letto dopo aver fatto le ore piccole giocando a carte – alle 11 e mezza, rigorosamente in vestaglia; poi si lavava, si vestiva e usciva per la consueta passeggiata a via Dei Mille. Se non c’era scuola, alle dieci e mezza scendevo di corsa le sei rampe di scale che separavano casa dei miei da casa sua, e andavo a cucinare con lei.  Benché  in occasione delle feste comandate casa della nonna fosse teatro di cucinate epocali che coinvolgevano tutte le donne della famiglia, a lei è sempre piaciuto mangiare più che cucinare, e quindi le preparazioni quotidiane erano semplici e poco impegnative – perché passare tutta la mattinata in cucina era una cosa che proprio non tollerava – e in pratica perfette per essere condivise con una bimba di pochi anni. 
La prima cosa che la nonna mi insegnò a cucinare furono le braciolette sul pane, che su di me ormai hanno lo stesso effetto della madeleine di Proust, e perciò mi sembra che questa ricetta – emblema del mio amore sia per nonna Elisa che per la cucina – non possa non avere un posto d’onore su questo blog.
BRACIOLETTE SUL PANE
per 6 persone
300 g polpa di manzo macinata
300 g polpa di maiale macinata
1 uovo
100 g parmigiano grattugiato
la mollica di uno sfilatino bagnata e strizzata
la buccia grattugiata di un limone
erba cipollina, sale, pepe
pane integrale
olio EVO
Non credo sia il caso di dilungarsi sulla preparazione visto che si tratta di banalissime polpette che io aromatizzo con l’erba cipollina e il limone, ma che voi potete aromatizzare a vostro piacimento. Sono ammesse tutte le variazioni sul tema: polpette di solo manzo, polpette di manzo, maiale e pollo, polpette di vitello… con uva passa e pinoli, con aglio e prezzemolo, con la salvia e i capperi… Il vero prodigio delle braciolette sul pane, quello che le rende indimenticabili, è appunto il pane.
Si procede così: dopo aver formato le polpette, si taglia a fette il pane integrale, lo si priva della scorza, e lo si riduce a una dimensione appena superiore a quella della polpetta. Dopodiché si poggia ogni “bracioletta” (perché la nonna le chiamasse così non l’ho mai capito) su un “lettino” di pane (altra definizione partorita dalla nonna).  Sistemare il tutto sulla placca del forno e irrorare ciascuna bracioletta con un filo d’olio che coli uniformemente anche sul crostino, quindi infornare per una cinquantina di minuti a 150° in forno NON preriscaldato.
Quello che poi accade in forno, per me rimane una magia da mago Silvan perché, cuocendo, la bracioletta si incolla letteralmente al suo lettino, ma mentre lei rimane morbida e succulenta, lui diventa deliziosamente croccante. 
Le braciolette si mangiano con le dita e ogni boccone è un morso di paradiso.
In quanto alla mia nonna, è ancora qui con me. Una splendida novantaquattrenne che non rinuncia a indossare twin-set di cachemire ravvivati dall’immancabile doppio filo di perle. La nonna non cucina più da anni ma continua ad amare la buona cucina, la cioccolata, e il whisky scozzese. 
Che donna sofisticata!

Colpito!

Sebbene per molti anni abbia trascorso gran parte del mio tempo libero nelle sale cinematografiche, non è lì che è nato il mio amore per il cinema bensì nel soggiorno di casa di mia mamma, durante le calde estati della mia infanzia.

Appartengo a una generazione che la televisione  l’ha vista per anni in bianco e nero,  alzandosi dal divano per spostare la levetta dal primo al secondo programma (si chiamavano proprio così!), che la sera si addormentava dopo carosello e che aspettava con ansia l’inizio delle trasmissioni con quella sigla ipnotica tratta dal Guglielmo Tell di Rossini (ma allora chi l’avrebbe sospettato…) per poter finalmente vedere la TV dei ragazzi. La mattina la Rai teneva su solo il monoscopio, ma andava bene così. Dopotutto chi l’avrebbe  vista la tele a quell’ora? Di mattina i bambini andavano a scuola, i papà a lavorare e le mamme sbrigavano le faccende di casa, in un mondo pseudo perfetto che oggi (ma forse è sempre stato così) esiste solo nelle illustrazioni del Corvo Parlante sulla Settimana Enigmistica.  Funzionava in questo modo tutto l’anno, inesorabilmente, tranne che d’estate, durante la Fiera della casa. Il perché di quell’anomalia l’ho capito solo anni dopo, quando ho scoperto che alla Fiera c’era un padiglione dedicato alla vendita dei televisori che, per essere valorizzati  agli occhi dei compratori, dovevano trasmettere qualcosa di un po’ più intrigante del monoscopio, ma all’epoca non mi interessavano le spiegazioni. Quello che mi interessava era poter accendere la tv alle dieci del mattino e tuffarmi in un mondo meraviglioso e sempre diverso.

La programmazione era molto varia, quasi schizofrenica, perché si passava dai film di Totò a quelli con Dean Martin e Jerry Lewis senza disdegnare inquietanti incursioni nei B-movie di fantascienza americani.  Per capirci, io ho visto “L’invasione degli ultracorpi”, “Ultimatum alla terra” e “La cosa da un altro mondo”, molto prima dei film della Disney (poi ci si chiede perché io sia strana…). Ma in assoluto il film che più amavo, quello che attendevo trepidante anno dopo anno (eh sì, purtroppo i film erano più o meno sempre gli stessi), era il meraviglioso “Non sparare, baciami”, ribatezzato per praticità dalla sottoscritta “Calamity Jane” (che poi era il titolo originale, ma io ovviamente all’epoca non lo sapevo).

Il film, che ha per protagonista l’inossidabile Doris Day, è una strana combinazione di western, musical e biopic, visto che Calamity Jane è esistita davvero nell’America della conquista del west, e ha fama di essere stata il primo pistolero donna. Perché quel film mi piacesse tanto, benché fosse indiscutibilmente un filmetto, è facile da capire.  Mi piaceva l’indole ribelle e da maschiaccio di Calamity, il fatto che tenesse testa a tutti, la tenacia con cui si opponeva alle regole  rifiutando di omologarsi e il fatto che alla fine riuscisse comunque a ottenere tutto ciò che voleva, compreso l’amore di un figaccio pazzesco, pistolero come lei. Come modello di donna  a cui somigliare da grande, molto molto meglio delle Barbie con cui giocavano le mie amiche.

Il motivo per cui mi è tornata in mente Calamity Jane proprio mentre preparavo le crocchette di cui segue ricetta, è che per cucinarle ci vuole soprattutto occhio (lo stesso che serve per prendere la mira e colpire il bersaglio) dato che dosi precise non ne ho né, d’altra parte,  ho mai sentito l’esigenza di averne. Perciò, se dovesse venirvi voglia di prepararle, tutto quello che dovete fare è  prestare un po’ di attenzione in più a proporzioni e consistenze, e augurarvi di far centro al primo tentativo (ma vi assicuro che non è affatto difficile).

CROCCHETTE DI ZUCCHINE E CAROTE

Carote
Zucchine (devono essere più o meno il doppio delle carote)
Uova
Pangrattato integrale
Parmigiano
Pecorino romano
Sele, Pepe, Olio EVO

Funziona così: lavate e sbucciate le carote, lavate le zucchine. Armatevi di una grattugia da professionisti (suggerisco una microplane) e santa pazienza, e grattugiate sia le une che le altre in una ciotola capiente. Unite l’uovo o le uova (e qui comincia il discorso dell’occhio), parmigiano e pecorino grattugiati in uguale proporzione, sale, pepe e tanto pangrattato (io preferisco quello un po’ grosso)  quanto basta per ottenere un composto abbastanza omogeneo ma ancora molto, molto umido. A questo punto bisogna essere rapidi (perché gli ortaggi, una volta salati, rilasciano un bel po’ d’acqua di vegetazione alterando la consistenza del composto) e formare delle polpette di media grandezza che poi poserete in altro pangrattato e schiaccerete fino a formare delle specie di frittelle alte un dito. Voltatele in modo da impanarle anche dall’altro lato e sistematele sulla leccarda del forno, condendole con un filo d’olio. Si cuociono a 180° per una quarantina di minuti, in forno rigorosamente NON preriscaldato, e si mangiano tiepide.

Fatemi sapere…

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