Essa, Iddu e ‘o malamente

Nel luglio del 2009 giunsi alla consapevolezza che, ahimé, per quanto ci si impegnasse, il consorte non avrebbe mai davvero amato la montagna. Ogni volta che io pregustavo con sguardo sognante i giorni che avremmo trascorso a Roccaraso, il suo sguardo diventava un po’ più triste, le labbra si piegavano impercettibilmente in una smorfia amara, mentre con tono appena sarcastico commentava che anche lui non vedeva l’ora. Insomma, la situazione era più grave di quanto avessi pensato e compresi che per evitare una temibile depressione consortile bisognava correre ai ripari e cedere – almeno una volta – al suo desiderio di mare, mare e ancora mare.
Così, in modo anche abbastanza naturale, la scelta della destinazione cadde su Stromboli, isola assiduamente frequentata da tanti dei nostri amici e dove anch’io, una ventina di anni prima, mi ero distinta per alcune simpatiche performance, che molti ancora ricordano (tipo catapultarmi sulla terraferma ancor prima che la nave attraccasse al piccolo molo, spiccando un salto in lungo in stile Fiona May che nessuno – e tantomeno io – mi avrebbe ritenuta in grado di effettuare, perché ero talmente estenuata dalla mareggiata notturna da non resistere un secondo di più sul traghetto senza dare di stomaco).
A meno che non ci si metta in auto e non si punti dritto a Roccaraso, dove la magione è già equipaggiata di tutto il necessario, in casa Gastronomica organizzare una partenza non è mai cosa semplice. C’è da preparare la mia valigia, quella del consorte, quella dei cani – che comprende ciotole, asciugamani, medicine, crocchette, umido e giochi – e quella della biancheria. Poi ci sono la borsa della tecnologia, quella dei libri, quella delle vettovaglie. Insomma, da noi non si parte, si emigra.
Fu così anche quella fatidica estate del 2009, in cui ci ritrovammo sulla nave diretta alle Eolie con tre cani, quattro valigie, una cesta da picnic, la mia migliore amica al seguito (con relativa valigia), una cabina di seconda classe senza bagno e un posto ponte.
Anche solo issare a bordo il nostro piccolo zoo e tutti gli orpelli che ci trascinavamo dietro fu una fatica immane, ma quando finalmente il consorte e Carla riuscirono a infilare tutti i bagagli in cabina – mentre io aspettavo con i cani sul ponte, in una sospetta versione punkabbestia di me stessa -, cominciammo finalmente a rilassarci.
Sistemati sull’ultimo ponte della nave, il più ventilato (e, ahimé, anche il più umido, come scoprii più tardi), consumammo la cena di compleanno del consorte – da me preparata in precedenza e sistemata in un’elegantissima cesta di vimini – che innaffiammo con una bottiglia di champagne gelato destando lo stupore di chiunque ci osservasse, per l’evidente contrasto fra il nostro aspetto un po’ lercio e stazzonato, e la chiccheria della cena a base di finger food di deliziosa fattura. “Stanno pensando che questa cena l’hai rubata”, sentenziò il consorte spostandosi all’altra estremità della panca, lontano da me, per evitare di essere accusato di complicità nel misfatto.
Due ore dopo eravamo pronti per andare a dormire. E cominciarono le discussioni per chi dovesse sistemarsi in cabina e chi dovesse rimanere sul ponte, con i cani.
Ora, credo che tante fra voi, gentili signore, condivideranno il mio pensiero: molto meglio dormire scomodi, o non dormire affatto, badare ai cani e prendere l’umido, che doversi sorbire per tutta la vacanza le lamentele del consorte che in un impeto di galanteria si era offerto di restare all’addiaccio, ma avrebbe di sicuro poi accusato raffreddori, nevriti, dolori reumatici e forse anche il gomito del tennista e il ginocchio della lavandaia.
Così, affidati a lui tutti i mei beni e ottenuti in cambio un materassino e una coperta presa in prestito dalla cabina, lo spedii a dormire con Carla e mi sistemai sul ponte, circondata dai cani, a cui avevamo già somministrato un tranquillante alle erbe a scopo cautelativo, ma che tenevo comunque al guinzaglio.
Mi accingevo a raggomitolarmi sotto la coperta e sprofondare quantomeno in una sorta di dormiveglia, quando da un sacco a pelo sistemato su una panca poco distante emerse un ragazzotto sui vent’anni.
– Signora, lo sa che qui i cani non ci possono stare?
– Guardi, i cani non possono stare nelle aree all’interno, ma qui è consentito tenerli.
– Però dovrebbero avere le museruole.
– Ha ragione. Però vede, i miei cani sono anziani, sono buonissimi, sono stati sedati e li tengo anche al guinzaglio. Le assicuro che non ha nulla da temere.
– Signora, io invece temo. E se lei si addormenta, rilassa le articolazioni, i guinzagli le sfuggono di mano, i cani scappano e vengono a mordermi?
– La vedo difficile dato che ho infilato i guinzagli intorno al polso. E comunque ho il sonno leggerissimo, mi sveglierei.
– E se invece non dovesse svegliarsi? Lei deve andasene da qui, si cerchi un altro posto.
– Io non mi cerco un bel niente. È lei che ha paura, si sposti lei.
Nel frattempo intorno a noi si era formata una piccola folla che seguiva il dibattito voltando la testa a destra e sinistra neanche stesse assistendo a una partita di tennis sul campo centrale di Wimbledon, e la cosa finì con l’attirare l’attenzione di un ufficiale di bordo, che venne a chiedere cosa stesse succedendo.
Il ragazzotto espose il caso con una dovizia di particolari degna di Se voi foste il giudice, e finì col convincere l’ufficiale a farmi sloggiare. Questi mi si rivolse con garbo, spiegandomi che effettivamente i cani non avevano la museruola e visto che il signore aveva paura… 
Io però non lo lascia finire e, infervorandomi, chiarii che le museruole c’erano, ma erano nel bagaglio che avevo affidato a mio marito, che era in una cabina di cui ignoravo il numero, in compagnia della mia migliore amica. Io invece ero lì, costretta a dormire a terra per badare ai cani – di cui una afflitta da sindrome abbandonica, uno epilettico e l’altra cieca -, troppo malridotti per essere sistemati nelle gabbie in stiva. Quello che potevo fare per rendere più sereno il giovanotto, era legarmi i guinzagli dei cani alla cinta della gonna, di modo da non correre il rischio che si allontanassero, ma di spostarmi non ne avevo alcuna intenzione, anche perché – rivelai scansando la coperta con un gesto a effetto – ero una grande obesa e, anche solo per alzarmi, avrei fatto una faticaccia che poteva rivelarsi fatale.
L’ufficiale, che aveva accompagnato ogni mia singola frase con un “ah-ah” fra lo stupito e l’indignato, mi guardò per un attimo senza parlare, poi se dette una bella scossa e si rivolse al mio vicino con fare risoluto. 
– Giovanotto, se proprio non sopporta queste tre bestiole mansuete, prenda la sua roba e vada da un’altra parte. Mi sembra che con il marito e le amiche che si ritrova, la signora abbia già sofferto abbastanza!
Dato che il buongiorno si vede dal mattino, non vi sorprenderà sapere che quella vacanza non solo si rivelò disastrosa, ma ebbe anche il deleterio effetto collaterale di provocare nel consorte un violentissimo innamoramento per Stromboli, che da allora considera suo buen retiro, tanto che – in solitudine – ci è andato nel 2010, nel 2011 e anche nel 2012.
Quest’estate però si è imposto, e mi ha costretto a seguirlo, stavolta senza cani, senza ceste da picnic, con solo un bagaglio minuscolo di facile trasporto e soprattutto dopo essersi assicurato una cabina di prima classe con bagno. 
Devo ammettere che la vacanza è andata molto meglio di quella precedente, e riconosco che Stromboli – con Iddu che ti ricorda costantemente la sua presenza con brontolii e getti di lava, con il nero delle rive che contrasta con il blu profondo del mare, con le sue bouganville multicolore, i suoi ibiscus, gli innumerevoli fichi che ombreggiano i viottoli e dai cui rami puoi cogliere senza sforzo i frutti e gustarli tiepidi mentre vai a mare – continua ad avere un grande fascino. Ma purtroppo ormai è molto diversa dall’isola della mia adolescenza, o forse sono molto diversa io.
Perciò se non ci siete mai stati e volete andarci, andateci ora. 
Andateci ora che il caldo non è più insopportabile, che le spiagge non sono affollate, che l’acqua è cristallina e senza meduse, che non è invasa dai napoletani, che non è tanto cara da farvi compromettere il conto in banca, che potrete godervi il silenzio e i tramonti con lo Strombolicchio che si tinge di rosa.
Per quanto mi riguarda, dopo essermi ustionata i piedi sulla sabbia rovente, essere stata urticata dalle meduse, aver fatto da esca a tutte le zanzare dell’isola, e aver passato la maggior parte del tempo a tergermi il sudore, ho deciso che l’anno prossimo andremo sulle Dolomiti.
Il consorte dovrà farsene una ragione.
L’ultima foto immortala le mitiche melanzane a scarponciello dell’altrettanto mitica zia Pia (che non è mia zia ma è come se lo fosse) che – vai a capire perché – hanno fatto venire al consorte la smania per le melanzane sott’olio.
– Bene, da quanti anni non me le fai?
– Perché sono un po’ scoccianti.
– Non possono essere più scoccianti della marmellata di limoni.
– Mmmmm
– E nemmeno del nocillo.
– Non ne sono convinta.
– Bene, se hai fatto la marmellata di rosa canina puoi fare pure le melanzane sott’olio!
– …
MELANZANE SOTT’OLIO
Melanzane
Aceto
Olio
Aglio
Origano
Peperoncino
Sale
Confesso di aver fatto un po’ la difficile, perché fare le melanzane sott’olio in fondo non è poi questa gran seccatura e il consorte ha ragione quando sostiene che mi sono cimentata in imprese ben più complicate. In realtà bastano qualche piccolo accorgimento e qualche trucco per cavarsela senza grande sforzo.
Naturalmente è inutile dare dosi precise ma, giusto per darvi un’idea, io con 6 chili di melanzane ho riempito due barattoli da un litro e questo barattolo piccolo, che avrà sì e no 250 ml di capacità.
Si procede così: si sbucciano le melanzane, si tagliano a fette doppie un paio di centimetri e quindi a strisce di un paio di centimetri di larghezza. Man mano che le tagliate, sistemate le melanzane in uno scolapasta, salatele e poi copritele con un piatto che contenga dei pesi, in modo che siano ben pressate.
Trascorse ventiquattr’ore, togliete i pesi, munitevi di uno schiacciapatate, infilateci le melanzane – poche per volta, c’è bisogno di dirlo? – e pressatele bene per privarle dell’acqua di vegetazione. Intanto in una pentola capiente mettete a bollire acqua e aceto bianco in ugual quantità. Quando l’acqua sarà arrivata a bollore, gettateci le melanzane (occhio, devono avere spazio perciò magari ripetete l’operazione più volte ma non comprimetele), fatele bollire per un minuto, quindi scolatele con una schiumarola e via di nuovo nello schiacciapatate per una nuova strizzatina e una nuova perdita di liquidi.
A questo punto mettete le melanzane ad asciugare ben stese su un canovaccio pulito, sterilizzate i barattoli (potete bollirli o sterilizzarli per 30 minuti in forno a 130°), quindi disponete le melanzane nei vasi facendo un primo strato di verdura, unendo peperoncino, aglio e origano secondo il vostro gusto e poi coprendo con olio, per poi ricominciare con lo strato successivo (in questo modo eviterete che si formino le bolle d’aria).
Quando avrete riempito tutto il barattolo, potrete finalmente pressare le melanzane e, nel caso avanzasse spazio, aggiungerne delle altre. Fermatevi a un paio di centimetri dalla strozzatura del barattolo, e assicuratevi che le melanzane siano coperte da un bel dito d’olio.
Procedete quindi a una seconda sterilizzazione, mettendo i barattoli in acqua fredda, avvolti in un canovaccio, portando poi ad ebollizione e tenendoli sul fuoco per 30 minuti e facendoli poi raffreddare nell’acqua.
Come avete visto il procedimento è abbastanza semplice – sempre a patto che si possegga un salvifico schiacciapatate.
La cosa ben più complicata è invece armarsi di santa pazienza e aspettare che trascorrano i canonici quindici giorni per poterle finalmente assaggiare.
Come il consorte ben sa.

Maya e poi Maya

Piccola dichiarazione d’intenti per l’anno a venire, nel caso la profezia non s’avveri
Confesso che i bilanci di fine anno e i propositi per quello nuovo mi hanno sempre messa a disagio. Nel farli ho spesso provato lo stesso misto di inadeguatezza/speranza/senso di colpa/desiderio di rivalsa che mi sopraffaceva tutte le volte che andavo a controllo dal dietologo e, spogliata perfino degli orecchini pur di non peggiorare ulteriormente la situazione, mi accingevo a salire sulla mia rivale di sempre: la pesapersone.
Non credo di essere l’unica, in questi frangenti, a guardare al passato con un occhio assai poco indulgente e ad auspicare a un futuro più virtuoso fissando una serie di obiettivi talmente rigorosi da essere irrimediabilmente destinati a fallire, in una sorta di profezia che si auto determina.
Mmm… nell’arco dell’anno prossimo voglio perdere 50 chili (4 chili al mese mi sembrano un obiettivo ragionevole, sì sì… 4 per 12 fa 48… magari con un po’ di esercizio fisico i 50 li portiamo a casa)… voglio mettere da parte un tot al mese per iscrivermi di nuovo all’università e finalmente laurearmi (in fondo soffro d’insonnia, no? Invece di smanettare come un’idiota su facebook potrei mettermi a studiare… forse sarebbe perfino rilassante… beh, speriamo non troppo… non vorrei che mi venisse il sonno!)… voglio finalmente mettere a punto un sistema per la gestione della casa che mi consenta di non dover passare tutti i santi week-end a fare le grandi pulizie (basterebbe che mi svegliassi mezz’ora prima la mattina… che ci vuole… un giorno vado di aspirapolvere, un giorno vado di mocho, un altro lavo i vetri… alla fine si trasformerà in un gioco da ragazzi!).
Bene, d’ora in poi si cambia musica. L’anno prossimo – sempre Maya permettendo – cercherò di mettere a tacere il senso del dovere e penserò a fare solo ciò che effettivamente mi procura piacere, è questo il mio unico proposito.
Per prima cosa bandirò dalla mia vita il parrucchiere. Voglio che i miei capelli crescano liberi e ribelli, voglio che si riempiano di doppie punte. Voglio che mi avviluppino le spalle, che mi trasformino in una pitonessa. Voglio che fra le loro ciocche si perdano i fermagli e le matite, voglio che tornino alla loro antica natura preraffaellita.
Voglio leggere senza essere interrotta, staccando il telefono, spegnendo la radio. Voglio leggere acciambellata sul divano, stesa a pancia in giù sul letto sporgendomi quanto basta per voltare le pagine del libro poggiato sul pavimento. Voglio leggere fino a perdermi, fino a dimenticare che il sole tramonta, fermandomi solo quando le parole impresse sulla carta diventano segni indistinti.
Voglio cantare come quando ero ragazza e ogni luogo che avesse una bella acustica mi spingeva a intonare una melodia. Voglio cantare nella tromba delle scale, voglio cantare con le labbra a pochi centimetri dalle mattonelle della cabina doccia, voglio cantare nel tempio di Mercurio a Baia, nella grotta del giardino segreto a Palazzo Te.
Voglio di nuovo la mia Renault 4. Voglio montare in auto e andare, con quello stesso brivido che a diciotto anni mi faceva pensare di essere libera, di poter raggiungere la mia meta, ma anche di poter proseguire il cammino su strade ignote fin quando avessi avuto abbastanza benzina.
Voglio il fornello acceso e la porta di casa sempre aperta agli amici. Voglio cene squisite e vino buono, musica a basso volume e chiacchiere fino a notte fonda, poco importa se il giorno dopo bisogna alzarsi presto per andare a lavorare.
Voglio pensare al futuro come lo pensavo anni fa, quando sembrava che la vita fosse ancora tutta da venire. Voglio fare progetti folli, voglio rischiare, voglio smettere di essere cauta.
Voglio ridere.
E voglio un anno strepitoso.
ZUPPETTA DI FAGIOLI E SCAROLE
per due persone
2 cespi di scarola liscia
500 g di fagioli cannellini lessati
1 spicchio d’aglio
4 cucchiai d’olio
sale
Voglio mangiare almeno una volta alla settimana una cosa che mi piaccia, senza preoccuparmi del fatto che mi faccia male. Ecco, questa è l’ultima cosa che mi ripropongo per l’anno nuovo. L’avete letto, i miei desideri sono semplici e semplice è anche questa ricetta, che tuttavia per la mia colecisti imbizzarrita rappresenta una bella sfida.
Lavate a lungo la scarola, o almeno lavatela fin quando non sarete certi di aver eliminato tutto il terreno. Private quindi i cespi delle foglie esterne, più verdi e coriacee e – usando esclusivamente le mani – spezzate le foglie chiare in due o tre pezzi. Mettete quindi la scarola, ancora ben umida, in una pentola che la contenga, aggiungete il sale, chiudete con il coperchio e lasciatela cuocere a fuoco dolce avendo cura di girarla di tanto in tanto. Quando la scarola avrà tirato fuori l’acqua di vegetazione e si sarà ammorbidita, aggiungete lo spicchio d’aglio, l’olio, i fagioli lessati e – se necessario – un paio di mestoli della loro acqua di cottura. Lasciate cuocere ancora per una ventina di minuti quindi servite la zuppa accompagnata da una bella fetta di pane per ogni commensale.
Sono stata una bambina strana. Alle feste dei miei compagni di classe venivo presa dal panico quando le mamme mi propinavano polpettone e patate fritte, che odiavo. Ma quando a casa della nonna venivo accolta dal profumo di fagioli e scarole, sentivo che tutto sarebbe andato a posto.
Ne sono sicura, tutto andrà a posto.

Allarme rosso

Sono reduce da una conversazione surreale con la mia amica Circe (indefessa commentatrice di questo blog) che vive a più di mille chilometri da dove vivo io e da almeno un anno è sprovvista di una linea telefonica fissa a causa di una controversia con fastweb di cui io, ma scommetto anche lei, continuo a capire ben poco. 
La consapevolezza di avere una naturale propensione alla chiacchiera ci induce a essere prudenti e a ridurre al minimo l’uso del cellulare così, pur di parlarci, ritorniamo entrambe adolescenti – il che non è male visto che abbiamo superato i quaranta – e ci ritroviamo a scroccare telefonate in giro ogni volta che se ne presenta l’occasione.
L’occasione non si è presentata per un bel po’, perciò stasera siamo passate al piano B, ovvero la chiamata su skype (ma senza video perché lei, non avendo linea fissa, non ha neanche una connessione decente e si affida a una chiavetta farlocca che viaggia alla velocità di un bradipo narcotizzato). 
Siamo state particolarmente fortunate e quindi, oltre a non vederci, stasera non ci sentivamo neanche, ma a sprazzi, con un discreto delay e una spaventosa eco che rendeva il tutto più minaccioso, io percepivo le sue urla: “Ma perché non aggiorni il blog? Ti sei stufata? Eh, ti sei stufata?”.
ALLARME ROSSO! Se lei, che mi conosce meglio delle sue tasche, pensa che possa essermi stufata, cosa penserete voi, che mi conoscete da così poco, di questa mia prolungata latitanza? Nonostante stessi andando a dormire, ho deciso di correre subito ai ripari e darvi mie notizie di modo da tranquillizzare sia voi che la cara Circe.
Che questo blog abbia un ritmo lento in contrapposizione a quello frenetico del mio lavoro, ormai l’avrete capito tutti, ma cinque settimane senza che venga pubblicata neanche una riga possono far sorgere qualche perplessità. Non temete, non mi sono stufata. Mi sono ammalata. 
L’untore è stato – come forse immaginerete – il consorte. Colpito da un blando virus intestinale che gli ha procurato una modesta alterazione della temperatura, una seduta extra in bagno e dopo ventiquattrore era bello e che andato, il prode è riuscito a modificare geneticamente il suddetto e passarmelo in una forma molto molto più cattiva. 
Il suo 37 e mezzo latente è diventato il mio 39 inamovibile, la sua seduta extra in bagno è diventata per me una lunghissima e ininterrotta permanenza e – che premura da parte sua! – il consorte mi ha fornita anche di una simpatica collezione di malesseri secondari che lui non aveva avuto affatto: nausea, capogiri, dolori articolari, mal di testa e, vai a capire perché, un occhio gonfio.
Fortunatamente il peggio è passato e prometto che cercherò di recuperare il tempo perduto, nel frattempo – e prima che sia troppo tardi – eccovi una ricetta veloce, sana e dietetica, da realizzare prima che la primavera cominci a inoltrarsi troppo.
VELLUTATA DI CAVOLFIORE
Se siete a dieta, mangiatela tutta voi senza dividerla con nessuno. Potete farlo.
1 cavolfiore
3 foglie di alloro
sale e pepe
1 frullatore a immersione
No, non è un refuso, il frullatore a immersione compare fra gli ingredienti perché è essenziale per questa ricetta almeno quanto il cavolfiore, perciò se non ce l’avete desistete subito. A parte questo, credo che chiunque riuscirebbe a portare a casa un buon risultato, anche se preparasse questa vellutata con il piede sinistro.
Riempite una pentola d’acqua fredda e immergetevi il cavolfiore con le foglie d’alloro. Portate a bollore e lasciate cuocere finché il cavolfiore non sarà ben mordido, anzi quasi sfatto. A questo punto trasferitelo in un’altra pentola, rompetelo un po’ con una forchetta e poi cominciate a lavorarlo con il frullatore a immersione, aggiungendo a filo l’acqua di cottura. Quando avrete raggiunto la consistenza che più vi aggrada, salate e pepate.
Et voilà, il gioco è fatto.

La mia famiglia e altri Natali

Premesso che l’anno prossimo sono determinata a cominciare a sedarmi l’otto dicembre per smettere solo il sei gennaio a mezzanotte, ecco per voi, cari lettori pervasi da sognante languore natalizio, buonismo vario e torpore da digestione lenta, un post da cui difficilmente vi riavrete: la cronaca di un non Natale.
C’è da dire che io di mio sarei cinematograficamente colma di spirito natalizio, avendo modellato la mia idea del Natale su La vita è meravigliosa, Incontriamoci a Saint Louis, Appuntamento sotto il letto, Piccole donne, Scrivimi fermo posta. E il guaio è che, per un po’ di anni, i miei Natali in famiglia sono stati davvero così.

Quando ero piccola, il Natale cominciava almeno un mese prima. A casa della nonna iniziavano ad arrivare i primi cesti di regali gastronomici destinati al nonno, poi i prodotti tipici che i coloni portavano in dono da Gragnano, poi ancora l’olio e una vagonata di caciocavalli e altre delizie che i cugini della nonna mandavano dalla tenuta in Puglia.

Poi veniva il momento di pensare all’albero, che era sempre enorme, e che a casa della nonna bisognava issare su una specie di piedistallo, affinché sotto i suoi rami ci fosse abbastanza spazio per sistemare tutti i regali – che erano frutto di una serie di spedizioni punitive fatte dalla nonna, da mamma e da mia zia in giro per la città-, e almeno cinque pomeriggi erano poi dedicati al confezionamento dei pacchetti, che venivano in seguito nascosti in giro per la casa.

Con gli anni io, mio fratello e i miei cugini, avevamo scoperto alcuni nascondigli: l’armadio dell’ingresso, il vano dietro la tenda pesante del salotto, la doccia del bagno degli ospiti. Ma la nonna era sempre un passo avanti a noi e per ogni nascondiglio individuato, ne aveva già escogitato un altro.

Quattro giorni prima della vigilia cominciavano poi le cucinelle. Oltre a Maria, la domestica che era in casa da sempre, virtuosa esecutrice di gnocchi e fritture varie, l’aiutante prescelta da mia nonna era la mia mamma mentre io ero ammessa in cucina come spettatrice e, all’occorrenza, allieva praticante.

Si preparavano la pastiera, gli struffoli (piccolini che a mio nonno i pallettoni non erano mai piaciuti), l’insalata russa con la maionese fatta in casa con il solo ausilio di una ciotola dal fondo concavo, un cucchiaio di legno e un’oliera con il beccuccio minuscolo, e soprattutto la galantina di pollo – che avremmo mangiato il 25 -, preparata con il cappone che i coloni portavano da Gragnano e da me ritualmente cullata fra le braccia come fosse un neonato quando era già cucita e legata stretta nei panni di cotone e aspettava solo di essere messa a bollire.

La sera della vigilia a tavola eravamo più di venti persone e ricordo benissimo che dopo la cena, i regali e i giochi, si aspettava la mezzanotte per poter affettare la galantina e farne almeno un assaggio, visto che ormai a mangiare carne non si commetteva più peccato.

Questo quando ero piccola ma poi, a partire dalla metà degli anni ’80, la storia della mia famiglia ha cominciato ad assomigliare talmente tanto alla trama de I Buddenbrook, che se Thomas Mann fosse stato ancora vivo ci avrebbe sicuramente fatto causa per plagio.

È ormai un bel po’ che il Natale a casa mia non è più Natale e mi domando se e quando tornerà a esserlo. Quest’anno si sono fulminate anche le lucine con cui il consorte addobba la libreria e l’unico a funzionare è il filo verde che dona alla stanza, ma soprattutto a me che la sera sono tutt’uno col divano, un bel colorito stile Incredibile Hulk che, a dirla tutta, fa anche un po’ impressione.

A cena a casa di mia mamma, la sera della vigilia, eravamo in cinque, e insieme facevamo un totale di 320 anni portati davvero male. Abbiamo mangiato in mezz’ora, aperto i regali in dieci minuti e siamo andati a dormire che erano sì e no le undici di sera.

Non so proprio immaginare cosa possa esserci di meno natalizio, perciò mi consolo pensando al tempo traslato del mio lavoro dove, fortunatamente, oggi 26 dicembre si festeggia Pasquetta con tortano, affettati, uova sode e pastiera, e intanto continuo a sperare che l’anno prossimo vada meglio.

Ma faccio scorta di benzodiazepine.
Composta di Radicchio
Per 4 barattoli da 200 g

1 kg di radicchio trevigiano tardivo
500 g di zucchero
30 g di radice di zenzero
la scorza grattuggiata di due limoni
pepe nero macinato al momento

Nella devastazione emotiva di questi giorni, l’unica cosa che mi ha riportato ai Natali della mia infanzia è stato cucinare, non tanto per il cenone (che, come avrete dedotto, aveva più il sapore del cibo da mensa ospedaliera che altro) quanto per preparare composte, chutney e marmellate di agrumi che spargessero per la casa il profumo delle feste. Fra le tante cose preparate, la mia preferita è questa composta di radicchio dal gusto insolito ma estremamente accattivante, ideale per accompagnare il salmone in tutte le sue declinazioni.

Lavate il radicchio poi, emulando Marina Tagliaferri, tagliatelo a striscioline sottili sottili. Sistematelo in una ciotola con lo zucchero, la scorza del limone, il pepe e lo zenzero sbucciato e ridotto in minuscola dadolata (vi servirà un coltello affilato come un rasoio), mescolate bene il tutto e lasciatelo a marinare per 2 ore.

Trascorso questo tempo, trasferite sia il radicchio che il liquido ottenuto dalla marinatura in una casseruola dal fondo spesso e cuocete a fuoco lento fin quando tutto il liquido sarà evaporato e lo zucchero avrà cominciato a caramellare. Invasate a caldo in barattoli sterilizzati, procedete quindi a una seconda sterilizzazione e poi lasciate raffreddare a testa in giù.

Nöel Nöel, jour d’allègresse…

No, il titolo del post non è un refuso, io non sono impazzita e l’ansia anticipatoria di mio marito e il suo amore maniacale per le decorazioni natalizie non hanno avuto il sopravvento (andammo a vivere insieme il 5 febbraio di tanti anni fa, cercammo casa in gennaio che le feste erano appena passate e a lui – ogni volta che gliene mostravo una che per me poteva andar bene – interessava solo dove avremmo sistemato l’albero di Natale). Semplicemente, io lavoro per una soap opera.
Forse non tutti sanno che (come da rubrica della settimana enigmistica) il rutilante mondo delle soap, così come il rutilante e ben più glamorous mondo della moda, viaggia sempre in anticipo sui tempi (almeno tre mesi ma a volte anche quattro) così per me agosto e settembre, lungi dall’essere i mesi dell’anguria e dei fichi, sono i mesi degli struffoli e della pastiera (siamo sempre a Napoli!).
Questo vivere perennemente fuori sincrono, richiede molta attenzione perché inevitabilmente – tranne, appunto, in concomitanza delle festività (Natale, Pasqua, Carnevale, San Valentino, Festa della Mamma, Festa del Papà, Halloween… non ci facciamo mancare niente!) – si perde l’orientamento. Capita, tanto per fare un esempio, che si debba ambientare una scena in cortile dove un personaggio, rientrando a casa, s’imbatte nel portiere che gli dà un’informazione utile al prosieguo della storia. Per dare più naturalezza al tutto, solitamente si fa in modo che il portiere non stia lì impalato ma bensì svolga un’attività inerente al portierato… e qui casca l’asino!

In genere si liquida la questione rapidamente – va be’, fai che sta innaffiando -. Capirete,  siamo a metà giugno, fuori c’è un caldo avvilente, la natura rigoglia…  cos’altro dovrebbe fare un portiere in prossimità di un’aiuola? E invece no perché, fatti due calcoli, nel tempo traslato della soap siamo invece a metà ottobre e quindi il già citato portiere, si guarderà bene dal dare acqua alle piante in maniche di camicia, e starà piuttosto pacciamando il terreno in previsione dell’inverno con indosso un cardigan di lana per proteggersi dai primi freddi.

Ovviamente le cose a cui fare attenzione sono moltissime: attività, abbigliamento, pietanze, fiori (a te viene normale dire che un personaggio regala alla sua amata un mazzolino di fresie, ma chi te le dà a novembre?) e noi sceneggiatori finiamo con l’assomigliare inevitabilmente a un branco di mamme apprensive sempre in ansia per i loro pargoli. Ti sei ricordato di far prendere il cappotto alla dottoressa? Guarda che fa freddo… mettile anche la sciarpa! No, pasta e patate no che a luglio è troppo pesante! Falle cucinare un’insalata di riso!

E così, come vi ho spiegato, per me ormai già da un po’ siamo nel periodo dell’anno in cui si comprano regali, si preparano gli struffoli, si fa il presepe o l’albero (con relativa discussione su quale dei due sia più consono alla tradizione napoletana), si gioca a tombola e ci si veste da Babbo Natale per la gioia dei più piccini. Come ogni anno, faccio una fatica improba a immedesimarmi (a nulla vale l’ausilio dell’aria condizionata sparata alla massima potenza) e la mia unica consolazione rimane il fulgido esempio di Mel Tormé e Bob Wells che scrissero la splendida The Christmas Song (in assoluto la mia canzone di Natale preferita) nel caldo torrido del luglio 1944.

Ma siccome nella vita vera siamo ancora nella bella stagione, io continuo a goderne i frutti preparando una delle ricette estive che amo di più…

POMODORI RIPIENI DI RISO
per 4 persone
8 bei pomodori da riso
8 cucchiai rasi di riso (il trionfo della cacofonia!)
2 spicchi d’aglio
origano, basilico, sale, olio EVO
Si procede così: si lavano i pomodori, si capovolgono, si taglia via il culetto e si svuotano con uno scavino da melone. La polpa ottenuta si frulla poi insieme agli spicchi d’aglio e due o tre cucchiai d’olio fino a ottenere una crema omogenea. Si aggiungono sale (abbondante poiché dovrà condire anche il riso una volta cotto), origano, basilico e il riso. Si mescola bene il tutto e con il composto ottenuto si riempiono i pomodori. Una volta ricoperti i pomodori con i culetti precedentemente asportati, si dispongono in una teglia, si irrorano con un filo d’olio, si salano leggermente e si infornano a 160° per un tempo che varia dall’ora all’ora e mezza (conviene controllare se il riso è cotto perché un tempo di cottura assoluto non c’è). 
È una ricetta semplice ed essenziale che si realizza con gran facilità, l’unica cosa a cui bisogna fare attenzione, è che la parte liquida sia sempre molto più abbondante del riso (e nel caso non lo sia, aggiungere un po’ d’acqua e passata di pomodori). Insomma, prima della cottura, all’interno dei pomodori deve esserci una sorta di acqua pazza in cui si aggirano, sparuti, i chicchi di riso.
Mangiateli tiepidi e poi fatemi sapere…

Par condicio

Mio nonno era un uomo dalla simpatia travolgente e dall’intelligenza vivace ma era anche una delle persone più irrimediabilmente imbranate che io abbia mai conosciuto.

Per la verità non so se il suo scarsissimo senso pratico dipendesse da una sorta di predisposizione genetica o piuttosto dalla lunga convivenza con la nonna, inguaribile maschilista, che non gli aveva mai permesso di muovere un dito se non per vestirsi o svolgere la sua professione di ingegnere edile.

Sta di fatto che il nonno non ha mai saputo prepararsi neanche il caffè da solo e ogni volta che, pover’uomo, cercava di prendere un’iniziativa, o veniva stroncato ancor prima di cominciare oppure, in una sorta di profezia che si auto-determina, compiva imprese degne del mitico zio Podger che volendo piantare un chiodo nel muro per appenderci un quadro, finiva col demolire l’intera parete (chi ha letto “Tre uomini in barca (per non parlar del cane)” di Jerome K. Jerome sa bene a cosa mi riferisco).

Il nonno aveva una grande passione per il mare e non concepiva vacanze che non fossero in barca (ma gli esiti delle nostre crociere erano ben diversi da quelli descritti da J.K.J.). Più la famiglia cresceva e più, per accoglierci tutti, diventavano grandi le barche del nonno. Alla fine, quando ormai fra figli, generi, nuore, nipoti e accoliti vari, sembravamo il cast al completo di “Appuntamento sotto il letto“, il nonno capì che le alternative erano due: comprare un traghetto oppure rinunciare all’alto mare e ripiegare sull’acquisto di una casa per l’estate. Il buonsenso – e le pressioni della nonna – fecero ricadere la scelta sulla seconda opzione.

La casa, che mio nonno si ostinava a collocare in campagna nonostante si trovasse sulla spiaggia, era in realtà una sorta di tenuta con ettari ed ettari di terreno e pian piano si trasformò in un luogo paradisiaco di cui il nonno era l’unico, insindacabile, creatore.

Prima fece progettare dei giardini incredibili, poi fece costruire una meravigliosa piscina a sfioro, poi ancora un campo da tennis e infine, sorprendendo tutti, decise di darsi all’agricoltura utilizzando tutto il terreno che restava per piantare alberi da frutto, ortaggi, legumi, insalate, erbe aromatiche e qualsiasi cosa fosse commestibile.

Irritando non poco la nonna, il nonno passava parte del pomeriggio a innaffiare, ispezionare l’orto e raccogliere pomodori, il tutto ovviamente con la consueta goffagine e un improbabile abbigliamento costituito da polo, bermuda, calzini lunghi, zoccoli e un cappellino floscio che gli riparava la chierica.

La nonna, sempre pungente, a quel punto gli cambiò soprannome e, da zio Podger, lo fece diventare, memore delle sue catastrofiche vacanze, Monsieur Hulot. Lui non se ne curava, anzi si divertiva a farla innervosire ancora di più proponendo di far dedicare tutta la famiglia alla produzione  industriale di conserve di pomodori, marmellate e melenzane sott’olio.

Naturalmente la produzione rimase strettamente casalinga e fu anche abbastanza saltuaria (nessuno osava mettere alla prova la poca pazienza della nonna), ma è solo grazie all’ostinazione del nonno se noi nipoti – purtroppo cresciuti a surgelati da mamme un po’ oziose – abbiamo avuto la gioia immensa di conoscere il sapore indimenticabile di un frutto appena colto dall’albero.

ZUPPETTA DI SPOLLICHINI
Per 4 persone

2 kg di spollichini (fagioli cannellini freschi)
1/2 sedano bianco
350 g di pomodorini
2 spicchi d’aglio
sale, prezzemolo, olio EVO

Liberare gli spollichini dal baccello, lavarli e metterli a bollire in acqua non troppo abbondante (diciamo che deve superare di tre dita i fagioli). A parte, preparare una salsetta con l’olio, l’aglio, il sedano e i pomodori a pezzetti e farla tirare ben bene. Quando i fagioli avranno cotto un’ora, aggiungervi la salsa e lasciar cuocere ancora una mezz’oretta. Aggiustare di sale, unire il prezzemolo tritato e servire con dei dadini di pane che avrete saltato in una padella con poco olio oppure semplicemente tostato in forno.

Semplice, semplicissima e semplicemente buona.

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