Il magico potere della dieta

Sono un’accumulatrice seriale. Con l’idea che tutto possa prima o poi tornare utile, conservo qualsiasi cosa. Vecchie riviste, bottoni, scatoline di latta, barattoli. Non arrivo ai famosi spaghi troppo corti per essere usati di Così parlò Bellavista, ma poco ci manca. E così, anno dopo anno, il mio micro studio di quattro metri quadrati si è trasformato in una specie di bazar dove ogni millimetro utile è occupato da una polverosa mercanzia. 
Non so più quante volte mi sono detta che c’era bisogno di una bella riordinata e non so quante volte ho rimandato: troppo noioso, troppo stancante, troppo avvilente, troppo impegnativo emotivamente. A furia di rimandare sono trascorsi quasi dieci anni.
Alla fine è stato lo studio a decidere per me, o meglio, lo ha fatto la mia scrivania. Di punto in bianco si è rifiutata di aprire i suoi tanti cassetti ed elargirne il prezioso (!) contenuto. Insomma, non ho avuto altra scelta che mettermi all’opera. Per due giorni ho visionato ritagli di giornale, vecchi quaderni, nastri stropicciati, videocassette, scatole, scatoline e scatolette, vecchi biglietti di auguri, tappi di champagne (ma quanto abbiamo brindato in questi anni? quanti eventi così memorabili da richiedere di serbare a imperitura memoria quel souvenir abbiamo vissuto? perché diamine non ho allegato a ognuno un bigliettino che mi aiutasse a ricordare?) e alla fine ho riempito tre sacchi condominiali della spazzatura.
Ora, vi prego di credermi, io non ho la sindrome delle Desperate Housewives, non sono una maniaca dell’ordine e Marie Kondo mi sta anche abbastanza sulle scatole, ma devo ammettere che questa impresa improba è stata per molti versi illuminante. Ma lo è stata in un modo del tutto inaspettato.
Più mettevo a posto e più pensavo che in fondo riordinare è come fare la dieta. Sei lì davanti allo specchio la mattina, quando ti vesti, e ti dici che dovresti proprio perdere quei cinque o sei chili (nel mio caso cinquanta o sessanta) ma subito dopo pensi che dovresti cucinare pasti separati per te e il resto della famiglia, che dovresti rinunciare agli inviti a cena fuori (che poi ormai si esce quasi solo per quello), che a breve ci sarà Natale/Pasqua/le vacanze estive o qualsiasi altro evento che renderà quasi impossibile seguire un regime alimentare, e ti fai prendere dall’avvilimento. Troppa fatica anche solo pensare di iniziare, meglio rimandare a un momento più propizio.
Senonché il momento più propizio – come accade tutte le volte che per fare qualcosa si attende il momento propizio – non arriva mai. Però arrivano i vestiti che non abbottonano più, il fiatone non appena si imbocca una salita, il caldo perenne, i problemi allo stomaco. Per farla breve succede che il tuo corpo si ribella proprio come si è ribellata la mia scrivania rifiutandosi di aprire i cassetti.
Allora non è più questione di scelta, allora sei costretta a fare la dieta. E all’inizio la fai controvoglia, pensando che i chili accumulati sono troppi, che non riuscirai a trovare la motivazione giusta, che non avrai la soddisfazione che ti aspetti. Ma poi pian piano accade il miracolo.
Accade che seguendo anche solo poche regole, ma precise e inderogabili, ti accorgi che molte delle tue abitudini erano per l’appunto solo abitudini, retaggi di una vita che ormai non ti appartiene più, e a quel punto te ne sbarazzi senza remore, proprio come io mi sono sbarazzata delle millemila piantine della metro di Londra tenute da parte per ricordo o perché “se poi dovessi tornare a Londra non avrei bisogno di prenderne una nuova” (lo so, sono una pervertita).
Al tempo stesso, eliminando il superfluo, scopri un mucchio di cose che avevi dimenticato di avere, esattamente come io ho ritrovato i vecchi quaderni fitti di appunti di quando ho iniziato a lavorare e la prima stesura delle sceneggiature la scrivevo ancora a mano. 
Io perdendo peso ho ritrovato l’amore per le lunghe passeggiate senza affanno, le scale fatte di corsa senza il dolore alle caviglie che mi costringeva a scendere uno scalino alla volta, il piacere di un vestito che è attillato perché così deve vestire e non perché non ci sto dentro.
E allora mi sono sentita bene e vittoriosa perché se è vero che non conosco quello che si prova quando finalmente si termina una dieta, so bene quello che si prova quando si finisce di rimettere in ordine una stanza. La si guarda e non la si riconosce. O meglio, la si guarda ed è sempre lei ma è più bella, più serena, armoniosa e piena di promesse mantenute.
Ecco, io voglio essere esattamente così.
Crocchette di cavolfiore
dosi per una dozzina di crocchette
Cavolfiore 750 g al netto degli scarti
Uova 2
Parmigiano grattugiato 60 g
Prosciutto di Praga tritato 50 g
Edam grattugiato 30 g
Pangrattato 4 cucchiai
Olio evo 2 cucchiai
Sale e pepe
Questa ricetta è molte cose tutte insieme. È una classica ricetta svuota frigo (come si evince dai 30 g di Edam), è una ricetta aguzza l’ingegno per chi segue una dieta, è una ricetta versatile (cambi salume, cambi formaggi, elimini salumi e formaggi), ma soprattutto è una ricetta tanto deliziosa quanto semplice da preparare. Talmente facile che per spiegarla bastano poche righe.
Lessate il cavolo (potete cuocerlo anche al vapore), mettetelo in una ciotola e schiacciatelo con una forchetta fino a ottenere una sorta di purea grossolana. Quando si sarà raffreddato mescolatelo con le uova, il prosciutto e i formaggi, quindi formate delle palline che poi schiaccerete leggermente e passerete nel pangrattato. Sistemate le crocchette su una teglia rivestita di carta forno, conditele con un filo d’olio e cuocetele in forno preriscaldato a 180° per una cinquantina di minuti.
Tutto qui? Sì, tutto qui.

The long and winding road

L’altro giorno ho incontrato una persona che non vedevo da una quindicina di anni. È stata lei a notarmi e a venirmi incontro con un sorriso da rimpatriata. Mi ha salutata con affetto benché la nostra sia sempre stata poco più di una conoscenza estiva, ma subito l’occhio l’è corso alla mia mano sinistra per vedere se ci fosse ancora la fede.

Apparentemente rassicurata sulle sorti del mio matrimonio dalla presenza della suddetta, ha poi bypassato qualsiasi convenevole per sottopormi a una specie di interrogatorio. E figli ne hai? Vabbuo’, ma ci proverai ancora, no? Lo sai che io ho avuto un altro bambino cinque anni fa? E invece hai mai pensato di farti l’operazione per dimagrire? Fossi in te mi fionderei. 
Mi sembra superfluo sottolineare quanto questa donna sia sprovvista di tatto e quanta poca considerazione avrei dovuto riservarle, però mentre rispondevo alle sue domande con una sequela di no, sentivo crescere in me la rabbia impotente che mi accompagna da quando ero ragazzina. Perché posso essere brava nel mio lavoro, posso condurre con mani salde la mia vita, posso amare ed essere amata, ma i parametri secondo i quali verrò giudicata saranno sempre e comunque la mia capacità (o incapacità) di riprodurmi e il mio aspetto fisico. 
Questo dover giustificare il mio stare al mondo è stata una fatica in più. Ho dovuto esercitare con costanza l’auto ironia per depotenziare il sarcasmo degli altri, imparare a mettere le mani avanti con affermazioni apodittiche per arginare il bisogno impellente di dispensare consigli dal quale chiunque, perfino persone conosciute da cinque minuti, si sentiva travolto in mia presenza.

Mi si guarda con biasimo perché sono una grande obesa e se lo sono è perché evidentemente non ho voluto risolvere il problema.

Lo pensa perfino mio marito, duole ammetterlo, convinto inconsciamente che io non dimagrisca per fargli dispetto. Vive, esattamente come lo facevano i miei genitori, il mio essere grassa come una forma di disamore nei suoi confronti senza essere neanche sfiorato dal sospetto che l’unica forma di disamore sia verso me stessa.

D’altra parte è abbastanza tipico. Il fatto che io sia così grassa è una cosa che dovrebbe essere intima, un disagio personale; dopotutto sono io che mi confronto tutti i giorni con le articolazioni che scricchiolano, con l’affanno, con la difficoltà di vestirmi come mi piacerebbe, con i segni dei braccioli delle sedie impressi sulle cosce. Invece no. Invece lo spazio fisico che occupo nel mondo sembra essere un problema soprattutto per gli altri. Si sentono a disagio in mia presenza come lo sono davanti a una persona portatrice di handicap. Mi insultano se sono rozzi e ignoranti, mi guardano con disappunto se sono acculturati.

Molti vogliono salvarmi senza accorgersi della loro miopia.
Tizio si è operato e adesso guarda come sta dimagrendo, perché non lo fai pure tu?

Certo, loro guardano tizio, vedono che sta perdendo peso e tanto basta. Ma lo guardano davvero? Si accorgono che la maggior parte delle calorie che introduce nel suo corpo sono quelle degli alcolici? Si accorgono che la compulsione è rimasta la stessa? Si accorgono che questa persona non sta facendo alcun passo avanti, anzi sta andando indietro?

Sono sicura di no. In fondo lo so per esperienza personale, è difficile comprendere gli obesi.

Allora oggi che sono arrabbiata lo spiego qui, sperando che sia una volta per tutte.

Io non sto cercando di capire come dimagrire, sto cercando di imparare a volermi bene, a prendermi cura di me.

È più difficile di qualsiasi cosa abbia fatto prima. Più difficile del chiudermi sei mesi in ospedale per dimagrire, più difficile dell’affermarmi professionalmente, più difficile del trovare l’amore, più difficile dell’accettare l’idea di non avere figli, più difficile del sopravvivere alla delusione e alla vergogna di aver perso tanti chili tante volte e poi essere tornata più grassa di prima.

Ma va bene così.

Porridge di crusca d’avena

crusca d’avena 50 g
latte 250 g
miele 1 ts
frutti di bosco 50 g
semi e frutta secca 30 g

Da un paio di anni questa è diventata la mia colazione. L’ho scelta perché avevo voglia di iniziare le mie giornate con qualcosa di più sano, ma al primo assaggio è stato amore. Non so se esista una memoria genetica del cibo, ma quando mangio il porridge ho l’impressione che il mio sangue danese scorra nelle vene con maggior vigore, e mi sento a casa.

Per prepararlo ci vogliono non più di cinque minuti, state tranquilli. Si tratta di mettere la crusca in un pentolino, aggiungere il latte – vale tutto: latte vaccino, d’avena, di riso… vale perfino l’acqua – e portare a bollore tenendo la fiamma bassa. Una volta che il composto comincia a borbottare, continuate la cottura per un paio di minuti quindi aggiungete il miele, mescolate bene e trasferite il tutto in una ciotola. Guarnite con i frutti di bosco, i semi e la frutta secca – anche in questo caso vale tutto, sbizzarritevi secondo il vostro gusto – e il gioco è fatto.

Come sempre, fatemi sapere. E sì, valgono anche gli insulti.

Le avventure della Gastronomica al volante

Se ami la buona cucina e la tua idea di vita sociale contempla l’andare a cena fuori almeno una volta alla settimana, ma hai sposato un uomo che ha con la bilancia una relazione più intensa di quanto non l’abbia con te, hai solo due alternative possibili: o ti rassegni a struggerti di desiderio leggendo le recensioni dei ristoranti in cui vorresti andare, oppure ti trovi un compagno di scappatelle culinarie da consumarsi rigorosamente lontano dagli occhi, e soprattutto dal girovita, del consorte.

Inutile dire che ho optato per la seconda, anche se, devo ammetterlo, ho commesso un grave errore tattico e ho scelto il mio compagno di banchetto in quel di Torino, più o meno a novecento chilometri di distanza da casa mia. Che devo farci, in questi casi è questione di affinità elettive, e il sodalizio con Erre dura ormai da vent’anni, vale a dire da quando ero una giovane emigrante nostalgica della genovese e del ragù di mammà, e lui mi consolava portandomi in giro per ristoranti a scoprire le gioie della cucina piemontese.

Adesso fra noi funziona più o meno così: una volta ogni paio di mesi ricevo da Erre una telefonata con la quale mi comunica che sarà a Napoli il giorno dopo (mai che si annunci con un po’ più di anticipo) e mi chiede con trepidazione dove lo porterò a cena.

L’ultima volta Erre mi ha chiamato nella tarda mattinata del primo maggio, quando già era salito sul treno per Napoli.
– Arrivo in serata. Dove mi porti?
– Erre, ma è il primo maggio… fra ristoranti chiusi e quelli già tutti pieni sarà complicato trovare un posto. Almeno fammici pensare un momento!
Così medito a lungo perché, anche se Erre non lo sa, gli sfizi prima di farli togliere a lui devo togliermeli io, e alla fine telefono a Pietro Parisi, chef e patron di Era ora, ristorante in quel di Palma Campania.

Io e Pietro ci siamo conosciuti un paio d’anni fa, sul web. È da allora che propongo al consorte di andare a cena nel suo ristorante, ma lui si rifiuta categoricamente. Non ci pensa proprio a farsi un’ora di auto all’andata e una al ritorno solo per andare a mangiare! (Però quando va a lavorare in provincia succede che spesso sulla via del ritorno si perda e, guarda caso, vada a finire proprio a Palma Campania e mi faccia delle telefonate importune nelle quali mi chiede con una vocina dispettosa “indovina dove sono?”)

Così mi accordo con Pietro e prenoto un tavolo per le nove, contando sul fatto che Erre arriverà a Napoli alle sette. Poi però succede che Erre perda la coincidenza e accumuli un’ora di ritardo, che la mia auto decida di morire dopo aver fatto venti metri, che l’auto di mio padre, presa in prestito in extremis, abbia il navigatore rotto, che improvvisamente tutti i napoletani abbiano deciso di dover mettersi in auto e, guarda caso, fare proprio lo stesso percorso che devo fare io per arrivare all’albergo di Erre. Così, ancora prima di incontrarci e lasciare Napoli, io e Erre abbiamo la consapevolezza che, ahimé, non saremo da Pietro prima delle dieci.

Recupero Erre al volo e, senza neanche perdere tempo a salutarlo, gli schiaffo in mano il mio iPhone dicendogli che non ho idea di dove andare e imponendogli di fare da navigatore, sfruttando l’app del mio cellulare. Ma purtroppo Erre non è un nativo digitale e quindi non sa neanche da dove cominciare, come mi ripete più volte credendo di suscitare la mia comprensione e ottenendo invece di rendermi sempre più insofferente.

Insomma, finisce che neanche abbiamo imboccato l’autostrada e già ci siamo persi. Fra me che da brava miope/presbite/astigmatica/fotofobica leggevo un cartello stradale sì e tre no, Erre che continuava a maneggiare il mio telefono come fosse un ordigno nucleare, il buio e le chiacchiere, dopo un po’ scopriamo non solo di essere diretti a Bari, ma di esserci anche quasi arrivati.

Dopo tre telefonate a Pietro per spostare la prenotazione (“non vi preoccupate, quando arrivate arrivate”, ha risposto l’ultima volta), una conversione a U che neanche San Paolo sulla strada di Damasco, un momento di sconforto nella solitudine dell’aperta campagna, la richiesta di informazioni a due distinte signorine semi ignude che quando hanno capito che non eravamo interessati a del simpatico sesso di gruppo a pagamento ci hanno mandati a quel paese, non so neanche io come, siamo arrivati al ristorante.

E finalmente ci siamo rilassati.

Andare a cena da Pietro Parisi è come entrare in una macchina del tempo in cui presente e passato, nuove scoperte e vecchi ricordi, esistono contemporaneamente. Questo accade perché la cucina di Pietro è caratterizzata da un lavoro certosino di riscoperta di ingredienti della tradizione contadina ormai dimenticati – per esempio le erbe selvatiche come il silene o la portulaca – utilizzati però con tecniche moderne.

Pietro è forse la persona più tenace e integra che io abbia mai conosciuto. È un uomo che si è dato degli obiettivi e, in modo lento ma inarrestabile, li ha raggiunti tutti, senza per questo perdere l’umiltà che è tipica di chi è davvero intelligente. Perciò, ancor più della cena – durante la quale molti piatti sono stati una piccola epifania – io ed Erre ci siamo goduti il dopo cena, con Pietro seduto al nostro tavolo che ci parlava di sé, della sua famiglia – a partire dalla nonna Nannina, maestra di cucina e di vita, per finire alla nipotina Carmen e alla figlia Antonia, che non ha ancora compiuto un anno – della sua formazione in giro per il mondo e della scelta di tornare poi a casa, aprendo un ristorante in un territorio difficile, ma che Pietro ama ed è determinato a valorizzare.

Così, fra un bicchiere di vino e l’altro, Pietro ci ha raccontato della pizza a lievito fujuto, impastata usando il siero della mozzarella, dei seccamienti, un antico metodo di conservazione delle verdure estive che usa regolarmente, e dei VOLTI, vale a dire i piccoli coltivatori e allevatori locali da cui Pietro si rifornisce e le cui facce belle e antiche sono immortalate sul menu/magazine di Era Ora.

Salutiamo Pietro che ormai l’una di notte è passata già da un po’, e ci mettiamo in macchina con quell’allegria indolente che segue le esperienze felici. Addirittura azzardiamo una canzone di Mina, visto che lo stereo dell’auto di mio padre si è acceso autonomamente e non riusciamo a spegnerlo. Stavolta Erre ha preso confidenza con l’iPhone e quindi procediamo sicuri verso la meta, fin quando non vediamo all’orizzonte una pattuglia dei carabinieri.

– Adesso ci fermano, boia faus!
– Erre, non secciare!
– Ci fermano e ci fanno l’etilometro!
– Erre, smettila!
– E ci ritirano la patente, e ci sequestrano anche l’auto!
– Erre, ti ricordo che sei un semplice passeggero. Rilassati!

Naturalmente ci fermano, in virtù di quella regola non scritta per cui se devi fermare un tot di auto durante un turno di notte nell’hinterland napoletano, meglio che il conducente e il passeggero abbiano l’aria paciosa e affidabile.

Erre suda freddo, convinto com’è che solo una manciata di minuti ci separi dall’inevitabile arresto, e rischia la sincope quando il carabiniere, oltre ai miei documenti, richiede anche i suoi. Il controllo che segue è talmente lungo, e la situazione talmente ridicola, che a me viene la ridarella. Erre mi sibila di smetterla. Si accorgeranno che sono ubriaca e mi faranno l’etilometro! Inutile ripetergli che dei due l’unico brillo è lui, né che quello dei carabinieri è un controllo di routine, Erre si rilassa soltanto quando il carabiniere ci restituisce i documenti e ci dice che possiamo andare, non prima però di averlo redarguito. Lui che è un giornalista torinese non scriva male dei carabinieri napoletani!

Erre promette solennemente, e così ci rimettiamo finalmente in viaggio, ma quando al primo bivio gli chiedo indicazioni, mi confessa timidamente che durante la nostra sosta forzata ha dimenticato di spegnere il navigatore dell’iPhone, che ora è irrimediabilmente scarico.

Propongo di tornare indietro e chiedere indicazioni ai carabinieri, ma Erre comincia a tremare alla sola idea e mi chiede invece di fidarmi del suo proverbiale senso dell’orientamento. È sicuro che riuscirà a trovare la strada di casa! Ora, ricordo perfettamente che una volta io ed Erre ci siamo perduti nel centro di Torino, sua città natale, ma decido di dargli fiducia e faccio bene perché, grazie a lui, nelle successive due ore di pellegrinaggi alla cieca, scopro zone della provincia, ma anche di Napoli, che mai avrei sospettato esistessero e che mai saprei ritrovare.

Arriviamo al suo albergo, dopo un rocambolesco senso vietato, che ormai è l’alba. Lui ripartirà dopo poche ore, giusto il tempo di farsi una doccia, vedere una mostra, e poi sarà di nuovo sul treno. Mi saluta con un paio di quei baci pudici dei torinesi, e poi mi fa un’ultima domanda:

– La prossima volta mi porti a cena da Annamaria Varriale?

No caro Erre, non ti ci porto. Da Annamaria Varriale non ci andremo fin quando non avrai capito che quella che tu credi si chiami Annamaria Varriale è in realtà Marianna Vitale.

E comunque, non prima che io abbia comprato una vecchia, cara, affidabile cartina stradale.

La prossima volta meglio andare sul sicuro.

La parmigiana di melanzane nel boccacciello di Pietro Parisi
per 1 persona 
1 barattolo con la guarnizione da 500 ml
3 melanzane lunghe
70 g di fiordilatte tagliato a listarelle molto sottili
150 g di salsa di pomodori San Marzano
parmigiano grattugiato
basilico 
Quando ancora non ci conoscevamo, Pietro un giorno venne alla RAI e mi lasciò in portineria due di questi boccaccielli. Tornare a casa, ravvivarli (poi vi spiego come), aprirli e aspirarne a pieni polmoni il profumo, fu un’esperienza mistica. Assaggiarne il contenuto, paradisiaco. 
Preparare questa meraviglia cremosa e avvolgente è molto più semplice di quanto si possa immaginare. Per prima cosa si mette a cuocere la salsa usando dei normalissimi pelati San Marzano, un filo d’olio, uno spicchio d’aglio, basilico, sale e pepe. Quando la salsa è pronta, bisogna passarla, quindi pesarne 150 g e tenerla da parte. Intanto si tagliano le melanzane in fette che abbiano 3 mm di spessore e una lunghezza tale da poter essere agevolmente infilate nel barattolo. Le melanzane andranno cotte al vapore per 5 minuti, giusto il tempo di ammorbidirle e fare in modo che perdano un po’ di amaro. A questo punto si prende il vasetto precedentemente sterilizzato (vi basta lavarlo bene, asciugarlo e poi infilarlo nel forno freddo che porterete a 130° e nel quale lo lascerete per venti minuti dal raggiungimento della temperatura), e si comincia a riempirlo partendo da un cucchiaio di salsa di pomodoro a cui seguiranno un po’ di fiordilatte, un po’ di basilico, un po’ di parmigiano e le melanzane. Si comprime bene il tutto (le melanzane in cottura perdono molto volume, se non le pressate rischiate di ritrovarvi con un boccacciello pieno solo a metà) e si ricomincia. Una volta arrivati alla sommità del barattolo, si finisce con salsa, fiordilatte, basilico e parmigiano. Si chiude il boccacciello e si procede quindi alla cottura, che può avvenire in tre modi: in forno a vapore a 85° per tre ore; in forno statico, in una placca colma d’acqua, a 85° per tre ore; sul fuoco, immerso in una pentola d’acqua che sobbolle appena, per 2 ore.
Trascorso questo tempo, il boccacciello può essere consumato subito, oppure lasciato raffreddare e conservato in frigo fino a 50 giorni (insomma, li preparate all’inizio di settembre e li mangiate a fine ottobre, quando di melanzane buone davvero non ce n’è più traccia). Se avete optato per la seconda possibilità e volete gustare un boccacciello comme il faut, vi basta tirarlo fuori dal frigo, aspettare che torni a temperatura ambiente, quindi immergerlo per venti minuti, a fuoco spento, in una pentola d’acqua che abbia appena raggiunto il bollore e che coprirete con un coperchio.
Qui in casa Gastronomica siamo diventati addicted.
Scommetto lo diventerete anche voi.

Allarme rosso

Sono reduce da una conversazione surreale con la mia amica Circe (indefessa commentatrice di questo blog) che vive a più di mille chilometri da dove vivo io e da almeno un anno è sprovvista di una linea telefonica fissa a causa di una controversia con fastweb di cui io, ma scommetto anche lei, continuo a capire ben poco. 
La consapevolezza di avere una naturale propensione alla chiacchiera ci induce a essere prudenti e a ridurre al minimo l’uso del cellulare così, pur di parlarci, ritorniamo entrambe adolescenti – il che non è male visto che abbiamo superato i quaranta – e ci ritroviamo a scroccare telefonate in giro ogni volta che se ne presenta l’occasione.
L’occasione non si è presentata per un bel po’, perciò stasera siamo passate al piano B, ovvero la chiamata su skype (ma senza video perché lei, non avendo linea fissa, non ha neanche una connessione decente e si affida a una chiavetta farlocca che viaggia alla velocità di un bradipo narcotizzato). 
Siamo state particolarmente fortunate e quindi, oltre a non vederci, stasera non ci sentivamo neanche, ma a sprazzi, con un discreto delay e una spaventosa eco che rendeva il tutto più minaccioso, io percepivo le sue urla: “Ma perché non aggiorni il blog? Ti sei stufata? Eh, ti sei stufata?”.
ALLARME ROSSO! Se lei, che mi conosce meglio delle sue tasche, pensa che possa essermi stufata, cosa penserete voi, che mi conoscete da così poco, di questa mia prolungata latitanza? Nonostante stessi andando a dormire, ho deciso di correre subito ai ripari e darvi mie notizie di modo da tranquillizzare sia voi che la cara Circe.
Che questo blog abbia un ritmo lento in contrapposizione a quello frenetico del mio lavoro, ormai l’avrete capito tutti, ma cinque settimane senza che venga pubblicata neanche una riga possono far sorgere qualche perplessità. Non temete, non mi sono stufata. Mi sono ammalata. 
L’untore è stato – come forse immaginerete – il consorte. Colpito da un blando virus intestinale che gli ha procurato una modesta alterazione della temperatura, una seduta extra in bagno e dopo ventiquattrore era bello e che andato, il prode è riuscito a modificare geneticamente il suddetto e passarmelo in una forma molto molto più cattiva. 
Il suo 37 e mezzo latente è diventato il mio 39 inamovibile, la sua seduta extra in bagno è diventata per me una lunghissima e ininterrotta permanenza e – che premura da parte sua! – il consorte mi ha fornita anche di una simpatica collezione di malesseri secondari che lui non aveva avuto affatto: nausea, capogiri, dolori articolari, mal di testa e, vai a capire perché, un occhio gonfio.
Fortunatamente il peggio è passato e prometto che cercherò di recuperare il tempo perduto, nel frattempo – e prima che sia troppo tardi – eccovi una ricetta veloce, sana e dietetica, da realizzare prima che la primavera cominci a inoltrarsi troppo.
VELLUTATA DI CAVOLFIORE
Se siete a dieta, mangiatela tutta voi senza dividerla con nessuno. Potete farlo.
1 cavolfiore
3 foglie di alloro
sale e pepe
1 frullatore a immersione
No, non è un refuso, il frullatore a immersione compare fra gli ingredienti perché è essenziale per questa ricetta almeno quanto il cavolfiore, perciò se non ce l’avete desistete subito. A parte questo, credo che chiunque riuscirebbe a portare a casa un buon risultato, anche se preparasse questa vellutata con il piede sinistro.
Riempite una pentola d’acqua fredda e immergetevi il cavolfiore con le foglie d’alloro. Portate a bollore e lasciate cuocere finché il cavolfiore non sarà ben mordido, anzi quasi sfatto. A questo punto trasferitelo in un’altra pentola, rompetelo un po’ con una forchetta e poi cominciate a lavorarlo con il frullatore a immersione, aggiungendo a filo l’acqua di cottura. Quando avrete raggiunto la consistenza che più vi aggrada, salate e pepate.
Et voilà, il gioco è fatto.

Luoghi comuni

Quante volte avete sentito dire che le grassone sono simpatiche, hanno il cuore grande, sono tanto paciose e sempre allegre? Bene, non c’è niente di più falso. Le grassone sono prima di ogni altra cosa arrabbiate, anzi arrabbiatissime. Forse il motivo principale della nostra rabbia è che tutti i normopeso diano per scontato che se uno è grasso è perché gli piace troppo mangiare e non ha la forza di volontà necessaria per smettere. Nessuno pensa mai che l’iperfagia, così come la ben più nota anoressia, sia una malattia. Una malattia infida e sottovalutata che è molto difficile combattere, soprattutto considerando che quella contro la malattia non è l’unica battaglia che le grassone devono sostenere.

Come cantava Tonino Carotone “è un mondo difficile” e le grassone – che, lo so per esperienza, più di ogni altra cosa desiderano sentirsi normali – fanno una fatica improba ad abitarlo, fingendo inoltre di sentircisi perfettamente a proprio agio. Volete qualche esempio? Le donne adorano fare shopping. Per le grassone invece non c’è umiliazione peggiore che entrare in un negozio e affrontare il sorrisetto derisorio di una commessa taglia 38 che ti ritiene pazza  perché hai semplicemente osato varcare la soglia del suo tempio dell’eleganza. Per potersi anche solo coprire le pubenda, una grassona deve lambiccarsi il cervello, aggirarsi in incognito nei reparti taglie forti dei grandi magazzini dove, vista la tipologia degli abiti a disposizione, si arguisce che i buyer siano convinti che le grassone siano tutte ottantenni, ordinare su cataloghi on-line abiti scadenti  e di dubbio gusto, e in ultima analisi, organizzarsi in proprio e imparare a cucire (io l’ho fatto) e lavorare a maglia.

Dopo tanta fatica, le grassone, splendidamente abbigliate alla cazzo di cane, possono finalmente esordire in società dove in genere capiscono rapidamente che, visto che hanno tanti chili in più, per essere prese in considerazione devono avere “in più” anche molte altre cose. Devono essere più informate, più ironiche, più intelligenti, più colte, più simpatiche, più spregiudicate, più seducenti, più affabili, più versatili, più, più, più… e sopratutto riuscire a dimenticare, e a far dimenticare agli altri, di essere grasse.

Il guaio è che, quando finalmente sei riuscita a portare a termine questa titanica opera di suggestione ipnotica collettiva, roba da far impallidire Giucas Casella, c’è sempre qualcosa che ti colpisce a tradimento, facendoti drammaticamente ricordare quello che sei. Per spiegarci: vai in banca e non riesci a entrare perché la porta a capsula non si chiude e la voce registrata te ne chiarisce il motivo suggerendoti di “uscire e transitare uno alla volta”. Prendi un aereo e la cintura di sicurezza non ti si chiude, tu ostenti nonchalance ma una hostess coscienziosa se ne avvede e, in maniera plateale e con un tono di voce decisamente non discreto, informa la collega che al posto XY serve una prolunga per la cintura. Vai a mensa in RAI e scopri che i tavoli hanno una struttura in ferro che ingloba anche le sedie, che quindi non possono essere spostate, e tu lì non c’entri e devi inventarti un impegno improvviso e fuggire, per non sottoporti all’umiliazione di rimanere incastrata mentre sei al cospetto di tutto il centro di produzione.

Fortunatamente c’è una soluzione a tutto. Io ho un conto bancario on-line, chiedo con discrezione una prolunga per la cintura di sicurezza e me la faccio consegnare non appena metto piede in aereo, mi porto il pranzo da casa (come vi ho raccontato qui) e non metto piede in mensa. Quando poi tutto manca, per cavarsela basta ridere di sé stesse, in modo da trasformare un episodio imbarazzante nel cavallo di battaglia dell’aneddotica personale. Ne volete la prova? Eccovi accontentati.

Il mio primo viaggio negli Stati Uniti durò trentasei ore. Non sto parlando della permanenza in loco ma proprio del tempo materiale che ci misi per arrivare da Napoli a Chicago. Era un viaggio universitario, per cui  partimmo alla volta dell’aeroporto Leonardo Da Vinci alle quattro del mattino, con un pullman turistico. Avremmo dovuto imbarcarci su un volo Roma-Chicago che partiva alle nove, ma il pulmann ebbe un guasto al motore e arrivammo tardi. Nessun problema, ci avrebbero messi su un volo per Parigi e poi lì avremmo preso un altro volo per Chicago, però dovevamo correre perché stavano già imbarcando. Dopo una corsa frenetica salimmo a bordo ma, arrivati a Parigi, non ci fecero atterrare perché c’era visibilità nulla. Ci spedirono quindi a Ginevra, costringendoci a rimanere seduti ai nostri posti, con l’aereo fermo sulla pista, in attesa che da Parigi ci dessero il via libera per atterrare. Intanto a me venne voglia di fare la pipì ma, ovviamente, quella possibilità non era proprio contemplata e mi fu detto che avrei potuto servirmi di un bagno a Charles De Gaulle. Finalmente tornò la visibilità a Parigi e partimmo di nuovo, ma nel frattempo anche il volo da Parigi per Chicago era partito e quindi al nostro arrivo, sempre a patto di correre come i forsennati per non perderlo, ci dissero che potevano imbarcarci per New York dove avremmo poi preso un altro aereo per la nostra destinazione finale. Naturalmente di andare in bagno non se ne parlava proprio ma io, dopo quasi 14 ore di viaggio, ero sull’orlo della pazzia e quindi, non appena l’aereo ebbe decollato e ci fu consentito alzarci, mi fiondai in bagno.

I bagni degli aerei rappresentano per le grassone un autentico strumento di tortura. È come trovarsi chiuse in un sarcofago, e bisogna aver preso un brevetto da contorsioniste circensi per potersi denudare il minimo necessario, prestare attenzione alle basilari norme di igiene e fare pipì senza perdere l’equilibrio. Riuscire a coordinare tutte le operazioni richiese più di mezz’ora e quando alla fine riemersi dal bagno, la maggior parte degli altri passeggeri, munita di cuscini e coperte, era nel primo sonno. Il mio posto era nella parte anteriore dell’aereo e, per raggiungerlo, dovetti camminare un bel po’ fra i sedili urtando, e di conseguenza svegliando, un gran numero di passeggeri. A ogni urto mi giravo e mi scusavo con il poverino di turno, sfoggiando un sorriso contrito e un I’m sorry mortificato. Fu solo quando arrivai a destinazione e mi feci scivolare le mani lungo natiche e cosce per sistemarmi la gonna prima di sedermi, che realizzai la tragedia. Nel rivestirmi in modalità Houdini nel microbagno dell’aereo, avevo fatto impigliare l’orlo della gonna nell’elastico dei collant, trasformandola in una sorta di sipario spalancato sul mio culone immenso e, se mai avessi avuto anche una sola chance di passare inosservata, l’avevo sprecata attirando l’attenzione di tutti i passeggeri lato corridoio, quando li avevo urtati. 

Per la vergogna desiderai che l’aereo sprofondasse nell’oceano ma, si sa, i desideri raramente si avverano.
Per fortuna.

MOUSSE DIETETICA DI RICOTTA CON SALSA DI PERA
Per 4 persone

Per la mousse:
300 g di ricotta di fuscella
2 albumi
1 cucchiaio di cacao amaro
1 pizzico di cannella
dolcificante liquido (tipo TIC o Dulceril)

Per la salsa di pere
2 pere williams
cannella in polvere
zenzero in polvere
dolcificante

Una grassona che si rispetti è, per definizione, perennemente a dieta, ma siccome non sta scritto da nessuna parte che le diete debbano essere tristi e punitive, ecco una ricetta facile e veloce che darà un tocco gourmand al vostro regime alimentare.

Passare la ricotta al setaccio (e per setaccio intendo proprio il setaccio a maglia fitta. Non sono ammessi né passaverdura, né schiacciapatate) in modo da renderla un velluto. Dolcificarla a piacere, aggiungere il cacao setacciato, la cannella e mescolare bene. Montare a neve ferma gli albumi e incorporarli alla ricotta, facendo attenzione a mescolare dal basso verso l’alto. Mettere in frigo per almeno un paio d’ore, ma facciamo anche tre. Nel frattempo sbucciare le pere e tagliarle a pezzetti avendo cura però di tenerne da parte 4 fettine per la decorazione. Mettere le pere in una casseruola dal fondo spesso, aggiungere dolcificante, cannella e zenzero secondo il proprio gusto, bagnare con un dito d’acqua e lasciar cuocere finché le pere non saranno morbide. A questo punto frullare con il minipimer e lasciar raffreddare. Grigliare infine le fettine di pera per la decorazione in una padellina antiaderente aggiungendo un po’ di zenzero. Formare delle quenelle con la mousse di ricotta (l’occhio vuole la sua parte, specialmente se si sta a dieta) e adagiarle sulla salsa di pere messa a specchio sul piatto. Guarnire con la pera grigliata, spolverizzare con zenzero e cannella e assaporare con calma per prolungarne il piacere.

Ci vuole un fisico bestiale

È giunto il momento di svelarvi la mia natura divina. Sono Nostra Signora dell’Adipe. 133kg per 171cm di altezza (ma fino a un anno e mezzo fa ero perfettamente sferica, con peso e altezza che si equivalevano). Ho trascorso tre quarti della mia vita alternando pellegrinaggi da dietologi e nutrizionisti che mi mettevano a dieta serrata, e grandi orge alimentari che terminavano solo quando avevo recuperato tutti i chili persi e anche qualcosa di più. In totale credo, in trent’anni di fiorente attività nel campo dei disturbi alimentari, di aver perso e guadagnato complessivamente più di 300kg (quando si dice fare le cose in grande!).

Per mia fortuna, la metà della mia vita l’ho invece trascorsa frequentando lo studio di un eccezionale psicologo e – dopo un percorso faticosissimo ma estremamente gratificante – adesso sono “potenzialmente” guarita. Da un anno e mezzo, senza l’ausilio di alcun dietologo ma basandomi semplicemente sulle competenze acquisite in tanti anni di diete, ho trovato un regime alimentare adatto a me che mi ha permesso di perdere circa una quarantina di chili senza per questo privarmi dei piaceri della buona tavola ai quali, periodicamente, accedo con grande soddisfazione.

Mio marito – che quando mi ha conosciuta ha esordito dicendo “ti avverto che a me le donne grasse non piacciono” ma poi un mese dopo mi ha chiesto di andare a vivere insieme – è invece un fanatico della forma fisica nonostante il suo peso non abbia mai superato i 74kg (ed è alto 173cm). Ciò comporta che almeno un paio di volte all’anno (in genere primavera e autunno) dichiara guerra al suo chilo di troppo imponendosi, e giocoforza imponendomi, delle diete estenuanti e molto trendy che hanno l’unico vantaggio di essere anche molto brevi altrimenti, ne sono certa, ci mandrerebbero se non al camposanto, di sicuro al manicomio.

Premetto che, essendo stata cresciuta negli anni ’70 da una tipica mamma della buona borghesia nevrotica e un po’ ottusa di quell’epoca, io di diete estenuanti e trendy ne ho provate un bel po’ (quale cosa migliore per una bambina?). Si partì con la dieta a punti e la dieta delle mille calorie per poi approdare oltreoceano con, in rapidissima successione, Weight Watchers, Scarsdale e – udite udite – la dieta Beverly Hills, da me odiatissima. In quest’ultima dieta si mangiava frutta esotica e null’altro ma siccome Napoli non è uguale alla California e il mondo prima della globalizzazione era tanto tanto grande, reperirla era estremamente difficile. In mancanza di manghi, papaye, carambole, frutti della passione, litchis e quant’altro (che mia madre, armata di buona volontà, ordinò una volta al fruttivendolo più chic di Napoli – l’unico che fosse in grado di importarla – spendendo più o meno quello che guadagnava mio padre in un mese), si ripiegava sull’ananas. Dodici giorni di ananas a colazione, pranzo e cena mi fecero perdere un bel po’ di chili ma mi provocarono un disgusto per quel frutto che dura ancora oggi.

Torniamo a noi. Quest’anno mio marito ha introdotto una novità e, invece dell’ormai abituale Scarsdale di due settimane, ha deciso di sperimentare la dieta Dukan, suggerita durante una cena da un’amica sempre sul pezzo. 7 giorni di fase d’attacco, 7 giorni in un delirio di proteine e solo proteine che mi hanno provocato un desiderio struggente non dico di pasta o pane, ma perfino di una foglia d’insalata scondita! Avrei potuto consolarmi pensando che con questa ormai famosissima dieta, Kate Middleton (del celebre duo William & Kate) ha perso talmente tanti chili da rasentare l’aspetto di uno scheletro che deambula, ma capirete, seppure in questa settimana avessi perso 7kg che cosa sarebbe cambiato per me, povera grande obesa che di chili ne deve smaltire ancora una settantina? Insomma, dopo una settimana senza tregua né consolazione, mi ritrovo ad aver perso 2 miseri chiletti mentre quel dannato di mio marito ne ha persi 5!

Adesso che il consorte pesa 69kg e ha quindi almeno 4 kg da recuperare per tornare a essere guardabile, possiamo dire finalmente addio alla deleteria dieta Dukan e alle sue fasi successive (fase di crociera e fase di consolidamento) che salteremo a pie’ pari per tornare alla nostra – o almeno alla mia – amatissima fase della normalità.

C’è solo una cosa che salvo della dieta Dukan ed è la colazione, che mi ha consentito di sperimentare degli pseudo pancake che, entrati a far parte del mio ricettario in un contesto così sgradevole, di sicuro vi rimarranno, ingentiliti da un cucchiaio di marmellata fatta in casa o da un po’ di miele biologico comprato in montagna.

PANCAKE INTEGRALI DI CRUSCHELLO D’AVENA
(per una colazione senza sensi di colpa)
per 1 pancake

35 g di albume (cioè l’albume di un uovo, ma esistono comodissimi brik di solo albume in vendita al supermercato)
2 cucchiai di yogurt di soia
1 cucchiaio e 1/2 di cruschello d’avena
8 gocce di dolcificante liquido (tipo TIC o DULCERIL)
essenza di vaniglia qb

Si monta appena l’albume con una frusta, vi si aggiungono lo yogurt, il dolcificante e la vaniglia continuando a mescolare, quindi si unisce al tutto il cruschello d’avena. Si fa scaldare una padella antiaderente senza però farla diventare bollente e vi si versa la pappetta ottenuta. Quando la superficie si ricopre di piccole bolle (in genere ci vogliono 2 o 3 minuti) si volta lo pseudo pancake con la paletta e lo si lascia cuocere ancora per un minuto. 

Potrei finire qui, ma siccome credo di meritare – e che meritiate anche voi – un premio di consolazione, vi suggerisco un’altra ricetta decisamente meno punitiva.

MUFFIN AL CIOCCOLATO
per 8 muffin
50 g di burro
100 g di cioccolato fondente
50 g di gocce di cioccolato
200 g di farina
100 g di zucchero
1 uovo intero
250 ml di latte intero
1/2 cucchiaino di essenza di vaniglia
1/2 bustina di lievito in polvere
granella di nocciole qb
un pizzico di sale
Come prima cosa accendere il forno a 180° (guarda caso!) e mettere intanto a sciogliere a bagnomaria i 100 gr. di cioccolato con il burro. Quando tutto sarà fluido e ben amalgamato, levare la casseruola dal fuoco e lasciare intiepidire. Aggiungere quindi al composto ottenuto, lo zucchero, l’uovo leggermente sbattuto con il pizzico di sale, il latte e la vaniglia. Incorporare poi lentamente la farina setacciata con il lievito e mescolate dal basso verso l’alto il minimo necessario a miscelare tutti gli ingredienti. Aggiungere a questo punto le gocce di cioccolato e dare un’ultima, veloce mescolata prima di trasferire l’impasto in una teglia da muffin imburrata e infarinata o, più semplicemente, rivestita con dei pirottini di carta (abbiate cura di riempire i pirottini fino a 3/4 della capienza totale). Spolverare ogni muffin con la granella di nocciole e infornare per 25 o 30 minuti. Sfornate e lasciate intiepidire, quindi deliziatevi dimenticando la dieta.

 Io non vedo l’ora.
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