Agosto, vacanza mia non ti conosco

Quest’anno è andata così. Niente mare, niente montagna, niente mete esotiche, niente capitali europee. Perfino la piscina della Mostra d’Oltremare, in genere da me molto frequentata, quest’anno non mi ha visto fare neanche una cauta immersione. 
Quest’anno il mio posto è stato qui, alla scrivania.
Va bene, per carità. Di questi tempi non è che ci si possa lamentare perché si ha del lavoro da fare, e quindi io non mi lamenterò. 
Io.
Perché il consorte invece si è lamentato moltissimo.
Giustamente.
Non che io non ci abbia provato a mandarlo in vacanza, sia chiaro. Ma lui si sentiva in colpa a godersi il relax sapendomi sola a casa a sceneggiare, e perciò è rimasto con me.  
– Va be’, ma in fondo non è poi così male ‘sta cosa di rimanere in città.
Ho argomentato provando a indorargli la pillola. 
– Andremo controcorrente. 
– Come i salmoni? 
Ha chiesto il consorte un po’ interdetto.
– No. Come quelli che fanno le vacanze intelligenti. Ad agosto, mentre gli altri si accalcano su spiagge talmente affollate che per vedere il mare devi sbirciare le foto su facebook, ci godiamo la città finalmente silenziosa, e a settembre, quando tutti gli altri sono tornati a casa, ci deliziamo su una spiaggia deserta.
Insomma, dopo averlo attrezzato con Il conte di Montecristo e un phon industriale per aiutarlo a occupare il troppo tempo libero, e avergli ripetuto più volte la solfa delle vacanze intelligenti, anche il problema consorte deluso è stato risolto.
Lui legge e svernicia la porta d’ingresso bisognosa di un restauro, e io sceneggio nel mio studio.
Tutto sarebbe andato per il meglio, perché la città, o perlomeno la nostra zona, è effettivamente deserta.
Tranne i venti metri quadrati di suolo pubblico antistanti la finestra della nostra camera da letto, dove invece, almeno una volta al giorno, passa chiunque si trovi a Napoli in questo momento.
Si comincia all’alba, quando veniamo felicemente risvegliati dai gruppetti di cingalesi che si riuniscono sotto la nostra finestra prima di andare al lavoro. Il consorte bofonchia, io cerco di rabbonirlo. Parlano una lingua così musicale… sembra di sentire un’orchestra composta esclusivamente di triangoli, vibrafoni, e hang. Il consorte mi guarda con l’aria di chi sta valutando un TSO, quindi decide che sono una causa persa, si tira il cuscino sulla testa e si rimette a dormire. O almeno ci prova.

Un paio d’ore dopo è il turno delle ucraine, e allora sono io ad andare in ansia. Perché il loro tono è talmente aggressivo e autoritario, perfino quando si tratta di amabili chiacchiere con le amiche, che a me viene istintivo buttarmi giù dal letto, mettermi sull’attenti e andare a preparare la colazione marciando al passo dell’oca.

Seguono ameni intermezzi gentilmente offerti da quei pochi, pochissimi, che non sono partiti ma sono in procinto di farlo, o che sono appena tornati, e che – sempre e comunque – invece di intrattenersi nelle aree limitrofe alle loro abitazioni, preferiscono farlo qui davanti.

Se ne ricavano alcune chicche che, devo riconoscerlo, a metà giornata ci strappano qualche sorriso.
Si va da…
– Uanema Titi’, che c’hai messo dentro a ‘sta valigia, un corpo umano?
A…
– Quello sapete che mi dice? Io i 240 cavalli della macchina li voglio sentire tutti! Intanto a casa nostra tenimmo cchiù fotografie ‘e l’autovelox che d’o matrimonio!

Poi c’è la sezione “turisti”, che ha orari imprevedibili, ma non manca mai. Sono spagnoli, francesi, inglesi, americani, giapponesi, tedeschi e tutti, dico tutti, si fermano sotto la nostra finestra a chiedere informazioni.

Ora si sa, il napoletano è naturalmente disponibile e generalmente si dà molto da fare per rendersi utile, anche quando è più che evidente che non ne ha la capacità. Quindi in genere lo scenario è questo: due ragazzi fermano uno sporadico passante che, inutile dirlo, pur essendo sporadico non sta né un metro prima né un metro dopo la nostra finestra, e gli chiedono informazioni in un francese, inglese, o tedesco, appena punteggiato di qualche parola in italiano.

Il passante non capisce un accidenti, ma non si dà per vinto. Così, mentre i turisti assistono attoniti, si affretta a citofonare o a telefonare o semplicemente a mettersi in contatto gridando a gran voce con un suo amico che in teoria conosce benissimo le lingue, ma in pratica ne sa meno di lui.

Queste conversazioni fra sordi, per quanto a volte irresistibili, indispettiscono a morte il consorte (a me succede lo stesso con i film demenziali) che, quando proprio non ne può più, si avvicina alla persiana chiusa e urla ai turisti le informazioni richieste. Quelli rischiano l’infarto, non lo nego, ma almeno capiscono dove andare (a quel paese, suggerirebbe il consorte) e salpano verso altri lidi.

Finalmente scende la notte. Il consorte ed io ci infiliamo sotto le lenzuola, lui prende Il conte di Montecristo, io faccio le parole crociate. La città dorme, non passa neanche un’automobile. Spegniamo la luce e ci accingiamo a scivolare dolcemente nel sonno, quando dalla finestra arrivano le voci sommesse, ma chiarissime, di tre uomini.

Io mugugno al consorte di affacciarsi e chiedere ai tre di tacere, ma lui si mette il dito indice davanti alle labbra, facendomi capire chiaramente che quella che deve star zitta sono io, quindi si predispone all’ascolto, interessatissimo. Apprende così che i tre sono soci, anche se non si capisce di cosa, ma che uno di loro si è mangiato una discreta cifretta, sottratta dal conto societario, pe’ anna’ a se diverti’ cu ‘na zoccola. Seguono insulti, minacce e ipotesi più o meno fantasiose su come il giovane virgulto, irretito dalla profumiera, debba fare per per restituire il maltolto. Il consorte si appassiona come non gli ho visto fare neanche quando guardavamo Sherlock e c’era da capire chi fosse il colpevole, si siede sul davanzale e si gode lo spettacolo per una buona mezz’oretta.

Alla fine sono esausta. Brontolo contro l’estate, il caldo che ci costringe a tenere la finestra aperta, il condominio che non ci permette di installare un condizionatore, l’ubicazione della casa, e il fatto che siamo dovuti restare in città.
Il consorte mi guarda divertito.
– Bene, e che fine ha fatto la tua teoria dell’andare controcorrente come i salmoni?
– I salmoni mi hanno stufato, caro mio. Dall’anno prossimo ci spostiamo in banco. Come i tonni.

Polpettone di tonno
per 4 o 5 persone
(non lo dico io, lo dice Ada Boni)

200 g di tonno sott’olio
3 cucchiai di pane grattato finissimo
3 cucchiai di parmigiano grattugiato
1 uovo
1 chiara d’uovo (usate il tuorlo per fare una bella maionese)

Ecco qua, già immagino le vostre obiezioni. E che fine hanno fatto le patate? Perché non sono nell’elenco degli ingredienti? Le patate non sono contemplate, signori miei.

C’è chi dice che il mondo si divida in quelli che amano i Beatles e quelli che amano i Rolling Stones, chi sostiene che si divida in quelli che trovano che M. Butterfly sia il film migliore di Cronenberg e quelli convinti che sia il peggiore, quelli che hanno amato il finale di Lost e quelli che lo hanno detestato, quelli che parteggiavano per la Callas e quelli che invece le preferivano la Tebaldi.

Per me il mondo si divide in quelli che per polpettone di tonno intendono quel cataplasma di tonno e patate dalla consistenza sospetta, e quelli che invece sono cresciuti in una casa fornita di Talismano della felicità e quindi sanno che l’unico, vero, inimitabile polpettone di tonno è quello ritratto nella foto sopra.

Questo, oltre a essere il piatto della mia infanzia, un vero e proprio comfort food, è anche uno di quei piatti che ti risolvono la serata quando, per esempio, sul calar della sera ti telefonano due amici e si auto invitano a cena, e tu hai staccato la spina del frigo perché tanto è talmente vuoto che almeno risparmi corrente.

Prepararlo, inutile dirlo, è di una semplicità disarmante. Scolate l’olio, e mettete il tonno in una ciotola, quindi armatevi di forchetta e cominciate a sminuzzarlo. Lavoratelo per almeno un paio di minuti, in modo da ottenere una consistenza abbastanza omogenea. Aggiungete il pane grattato e il parmigiano, e continuate a lavorare con la forchetta. Quando i tre ingredienti si saranno amalgamati, aggiungete l’uovo e la chiara. Continuate a mescolare bene. Ne otterrete una massa umida, facilmente modellabile. A questo punto prendete un pezzo di carta argentata, rovesciatevi sopra l’impasto e lavoratelo dandogli la forma di un cilindretto. Avvolgetelo poi nell’alluminio e chiudetene bene le estremità. Mettetelo in una pentola che lo contenga agevolmente, copritelo di acqua fredda, e fatelo cuocere per un’ora dal bollore. Passato questo tempo scolatelo, attendete che si sia raffreddato, quindi liberatelo dell’alluminio e tagliatelo in fettine di mezzo centimetro di spessore. Servitelo accompagnato da una maionese preparata con il tuorlo avanzato.

In ogni caso, se proprio volete il rigore filologico, ecco la foto della ricetta così come compare nel Talismano appartenuto alla Titta.
Come sempre, fatemi sapere.

Le avventure della Gastronomica al volante

Se ami la buona cucina e la tua idea di vita sociale contempla l’andare a cena fuori almeno una volta alla settimana, ma hai sposato un uomo che ha con la bilancia una relazione più intensa di quanto non l’abbia con te, hai solo due alternative possibili: o ti rassegni a struggerti di desiderio leggendo le recensioni dei ristoranti in cui vorresti andare, oppure ti trovi un compagno di scappatelle culinarie da consumarsi rigorosamente lontano dagli occhi, e soprattutto dal girovita, del consorte.

Inutile dire che ho optato per la seconda, anche se, devo ammetterlo, ho commesso un grave errore tattico e ho scelto il mio compagno di banchetto in quel di Torino, più o meno a novecento chilometri di distanza da casa mia. Che devo farci, in questi casi è questione di affinità elettive, e il sodalizio con Erre dura ormai da vent’anni, vale a dire da quando ero una giovane emigrante nostalgica della genovese e del ragù di mammà, e lui mi consolava portandomi in giro per ristoranti a scoprire le gioie della cucina piemontese.

Adesso fra noi funziona più o meno così: una volta ogni paio di mesi ricevo da Erre una telefonata con la quale mi comunica che sarà a Napoli il giorno dopo (mai che si annunci con un po’ più di anticipo) e mi chiede con trepidazione dove lo porterò a cena.

L’ultima volta Erre mi ha chiamato nella tarda mattinata del primo maggio, quando già era salito sul treno per Napoli.
– Arrivo in serata. Dove mi porti?
– Erre, ma è il primo maggio… fra ristoranti chiusi e quelli già tutti pieni sarà complicato trovare un posto. Almeno fammici pensare un momento!
Così medito a lungo perché, anche se Erre non lo sa, gli sfizi prima di farli togliere a lui devo togliermeli io, e alla fine telefono a Pietro Parisi, chef e patron di Era ora, ristorante in quel di Palma Campania.

Io e Pietro ci siamo conosciuti un paio d’anni fa, sul web. È da allora che propongo al consorte di andare a cena nel suo ristorante, ma lui si rifiuta categoricamente. Non ci pensa proprio a farsi un’ora di auto all’andata e una al ritorno solo per andare a mangiare! (Però quando va a lavorare in provincia succede che spesso sulla via del ritorno si perda e, guarda caso, vada a finire proprio a Palma Campania e mi faccia delle telefonate importune nelle quali mi chiede con una vocina dispettosa “indovina dove sono?”)

Così mi accordo con Pietro e prenoto un tavolo per le nove, contando sul fatto che Erre arriverà a Napoli alle sette. Poi però succede che Erre perda la coincidenza e accumuli un’ora di ritardo, che la mia auto decida di morire dopo aver fatto venti metri, che l’auto di mio padre, presa in prestito in extremis, abbia il navigatore rotto, che improvvisamente tutti i napoletani abbiano deciso di dover mettersi in auto e, guarda caso, fare proprio lo stesso percorso che devo fare io per arrivare all’albergo di Erre. Così, ancora prima di incontrarci e lasciare Napoli, io e Erre abbiamo la consapevolezza che, ahimé, non saremo da Pietro prima delle dieci.

Recupero Erre al volo e, senza neanche perdere tempo a salutarlo, gli schiaffo in mano il mio iPhone dicendogli che non ho idea di dove andare e imponendogli di fare da navigatore, sfruttando l’app del mio cellulare. Ma purtroppo Erre non è un nativo digitale e quindi non sa neanche da dove cominciare, come mi ripete più volte credendo di suscitare la mia comprensione e ottenendo invece di rendermi sempre più insofferente.

Insomma, finisce che neanche abbiamo imboccato l’autostrada e già ci siamo persi. Fra me che da brava miope/presbite/astigmatica/fotofobica leggevo un cartello stradale sì e tre no, Erre che continuava a maneggiare il mio telefono come fosse un ordigno nucleare, il buio e le chiacchiere, dopo un po’ scopriamo non solo di essere diretti a Bari, ma di esserci anche quasi arrivati.

Dopo tre telefonate a Pietro per spostare la prenotazione (“non vi preoccupate, quando arrivate arrivate”, ha risposto l’ultima volta), una conversione a U che neanche San Paolo sulla strada di Damasco, un momento di sconforto nella solitudine dell’aperta campagna, la richiesta di informazioni a due distinte signorine semi ignude che quando hanno capito che non eravamo interessati a del simpatico sesso di gruppo a pagamento ci hanno mandati a quel paese, non so neanche io come, siamo arrivati al ristorante.

E finalmente ci siamo rilassati.

Andare a cena da Pietro Parisi è come entrare in una macchina del tempo in cui presente e passato, nuove scoperte e vecchi ricordi, esistono contemporaneamente. Questo accade perché la cucina di Pietro è caratterizzata da un lavoro certosino di riscoperta di ingredienti della tradizione contadina ormai dimenticati – per esempio le erbe selvatiche come il silene o la portulaca – utilizzati però con tecniche moderne.

Pietro è forse la persona più tenace e integra che io abbia mai conosciuto. È un uomo che si è dato degli obiettivi e, in modo lento ma inarrestabile, li ha raggiunti tutti, senza per questo perdere l’umiltà che è tipica di chi è davvero intelligente. Perciò, ancor più della cena – durante la quale molti piatti sono stati una piccola epifania – io ed Erre ci siamo goduti il dopo cena, con Pietro seduto al nostro tavolo che ci parlava di sé, della sua famiglia – a partire dalla nonna Nannina, maestra di cucina e di vita, per finire alla nipotina Carmen e alla figlia Antonia, che non ha ancora compiuto un anno – della sua formazione in giro per il mondo e della scelta di tornare poi a casa, aprendo un ristorante in un territorio difficile, ma che Pietro ama ed è determinato a valorizzare.

Così, fra un bicchiere di vino e l’altro, Pietro ci ha raccontato della pizza a lievito fujuto, impastata usando il siero della mozzarella, dei seccamienti, un antico metodo di conservazione delle verdure estive che usa regolarmente, e dei VOLTI, vale a dire i piccoli coltivatori e allevatori locali da cui Pietro si rifornisce e le cui facce belle e antiche sono immortalate sul menu/magazine di Era Ora.

Salutiamo Pietro che ormai l’una di notte è passata già da un po’, e ci mettiamo in macchina con quell’allegria indolente che segue le esperienze felici. Addirittura azzardiamo una canzone di Mina, visto che lo stereo dell’auto di mio padre si è acceso autonomamente e non riusciamo a spegnerlo. Stavolta Erre ha preso confidenza con l’iPhone e quindi procediamo sicuri verso la meta, fin quando non vediamo all’orizzonte una pattuglia dei carabinieri.

– Adesso ci fermano, boia faus!
– Erre, non secciare!
– Ci fermano e ci fanno l’etilometro!
– Erre, smettila!
– E ci ritirano la patente, e ci sequestrano anche l’auto!
– Erre, ti ricordo che sei un semplice passeggero. Rilassati!

Naturalmente ci fermano, in virtù di quella regola non scritta per cui se devi fermare un tot di auto durante un turno di notte nell’hinterland napoletano, meglio che il conducente e il passeggero abbiano l’aria paciosa e affidabile.

Erre suda freddo, convinto com’è che solo una manciata di minuti ci separi dall’inevitabile arresto, e rischia la sincope quando il carabiniere, oltre ai miei documenti, richiede anche i suoi. Il controllo che segue è talmente lungo, e la situazione talmente ridicola, che a me viene la ridarella. Erre mi sibila di smetterla. Si accorgeranno che sono ubriaca e mi faranno l’etilometro! Inutile ripetergli che dei due l’unico brillo è lui, né che quello dei carabinieri è un controllo di routine, Erre si rilassa soltanto quando il carabiniere ci restituisce i documenti e ci dice che possiamo andare, non prima però di averlo redarguito. Lui che è un giornalista torinese non scriva male dei carabinieri napoletani!

Erre promette solennemente, e così ci rimettiamo finalmente in viaggio, ma quando al primo bivio gli chiedo indicazioni, mi confessa timidamente che durante la nostra sosta forzata ha dimenticato di spegnere il navigatore dell’iPhone, che ora è irrimediabilmente scarico.

Propongo di tornare indietro e chiedere indicazioni ai carabinieri, ma Erre comincia a tremare alla sola idea e mi chiede invece di fidarmi del suo proverbiale senso dell’orientamento. È sicuro che riuscirà a trovare la strada di casa! Ora, ricordo perfettamente che una volta io ed Erre ci siamo perduti nel centro di Torino, sua città natale, ma decido di dargli fiducia e faccio bene perché, grazie a lui, nelle successive due ore di pellegrinaggi alla cieca, scopro zone della provincia, ma anche di Napoli, che mai avrei sospettato esistessero e che mai saprei ritrovare.

Arriviamo al suo albergo, dopo un rocambolesco senso vietato, che ormai è l’alba. Lui ripartirà dopo poche ore, giusto il tempo di farsi una doccia, vedere una mostra, e poi sarà di nuovo sul treno. Mi saluta con un paio di quei baci pudici dei torinesi, e poi mi fa un’ultima domanda:

– La prossima volta mi porti a cena da Annamaria Varriale?

No caro Erre, non ti ci porto. Da Annamaria Varriale non ci andremo fin quando non avrai capito che quella che tu credi si chiami Annamaria Varriale è in realtà Marianna Vitale.

E comunque, non prima che io abbia comprato una vecchia, cara, affidabile cartina stradale.

La prossima volta meglio andare sul sicuro.

La parmigiana di melanzane nel boccacciello di Pietro Parisi
per 1 persona 
1 barattolo con la guarnizione da 500 ml
3 melanzane lunghe
70 g di fiordilatte tagliato a listarelle molto sottili
150 g di salsa di pomodori San Marzano
parmigiano grattugiato
basilico 
Quando ancora non ci conoscevamo, Pietro un giorno venne alla RAI e mi lasciò in portineria due di questi boccaccielli. Tornare a casa, ravvivarli (poi vi spiego come), aprirli e aspirarne a pieni polmoni il profumo, fu un’esperienza mistica. Assaggiarne il contenuto, paradisiaco. 
Preparare questa meraviglia cremosa e avvolgente è molto più semplice di quanto si possa immaginare. Per prima cosa si mette a cuocere la salsa usando dei normalissimi pelati San Marzano, un filo d’olio, uno spicchio d’aglio, basilico, sale e pepe. Quando la salsa è pronta, bisogna passarla, quindi pesarne 150 g e tenerla da parte. Intanto si tagliano le melanzane in fette che abbiano 3 mm di spessore e una lunghezza tale da poter essere agevolmente infilate nel barattolo. Le melanzane andranno cotte al vapore per 5 minuti, giusto il tempo di ammorbidirle e fare in modo che perdano un po’ di amaro. A questo punto si prende il vasetto precedentemente sterilizzato (vi basta lavarlo bene, asciugarlo e poi infilarlo nel forno freddo che porterete a 130° e nel quale lo lascerete per venti minuti dal raggiungimento della temperatura), e si comincia a riempirlo partendo da un cucchiaio di salsa di pomodoro a cui seguiranno un po’ di fiordilatte, un po’ di basilico, un po’ di parmigiano e le melanzane. Si comprime bene il tutto (le melanzane in cottura perdono molto volume, se non le pressate rischiate di ritrovarvi con un boccacciello pieno solo a metà) e si ricomincia. Una volta arrivati alla sommità del barattolo, si finisce con salsa, fiordilatte, basilico e parmigiano. Si chiude il boccacciello e si procede quindi alla cottura, che può avvenire in tre modi: in forno a vapore a 85° per tre ore; in forno statico, in una placca colma d’acqua, a 85° per tre ore; sul fuoco, immerso in una pentola d’acqua che sobbolle appena, per 2 ore.
Trascorso questo tempo, il boccacciello può essere consumato subito, oppure lasciato raffreddare e conservato in frigo fino a 50 giorni (insomma, li preparate all’inizio di settembre e li mangiate a fine ottobre, quando di melanzane buone davvero non ce n’è più traccia). Se avete optato per la seconda possibilità e volete gustare un boccacciello comme il faut, vi basta tirarlo fuori dal frigo, aspettare che torni a temperatura ambiente, quindi immergerlo per venti minuti, a fuoco spento, in una pentola d’acqua che abbia appena raggiunto il bollore e che coprirete con un coperchio.
Qui in casa Gastronomica siamo diventati addicted.
Scommetto lo diventerete anche voi.

Essa, Iddu e ‘o malamente

Nel luglio del 2009 giunsi alla consapevolezza che, ahimé, per quanto ci si impegnasse, il consorte non avrebbe mai davvero amato la montagna. Ogni volta che io pregustavo con sguardo sognante i giorni che avremmo trascorso a Roccaraso, il suo sguardo diventava un po’ più triste, le labbra si piegavano impercettibilmente in una smorfia amara, mentre con tono appena sarcastico commentava che anche lui non vedeva l’ora. Insomma, la situazione era più grave di quanto avessi pensato e compresi che per evitare una temibile depressione consortile bisognava correre ai ripari e cedere – almeno una volta – al suo desiderio di mare, mare e ancora mare.
Così, in modo anche abbastanza naturale, la scelta della destinazione cadde su Stromboli, isola assiduamente frequentata da tanti dei nostri amici e dove anch’io, una ventina di anni prima, mi ero distinta per alcune simpatiche performance, che molti ancora ricordano (tipo catapultarmi sulla terraferma ancor prima che la nave attraccasse al piccolo molo, spiccando un salto in lungo in stile Fiona May che nessuno – e tantomeno io – mi avrebbe ritenuta in grado di effettuare, perché ero talmente estenuata dalla mareggiata notturna da non resistere un secondo di più sul traghetto senza dare di stomaco).
A meno che non ci si metta in auto e non si punti dritto a Roccaraso, dove la magione è già equipaggiata di tutto il necessario, in casa Gastronomica organizzare una partenza non è mai cosa semplice. C’è da preparare la mia valigia, quella del consorte, quella dei cani – che comprende ciotole, asciugamani, medicine, crocchette, umido e giochi – e quella della biancheria. Poi ci sono la borsa della tecnologia, quella dei libri, quella delle vettovaglie. Insomma, da noi non si parte, si emigra.
Fu così anche quella fatidica estate del 2009, in cui ci ritrovammo sulla nave diretta alle Eolie con tre cani, quattro valigie, una cesta da picnic, la mia migliore amica al seguito (con relativa valigia), una cabina di seconda classe senza bagno e un posto ponte.
Anche solo issare a bordo il nostro piccolo zoo e tutti gli orpelli che ci trascinavamo dietro fu una fatica immane, ma quando finalmente il consorte e Carla riuscirono a infilare tutti i bagagli in cabina – mentre io aspettavo con i cani sul ponte, in una sospetta versione punkabbestia di me stessa -, cominciammo finalmente a rilassarci.
Sistemati sull’ultimo ponte della nave, il più ventilato (e, ahimé, anche il più umido, come scoprii più tardi), consumammo la cena di compleanno del consorte – da me preparata in precedenza e sistemata in un’elegantissima cesta di vimini – che innaffiammo con una bottiglia di champagne gelato destando lo stupore di chiunque ci osservasse, per l’evidente contrasto fra il nostro aspetto un po’ lercio e stazzonato, e la chiccheria della cena a base di finger food di deliziosa fattura. “Stanno pensando che questa cena l’hai rubata”, sentenziò il consorte spostandosi all’altra estremità della panca, lontano da me, per evitare di essere accusato di complicità nel misfatto.
Due ore dopo eravamo pronti per andare a dormire. E cominciarono le discussioni per chi dovesse sistemarsi in cabina e chi dovesse rimanere sul ponte, con i cani.
Ora, credo che tante fra voi, gentili signore, condivideranno il mio pensiero: molto meglio dormire scomodi, o non dormire affatto, badare ai cani e prendere l’umido, che doversi sorbire per tutta la vacanza le lamentele del consorte che in un impeto di galanteria si era offerto di restare all’addiaccio, ma avrebbe di sicuro poi accusato raffreddori, nevriti, dolori reumatici e forse anche il gomito del tennista e il ginocchio della lavandaia.
Così, affidati a lui tutti i mei beni e ottenuti in cambio un materassino e una coperta presa in prestito dalla cabina, lo spedii a dormire con Carla e mi sistemai sul ponte, circondata dai cani, a cui avevamo già somministrato un tranquillante alle erbe a scopo cautelativo, ma che tenevo comunque al guinzaglio.
Mi accingevo a raggomitolarmi sotto la coperta e sprofondare quantomeno in una sorta di dormiveglia, quando da un sacco a pelo sistemato su una panca poco distante emerse un ragazzotto sui vent’anni.
– Signora, lo sa che qui i cani non ci possono stare?
– Guardi, i cani non possono stare nelle aree all’interno, ma qui è consentito tenerli.
– Però dovrebbero avere le museruole.
– Ha ragione. Però vede, i miei cani sono anziani, sono buonissimi, sono stati sedati e li tengo anche al guinzaglio. Le assicuro che non ha nulla da temere.
– Signora, io invece temo. E se lei si addormenta, rilassa le articolazioni, i guinzagli le sfuggono di mano, i cani scappano e vengono a mordermi?
– La vedo difficile dato che ho infilato i guinzagli intorno al polso. E comunque ho il sonno leggerissimo, mi sveglierei.
– E se invece non dovesse svegliarsi? Lei deve andasene da qui, si cerchi un altro posto.
– Io non mi cerco un bel niente. È lei che ha paura, si sposti lei.
Nel frattempo intorno a noi si era formata una piccola folla che seguiva il dibattito voltando la testa a destra e sinistra neanche stesse assistendo a una partita di tennis sul campo centrale di Wimbledon, e la cosa finì con l’attirare l’attenzione di un ufficiale di bordo, che venne a chiedere cosa stesse succedendo.
Il ragazzotto espose il caso con una dovizia di particolari degna di Se voi foste il giudice, e finì col convincere l’ufficiale a farmi sloggiare. Questi mi si rivolse con garbo, spiegandomi che effettivamente i cani non avevano la museruola e visto che il signore aveva paura… 
Io però non lo lascia finire e, infervorandomi, chiarii che le museruole c’erano, ma erano nel bagaglio che avevo affidato a mio marito, che era in una cabina di cui ignoravo il numero, in compagnia della mia migliore amica. Io invece ero lì, costretta a dormire a terra per badare ai cani – di cui una afflitta da sindrome abbandonica, uno epilettico e l’altra cieca -, troppo malridotti per essere sistemati nelle gabbie in stiva. Quello che potevo fare per rendere più sereno il giovanotto, era legarmi i guinzagli dei cani alla cinta della gonna, di modo da non correre il rischio che si allontanassero, ma di spostarmi non ne avevo alcuna intenzione, anche perché – rivelai scansando la coperta con un gesto a effetto – ero una grande obesa e, anche solo per alzarmi, avrei fatto una faticaccia che poteva rivelarsi fatale.
L’ufficiale, che aveva accompagnato ogni mia singola frase con un “ah-ah” fra lo stupito e l’indignato, mi guardò per un attimo senza parlare, poi se dette una bella scossa e si rivolse al mio vicino con fare risoluto. 
– Giovanotto, se proprio non sopporta queste tre bestiole mansuete, prenda la sua roba e vada da un’altra parte. Mi sembra che con il marito e le amiche che si ritrova, la signora abbia già sofferto abbastanza!
Dato che il buongiorno si vede dal mattino, non vi sorprenderà sapere che quella vacanza non solo si rivelò disastrosa, ma ebbe anche il deleterio effetto collaterale di provocare nel consorte un violentissimo innamoramento per Stromboli, che da allora considera suo buen retiro, tanto che – in solitudine – ci è andato nel 2010, nel 2011 e anche nel 2012.
Quest’estate però si è imposto, e mi ha costretto a seguirlo, stavolta senza cani, senza ceste da picnic, con solo un bagaglio minuscolo di facile trasporto e soprattutto dopo essersi assicurato una cabina di prima classe con bagno. 
Devo ammettere che la vacanza è andata molto meglio di quella precedente, e riconosco che Stromboli – con Iddu che ti ricorda costantemente la sua presenza con brontolii e getti di lava, con il nero delle rive che contrasta con il blu profondo del mare, con le sue bouganville multicolore, i suoi ibiscus, gli innumerevoli fichi che ombreggiano i viottoli e dai cui rami puoi cogliere senza sforzo i frutti e gustarli tiepidi mentre vai a mare – continua ad avere un grande fascino. Ma purtroppo ormai è molto diversa dall’isola della mia adolescenza, o forse sono molto diversa io.
Perciò se non ci siete mai stati e volete andarci, andateci ora. 
Andateci ora che il caldo non è più insopportabile, che le spiagge non sono affollate, che l’acqua è cristallina e senza meduse, che non è invasa dai napoletani, che non è tanto cara da farvi compromettere il conto in banca, che potrete godervi il silenzio e i tramonti con lo Strombolicchio che si tinge di rosa.
Per quanto mi riguarda, dopo essermi ustionata i piedi sulla sabbia rovente, essere stata urticata dalle meduse, aver fatto da esca a tutte le zanzare dell’isola, e aver passato la maggior parte del tempo a tergermi il sudore, ho deciso che l’anno prossimo andremo sulle Dolomiti.
Il consorte dovrà farsene una ragione.
L’ultima foto immortala le mitiche melanzane a scarponciello dell’altrettanto mitica zia Pia (che non è mia zia ma è come se lo fosse) che – vai a capire perché – hanno fatto venire al consorte la smania per le melanzane sott’olio.
– Bene, da quanti anni non me le fai?
– Perché sono un po’ scoccianti.
– Non possono essere più scoccianti della marmellata di limoni.
– Mmmmm
– E nemmeno del nocillo.
– Non ne sono convinta.
– Bene, se hai fatto la marmellata di rosa canina puoi fare pure le melanzane sott’olio!
– …
MELANZANE SOTT’OLIO
Melanzane
Aceto
Olio
Aglio
Origano
Peperoncino
Sale
Confesso di aver fatto un po’ la difficile, perché fare le melanzane sott’olio in fondo non è poi questa gran seccatura e il consorte ha ragione quando sostiene che mi sono cimentata in imprese ben più complicate. In realtà bastano qualche piccolo accorgimento e qualche trucco per cavarsela senza grande sforzo.
Naturalmente è inutile dare dosi precise ma, giusto per darvi un’idea, io con 6 chili di melanzane ho riempito due barattoli da un litro e questo barattolo piccolo, che avrà sì e no 250 ml di capacità.
Si procede così: si sbucciano le melanzane, si tagliano a fette doppie un paio di centimetri e quindi a strisce di un paio di centimetri di larghezza. Man mano che le tagliate, sistemate le melanzane in uno scolapasta, salatele e poi copritele con un piatto che contenga dei pesi, in modo che siano ben pressate.
Trascorse ventiquattr’ore, togliete i pesi, munitevi di uno schiacciapatate, infilateci le melanzane – poche per volta, c’è bisogno di dirlo? – e pressatele bene per privarle dell’acqua di vegetazione. Intanto in una pentola capiente mettete a bollire acqua e aceto bianco in ugual quantità. Quando l’acqua sarà arrivata a bollore, gettateci le melanzane (occhio, devono avere spazio perciò magari ripetete l’operazione più volte ma non comprimetele), fatele bollire per un minuto, quindi scolatele con una schiumarola e via di nuovo nello schiacciapatate per una nuova strizzatina e una nuova perdita di liquidi.
A questo punto mettete le melanzane ad asciugare ben stese su un canovaccio pulito, sterilizzate i barattoli (potete bollirli o sterilizzarli per 30 minuti in forno a 130°), quindi disponete le melanzane nei vasi facendo un primo strato di verdura, unendo peperoncino, aglio e origano secondo il vostro gusto e poi coprendo con olio, per poi ricominciare con lo strato successivo (in questo modo eviterete che si formino le bolle d’aria).
Quando avrete riempito tutto il barattolo, potrete finalmente pressare le melanzane e, nel caso avanzasse spazio, aggiungerne delle altre. Fermatevi a un paio di centimetri dalla strozzatura del barattolo, e assicuratevi che le melanzane siano coperte da un bel dito d’olio.
Procedete quindi a una seconda sterilizzazione, mettendo i barattoli in acqua fredda, avvolti in un canovaccio, portando poi ad ebollizione e tenendoli sul fuoco per 30 minuti e facendoli poi raffreddare nell’acqua.
Come avete visto il procedimento è abbastanza semplice – sempre a patto che si possegga un salvifico schiacciapatate.
La cosa ben più complicata è invece armarsi di santa pazienza e aspettare che trascorrano i canonici quindici giorni per poterle finalmente assaggiare.
Come il consorte ben sa.

Moio per la libertà

A casa della nonna c’era una enorme libreria, appartenuta un tempo al mio bisnonno. Mi piaceva da morire quella libreria. Era incassata nel muro del salotto buono e la cornice di mogano formava un decoro delicato sul crema delle pareti.
Molti libri avevano il dorso bianco e dei nomi per me all’epoca abbastanza arcani: nefrologia, anatomia generale, cardiologia. Altri, la maggior parte in realtà, avevano il dorso rosso ed erano sistemati sugli scaffali più bassi, che riuscivo a raggiungere stando in piedi sul divano.
Ricordo ancora la sequenza dei primi titoli: I misteri di Parigi, I miserabili, Teresa Raquin, Cirano de Bergerac, Il circolo Pickwick, Ventimila leghe sotto i mari.
Molto spesso chiedevo alla nonna di giocare a nascondino e insistevo perché fosse lei a cercarmi. Allora, mentre lei contava, correvo a sfilare un volume dalla libreria e poi mi nascondevo sotto il lettone grande a sfogliarne le pagine.
Trascorso un tempo ragionevole, che non fosse troppo breve, affinché avessi modo di leggere almeno un paragrafo, ma non fosse neanche troppo lungo, di modo che la nonna non si spazientisse, abbandonavo il libro sotto al letto e correvo a fare tana.
Ma, per quanto furbo, un bambino non riesce a imbrogliare un adulto molto a lungo e così un giorno, mentre me ne stavo rintanata nel mio nascondiglio, la nonna si inginocchiò affianco al letto e mi chiese cosa stessi leggendo.
Risposi, pronunciandolo com’era scritto, che si trattava di Teresa Raquin e mi preparai a ricevere una di quelle ramanzine per cui la nonna – che pure mi adorava e continua ad adorarmi – era celebre, ma invece, sorprendendomi non poco, lei si limitò a chiedermi se mi piacesse.
Fui costretta ad ammettere che non lo sapevo. Avevo letto faticosamente solo qualche pagina e in realtà non avevo capito granché. Lei mi sorrise e mi disse che di sicuro avrei capito molto di più una decina di anni dopo, quando avrei avuto l’età giusta per leggerlo.
Ma intanto, nell’attesa, aveva qualcos’altro da propormi ed era certa che l’avrei gradito molto di più. Così mi portò in quella che chiamava la camera delle ragazze, la stanza in cui mia madre e mia zia avevano dormito fino al giorno dei rispettivi matrimoni, e aprì l’armadio che era appartenuto a entrambe.
All’interno, invece dei vestiti, c’erano decine e decine di libri consunti che emanavano un delizioso odore di carta. Nel tempo detti fondo a quel tesoro di cui ignoravo l’esistenza, e lessi l’uno dopo l’altro Gran Premio (sulla copertina c’erano disegnati una Liz Taylor bambina e un Mickey Rooney di poco più grande), Piccole Donne, Piccoli Uomini, Penna bianca, Robinson Crusoe, I viaggi di Gulliver, Pel di carota (che odiai) e molti altri, ma il libro che per primo mi capitò fra le mani quel giorno, quello che per primo decisi di leggere, aveva una copertina di tela verde con una scritta al centro. 
E fu amore a prima vista.
L’edizione che ho fotografato risale al 1946 e il libro è quello appartenuto alla mia mamma. All’epoca lo lessi e lo rilessi tante di quelle volte che a un certo punto le pagine cominciarono a staccarsi. Allora chiesi alla nonna di comprarmene un altro, e lei mi accontentò. Era il 1976.
Poche settimane fa, un amico mi ha detto di non aver mai letto Il giornalino di Gian Burrasca e a me è venuta una gran voglia di sfogliarlo ancora una volta. 
Così sono andata a casa di mamma, ho scartabellato fra le mille cose che ho lasciato da lei e sono tornata trionfante dal consorte con entrambe le copie, salvo scoprire che lui ignorava perfino l’esistenza di quella che invece per me è una pietra miliare della mia formazione.
Bene, ma Gian Burrasca non l’ha inventato Rita Pavone? Scusa, La Mondaini inventò Sbirulino e la Pavone Gian Burrasca, no? – mi ha chiesto con un candore disarmante.
Beh, io lo invidio. Lo invidio perché lui adesso sta leggendo Il giornalino (la copia del 1976, quella del 1946 la tocco solo io, e con i guanti bianchi) per la prima volta e ride come un pazzo per la zia Bettina e il suo dittamo, per il dottor Collalto, per il socialista Maralli, il professor Muscolo (tutti fermi, tutti zitti), Cecchino Bellucci, Ada, Virginia, Luisa, la cameriera Caterina, il signor Venanzio, la signora Geltrude, il signor Stanislao, Gigino Balestra.
E naturalmente vuole la pappa col pomodoro.
ZUPPA DI POMODORO
Per 4 persone
600 g di pomodori San Marzano ben maturi
1 patata grandicella
1 carota
1 gambo di sedano 
1 cipolla media (molto meglio se novella)
1 spicchio d’aglio (novello anche lui, ora che è di stagione)
2 cucchiai di olio EVO
2 cucchiai di panna
750 ml di brodo vegetale
1 mazzetto di basilico
qualche rametto di timo
1 bel pizzico di paprika dolce
1 cucchiaino di zucchero
pepe nero
sale
2 fette di pane raffermo
Mettiamo subito in chiaro una cosa: preparare un piatto così profondamente legato alla tradizione come la pappa col pomodoro, senza avere a disposizione il pane toscano, l’olio toscano e una vista ispiratrice sulla campagna toscana, sarebbe come commettere un sacrilegio che neanche l’amore per il consorte può autorizzare. 
Il suddetto si è perciò dovuto accontentare di questa più banale zuppa, d’ispirazione warholiana, che se da una parte gli ha fatto passare la voglia di pappa col pomodoro, dall’altra gli ha fatto venire quella – economicamente molto più preoccupante  – di tornare a New York. 
Se siete disposti a farvi prendere dalla stessa struggente nostalgia per il suolo americano, non vi resta che mettervi ai fornelli cominciando a tritare cipolla, aglio, carota e sedano e a farli rosolare con l’olio in una pentola dai bordi piuttosto alti. Trascorsi una decina di minuti, aggiungete la patata tagliata a fettine sottili, i pomodori a pezzi, il basilico, il timo, la paprika e lo zucchero, e coprite con il brodo.
Portate a bollore e cuocete per una ventina di minuti, o fin quando le patate non si saranno quasi dissolte, quindi frullate con il minipimer e passate al setaccio. Rimettere la zuppa nella pentola, aggiungete la panna, regolate di sale e pepe e servite accompagnando con le fette di pane unte con un filo d’olio e tostate nel forno.
Mangiando questa zuppa deliziosa, il consorte si è sentito Gian Burrasca e io ho avuto invece l’illusione di essere a cena al The Butcher’s Hook, a Londra. 
E voi?
NOTE A MARGINE
Oggi questo blog compie due anni, di cui uno meraviglioso e uno da dimenticare.
Se ripenso alla festa di compleanno dell’anno scorso, a quanto fu entusiasmante, emozionante e travolgente, mi rendo conto che è stata anche l’ultima volta in cui mi sono sentita pienamente felice.
Da allora la mia scrittura sul blog è stata ondivaga, e me ne dispiace molto.
Ma finalmente mi lascio quest’anno alle spalle.
Sono sicura che il prossimo sarà migliore.

Essi vivono

Perdonatemi, ma anche questa volta il titolo del post è ingannevole e John Carpenter non  ha niente a che fare con quello di cui parlerò (benché Essi vivono abbia invece moltissimo a che fare con la situazione attuale del nostro paese).  Ladies and gentlemen, oggi si parla di digestione e dei problemi ad essa legati! Gioite, please.
La mia mitica nonna – che ha 94 anni e una salute inossidabile – è una virtuosa dei disturbi di stomaco che conosce, e ha sperimenteto, in ogni possibile variante. Acidità, pesantezza, crampi, spasmi, gonfiore, dolore… se proprio non riesce a incasellare il disturbo fra quelli conosciuti, sostiene di avere una pena di stomaco i cui sintomi, nonostante indagini accurate (non mediche, investigative. Per capirci, le ho fatto più domande di quante gliene avrebbe fatte Miss Marple), rimangono ancora un mistero.
La nonna sfugge a ogni regola, perché le dànno fastidio le cose più impensate. Che so, il merluzzetto bollito per lei è come l’anticristo mentre non ha nessun problema con le fritture, di cui è ghiottissima. A prescindere dalle simpatiche peculiarità di mia nonna, c’è però un ortaggio che, credo, sia indigeribile per i più: il peperone. 
Se, come dice un mio amico, la birra nel corpo umano è solo di passaggio, i peperoni sono destinati a rimanervi molto, molto a lungo. Insomma, essi vivono in noi e ci tengono compagnia per una buona giornata (anche se il mio record personale l’ho registrato al Cairo e i peperoni non c’entravano niente. Si trattava di una polpettina speziatissima – vai a capire cosa contenesse – mangiata al Khan el Khalili e digerita quindici giorni dopo ad Assuan). Se siete disposti a tollerare questo piacevole effetto collaterale, complimenti! Siete nel posto giusto e qui c’è la ricetta che fa per voi.

PEPERONI RIPIENI DI PASTA
Per 4 persone
4 peperoni (meglio se tondi)
200 g di pasta corta
1 barattolo di filetti di pomodoro
100 g olive nere snocciolate
1 pugno di capperi sotto sale
2 spicchi d’aglio
100 g di scamorza bianca
basilico, pepe, olio EVO
 

Questo è il tipico piatto poca spesa, molta resa perché si prepara in dieci minuti ma è molto scenografico e fa la sua figura. Ok, partiamo. In un tegame capiente, mettete a rosolare l’aglio in 4 cucchiai d’olio. Aggiungete le olive e i capperi (io non li sciacquo e poi non aggiungo altro sale, ma – come sempre – voi fate come meglio credete) e, dopo qualche attimo, i filetti di pomodoro e il basilico. Lasciate cuocere a fuoco dolce (considerate che la salsa si deve insaporire ma non tirare troppo) e nel frattempo lavate e pulite i peperoni in questo modo: effettuate un taglio circolare intorno al picciolo, toglietelo, asportate la parte bianca spugnosa quindi svuotate i peperoni dei semi e delle nervature bianche (aiutatevi con uno scavino) facendo attenzione a non romperli.  A questo punto la salsa dovrebbe essere pronta. Spegnete il fuoco e rovesciate nel tegame la pasta corta (CRUDA) mescolando bene per condirla uniformemente. Riempite i peperoni fino alla metà con la pasta, inserite quindi qualche dadino di scamorza, e aggiungete tanta pasta quanta ne serve per arrivare al bordo. Coprite ogni peperone con il proprio picciolo (qui a Napoli diremmo turzillo), sistemateli in una teglia, irrorateli con un filo d’olio e infornateli a 160° (in forno FREDDO) per un’oretta. Sfornate, lasciate riposare per una decina di minuti e poi godeteveli, cercando di non pensare a quello che succederà dopo.

Dopotutto, domani è un altro giorno.
 

Nöel Nöel, jour d’allègresse…

No, il titolo del post non è un refuso, io non sono impazzita e l’ansia anticipatoria di mio marito e il suo amore maniacale per le decorazioni natalizie non hanno avuto il sopravvento (andammo a vivere insieme il 5 febbraio di tanti anni fa, cercammo casa in gennaio che le feste erano appena passate e a lui – ogni volta che gliene mostravo una che per me poteva andar bene – interessava solo dove avremmo sistemato l’albero di Natale). Semplicemente, io lavoro per una soap opera.
Forse non tutti sanno che (come da rubrica della settimana enigmistica) il rutilante mondo delle soap, così come il rutilante e ben più glamorous mondo della moda, viaggia sempre in anticipo sui tempi (almeno tre mesi ma a volte anche quattro) così per me agosto e settembre, lungi dall’essere i mesi dell’anguria e dei fichi, sono i mesi degli struffoli e della pastiera (siamo sempre a Napoli!).
Questo vivere perennemente fuori sincrono, richiede molta attenzione perché inevitabilmente – tranne, appunto, in concomitanza delle festività (Natale, Pasqua, Carnevale, San Valentino, Festa della Mamma, Festa del Papà, Halloween… non ci facciamo mancare niente!) – si perde l’orientamento. Capita, tanto per fare un esempio, che si debba ambientare una scena in cortile dove un personaggio, rientrando a casa, s’imbatte nel portiere che gli dà un’informazione utile al prosieguo della storia. Per dare più naturalezza al tutto, solitamente si fa in modo che il portiere non stia lì impalato ma bensì svolga un’attività inerente al portierato… e qui casca l’asino!

In genere si liquida la questione rapidamente – va be’, fai che sta innaffiando -. Capirete,  siamo a metà giugno, fuori c’è un caldo avvilente, la natura rigoglia…  cos’altro dovrebbe fare un portiere in prossimità di un’aiuola? E invece no perché, fatti due calcoli, nel tempo traslato della soap siamo invece a metà ottobre e quindi il già citato portiere, si guarderà bene dal dare acqua alle piante in maniche di camicia, e starà piuttosto pacciamando il terreno in previsione dell’inverno con indosso un cardigan di lana per proteggersi dai primi freddi.

Ovviamente le cose a cui fare attenzione sono moltissime: attività, abbigliamento, pietanze, fiori (a te viene normale dire che un personaggio regala alla sua amata un mazzolino di fresie, ma chi te le dà a novembre?) e noi sceneggiatori finiamo con l’assomigliare inevitabilmente a un branco di mamme apprensive sempre in ansia per i loro pargoli. Ti sei ricordato di far prendere il cappotto alla dottoressa? Guarda che fa freddo… mettile anche la sciarpa! No, pasta e patate no che a luglio è troppo pesante! Falle cucinare un’insalata di riso!

E così, come vi ho spiegato, per me ormai già da un po’ siamo nel periodo dell’anno in cui si comprano regali, si preparano gli struffoli, si fa il presepe o l’albero (con relativa discussione su quale dei due sia più consono alla tradizione napoletana), si gioca a tombola e ci si veste da Babbo Natale per la gioia dei più piccini. Come ogni anno, faccio una fatica improba a immedesimarmi (a nulla vale l’ausilio dell’aria condizionata sparata alla massima potenza) e la mia unica consolazione rimane il fulgido esempio di Mel Tormé e Bob Wells che scrissero la splendida The Christmas Song (in assoluto la mia canzone di Natale preferita) nel caldo torrido del luglio 1944.

Ma siccome nella vita vera siamo ancora nella bella stagione, io continuo a goderne i frutti preparando una delle ricette estive che amo di più…

POMODORI RIPIENI DI RISO
per 4 persone
8 bei pomodori da riso
8 cucchiai rasi di riso (il trionfo della cacofonia!)
2 spicchi d’aglio
origano, basilico, sale, olio EVO
Si procede così: si lavano i pomodori, si capovolgono, si taglia via il culetto e si svuotano con uno scavino da melone. La polpa ottenuta si frulla poi insieme agli spicchi d’aglio e due o tre cucchiai d’olio fino a ottenere una crema omogenea. Si aggiungono sale (abbondante poiché dovrà condire anche il riso una volta cotto), origano, basilico e il riso. Si mescola bene il tutto e con il composto ottenuto si riempiono i pomodori. Una volta ricoperti i pomodori con i culetti precedentemente asportati, si dispongono in una teglia, si irrorano con un filo d’olio, si salano leggermente e si infornano a 160° per un tempo che varia dall’ora all’ora e mezza (conviene controllare se il riso è cotto perché un tempo di cottura assoluto non c’è). 
È una ricetta semplice ed essenziale che si realizza con gran facilità, l’unica cosa a cui bisogna fare attenzione, è che la parte liquida sia sempre molto più abbondante del riso (e nel caso non lo sia, aggiungere un po’ d’acqua e passata di pomodori). Insomma, prima della cottura, all’interno dei pomodori deve esserci una sorta di acqua pazza in cui si aggirano, sparuti, i chicchi di riso.
Mangiateli tiepidi e poi fatemi sapere…

Par condicio

Mio nonno era un uomo dalla simpatia travolgente e dall’intelligenza vivace ma era anche una delle persone più irrimediabilmente imbranate che io abbia mai conosciuto.

Per la verità non so se il suo scarsissimo senso pratico dipendesse da una sorta di predisposizione genetica o piuttosto dalla lunga convivenza con la nonna, inguaribile maschilista, che non gli aveva mai permesso di muovere un dito se non per vestirsi o svolgere la sua professione di ingegnere edile.

Sta di fatto che il nonno non ha mai saputo prepararsi neanche il caffè da solo e ogni volta che, pover’uomo, cercava di prendere un’iniziativa, o veniva stroncato ancor prima di cominciare oppure, in una sorta di profezia che si auto-determina, compiva imprese degne del mitico zio Podger che volendo piantare un chiodo nel muro per appenderci un quadro, finiva col demolire l’intera parete (chi ha letto “Tre uomini in barca (per non parlar del cane)” di Jerome K. Jerome sa bene a cosa mi riferisco).

Il nonno aveva una grande passione per il mare e non concepiva vacanze che non fossero in barca (ma gli esiti delle nostre crociere erano ben diversi da quelli descritti da J.K.J.). Più la famiglia cresceva e più, per accoglierci tutti, diventavano grandi le barche del nonno. Alla fine, quando ormai fra figli, generi, nuore, nipoti e accoliti vari, sembravamo il cast al completo di “Appuntamento sotto il letto“, il nonno capì che le alternative erano due: comprare un traghetto oppure rinunciare all’alto mare e ripiegare sull’acquisto di una casa per l’estate. Il buonsenso – e le pressioni della nonna – fecero ricadere la scelta sulla seconda opzione.

La casa, che mio nonno si ostinava a collocare in campagna nonostante si trovasse sulla spiaggia, era in realtà una sorta di tenuta con ettari ed ettari di terreno e pian piano si trasformò in un luogo paradisiaco di cui il nonno era l’unico, insindacabile, creatore.

Prima fece progettare dei giardini incredibili, poi fece costruire una meravigliosa piscina a sfioro, poi ancora un campo da tennis e infine, sorprendendo tutti, decise di darsi all’agricoltura utilizzando tutto il terreno che restava per piantare alberi da frutto, ortaggi, legumi, insalate, erbe aromatiche e qualsiasi cosa fosse commestibile.

Irritando non poco la nonna, il nonno passava parte del pomeriggio a innaffiare, ispezionare l’orto e raccogliere pomodori, il tutto ovviamente con la consueta goffagine e un improbabile abbigliamento costituito da polo, bermuda, calzini lunghi, zoccoli e un cappellino floscio che gli riparava la chierica.

La nonna, sempre pungente, a quel punto gli cambiò soprannome e, da zio Podger, lo fece diventare, memore delle sue catastrofiche vacanze, Monsieur Hulot. Lui non se ne curava, anzi si divertiva a farla innervosire ancora di più proponendo di far dedicare tutta la famiglia alla produzione  industriale di conserve di pomodori, marmellate e melenzane sott’olio.

Naturalmente la produzione rimase strettamente casalinga e fu anche abbastanza saltuaria (nessuno osava mettere alla prova la poca pazienza della nonna), ma è solo grazie all’ostinazione del nonno se noi nipoti – purtroppo cresciuti a surgelati da mamme un po’ oziose – abbiamo avuto la gioia immensa di conoscere il sapore indimenticabile di un frutto appena colto dall’albero.

ZUPPETTA DI SPOLLICHINI
Per 4 persone

2 kg di spollichini (fagioli cannellini freschi)
1/2 sedano bianco
350 g di pomodorini
2 spicchi d’aglio
sale, prezzemolo, olio EVO

Liberare gli spollichini dal baccello, lavarli e metterli a bollire in acqua non troppo abbondante (diciamo che deve superare di tre dita i fagioli). A parte, preparare una salsetta con l’olio, l’aglio, il sedano e i pomodori a pezzetti e farla tirare ben bene. Quando i fagioli avranno cotto un’ora, aggiungervi la salsa e lasciar cuocere ancora una mezz’oretta. Aggiustare di sale, unire il prezzemolo tritato e servire con dei dadini di pane che avrete saltato in una padella con poco olio oppure semplicemente tostato in forno.

Semplice, semplicissima e semplicemente buona.

Adesso pasta!

Consapevole che quello che sto per dire potrà essere usato contro di me, faccio una confessione: a casa mia la pasta non si mangia quasi mai. Sarà che quando torno la sera non ho voglia di star lì a tirare fuori duemila caccavelle (una per cuocere la pasta, una per il sugo, il colapasta…), sarà che ho un marito maniaco della forma fisica e tanto carente in scienze dell’alimentazione quanto testardo (ancora fatico a fargli capire che un piatto di pasta è più sano di, che so, salsicce e purè di patate), oppure sarà – anzi, è – che io sono stata traviata dal Gattopardo.
Avete presente quel voluttuoso timballo di maccheroni che viene servito per pranzo e di cui il principe di Salina taglia la prima fetta? Ecco, per me la pasta è quella roba lì. Conditissima, cremosa, imbottita, stufata… insomma, una delizia da pranzo domenicale in pieno inverno e – se si vuole stare al passo con i canoni estetici della cucina attuale – decisamente retrò. Comunque siccome fuori ci sono più di trenta gradi e mio marito è già in ansia per la prova costume, la pasta come piace a me la rimandiamo a Natale e per adesso, ma giusto perché ogni tanto riesco ad avere la meglio sul consorte, ci accontentiamo di quella che ho preparato l’altro giorno in un moto d’insofferenza davanti alla proposta dell’ennesima insalatina fresca fresca.
 
PASTA INTEGRALE CON RUCOLA, DATTERINI E NOCI
Per 4 persone
360 g di casarecce integrali Garofalo
250 g pomodori datterini
50 g rucola
80 g parmigiano in scaglie
100 g noci sgusciate
sale, pepe, olio EVO
Questa è la classica pasta poca spesa (in termini di tempo) molta resa, perché si prepara in un attimo ma è estremamente gradevole. Cuocere la pasta in abbondante acqua salata e nel frattempo tagliare in quattro spicchi i pomodorini e sistemarli in una ciotola capiente che poi userete anche per servire la pasta. Condire i datterini con sale, pepe e olio a sufficienza, quindi aggiungere le noci tritate grossolanamente e il parmigiano a scaglie. Quando mancheranno una trentina di secondi al termine della cottura della pasta, gettare nella pentola la rucola spezzettata. Aggiungere un paio di cucchiai di acqua di cottura ai pomodorini quindi scolare il tutto e mantecarlo nella ciotola fin quando la rucola non sarà ben distribuita. Mangiare subito, prima che si raffreddi.

Gavetta

Nonostante avessi studiato sceneggiatura, entrare nel favoloso mondo della soap opera fu un po’ disorientante. Significò gettare a mare molte delle mie conoscenze e predispormi a imparare tutto daccapo, a cominciare dalla terminologia. Fino a poco tempo prima che io cominciassi a lavorare, l’head-writer era un australiano e quindi il brainstorming si faceva in inglese. Tutti – anche quelli che con “the pen is on the table” avevano esaurito la conoscenza dell’inglese e quindi erano costretti a millantare – si dovevano adattare e, pian piano, finirono col creare una lingua tutta loro, fatta di acronimi e italianizzazioni, che a me risultava incomprensibile quanto il sanscrito.

Non era strano – e purtroppo ancora non lo è –  sentire frasi di questo tipo: “Picappa la scena precedente, bildappa i personaggi, crea un po’ di URST, rafforza la tag e chiudi con un LOTS”. Un delirio e, siccome nessuno mi spiegava niente e io niente potevo chiedere per non fare la figura dell’incompetente, per i primi tempi dovetti necessariamente andare a tentoni. Non so cos’avrei dato, in quelle prime settimane, per trovare anch’io una stele di Rosetta che mi permettesse di comprendere rapidamente quella lingua sconosciuta!  Dovetti mettere su un’operazione di intelligence lanciando occhiate furtive agli appunti dei miei colleghi per carpire qualche indizio prezioso e addirittura gongolavo (altro termine usato, credo, solo nella soap) quando riuscivo a tradurre in italiano corrente una parola nuova.

Sicuramente la parte più dura della mia gavetta è stata questa e oggi che sono passati più di dieci anni e ho scritto circa 9.500 pagine fra trattamenti e sceneggiature – che, tradotto, significa che ho intrattenuto i telespettatori italiani per qualcosa come 400 serate – mi prendo la mia piccola rivincita usando impunemente il gergo soap operesco ogni qualvolta compare all’orizzonte un nuovo stagista (salvo pentirmi e, nella pausa pranzo, tradurgli tutto ciò che ho detto in precedenza).

Nonostante la mia gavetta lavorativa sia terminata da tempo, la gavetta continuo a prepararmela tutti i giorni dato che, per un problema di cui forse fra qualche tempo – quando saremo più intimi – arriverò a parlarvi, non metto piede nella mensa aziendale e consumo i miei pasti nella quasi solitudine dell’ufficio. Si tratta di pasti semplici e leggeri perché è altamente sconsigliabile incorrere in un increscioso papagno post prandium nel bel mezzo di un brainstorming, ma spesso ricevono un bel po’ di sguardi invidiosi dai miei colleghi che si ostinano, tenacemente, a massacrarsi lo stomaco in mensa.

NON LA SOLITA INSALATA (DI RISO)
per 4 persone

300 g di riso parboiled
1 cipolla
3 zucchine
200 g di feta
100 g di prosciutto cotto in un’unica fetta
2 cucchiai di cumino in semi
olio EVO
sale e pepe

Per prima cosa tostare il cumino in una padella calda e metterlo da parte. Poi tritare la cipolla, farla appassire in 3 cucchiai d’olio e, quando sarà diventata traslucida, aggiungere le zucchine, tagliate prima in quattro quarti e poi in fettine di massimo un paio di millimetri di spessore (l’ideale è usare la mandolina). Intanto mettere a bollire l’acqua e lessare il riso che, una volta cotto, andrà sciacquato e raffreddato.  Quando anche le zucchine saranno cotte (non troppo, è bene che rimangano un po’ croccanti), tagliare la feta e il prosciutto a dadini e aggiungere il tutto, insieme al cumino tostato, al riso. Aggiustare di sale, pepare, mescolare bene et voilà, il pranzo è pronto (e se preparate questa insalata la sera prima, lei sarà più buona e voi meno stressati).

Pensavate vi lasciassi così? No, non ne avrei avuto il cuore… il sapere va sempre condiviso!

PICCOLO VADEMECUM PER ASPIRANTI SOAP OPERAI
  • Cittone: (da to cheat) trarre in inganno lo spettatore in modo eclatante e poco elegante solo per ottenere un cliff.
  • Cliff: abbraviazione di Cliffhanger. L’ultima scena dell’episodio, la più intensa, che fornisce un gancio narrativo fortissimo per l’episodio successivo. Il Friday Cliff invece conclude l’ultima puntata della settimana e deve essere ancora più intenso dei quattro precedenti perché deve tenere lo spettatore sulle spine fino al lunedì successivo. Da qui in poi è tutto un crescendo: c’è il Summer Cliff, il Cliff di serie…
  • Bonk: scopata, ma dirlo in americano gergale fa molto più fine…
  • URST: Unresolved Sexual Tension. Per capirlo ci ho messo mesi…
  • LOTS: Look Over The Shoulder. Avete presente quando uno ti dice che ti ama, ti abbraccia e poi, mentre tu non lo vedi, digrigna i denti? Bene, quello.
  • Picappare, Bildappare, Setappare: rispettivamente “riprendere una linea narrativa sospesa nell’episodio precedente”, “aumentare la fiducia di un personaggio rispetto a una determinata situazione”, “gettare le basi per una situazione o una linea narrativa che verrà sviluppata di lì a qualche tempo”.
  • Un piccolo hint: suggeriamo, ma non troppo.
  • N/S: No Speaking ovvero i figuranti.
  • P/S: Poco Speaking ovvero le comparse che dicono solo un paio di battute (fortunatamente rimasto in voga per poco tempo).
  • RE: Regard. Usato in frasi tipo: Tizio e Caio RE Sempronio, ovvero: Tizio e Caio parlano di Sempronio.
  • CLUNKY: In una traduzione molto arbitraria, usato generalmente per indicare situazioni genericamente e involontariamente un po’ ridicole.
  • V/O, V/F: estremamente disorientante perché V/O può significare tanto Voice/Off (cioè  la voce di un personaggio che non viene inquadrato perché, per esempio, è dietro una porta) che Voice/Over (cioé la voce mentale di un personaggio) mentre V/F è una dicitura tutta italiana: Voce Filtrata (attraverso un apparecchio telefonico, la tv, la radio e chi più ne ha più ne metta).

Così, giusto per darvi un’idea…

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