Il delitto è servito

Mostrando fin da bambina la mia natura a dir poco originale, a dieci anni inaugurai la stagione degli amori impossibili facendomi venire il batticuore per Jim Hutton. Per tutta la settimana aspettavo trepidante che arrivasse il mercoledì sera e allora non ce n’era per nessuno, il monopolio della tv era mio e l’unico programma che fosse consentito guardare (non che all’epoca ci fosse tutta questa scelta) era Ellery Queen
Adoravo quello scrittore di gialli deliziosamente distratto e trasandato, ma imbattibile quando c’era da risolvere un caso, che nonostante fosse già bello cresciutello viveva con suo padre, ispettore di polizia, nella New York degli anni ’40. Le donne impazzivano per quel suo sembrare sempre fra le nuvole, per le sue giacche di tweed sempre un po’ stazzonate, per il suo essere cronicamente disordinato, e io – bambina ingenua che ancora nulla sapeva di quali uomini sarebbe stato meglio evitare – mi struggevo dal desiderio di trovare, una volta diventata grande, un fidanzato che avesse lo stesso fascino un po’ délabré del mio amato Ellery.
Immagino sia stato a causa poi di una specie di imprinting distorto che, traumatizzata dalla notizia che proprio mentre io fantasticavo su di lui il povero Jim Hutton era bello che morto, trasferii l’amore che provavo per Ellery alla più generica categoria degli investigatori.
Passando dalla tv ai libri, trascorsi un’estate piovosa che annoiò a morte mio fratello e i miei cugini, divertendomi moltissimo a leggere tutti i romanzi di Agatha Christie che avevano come protagonista Hercule Poirot. Andavo in visibilio per i suoi baffetti, la sua testa a forma d’uovo, le sue tisane, le sue celluline grigie e soprattutto il suo fare snob di belga che odia essere scambiato per francese e guarda alla cucina inglese con sano scetticismo.
A questi due primi amori in seguito, nel tempo, se ne sono aggiunti tanti: Sherlock Holmes, Maigret, Nero Wolfe, Philip Marlowe, Pepe Carvalho, Grazia Negro, Kay Scarpetta, Jean-Baptiste Adamsberg, Precius Ramotswe, Kurt Wallander, Petra Delicado, Lincoln Rhyme, l’avvocato Guerrieri, solo per citarne alcuni.
L’ultimo arrivato – ma soltanto in ordine cronologico – è Yashim l’eunuco, nato dalla fantastica penna di Jason Goodwin, uno storico inglese che, prima di darsi ai gialli, ha scritto una storia del tè (c’è da adorarlo solo per questo), un resoconto del suo viaggio a piedi verso il Corno d’Oro, e una storia dell’impero bizantino.
I motivi per amare i romanzi di cui Yashim è protagonista sono molti, a partire dall’ambientazione. Yashim compie infatti le sue gesta nella Istanbul della prima metà dell’ottocento, metropoli cosmopolita per eccellenza ma capitale di un impero già inesorabilmente al tramonto.

Yashim ne è consapevole e si strugge in silenzio opponendo però una tenace resistenza ai cambiamenti che la modernità impone – è l’epoca in cui il turbante ha lasciato il posto al fez, la tunica alla marsina e le babucce a calze di lana e stivaletti allacciati – ben sapendo che nel mondo che si affaccia all’orizzonte non ci sarà più posto per lui, eunuco di corte a cui il Pascià ha consentito di vivere al di fuori delle mura dell’harem.

Yashim è talmente discreto da passare inosservato, è perspicace, agile, persuasivo, cauto. Ama la letteratura francese – nel primo libro che lo vede protagonista, L’albero dei giannizzeri, è introdotto al lettore mentre è immerso a tal punto nella lettura di Le relazioni pericolose da conversare idealmente con la marchesa di Merteuil -, conosce e parla correntemente un bel po’ di lingue straniere, adora cucinare (come del resto molti suoi colleghi detective).

Così come Poirot si accompagna ad Hastings, Sherlock Holmes a Watson, Nero Wolfe a Archie Goodwin (nomen omen!), Kay Scarpetta a Marino e via dicendo, anche Yashim ha un fedele compagno di avventure in Stanislaw Palewski, ambasciatore imperiale polacco presso la Sublime Porta. 

Se il mondo di Yashim volge al tramonto, quello di Palewski è bello che estinto e forse è proprio per questo che i due formano una coppia perfetta. La Polonia infatti non esiste più, cancellata dalla carta geografica per opera di Russi, Prussiani e Austriaci, e a Palewski gli ottomani concedono di mantenere il titolo di ambasciatore, la residenza e versano perfino un piccolo stipendio solo perché la magnanimità verso l’antico nemico è indice della grandezza di un impero.

Palewski, dignitosissimo nella sua redingote lisa il cui nero ha ormai da tempo smesso di splendere assumendo una sfumatura verdastra, passa le giornate traducendo opere letterarie che mai verranno pubblicate e dando fondo alla scorta di liquori dell’ambasciata, accampato nell’unica stanza della magione che sia ancora abitabile. Coltissimo, e per questo spesso consultato, è stralunato e languido per quanto Yashim è attento e pratico.

Ma entrambi, seppur così diversi, contemplando la riva di Pera, dove un tempo sorgeva un grande platano sdradicato per costruire il ponte che unirà la parte asiatica e antica della città a quella internazionale, moderna e commerciale, soffrono con la stessa intensità per l’inesorabile avanzare del brutto a spazzare via tanta bellezza dalle loro vite.

Jason Goodwin
L’albero dei giannizzeri
Il serpente di pietra
Il ritratto Bellini
L’occhio del diavolo
Einaudi

RISO ALLA GRECA
Per una quindicina di persone

3 zucchine
3 melanzane
3 peperoni
3 cipolle
3 pugnetti di uva passa
1 kg di riso
olio di semi di arachide
sale

Ora, direte voi, cosa c’entra il riso alla greca con una serie di romanzi ambientati a Istanbul? Niente. Forse sarebbe stato più semplice scopiazzare una delle tante ricette – peraltro dettagliatissime – cucinate da Yashim ma, se come spero leggerete i libri, a quello ci penserete voi.

Semplicemente il riso alla greca è quanto di più esotico si sia mai cucinato a casa di mia madre, e tanto basta. La sua origine poi, a volerla dire tutta, non è neanche veramente greca ma squisitamente napoletana dato che questa ricetta – come quella del polpettone svedese – è stata inventata da tale Mario, geniale cuoco del circolo del bridge di Napoli negli anni ’80, che per rendere i propri piatti intriganti, attribuiva loro natali stranieri.

Preparare questa ricetta incantevole che, garantisco, conquista il palato di chiunque l’assaggi, è semplice quanto noioso perfino per chi, come me, adora armeggiare con i coltelli. Gran parte del lavoro consiste infatti nel tagliare in cubetti piccolissimi (non dico a brunoise ma quasi, mi terrei sugli 8 mm di lato) le zucchine, le melenzane, i peperoni e le cipolle.

A questo punto si riempie d’olio di arachidi una padella bella capiente e si friggono prima le zucchine…
poi le melanzane seguite dai peperoni…
quindi le cipolle…
e infine l’uva passa che deve giusto gonfiarsi.
Man mano che le verdure si saranno dorate, dovrete scolarle per bene (ma non asciugarle sulla carta assorbente poiché parte dell’olio di cottura dovrà condire il riso), disporle in una grande ciotola, salarle e mescolarle con cura.
A questo punto la scelta sul riso sta a voi. La ricetta originale prevede un riso pilaf (unico richiamo alla cultura turca!) preparato facendo tostare il riso in un soffritto di cipolla, aggiungendo brodo vegetale già al punto di bollore per il doppo del peso del riso, e facendolo cuocere coperto in forno a 200° per una ventina di minuti. Io però confesso che da un po’ di anni accorcio i tempi e – orrore! – mi limito a lessare del banale riso da insalate, ottenendo comunque un risultato eccellente. 
Una volta preparato il riso, versatelo nella ciotola delle verdure e mescolate a lungo in modo che il riso risulti uniformemente condito. Si consuma a temperatura ambiente, preferibilmente il giorno dopo.
Cimentatevi magari con quantità più esigue, e vedrete che non ve ne pentirete.

Una serie di sfortunati eventi

Chiarisco subito che questo post non ha nulla a che vedere con il film ma – da brava sceneggiatrice ne sono tristemente consapevole – spesso la realtà supera di gran lunga la finzione. Tutto è cominciato la settimana scorsa… No, per la verità tutto è cominciato molto molto tempo prima, mi sembra sia stato una mattina di quasi due anni fa… (A questo punto vi chiedo di fare uno sforzo e immaginare il mio viso che scompare in dissolvenza incrociata, lasciando apparire al suo posto – con un appropiato effetto flou che ci riporta al passato – la mia cucina, rischiarata appena dalle prime luci di un mattino piovoso, mentre la mia voce fuori campo continuerà a guidarvi nel racconto. Insomma, fate finta di essere al cinema. Ci siete? Allora possiamo proseguire!)

Il bollitore per il tè era già sul fuoco e io aspettavo di sentirne il familiare fischio dal mio studio, mentre controllavo la posta del mattino (posta elettronica, ovviamente) quando il gentile consorte, ancora assonnato e in pigiama, venne a darmi la ferale notizia. “Bene, il microonde si è rotto” – là per là non registrai la cosa e, stancamente, come ogni mattina, rimproverai mio marito di quella sua mania. Per quale motivo, visto che il bollitore era sul fuoco, lui doveva giocare d’anticipo e mettere a scaldare il suo caffè solubile (perdonatelo, in questo la sua metà francese del DNA ha la meglio su quella napoletana) nel microonde facendo, fra l’altro, spesso e volentieri strabordare il contenuto della tazza sul piatto girevole? Il consorte, paziente, puntualizzò che non l’avevo ascoltato. Per quella mattina non avrebbe rovesciato un bel niente sul piatto girevole, perché il microonde si era rotto.

Gridai alla tragedia – più per principio che per altro, visto che il microonde non lo usavo poi tanto – e dichiarai battagliera che bisognava portarlo ad aggiustare prima di subito. Il consorte (l’unico che il microonde lo usava davvero) fu immediatamente d’accordo. Avrebbe provveduto lui, bastava che gli dessi l’indirizzo dell’assistenza. Niente di più facile, se non fosse che una rapida ricerca sul web ci fece drammaticamente scoprire che la maledetta assistenza era più irraggiungibile della vetta dell’Everest. Praticamente il consorte avrebbe dovuto dedicare un’intera giornata alla consegna dello stronzissimo elettrodomestico, che aveva avuto l’impudenza di rompersi giusto un anno dopo l’acquisto (ma guarda tu, proprio allo scadere della garanzia!), e un’altra giornata per recuperarlo al centro assistenza. Ciononostante mi assicurò che non c’era problema; appena avesse avuto un giorno libero, avrebbe agito.

Passarono i giorni, le settimane, i mesi e infine gli anni senza che il gentile consorte avesse un attimo di respiro, e il povero microonde – dapprima malfunzionante e poi definitivamente morto – fu lentamente relegato da mio marito al ruolo di armadietto di cucina, un posto dove custodire gelosamente qualche avanzo serale da consumare poi il giorno dopo nella solitudine delle sue pause pranzo casalinghe.

Arriviamo così alla settimana scorsa quando mio marito comincia ad aggirarsi per casa fiutando l’aria come un cane da tartufo. “Bene, tu non senti niente?” – Io, che mi sono massacrata il naso con continue overdosi di vicks sinex (è stato più facile smettere di fumare e perdere 40 kg, che disintossicarmi dal decongestionante della mucosa nasale!), ho notoriamente un olfatto ondivago e quindi non facevo che ripetere che no, non sentivo niente. Ma il consorte insisteva. Era certo del fatto suo: entrando in cucina, più o meno all’altezza della dispensa, si sentiva odore di rancido; insomma, un odore come di carne putrefatta. Mi sono fidata e, temendo che uno dei nostri tre cani avesse nascosto un bocconcino prelibato sotto qualche mobile, ho proceduto alla pulizia sistematica e definitiva di tutto il pavimento, togliendo battiscopa e spostando mobili, ma non c’è stato niente da fare. La sentenza era sempre la stessa: il fetore persisteva! 

L’arcano è stato svelato qualche sera dopo quando la mia metà (e lo è davvero visto che pesa la metà di quel che peso io) è stata colta da una folgorazione. La settimana prima avevamo comprato un pollo arrosto in rosticceria, lui aveva mangiato le due cosce, io uno dei due petti e il resto era stato da lui riposto con cura nel microonde e lì dimenticato. A quel punto la mia ira si è rivelata più funesta di quella del pelide Achille – ma ritengo di aver avuto tutte le ragioni – e ho preso a inveire contro il consorte imponendogli di chiamare l’ASIA e sbarazzarsi sia del microonde che del cadavere putrefatto del pollo.

Già così sarebbe abbastanza, ma il meglio è venuto dopo. Il giorno seguente, dopo la lite furiosa della sera prima, decido di scambiare con mio marito un segno di pace e gli propongo di andare insieme a comprare un microonde nuovo. Arriviamo al negozio ma non c’è parcheggio perciò lui decide di rimanere in macchina – momentaneamente in doppia fila – e io mi fiondo dentro per concludere l’acquisto. La scelta si rivela però più difficile del previsto e quindi, dall’interno del negozio, chiamo il consorte per una breve consulenza telefonica. Dissipato ogni dubbio, pago ed esco trionfante, salvo trovare il consorte ostaggio di due vigilesse che, mentre lui appare affranto, mi spiegano l’accaduto. Le perfide, mentre lui era parcheggiato e parlava al cellulare con me, gli avevano fatto cenno con molta insistenza di circolare. Il poveretto, sovrappensiero, si era affrettato a eseguire e a quel punto si era visto schiaffare una paletta sul parabrezza. Per averlo sorpreso (sigh!) alla guida senza cintura e intento a parlare al cellulare, le arpie ingannatrici avrebbero dovuto affibbiargli più di 300€ di multa ma erano disposte a chiudere un occhio sulla cintura e fare un verbale esclusivamente per il cellulare.

Ora, se c’è una cosa che mi fa impazzire è questo apparente essere magnanimi da parte dei poliziotti. Insomma, o ho commesso un’infrazione, e allora pretendo di pagarla, oppure non l’ho commessa e allora è inutile che tu poliziotto stai lì a fare esercizio di potere e di finta conciliazione. Per farla breve la situazione ha rischiato seriamente di degenerare e, prima che fossi arrestata per oltraggio a pubblico ufficiale, mio marito ha dovuto letteralmente trascinarmi via. Siamo arrivati a casa senza aver scambiato neanche una parola, stremati da quelle ultime ore e, muti ed efficienti, abbiamo disimballato il microonde per metterlo al suo posto dove – poteva mai finire bene questa storia? – non è entrato perché avevo preso male le misure.

Di comune accordo abbiamo deciso che mai più nella vita un microonde entrerà in casa nostra e, per evitare che accadesse la stessa cosa anche col pollo, quella sera ci siamo consolati così…

BOCCONCINI DI POLLO CON GERMOGLI DI SOIA E RISO BASMATI
Per 2 persone

300 g di filetto di pollo
250 g di germogli di soia freschi
1 cipolla bella grande
100 g di riso basmati
3 cucchiai d’olio EVO
3 cucchiai di salsa di soia
5 cucchiai di aceto balsamico
sale a piacere

Fate un battuto con la cipolla e mettetela a rosolare con l’olio in un wok (tanto per sentirvi esotici, ma va bene una qualsiasi padella capiente), aggiungete il filetto di pollo tagliato in pezzetti di circa 2 cm di lato e fatelo saltare fin quando non sarà dorato. A questo punto tirate il pollo con la soia e l’aceto balsamico e, un attimo prima che il liquido sia completamente assorbito, unite al tutto i germogli di soia. Quando il liquido sarà assorbito, i germogli di soia appassiti ma ancora croccanti e il tutto piacevolmente caramellato, aggiungete il riso basmati che avrete lessato a parte. Date un’ultima saltata generale, e – se ci riuscite – mangiate con le bacchette giusto per darvi un tono etno-chic. 

Nöel Nöel, jour d’allègresse…

No, il titolo del post non è un refuso, io non sono impazzita e l’ansia anticipatoria di mio marito e il suo amore maniacale per le decorazioni natalizie non hanno avuto il sopravvento (andammo a vivere insieme il 5 febbraio di tanti anni fa, cercammo casa in gennaio che le feste erano appena passate e a lui – ogni volta che gliene mostravo una che per me poteva andar bene – interessava solo dove avremmo sistemato l’albero di Natale). Semplicemente, io lavoro per una soap opera.
Forse non tutti sanno che (come da rubrica della settimana enigmistica) il rutilante mondo delle soap, così come il rutilante e ben più glamorous mondo della moda, viaggia sempre in anticipo sui tempi (almeno tre mesi ma a volte anche quattro) così per me agosto e settembre, lungi dall’essere i mesi dell’anguria e dei fichi, sono i mesi degli struffoli e della pastiera (siamo sempre a Napoli!).
Questo vivere perennemente fuori sincrono, richiede molta attenzione perché inevitabilmente – tranne, appunto, in concomitanza delle festività (Natale, Pasqua, Carnevale, San Valentino, Festa della Mamma, Festa del Papà, Halloween… non ci facciamo mancare niente!) – si perde l’orientamento. Capita, tanto per fare un esempio, che si debba ambientare una scena in cortile dove un personaggio, rientrando a casa, s’imbatte nel portiere che gli dà un’informazione utile al prosieguo della storia. Per dare più naturalezza al tutto, solitamente si fa in modo che il portiere non stia lì impalato ma bensì svolga un’attività inerente al portierato… e qui casca l’asino!

In genere si liquida la questione rapidamente – va be’, fai che sta innaffiando -. Capirete,  siamo a metà giugno, fuori c’è un caldo avvilente, la natura rigoglia…  cos’altro dovrebbe fare un portiere in prossimità di un’aiuola? E invece no perché, fatti due calcoli, nel tempo traslato della soap siamo invece a metà ottobre e quindi il già citato portiere, si guarderà bene dal dare acqua alle piante in maniche di camicia, e starà piuttosto pacciamando il terreno in previsione dell’inverno con indosso un cardigan di lana per proteggersi dai primi freddi.

Ovviamente le cose a cui fare attenzione sono moltissime: attività, abbigliamento, pietanze, fiori (a te viene normale dire che un personaggio regala alla sua amata un mazzolino di fresie, ma chi te le dà a novembre?) e noi sceneggiatori finiamo con l’assomigliare inevitabilmente a un branco di mamme apprensive sempre in ansia per i loro pargoli. Ti sei ricordato di far prendere il cappotto alla dottoressa? Guarda che fa freddo… mettile anche la sciarpa! No, pasta e patate no che a luglio è troppo pesante! Falle cucinare un’insalata di riso!

E così, come vi ho spiegato, per me ormai già da un po’ siamo nel periodo dell’anno in cui si comprano regali, si preparano gli struffoli, si fa il presepe o l’albero (con relativa discussione su quale dei due sia più consono alla tradizione napoletana), si gioca a tombola e ci si veste da Babbo Natale per la gioia dei più piccini. Come ogni anno, faccio una fatica improba a immedesimarmi (a nulla vale l’ausilio dell’aria condizionata sparata alla massima potenza) e la mia unica consolazione rimane il fulgido esempio di Mel Tormé e Bob Wells che scrissero la splendida The Christmas Song (in assoluto la mia canzone di Natale preferita) nel caldo torrido del luglio 1944.

Ma siccome nella vita vera siamo ancora nella bella stagione, io continuo a goderne i frutti preparando una delle ricette estive che amo di più…

POMODORI RIPIENI DI RISO
per 4 persone
8 bei pomodori da riso
8 cucchiai rasi di riso (il trionfo della cacofonia!)
2 spicchi d’aglio
origano, basilico, sale, olio EVO
Si procede così: si lavano i pomodori, si capovolgono, si taglia via il culetto e si svuotano con uno scavino da melone. La polpa ottenuta si frulla poi insieme agli spicchi d’aglio e due o tre cucchiai d’olio fino a ottenere una crema omogenea. Si aggiungono sale (abbondante poiché dovrà condire anche il riso una volta cotto), origano, basilico e il riso. Si mescola bene il tutto e con il composto ottenuto si riempiono i pomodori. Una volta ricoperti i pomodori con i culetti precedentemente asportati, si dispongono in una teglia, si irrorano con un filo d’olio, si salano leggermente e si infornano a 160° per un tempo che varia dall’ora all’ora e mezza (conviene controllare se il riso è cotto perché un tempo di cottura assoluto non c’è). 
È una ricetta semplice ed essenziale che si realizza con gran facilità, l’unica cosa a cui bisogna fare attenzione, è che la parte liquida sia sempre molto più abbondante del riso (e nel caso non lo sia, aggiungere un po’ d’acqua e passata di pomodori). Insomma, prima della cottura, all’interno dei pomodori deve esserci una sorta di acqua pazza in cui si aggirano, sparuti, i chicchi di riso.
Mangiateli tiepidi e poi fatemi sapere…

Gavetta

Nonostante avessi studiato sceneggiatura, entrare nel favoloso mondo della soap opera fu un po’ disorientante. Significò gettare a mare molte delle mie conoscenze e predispormi a imparare tutto daccapo, a cominciare dalla terminologia. Fino a poco tempo prima che io cominciassi a lavorare, l’head-writer era un australiano e quindi il brainstorming si faceva in inglese. Tutti – anche quelli che con “the pen is on the table” avevano esaurito la conoscenza dell’inglese e quindi erano costretti a millantare – si dovevano adattare e, pian piano, finirono col creare una lingua tutta loro, fatta di acronimi e italianizzazioni, che a me risultava incomprensibile quanto il sanscrito.

Non era strano – e purtroppo ancora non lo è –  sentire frasi di questo tipo: “Picappa la scena precedente, bildappa i personaggi, crea un po’ di URST, rafforza la tag e chiudi con un LOTS”. Un delirio e, siccome nessuno mi spiegava niente e io niente potevo chiedere per non fare la figura dell’incompetente, per i primi tempi dovetti necessariamente andare a tentoni. Non so cos’avrei dato, in quelle prime settimane, per trovare anch’io una stele di Rosetta che mi permettesse di comprendere rapidamente quella lingua sconosciuta!  Dovetti mettere su un’operazione di intelligence lanciando occhiate furtive agli appunti dei miei colleghi per carpire qualche indizio prezioso e addirittura gongolavo (altro termine usato, credo, solo nella soap) quando riuscivo a tradurre in italiano corrente una parola nuova.

Sicuramente la parte più dura della mia gavetta è stata questa e oggi che sono passati più di dieci anni e ho scritto circa 9.500 pagine fra trattamenti e sceneggiature – che, tradotto, significa che ho intrattenuto i telespettatori italiani per qualcosa come 400 serate – mi prendo la mia piccola rivincita usando impunemente il gergo soap operesco ogni qualvolta compare all’orizzonte un nuovo stagista (salvo pentirmi e, nella pausa pranzo, tradurgli tutto ciò che ho detto in precedenza).

Nonostante la mia gavetta lavorativa sia terminata da tempo, la gavetta continuo a prepararmela tutti i giorni dato che, per un problema di cui forse fra qualche tempo – quando saremo più intimi – arriverò a parlarvi, non metto piede nella mensa aziendale e consumo i miei pasti nella quasi solitudine dell’ufficio. Si tratta di pasti semplici e leggeri perché è altamente sconsigliabile incorrere in un increscioso papagno post prandium nel bel mezzo di un brainstorming, ma spesso ricevono un bel po’ di sguardi invidiosi dai miei colleghi che si ostinano, tenacemente, a massacrarsi lo stomaco in mensa.

NON LA SOLITA INSALATA (DI RISO)
per 4 persone

300 g di riso parboiled
1 cipolla
3 zucchine
200 g di feta
100 g di prosciutto cotto in un’unica fetta
2 cucchiai di cumino in semi
olio EVO
sale e pepe

Per prima cosa tostare il cumino in una padella calda e metterlo da parte. Poi tritare la cipolla, farla appassire in 3 cucchiai d’olio e, quando sarà diventata traslucida, aggiungere le zucchine, tagliate prima in quattro quarti e poi in fettine di massimo un paio di millimetri di spessore (l’ideale è usare la mandolina). Intanto mettere a bollire l’acqua e lessare il riso che, una volta cotto, andrà sciacquato e raffreddato.  Quando anche le zucchine saranno cotte (non troppo, è bene che rimangano un po’ croccanti), tagliare la feta e il prosciutto a dadini e aggiungere il tutto, insieme al cumino tostato, al riso. Aggiustare di sale, pepare, mescolare bene et voilà, il pranzo è pronto (e se preparate questa insalata la sera prima, lei sarà più buona e voi meno stressati).

Pensavate vi lasciassi così? No, non ne avrei avuto il cuore… il sapere va sempre condiviso!

PICCOLO VADEMECUM PER ASPIRANTI SOAP OPERAI
  • Cittone: (da to cheat) trarre in inganno lo spettatore in modo eclatante e poco elegante solo per ottenere un cliff.
  • Cliff: abbraviazione di Cliffhanger. L’ultima scena dell’episodio, la più intensa, che fornisce un gancio narrativo fortissimo per l’episodio successivo. Il Friday Cliff invece conclude l’ultima puntata della settimana e deve essere ancora più intenso dei quattro precedenti perché deve tenere lo spettatore sulle spine fino al lunedì successivo. Da qui in poi è tutto un crescendo: c’è il Summer Cliff, il Cliff di serie…
  • Bonk: scopata, ma dirlo in americano gergale fa molto più fine…
  • URST: Unresolved Sexual Tension. Per capirlo ci ho messo mesi…
  • LOTS: Look Over The Shoulder. Avete presente quando uno ti dice che ti ama, ti abbraccia e poi, mentre tu non lo vedi, digrigna i denti? Bene, quello.
  • Picappare, Bildappare, Setappare: rispettivamente “riprendere una linea narrativa sospesa nell’episodio precedente”, “aumentare la fiducia di un personaggio rispetto a una determinata situazione”, “gettare le basi per una situazione o una linea narrativa che verrà sviluppata di lì a qualche tempo”.
  • Un piccolo hint: suggeriamo, ma non troppo.
  • N/S: No Speaking ovvero i figuranti.
  • P/S: Poco Speaking ovvero le comparse che dicono solo un paio di battute (fortunatamente rimasto in voga per poco tempo).
  • RE: Regard. Usato in frasi tipo: Tizio e Caio RE Sempronio, ovvero: Tizio e Caio parlano di Sempronio.
  • CLUNKY: In una traduzione molto arbitraria, usato generalmente per indicare situazioni genericamente e involontariamente un po’ ridicole.
  • V/O, V/F: estremamente disorientante perché V/O può significare tanto Voice/Off (cioè  la voce di un personaggio che non viene inquadrato perché, per esempio, è dietro una porta) che Voice/Over (cioé la voce mentale di un personaggio) mentre V/F è una dicitura tutta italiana: Voce Filtrata (attraverso un apparecchio telefonico, la tv, la radio e chi più ne ha più ne metta).

Così, giusto per darvi un’idea…

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