Origini

Se è vero che sono necessarie sette generazioni per fare una schizofrenica, sono certa che ne servano altrettante per fare una cuoca. Nel mio caso, ahimè, ci fermiamo alla quinta generazione e non c’è modo di barare perché nella mia famiglia si sa precisamente chi fu la prima ad allacciarsi un grembiale in vita e mettersi ai fornelli: la nonna Elena, la mia trisavola.

La nonna Elena era la figlia di Salvatore Fusco – il gentiluomo con i favoriti che vedete nel ritratto – principe del foro che fu prima sindaco di Napoli e poi senatore della Repubblica. Abitava con la famiglia in via Filangieri, a Palazzo Fusco, per l’appunto, ed era una delle ragazze da marito più corteggiate di Napoli.

La nonna Elena era una ragazza bella e simpatica, ma aveva un difetto che mandava il padre su tutte le furie: ai salotti della Napoli bene preferiva di gran lunga le cucine. A quell’epoca – badate, stiamo parlando degli anni intorno al 1880 – in cucina ci stavano cuoche e sguattere, non certo le signorine altolocate, ma la nonna Elena era testarda e mantenne le posizioni.

La passione delle donne della mia famiglia per le cucinelle nasce da lì, dalla caparbietà della nonna Elena. Nella storia familiare rimangono leggendarie le sue gelatine di frutta, le sue palle di tagliolini, la galantina e il sartù di riso, che la nonna Elena imbottiva con la genovese.

Lo stampo del sartù – insieme al mortaio di marmo e alla pesciera, che nella sua carriera di caccavella non vide mai pesce ma sempre e soltanto galantine – è stato tramandato di madre in figlia fino a giungere a me, accompagnato da relativa ricetta e dosi collaudate ad hoc, e io ve ne faccio omaggio perché, ve lo assicuro, questo sartù è un’opera d’arte e in quanto tale va condiviso.

Rimboccatevi le maniche, ché l’impresa è impegnativa.

Sartù di riso ripieno di genovese – dosi per 8 ingordi
Per la genovese
500 g di polpa di colardella
100 g di pancetta tesa
1 mazzetto per il soffritto (sedano e carota)
1,5 kg di cipolle bionde
100 ml olio
50 gr burro
Sale, pepe
1 bicchiere di Marsala secco

Per le polpettine

La carne della genovese
1 uovo
1 pugno di mollica di pane bagnata e strizzata
1 pugno di parmigiano
Olio di arachidi

Per il riso
750 g riso Arborio
4 uova intere
100 g burro
100 g parmigiano

Per il ripieno

250 g fiordilatte tagliato a cubetti (compratelo il giorno prima e tenetelo in frigo)
250 g pisellini lessati

Per lo stampo

burro
pangrattato

Il mio stampo, quello ereditato dalla nonna Elena, è uno stampo scanalato per budino di queste dimensioni: diametro inferiore 18 cm, diametro superiore 26 cm, altezza 8 cm.
Cominciamo dalla genovese. 
Munitevi di una candela, anzi di un paio, sistematele accese sul piano da lavoro come fosse un altare, e procedete tagliando le cipolle prima a metà e poi a fettine. Non sarà un lavoro divertente, ma almeno non piangerete. Tritate poi il sedano (quello bello verde del mazzetto), la carota e la pancetta. Sistemate la carne sul fondo di una pentola capiente (meglio sarebbe una pentola di coccio, ma non sottilizziamo), aggiungere, l’olio e il burro (meglio sarebbe usare lo strutto, ma non sottilizziamo), la pancetta, la cipolla, gli odori. Salate e fate cuocere a fiamma allegrotta, fin quando le cipolle non si saranno ridotte a un quarto (devono diventare una crema, ci vorranno almeno un paio d’ore). 


A questo punto armatevi di pazienza e cominciate a tirare il sugo aggiungendo a poco a poco il Marsala e aspettando che sia evaporato prima di aggiungerne altro. La genovese tenderà ad attaccarsi sul fondo, e il vostro compito sarà “scozzicarla” con un cucchiaio di legno prima che si bruci. Quando il Marsala sarà finito e le cipolle si saranno ridotte a una crema di un marrone intenso, la genovese sarà pronta, anche se il vostro lavoro non sarà ancora giunto a termine. Prendete un caro vecchio passaverdure e passate la genovese. In questo caso è bene sottilizzare e usare proprio un passaverdure, perché se è vero che il minipimer renderebbe l’operazione semplice e rapida, è altrettanto vero che farebbe inglobare alla genovese molta aria, rovinandone il colore e, secondo me, anche il sapore.

Ora che la genovese è pronta si può passare alla preparazione delle polpettine, operazione un po’ noiosa che, nella mia famiglia, vedeva le donne di casa sedute attorno al tavolo a chiacchierare mentre la portavano a termine, per rendere il compito un po’ più gradevole. Per fare le polpettine dovete innanzitutto passare la polpa di colardella al tritacarne per un paio di volte, oppure al mixer a intermittenza per una quarantina di secondi. Dopodiché basta procedere mescolando tutti gli altri ingredienti come si fa per le normali polpette. 

La vera difficoltà, se difficoltà si può chiamare, è formare le polpettine della stessa dimensione (io porziono l’impasto usando uno scavino) e fare in modo che l’impasto non si attacchi alle mani. Per evitarlo, aiuta molto inumidirsele di tanto in tanto con dell’acqua fredda. Friggete le polpettine in olio di arachidi fin quando saranno ben dorate. Tenete conto che, essendo già scurette in partenza, dovranno diventare di un marrone intenso. Mettetele poi da parte in un nascondiglio sicuro, è provato che tendono a sparire.

Cuocete il riso in 2,25 l di acqua salata precedentemente portata a bollore. Quando l’acqua si sarà asciugata e il riso sarà ben cotto, mantecatelo con il burro e il parmigiano. Aggiungete poi le quattro uova sbattute, mescolate bene e rovesciate il riso su un piano di marmo (non sottilizziamo, va bene anche un’altra superficie rivestita di carta argentata). Stendete il riso in uno strato uniforme di circa 1 cm di spessore, e aspettate che sia ben freddo.
Nel frattempo riscaldate la genovese lasciandovi sobbollire le polpettine e i piselli, di modo che si insaporiscano, e poi spegnete il fuoco e lasciate intiepidire.


Imburrate lo stampo con cura, poi mettetelo dieci minuti nel freezer e ripetete l’operazione, per poi rivestirlo di pangrattato. A questo punto bisogna cominciare a tappezzare lo stampo con il riso. Prendetene delle piccole porzioni fra le mani, cercando di mantenerne lo spessore, e sistematele dapprima sul fondo, poi sui bordi dello stampo, stando attenti a farlo aderire bene. 

Quando avrete concluso l’operazione, versate l’imbottitura – alla quale avrete aggiunto il fiordilatte – nel piccolo cratere che si è venuto a formare, e ricoprite il tutto con il riso avanzato, procedendo come avete fatto in precedenza, ma facendo attenzione che i bordi siano ben saldati. Spolverate la superficie del sartù con il pangrattato, e sistematevi qualche fiocchetto di burro, quindi cuocete in forno preriscaldato a 180° per 45 minuti. 


Quando il sartù sarà cotto, passate un coltello lungo i bordi della teglia per assicurarvi che il riso si stacchi bene, poi abbiate la pazienza di aspettare un quarto d’ora, in modo che il tutto si assesti per bene, e sformate, magari dando qualche colpetto decisosul fondo della teglia. Ultima raccomandazione, pazientate. Il sartù dà il meglio di sé quando è caldo, ma non bollente.

Storie di ordinaria anarchia

In una delle mie molte vite sono stata una ceramista. E a noi cosa importa, starete pensando. E ancora di più, penserete, cosa c’entra questo incipit al sapor di caolino con la foto di una decorazione natalizia? Datemi il tempo e ci arriviamo.
In una delle mie molte vite sono stata una ceramista, dicevo. Avevo cominciato per gioco, trascinata da un’amica, e in men che non si dica ero stata travolta da un universo che aveva a che fare molto più col cibo che con la ceramica. Bisognava impastare il caolino come se fosse una pizza, prenderlo a matterellate per eliminare le bolle d’aria come se fosse l’impasto degli scauratielli cilentani della mia infanzia, stenderlo col matterello come se fosse la frolla per una crostata. Se poi si passava a modellare la creta per decorare un vaso, i soggetti più frequenti erano succulenti limoni della costiera, voluttuosi tralci d’uva con tanto di pampini e viticci, in qualche caso perfino cipolle e carciofi.
Le lezioni del mercoledì pomeriggio erano popolate da signore di ogni età. C’eravamo io, Carla, Alba e Sabrina, tutte ancora alle prese con gli studi universitari, ma c’erano anche signore ben più grandi di noi, forse dell’età delle nostre mamme, che trasformavano quei pomeriggi in una sorta di riunione di un club. Si raccontavano a vicenda delle loro famiglie, delle figlie in procinto di sposarsi, degli abbonamenti a teatro e delle partite a Burraco, il tutto continuando a plasmare frutta e ortaggi con la maestria acquisita grazie ad anni e anni di pratica.
Quando frequentavo il laboratorio già da un po’, s’iscrisse ai corsi una nuova allieva, la signora F.
Era una bella donna sulla cinquantina, elegante e riservata. Bastarono poche lezioni per capire che della ceramica non le importasse granché. Modellava senza entusiasmo, senza curiosità. Non le interessava neanche svincolarsi dall’universo vegetale proposto dalla scuola, come da tempo avevamo fatto noi mettendo in atto una piccola ribellione. Ci vollero un paio di mesi perché venisse emessa la sentenza definitiva: la signora F non sarebbe mai diventata una brava ceramista. 
Naturalmente la nostra maestra non poteva tollerare una cosa del genere. Non avrebbe sopportato che qualcuno associasse la sua scuola agli orrendi manufatti della signora F. Così le affiancò un paio di insegnanti di supporto che la seguivano con pazienza (facendole però perdere la sua) e le mostravano come procedere ripetendole il leit motiv delle nostre lezioni: lavorare la ceramica è come cucinare.
Evidentemente la signora F che, lo capimmo dopo, veniva a ceramica solo per sottrarsi almeno una volta alla settimana ai pomeriggi con l’odiata suocera, a un certo punto non ne poté più. Per dimostrare che, lungi dall’essere imperizia, il suo era disinteresse bello e buono, cominciò a presentarsi a lezione con dei doni culinari. 
Che fossero dolci o rustiche, le creazioni gastronomiche della signora F erano sempre sorprendenti, bellissime da vedersi e dal sapore celestiale. In breve comparvero taccuini, foglietti per gli appunti, tovagliolini di carta e, ogni mercoledì pomeriggio, una buona mezz’ora veniva dedicata alla trascrizione delle mirabolanti ricette della signora F.
Erano ricette particolari – anarchiche, secondo la maestra di ceramica che mal tollerava il vedersi spodestata – che prevedevano sempre qualcosa di insolito: la caprese fatta con due impasti separati che andavano miscelati solo alla fine, il pan canasta cotto in una buatta di pelati da 5 kg, gli struffoli soffiati, talmente buoni che le chiedevamo di prepararli anche in piena estate.
Da allora sono passati più di vent’anni e sono cambiate tante cose, talmente tante che fa perfino impressione elencarle tutte, ma c’è una cosa che è rimasta la stessa e che ogni anno, di questi tempi, mi riporta a quei pomeriggi alla soffitta: gli struffoli anarchici della signora F, che a casa mia non smettiamo di benedire.
Struffoli (anarchici)
farina 00 500 g
zucchero 50 g
burro morbido 25 g
uova 5
brandy 2 cucchiai
la scorza grattugiata di 1 arancia e 1 limone
sale 1 pizzico
olio di arachidi per la frittura
miele millefiori 300 g
zucchero 100 g
acqua 1 mestolino
canditi misti 200 g
arancia 1
limone 1
diavolilli
Questa ricetta ha due trucchi fondamentali, uno riguarda la preparazione, la ricetta è quella infallibile di Lejla Mancusi Sorrentino, e uno la fattura.
Cominciate con il disporre la farina a fontana e aggiungete lo zucchero, la buccia grattugiata del limone e dell’arancia, il pizzico di sale, il burro morbido e – e qui c’è il primo trucco – i tuorli delle uova sbattuti e mescolati con i bianchi montati a neve. 
Mescolate tutto dapprima con una forchetta poi, quando l’impasto diventerà abbastanza compatto da poter essere maneggiato, lavoratelo a mano ripiegandolo più volte su se stesso e ruotandolo di 90° fra una piega e l’altra. Lavorate a lungo in modo da ottenere un impasto liscio ed elastico che lascerete poi riposare, coperto, per una trentina di minuti. 
E passiamo al secondo trucco. 
Chiunque vi dirà che per fare gli struffoli bisogna formare dei cilindretti d’impasto da cui ricavare delle palline, ma la signora F, che degli struffoli era la regina, stendeva invece la pasta come per fare delle lasagne (in fondo, l’impasto è molto simile a quello della pasta all’uovo), ne ricavava poi delle pappardelle e infine dei quadrotti un po’ più grandi di quelli che siamo abituati a mangiare in brodo quando fa davvero freddo. 
Se avete una macchina per la pasta, tipo la Marcato o la Imperia, l’operazione vi risulterà ancora più semplice. Non dovrete far altro che tagliare delle fette d’impasto di un centimetro di spessore, passarle per tre volte nella macchina mettendo la ghiera su 1, poi una volta con la ghiera sul 2 e una volta con la ghiera sul 4. Otterrete così in pochissimo tempo una sfoglia sottile e uniforme che poi non dovrete far altro che tagliare come spiegato in precedenza. 
A questo punto passate alla frittura. Mettete a scaldare l’olio e di tanto in tanto immergetevi uno stecchino in legno. L’olio sarà a temperatura quando dallo stecchino usciranno delle piccole bolle. 
Mettete i quadretti di pasta in un colino di acciaio e lasciateli scivolare lentamente nell’olio. Vedrete che in un attimo si gonfieranno diventando tondeggianti. Cuoceteli finché non saranno dorati quindi metteteli ad asciugare su della carta paglia stando attenti a non sovrapporli. 
Passiamo adesso alla preparazione della copertura dolce. 
Mettete a scaldare in una pentola con il fondo in acciaio il miele, lo zucchero, l’acqua, i canditi a pezzetti e le scorze degli agrumi a filetti (avete comprato lo zester?). Quando il liquido comincia a spumeggiare, spegnete e versateci gli struffoli per poi mescolare a lungo, di modo che risultino tutti uniformemente ricoperti. 
Sistemate gli struffoli in un piatto da portata, date loro una forma piramidale aiutandovi, se è il caso, con le mani inumidite e decorateli con i diavolilli.
Ah, dimenticavo… buon Natale!

Le avventure della Gastronomica al volante

Se ami la buona cucina e la tua idea di vita sociale contempla l’andare a cena fuori almeno una volta alla settimana, ma hai sposato un uomo che ha con la bilancia una relazione più intensa di quanto non l’abbia con te, hai solo due alternative possibili: o ti rassegni a struggerti di desiderio leggendo le recensioni dei ristoranti in cui vorresti andare, oppure ti trovi un compagno di scappatelle culinarie da consumarsi rigorosamente lontano dagli occhi, e soprattutto dal girovita, del consorte.

Inutile dire che ho optato per la seconda, anche se, devo ammetterlo, ho commesso un grave errore tattico e ho scelto il mio compagno di banchetto in quel di Torino, più o meno a novecento chilometri di distanza da casa mia. Che devo farci, in questi casi è questione di affinità elettive, e il sodalizio con Erre dura ormai da vent’anni, vale a dire da quando ero una giovane emigrante nostalgica della genovese e del ragù di mammà, e lui mi consolava portandomi in giro per ristoranti a scoprire le gioie della cucina piemontese.

Adesso fra noi funziona più o meno così: una volta ogni paio di mesi ricevo da Erre una telefonata con la quale mi comunica che sarà a Napoli il giorno dopo (mai che si annunci con un po’ più di anticipo) e mi chiede con trepidazione dove lo porterò a cena.

L’ultima volta Erre mi ha chiamato nella tarda mattinata del primo maggio, quando già era salito sul treno per Napoli.
– Arrivo in serata. Dove mi porti?
– Erre, ma è il primo maggio… fra ristoranti chiusi e quelli già tutti pieni sarà complicato trovare un posto. Almeno fammici pensare un momento!
Così medito a lungo perché, anche se Erre non lo sa, gli sfizi prima di farli togliere a lui devo togliermeli io, e alla fine telefono a Pietro Parisi, chef e patron di Era ora, ristorante in quel di Palma Campania.

Io e Pietro ci siamo conosciuti un paio d’anni fa, sul web. È da allora che propongo al consorte di andare a cena nel suo ristorante, ma lui si rifiuta categoricamente. Non ci pensa proprio a farsi un’ora di auto all’andata e una al ritorno solo per andare a mangiare! (Però quando va a lavorare in provincia succede che spesso sulla via del ritorno si perda e, guarda caso, vada a finire proprio a Palma Campania e mi faccia delle telefonate importune nelle quali mi chiede con una vocina dispettosa “indovina dove sono?”)

Così mi accordo con Pietro e prenoto un tavolo per le nove, contando sul fatto che Erre arriverà a Napoli alle sette. Poi però succede che Erre perda la coincidenza e accumuli un’ora di ritardo, che la mia auto decida di morire dopo aver fatto venti metri, che l’auto di mio padre, presa in prestito in extremis, abbia il navigatore rotto, che improvvisamente tutti i napoletani abbiano deciso di dover mettersi in auto e, guarda caso, fare proprio lo stesso percorso che devo fare io per arrivare all’albergo di Erre. Così, ancora prima di incontrarci e lasciare Napoli, io e Erre abbiamo la consapevolezza che, ahimé, non saremo da Pietro prima delle dieci.

Recupero Erre al volo e, senza neanche perdere tempo a salutarlo, gli schiaffo in mano il mio iPhone dicendogli che non ho idea di dove andare e imponendogli di fare da navigatore, sfruttando l’app del mio cellulare. Ma purtroppo Erre non è un nativo digitale e quindi non sa neanche da dove cominciare, come mi ripete più volte credendo di suscitare la mia comprensione e ottenendo invece di rendermi sempre più insofferente.

Insomma, finisce che neanche abbiamo imboccato l’autostrada e già ci siamo persi. Fra me che da brava miope/presbite/astigmatica/fotofobica leggevo un cartello stradale sì e tre no, Erre che continuava a maneggiare il mio telefono come fosse un ordigno nucleare, il buio e le chiacchiere, dopo un po’ scopriamo non solo di essere diretti a Bari, ma di esserci anche quasi arrivati.

Dopo tre telefonate a Pietro per spostare la prenotazione (“non vi preoccupate, quando arrivate arrivate”, ha risposto l’ultima volta), una conversione a U che neanche San Paolo sulla strada di Damasco, un momento di sconforto nella solitudine dell’aperta campagna, la richiesta di informazioni a due distinte signorine semi ignude che quando hanno capito che non eravamo interessati a del simpatico sesso di gruppo a pagamento ci hanno mandati a quel paese, non so neanche io come, siamo arrivati al ristorante.

E finalmente ci siamo rilassati.

Andare a cena da Pietro Parisi è come entrare in una macchina del tempo in cui presente e passato, nuove scoperte e vecchi ricordi, esistono contemporaneamente. Questo accade perché la cucina di Pietro è caratterizzata da un lavoro certosino di riscoperta di ingredienti della tradizione contadina ormai dimenticati – per esempio le erbe selvatiche come il silene o la portulaca – utilizzati però con tecniche moderne.

Pietro è forse la persona più tenace e integra che io abbia mai conosciuto. È un uomo che si è dato degli obiettivi e, in modo lento ma inarrestabile, li ha raggiunti tutti, senza per questo perdere l’umiltà che è tipica di chi è davvero intelligente. Perciò, ancor più della cena – durante la quale molti piatti sono stati una piccola epifania – io ed Erre ci siamo goduti il dopo cena, con Pietro seduto al nostro tavolo che ci parlava di sé, della sua famiglia – a partire dalla nonna Nannina, maestra di cucina e di vita, per finire alla nipotina Carmen e alla figlia Antonia, che non ha ancora compiuto un anno – della sua formazione in giro per il mondo e della scelta di tornare poi a casa, aprendo un ristorante in un territorio difficile, ma che Pietro ama ed è determinato a valorizzare.

Così, fra un bicchiere di vino e l’altro, Pietro ci ha raccontato della pizza a lievito fujuto, impastata usando il siero della mozzarella, dei seccamienti, un antico metodo di conservazione delle verdure estive che usa regolarmente, e dei VOLTI, vale a dire i piccoli coltivatori e allevatori locali da cui Pietro si rifornisce e le cui facce belle e antiche sono immortalate sul menu/magazine di Era Ora.

Salutiamo Pietro che ormai l’una di notte è passata già da un po’, e ci mettiamo in macchina con quell’allegria indolente che segue le esperienze felici. Addirittura azzardiamo una canzone di Mina, visto che lo stereo dell’auto di mio padre si è acceso autonomamente e non riusciamo a spegnerlo. Stavolta Erre ha preso confidenza con l’iPhone e quindi procediamo sicuri verso la meta, fin quando non vediamo all’orizzonte una pattuglia dei carabinieri.

– Adesso ci fermano, boia faus!
– Erre, non secciare!
– Ci fermano e ci fanno l’etilometro!
– Erre, smettila!
– E ci ritirano la patente, e ci sequestrano anche l’auto!
– Erre, ti ricordo che sei un semplice passeggero. Rilassati!

Naturalmente ci fermano, in virtù di quella regola non scritta per cui se devi fermare un tot di auto durante un turno di notte nell’hinterland napoletano, meglio che il conducente e il passeggero abbiano l’aria paciosa e affidabile.

Erre suda freddo, convinto com’è che solo una manciata di minuti ci separi dall’inevitabile arresto, e rischia la sincope quando il carabiniere, oltre ai miei documenti, richiede anche i suoi. Il controllo che segue è talmente lungo, e la situazione talmente ridicola, che a me viene la ridarella. Erre mi sibila di smetterla. Si accorgeranno che sono ubriaca e mi faranno l’etilometro! Inutile ripetergli che dei due l’unico brillo è lui, né che quello dei carabinieri è un controllo di routine, Erre si rilassa soltanto quando il carabiniere ci restituisce i documenti e ci dice che possiamo andare, non prima però di averlo redarguito. Lui che è un giornalista torinese non scriva male dei carabinieri napoletani!

Erre promette solennemente, e così ci rimettiamo finalmente in viaggio, ma quando al primo bivio gli chiedo indicazioni, mi confessa timidamente che durante la nostra sosta forzata ha dimenticato di spegnere il navigatore dell’iPhone, che ora è irrimediabilmente scarico.

Propongo di tornare indietro e chiedere indicazioni ai carabinieri, ma Erre comincia a tremare alla sola idea e mi chiede invece di fidarmi del suo proverbiale senso dell’orientamento. È sicuro che riuscirà a trovare la strada di casa! Ora, ricordo perfettamente che una volta io ed Erre ci siamo perduti nel centro di Torino, sua città natale, ma decido di dargli fiducia e faccio bene perché, grazie a lui, nelle successive due ore di pellegrinaggi alla cieca, scopro zone della provincia, ma anche di Napoli, che mai avrei sospettato esistessero e che mai saprei ritrovare.

Arriviamo al suo albergo, dopo un rocambolesco senso vietato, che ormai è l’alba. Lui ripartirà dopo poche ore, giusto il tempo di farsi una doccia, vedere una mostra, e poi sarà di nuovo sul treno. Mi saluta con un paio di quei baci pudici dei torinesi, e poi mi fa un’ultima domanda:

– La prossima volta mi porti a cena da Annamaria Varriale?

No caro Erre, non ti ci porto. Da Annamaria Varriale non ci andremo fin quando non avrai capito che quella che tu credi si chiami Annamaria Varriale è in realtà Marianna Vitale.

E comunque, non prima che io abbia comprato una vecchia, cara, affidabile cartina stradale.

La prossima volta meglio andare sul sicuro.

La parmigiana di melanzane nel boccacciello di Pietro Parisi
per 1 persona 
1 barattolo con la guarnizione da 500 ml
3 melanzane lunghe
70 g di fiordilatte tagliato a listarelle molto sottili
150 g di salsa di pomodori San Marzano
parmigiano grattugiato
basilico 
Quando ancora non ci conoscevamo, Pietro un giorno venne alla RAI e mi lasciò in portineria due di questi boccaccielli. Tornare a casa, ravvivarli (poi vi spiego come), aprirli e aspirarne a pieni polmoni il profumo, fu un’esperienza mistica. Assaggiarne il contenuto, paradisiaco. 
Preparare questa meraviglia cremosa e avvolgente è molto più semplice di quanto si possa immaginare. Per prima cosa si mette a cuocere la salsa usando dei normalissimi pelati San Marzano, un filo d’olio, uno spicchio d’aglio, basilico, sale e pepe. Quando la salsa è pronta, bisogna passarla, quindi pesarne 150 g e tenerla da parte. Intanto si tagliano le melanzane in fette che abbiano 3 mm di spessore e una lunghezza tale da poter essere agevolmente infilate nel barattolo. Le melanzane andranno cotte al vapore per 5 minuti, giusto il tempo di ammorbidirle e fare in modo che perdano un po’ di amaro. A questo punto si prende il vasetto precedentemente sterilizzato (vi basta lavarlo bene, asciugarlo e poi infilarlo nel forno freddo che porterete a 130° e nel quale lo lascerete per venti minuti dal raggiungimento della temperatura), e si comincia a riempirlo partendo da un cucchiaio di salsa di pomodoro a cui seguiranno un po’ di fiordilatte, un po’ di basilico, un po’ di parmigiano e le melanzane. Si comprime bene il tutto (le melanzane in cottura perdono molto volume, se non le pressate rischiate di ritrovarvi con un boccacciello pieno solo a metà) e si ricomincia. Una volta arrivati alla sommità del barattolo, si finisce con salsa, fiordilatte, basilico e parmigiano. Si chiude il boccacciello e si procede quindi alla cottura, che può avvenire in tre modi: in forno a vapore a 85° per tre ore; in forno statico, in una placca colma d’acqua, a 85° per tre ore; sul fuoco, immerso in una pentola d’acqua che sobbolle appena, per 2 ore.
Trascorso questo tempo, il boccacciello può essere consumato subito, oppure lasciato raffreddare e conservato in frigo fino a 50 giorni (insomma, li preparate all’inizio di settembre e li mangiate a fine ottobre, quando di melanzane buone davvero non ce n’è più traccia). Se avete optato per la seconda possibilità e volete gustare un boccacciello comme il faut, vi basta tirarlo fuori dal frigo, aspettare che torni a temperatura ambiente, quindi immergerlo per venti minuti, a fuoco spento, in una pentola d’acqua che abbia appena raggiunto il bollore e che coprirete con un coperchio.
Qui in casa Gastronomica siamo diventati addicted.
Scommetto lo diventerete anche voi.

Il vangelo secondo la Titta

La storia familiare narra che una delle grandi tragedie della vita della Titta avvenne una domenica mattina del 1934, quando Clara – la cuoca – si tolse il grembiule, lo piazzò fra le mani riluttanti della mia bisnonna, e si licenziò, abbandonando sul fornello il ragù ancora in cottura.
Sempre secondo i racconti, la Titta si prese la testa fra le mani con un gesto che anch’io le ho visto fare tante volte, e cominciò a disperarsi ripetendo affranta “E adesso come si fa? E adesso chi lo capisce quand’è che il ragù è cotto? E adesso chi lo sa quanta pasta si deve menare?”.
Bisogna capirla, povera donna. La mamma della Titta, la nonna Elena, si era appassionata alla gastronomia in un’epoca in cui per una signorina bene entrare in cucina era considerato un sacrilegio e, vincendo le resistenze paterne, era diventata una cuoca eccezionale e intransigente. Competere con un tale modello di perfezione era impossibile per la Titta, che perciò aveva preferito disinteressarsi alla cucina e trincerarsi dietro un serafico “io per i fornelli non sono portata”.
Quella domenica mattina però, fra lacrime e momenti di angoscia, con il ragù che borbottava ostile nella pentola e sembrava pronto a emulare il Vesuvio – che all’epoca fumava ancora -, decise che era giunto il momento che le cose cambiassero. Così il giorno dopo si vestì e uscì di buonora per poi tornare a casa trionfante, con quella che considerava la soluzione definitiva a tutti i suoi problemi.
La Titta affrontò la lettura del Talismano con piglio caparbio, sembrava quasi che avesse finalmente lanciato il guanto di sfida a caccavelle, mestoli e tielle, e in pochi mesi Ada Boni divenne la sua migliore amica. All’inizio timidamente, poi con fare sempre più sicuro, la Titta cominciò a sperimentare le ricette del libro e in pochi anni divenne una cuoca forse meno creativa, ma sicuramente degna di competere con la madre.
Quando nacqui io, 35 anni dopo, l’epoca dei maldestri tentavi culinari della Titta era ormai morta e sepolta. A differenza di sua madre – che era stata gelosa delle proprie ricette e parca di consigli – la Titta aveva spalancato le porte della sua cucina a figlia, nuora e nipoti, inaugurando la tradizione delle grandi corvée familiari fra i fornelli, che si ripetevano in modo puntuale in occasione di ogni festività.
Anche dopo decenni però, se aveva un dubbio, se non ricordava bene un tempo di cottura o quanto burro ci volesse in una ricetta, filava dritta alla libreria per consultare “i sacri testi” perché, com’era solita ripetere, “quello che dice Ada Boni è vangelo!”. 
Nei 79 anni che sono trascorsi da quel remoto 1934, il Vangelo della Titta è passato di mano in mano, tramandato di generazione in generazione. Ha abitato la cucina di mia nonna, quella di mia madre, e alla fine è approdato alla mia, alla quale è giunto, meschinello, in queste condizioni.
Fortunatamente non sono una donna che si perde d’animo e, convinta da sempre che con un po’ di buonsenso e un po’ di buonavolontà si possa fare qualsiasi cosa, ho studiato in rete come fare a rilegarlo. 
Complici un ferro da stiro (le pagine rattrappite in qualche modo devono pur essere spianate, no?), le morse da falegname del consorte, un pezzo di tela da scenografia con la quale avevo fatto delle vecchie tende, una stoffa deliziosa comprata a Singapore e tanta tanta colla vinilica, il Talismano è diventato prima così…

poi così…

così…
e infine così.
Credo che la Titta sarebbe fiera di me.
Non appena il Talismano è stato nuovamente sfogliabile, mi sono messa alla ricerca di una ricetta da preparare. Doveva essere una ricetta della memoria, una di quelle che preparava la Titta. Pensando alle cose che non mangiavo ormai da anni, mi è venuta così in mente la pizza rustica, che la Titta chiamava “la pizza della spiaggia”.
Ho cercato, consultato indice generale e indice tematico, sfogliato gran parte delle quasi ottocento pagine del libro, ma non c’è stato nulla da fare, la pizza rustica non c’è. Ce ne sono altre, è naturale, ma non c’è quella tipicamente napoletana che preparava la Titta.
Così, un po’ delusa e ormai in preda alla smania, ho chiamato mia nonna al telefono e le ho chiesto la ragione di quell’anomalia. Com’è che la Titta conosceva una ricetta che non era inclusa nel Talismano? “Perché una grande cuoca non si accontenta di un libro solo” – mi ha risposto la nonna, prima di darmi la ricetta, deliziosa, che la Titta le ha tramandato e che ancora, alla bell’età di 97 anni, conosce a memoria.
PIZZA DELLA SPIAGGIA
dosi per uno stampo da pastiera di 26 cm di diametro
per la frolla:
500 g di farina
250 g di burro
200 g di zucchero
5 tuorli d’uovo
1 bel pizzico di sale
per il ripieno:
350 g di ricotta
300 g di fiordilatte
100 g di prosciutto cotto in un’unica fetta
100 g di parmigiano grattugiato
3 uova
1 pizzico di sale
Preparate la frolla mescolando la farina con lo zucchero e il sale, disponendo il tutto a fontana, mettendo al centro i tuorli e il burro a pezzetti, e lavorando gli ingredienti velocemente, con la punta delle dita, fin quando non si amalgameranno bene e non formeranno una massa compatta. Oppure, dato che sono passati 79 anni dai tempi in cui la Titta imparò a cucinare, schiaffate tutto nel mixer e lavorate a bassa velocità gli ingredienti fin quando non formeranno una bella palla.
Avvolgete l’impasto nella pellicola e mettetelo in frigo per mezz’ora. Nel frattempo tagliate a dadini il prosciutto e il fiordilatte (meglio se comprato il giorno prima e tenuto in frigo), quindi mettete la ricotta in una terrina, lavoratela con una spatola per renderla setosa e aggiungete le uova una alla volta, unendo la successiva quando la precedente sarà ben amalgamata. Aggiungete il sale, il parmigiano, i dadini di prosciutto e quelli di fiordilatte, e mescolate il tutto fin quando non avrete ottenuto una miscela omogenea.
Prendeta la frolla dal frigo, tagliatela in due pezzi in modo da ottenerne uno un po’ più grande dell’altro, e stendete la quantita maggiore, con la quale rivestirete il fondo della teglia (non c’è bisogno di imburrarla). Disponete all’interno il ripieno, livellatelo bene, stendete il resto della frolla e quindi ricoprite la pizza sigillando bene i bordi.
Cuocete per un’ora in forno già riscaldato a 180°, lasciate intiepidire, sformate la pizza, fatela raffreddare bene, una volta fredda, sistematela in frigorifero per almeno un paio d’ore. È questo il vero segreto.
Oggi c’è un gran bel sole.
Io quasi quasi vado a mare a farmi un ultimo bagno.
In fondo questa è o non è la pizza della spiaggia?

Essa, Iddu e ‘o malamente

Nel luglio del 2009 giunsi alla consapevolezza che, ahimé, per quanto ci si impegnasse, il consorte non avrebbe mai davvero amato la montagna. Ogni volta che io pregustavo con sguardo sognante i giorni che avremmo trascorso a Roccaraso, il suo sguardo diventava un po’ più triste, le labbra si piegavano impercettibilmente in una smorfia amara, mentre con tono appena sarcastico commentava che anche lui non vedeva l’ora. Insomma, la situazione era più grave di quanto avessi pensato e compresi che per evitare una temibile depressione consortile bisognava correre ai ripari e cedere – almeno una volta – al suo desiderio di mare, mare e ancora mare.
Così, in modo anche abbastanza naturale, la scelta della destinazione cadde su Stromboli, isola assiduamente frequentata da tanti dei nostri amici e dove anch’io, una ventina di anni prima, mi ero distinta per alcune simpatiche performance, che molti ancora ricordano (tipo catapultarmi sulla terraferma ancor prima che la nave attraccasse al piccolo molo, spiccando un salto in lungo in stile Fiona May che nessuno – e tantomeno io – mi avrebbe ritenuta in grado di effettuare, perché ero talmente estenuata dalla mareggiata notturna da non resistere un secondo di più sul traghetto senza dare di stomaco).
A meno che non ci si metta in auto e non si punti dritto a Roccaraso, dove la magione è già equipaggiata di tutto il necessario, in casa Gastronomica organizzare una partenza non è mai cosa semplice. C’è da preparare la mia valigia, quella del consorte, quella dei cani – che comprende ciotole, asciugamani, medicine, crocchette, umido e giochi – e quella della biancheria. Poi ci sono la borsa della tecnologia, quella dei libri, quella delle vettovaglie. Insomma, da noi non si parte, si emigra.
Fu così anche quella fatidica estate del 2009, in cui ci ritrovammo sulla nave diretta alle Eolie con tre cani, quattro valigie, una cesta da picnic, la mia migliore amica al seguito (con relativa valigia), una cabina di seconda classe senza bagno e un posto ponte.
Anche solo issare a bordo il nostro piccolo zoo e tutti gli orpelli che ci trascinavamo dietro fu una fatica immane, ma quando finalmente il consorte e Carla riuscirono a infilare tutti i bagagli in cabina – mentre io aspettavo con i cani sul ponte, in una sospetta versione punkabbestia di me stessa -, cominciammo finalmente a rilassarci.
Sistemati sull’ultimo ponte della nave, il più ventilato (e, ahimé, anche il più umido, come scoprii più tardi), consumammo la cena di compleanno del consorte – da me preparata in precedenza e sistemata in un’elegantissima cesta di vimini – che innaffiammo con una bottiglia di champagne gelato destando lo stupore di chiunque ci osservasse, per l’evidente contrasto fra il nostro aspetto un po’ lercio e stazzonato, e la chiccheria della cena a base di finger food di deliziosa fattura. “Stanno pensando che questa cena l’hai rubata”, sentenziò il consorte spostandosi all’altra estremità della panca, lontano da me, per evitare di essere accusato di complicità nel misfatto.
Due ore dopo eravamo pronti per andare a dormire. E cominciarono le discussioni per chi dovesse sistemarsi in cabina e chi dovesse rimanere sul ponte, con i cani.
Ora, credo che tante fra voi, gentili signore, condivideranno il mio pensiero: molto meglio dormire scomodi, o non dormire affatto, badare ai cani e prendere l’umido, che doversi sorbire per tutta la vacanza le lamentele del consorte che in un impeto di galanteria si era offerto di restare all’addiaccio, ma avrebbe di sicuro poi accusato raffreddori, nevriti, dolori reumatici e forse anche il gomito del tennista e il ginocchio della lavandaia.
Così, affidati a lui tutti i mei beni e ottenuti in cambio un materassino e una coperta presa in prestito dalla cabina, lo spedii a dormire con Carla e mi sistemai sul ponte, circondata dai cani, a cui avevamo già somministrato un tranquillante alle erbe a scopo cautelativo, ma che tenevo comunque al guinzaglio.
Mi accingevo a raggomitolarmi sotto la coperta e sprofondare quantomeno in una sorta di dormiveglia, quando da un sacco a pelo sistemato su una panca poco distante emerse un ragazzotto sui vent’anni.
– Signora, lo sa che qui i cani non ci possono stare?
– Guardi, i cani non possono stare nelle aree all’interno, ma qui è consentito tenerli.
– Però dovrebbero avere le museruole.
– Ha ragione. Però vede, i miei cani sono anziani, sono buonissimi, sono stati sedati e li tengo anche al guinzaglio. Le assicuro che non ha nulla da temere.
– Signora, io invece temo. E se lei si addormenta, rilassa le articolazioni, i guinzagli le sfuggono di mano, i cani scappano e vengono a mordermi?
– La vedo difficile dato che ho infilato i guinzagli intorno al polso. E comunque ho il sonno leggerissimo, mi sveglierei.
– E se invece non dovesse svegliarsi? Lei deve andasene da qui, si cerchi un altro posto.
– Io non mi cerco un bel niente. È lei che ha paura, si sposti lei.
Nel frattempo intorno a noi si era formata una piccola folla che seguiva il dibattito voltando la testa a destra e sinistra neanche stesse assistendo a una partita di tennis sul campo centrale di Wimbledon, e la cosa finì con l’attirare l’attenzione di un ufficiale di bordo, che venne a chiedere cosa stesse succedendo.
Il ragazzotto espose il caso con una dovizia di particolari degna di Se voi foste il giudice, e finì col convincere l’ufficiale a farmi sloggiare. Questi mi si rivolse con garbo, spiegandomi che effettivamente i cani non avevano la museruola e visto che il signore aveva paura… 
Io però non lo lascia finire e, infervorandomi, chiarii che le museruole c’erano, ma erano nel bagaglio che avevo affidato a mio marito, che era in una cabina di cui ignoravo il numero, in compagnia della mia migliore amica. Io invece ero lì, costretta a dormire a terra per badare ai cani – di cui una afflitta da sindrome abbandonica, uno epilettico e l’altra cieca -, troppo malridotti per essere sistemati nelle gabbie in stiva. Quello che potevo fare per rendere più sereno il giovanotto, era legarmi i guinzagli dei cani alla cinta della gonna, di modo da non correre il rischio che si allontanassero, ma di spostarmi non ne avevo alcuna intenzione, anche perché – rivelai scansando la coperta con un gesto a effetto – ero una grande obesa e, anche solo per alzarmi, avrei fatto una faticaccia che poteva rivelarsi fatale.
L’ufficiale, che aveva accompagnato ogni mia singola frase con un “ah-ah” fra lo stupito e l’indignato, mi guardò per un attimo senza parlare, poi se dette una bella scossa e si rivolse al mio vicino con fare risoluto. 
– Giovanotto, se proprio non sopporta queste tre bestiole mansuete, prenda la sua roba e vada da un’altra parte. Mi sembra che con il marito e le amiche che si ritrova, la signora abbia già sofferto abbastanza!
Dato che il buongiorno si vede dal mattino, non vi sorprenderà sapere che quella vacanza non solo si rivelò disastrosa, ma ebbe anche il deleterio effetto collaterale di provocare nel consorte un violentissimo innamoramento per Stromboli, che da allora considera suo buen retiro, tanto che – in solitudine – ci è andato nel 2010, nel 2011 e anche nel 2012.
Quest’estate però si è imposto, e mi ha costretto a seguirlo, stavolta senza cani, senza ceste da picnic, con solo un bagaglio minuscolo di facile trasporto e soprattutto dopo essersi assicurato una cabina di prima classe con bagno. 
Devo ammettere che la vacanza è andata molto meglio di quella precedente, e riconosco che Stromboli – con Iddu che ti ricorda costantemente la sua presenza con brontolii e getti di lava, con il nero delle rive che contrasta con il blu profondo del mare, con le sue bouganville multicolore, i suoi ibiscus, gli innumerevoli fichi che ombreggiano i viottoli e dai cui rami puoi cogliere senza sforzo i frutti e gustarli tiepidi mentre vai a mare – continua ad avere un grande fascino. Ma purtroppo ormai è molto diversa dall’isola della mia adolescenza, o forse sono molto diversa io.
Perciò se non ci siete mai stati e volete andarci, andateci ora. 
Andateci ora che il caldo non è più insopportabile, che le spiagge non sono affollate, che l’acqua è cristallina e senza meduse, che non è invasa dai napoletani, che non è tanto cara da farvi compromettere il conto in banca, che potrete godervi il silenzio e i tramonti con lo Strombolicchio che si tinge di rosa.
Per quanto mi riguarda, dopo essermi ustionata i piedi sulla sabbia rovente, essere stata urticata dalle meduse, aver fatto da esca a tutte le zanzare dell’isola, e aver passato la maggior parte del tempo a tergermi il sudore, ho deciso che l’anno prossimo andremo sulle Dolomiti.
Il consorte dovrà farsene una ragione.
L’ultima foto immortala le mitiche melanzane a scarponciello dell’altrettanto mitica zia Pia (che non è mia zia ma è come se lo fosse) che – vai a capire perché – hanno fatto venire al consorte la smania per le melanzane sott’olio.
– Bene, da quanti anni non me le fai?
– Perché sono un po’ scoccianti.
– Non possono essere più scoccianti della marmellata di limoni.
– Mmmmm
– E nemmeno del nocillo.
– Non ne sono convinta.
– Bene, se hai fatto la marmellata di rosa canina puoi fare pure le melanzane sott’olio!
– …
MELANZANE SOTT’OLIO
Melanzane
Aceto
Olio
Aglio
Origano
Peperoncino
Sale
Confesso di aver fatto un po’ la difficile, perché fare le melanzane sott’olio in fondo non è poi questa gran seccatura e il consorte ha ragione quando sostiene che mi sono cimentata in imprese ben più complicate. In realtà bastano qualche piccolo accorgimento e qualche trucco per cavarsela senza grande sforzo.
Naturalmente è inutile dare dosi precise ma, giusto per darvi un’idea, io con 6 chili di melanzane ho riempito due barattoli da un litro e questo barattolo piccolo, che avrà sì e no 250 ml di capacità.
Si procede così: si sbucciano le melanzane, si tagliano a fette doppie un paio di centimetri e quindi a strisce di un paio di centimetri di larghezza. Man mano che le tagliate, sistemate le melanzane in uno scolapasta, salatele e poi copritele con un piatto che contenga dei pesi, in modo che siano ben pressate.
Trascorse ventiquattr’ore, togliete i pesi, munitevi di uno schiacciapatate, infilateci le melanzane – poche per volta, c’è bisogno di dirlo? – e pressatele bene per privarle dell’acqua di vegetazione. Intanto in una pentola capiente mettete a bollire acqua e aceto bianco in ugual quantità. Quando l’acqua sarà arrivata a bollore, gettateci le melanzane (occhio, devono avere spazio perciò magari ripetete l’operazione più volte ma non comprimetele), fatele bollire per un minuto, quindi scolatele con una schiumarola e via di nuovo nello schiacciapatate per una nuova strizzatina e una nuova perdita di liquidi.
A questo punto mettete le melanzane ad asciugare ben stese su un canovaccio pulito, sterilizzate i barattoli (potete bollirli o sterilizzarli per 30 minuti in forno a 130°), quindi disponete le melanzane nei vasi facendo un primo strato di verdura, unendo peperoncino, aglio e origano secondo il vostro gusto e poi coprendo con olio, per poi ricominciare con lo strato successivo (in questo modo eviterete che si formino le bolle d’aria).
Quando avrete riempito tutto il barattolo, potrete finalmente pressare le melanzane e, nel caso avanzasse spazio, aggiungerne delle altre. Fermatevi a un paio di centimetri dalla strozzatura del barattolo, e assicuratevi che le melanzane siano coperte da un bel dito d’olio.
Procedete quindi a una seconda sterilizzazione, mettendo i barattoli in acqua fredda, avvolti in un canovaccio, portando poi ad ebollizione e tenendoli sul fuoco per 30 minuti e facendoli poi raffreddare nell’acqua.
Come avete visto il procedimento è abbastanza semplice – sempre a patto che si possegga un salvifico schiacciapatate.
La cosa ben più complicata è invece armarsi di santa pazienza e aspettare che trascorrano i canonici quindici giorni per poterle finalmente assaggiare.
Come il consorte ben sa.

Maya e poi Maya

Piccola dichiarazione d’intenti per l’anno a venire, nel caso la profezia non s’avveri
Confesso che i bilanci di fine anno e i propositi per quello nuovo mi hanno sempre messa a disagio. Nel farli ho spesso provato lo stesso misto di inadeguatezza/speranza/senso di colpa/desiderio di rivalsa che mi sopraffaceva tutte le volte che andavo a controllo dal dietologo e, spogliata perfino degli orecchini pur di non peggiorare ulteriormente la situazione, mi accingevo a salire sulla mia rivale di sempre: la pesapersone.
Non credo di essere l’unica, in questi frangenti, a guardare al passato con un occhio assai poco indulgente e ad auspicare a un futuro più virtuoso fissando una serie di obiettivi talmente rigorosi da essere irrimediabilmente destinati a fallire, in una sorta di profezia che si auto determina.
Mmm… nell’arco dell’anno prossimo voglio perdere 50 chili (4 chili al mese mi sembrano un obiettivo ragionevole, sì sì… 4 per 12 fa 48… magari con un po’ di esercizio fisico i 50 li portiamo a casa)… voglio mettere da parte un tot al mese per iscrivermi di nuovo all’università e finalmente laurearmi (in fondo soffro d’insonnia, no? Invece di smanettare come un’idiota su facebook potrei mettermi a studiare… forse sarebbe perfino rilassante… beh, speriamo non troppo… non vorrei che mi venisse il sonno!)… voglio finalmente mettere a punto un sistema per la gestione della casa che mi consenta di non dover passare tutti i santi week-end a fare le grandi pulizie (basterebbe che mi svegliassi mezz’ora prima la mattina… che ci vuole… un giorno vado di aspirapolvere, un giorno vado di mocho, un altro lavo i vetri… alla fine si trasformerà in un gioco da ragazzi!).
Bene, d’ora in poi si cambia musica. L’anno prossimo – sempre Maya permettendo – cercherò di mettere a tacere il senso del dovere e penserò a fare solo ciò che effettivamente mi procura piacere, è questo il mio unico proposito.
Per prima cosa bandirò dalla mia vita il parrucchiere. Voglio che i miei capelli crescano liberi e ribelli, voglio che si riempiano di doppie punte. Voglio che mi avviluppino le spalle, che mi trasformino in una pitonessa. Voglio che fra le loro ciocche si perdano i fermagli e le matite, voglio che tornino alla loro antica natura preraffaellita.
Voglio leggere senza essere interrotta, staccando il telefono, spegnendo la radio. Voglio leggere acciambellata sul divano, stesa a pancia in giù sul letto sporgendomi quanto basta per voltare le pagine del libro poggiato sul pavimento. Voglio leggere fino a perdermi, fino a dimenticare che il sole tramonta, fermandomi solo quando le parole impresse sulla carta diventano segni indistinti.
Voglio cantare come quando ero ragazza e ogni luogo che avesse una bella acustica mi spingeva a intonare una melodia. Voglio cantare nella tromba delle scale, voglio cantare con le labbra a pochi centimetri dalle mattonelle della cabina doccia, voglio cantare nel tempio di Mercurio a Baia, nella grotta del giardino segreto a Palazzo Te.
Voglio di nuovo la mia Renault 4. Voglio montare in auto e andare, con quello stesso brivido che a diciotto anni mi faceva pensare di essere libera, di poter raggiungere la mia meta, ma anche di poter proseguire il cammino su strade ignote fin quando avessi avuto abbastanza benzina.
Voglio il fornello acceso e la porta di casa sempre aperta agli amici. Voglio cene squisite e vino buono, musica a basso volume e chiacchiere fino a notte fonda, poco importa se il giorno dopo bisogna alzarsi presto per andare a lavorare.
Voglio pensare al futuro come lo pensavo anni fa, quando sembrava che la vita fosse ancora tutta da venire. Voglio fare progetti folli, voglio rischiare, voglio smettere di essere cauta.
Voglio ridere.
E voglio un anno strepitoso.
ZUPPETTA DI FAGIOLI E SCAROLE
per due persone
2 cespi di scarola liscia
500 g di fagioli cannellini lessati
1 spicchio d’aglio
4 cucchiai d’olio
sale
Voglio mangiare almeno una volta alla settimana una cosa che mi piaccia, senza preoccuparmi del fatto che mi faccia male. Ecco, questa è l’ultima cosa che mi ripropongo per l’anno nuovo. L’avete letto, i miei desideri sono semplici e semplice è anche questa ricetta, che tuttavia per la mia colecisti imbizzarrita rappresenta una bella sfida.
Lavate a lungo la scarola, o almeno lavatela fin quando non sarete certi di aver eliminato tutto il terreno. Private quindi i cespi delle foglie esterne, più verdi e coriacee e – usando esclusivamente le mani – spezzate le foglie chiare in due o tre pezzi. Mettete quindi la scarola, ancora ben umida, in una pentola che la contenga, aggiungete il sale, chiudete con il coperchio e lasciatela cuocere a fuoco dolce avendo cura di girarla di tanto in tanto. Quando la scarola avrà tirato fuori l’acqua di vegetazione e si sarà ammorbidita, aggiungete lo spicchio d’aglio, l’olio, i fagioli lessati e – se necessario – un paio di mestoli della loro acqua di cottura. Lasciate cuocere ancora per una ventina di minuti quindi servite la zuppa accompagnata da una bella fetta di pane per ogni commensale.
Sono stata una bambina strana. Alle feste dei miei compagni di classe venivo presa dal panico quando le mamme mi propinavano polpettone e patate fritte, che odiavo. Ma quando a casa della nonna venivo accolta dal profumo di fagioli e scarole, sentivo che tutto sarebbe andato a posto.
Ne sono sicura, tutto andrà a posto.

Una nonna hollywoodiana

Faccio fatica a pensare che Carla Cletimeni sia stata mia nonna. Faccio fatica anche a pensare che sia stata la mamma di mio padre, perché lei – la nonna Carla – è stata soprattutto una donna. Anzi, la donna.
Si era sposata giovanissima, credo appena diciannovenne, e nella foto che la ritrae con mio nonno all’uscita della chiesa aveva i boccoli biondi e lo sguardo ingenuo e un po’ stupito di una ragazzina che indossa per la prima volta abiti da donna. Ma quegli abiti evidentemente le piacquero non poco, perché qualche mese dopo era già diventata una dark lady capace di sedurre un uomo semplicemente chiedendogli di accenderle una sigaretta.
Nonna Carla era una donna simpatica e assetata di vita, che non si arrendeva davanti a nulla. Bruciò tutte le tappe: si sposò, mise al mondo due figli e si separò ancor prima di diventare maggiorenne. Si trovò un amante, poi un altro e poi un altro ancora mentre, parallelamente, portava avanti con grande successo la carriera di imprenditrice.
Andava in giro con due levrieri afgani, indossava sempre i guanti, amava i diamanti e fumava le sigarette con un lungo bocchino. Aveva un guardaroba da diva, una voce alla Marlene Dietrich e capelli biondo cenere che facevano pensare a Lauren Bacall, ma nella borsa, oltre alla cipria e al rossetto rosso, aveva sempre un romanzo e gli occhiali da lettura. 
Capitava a casa agli orari più impensati, sempre affamata e sempre di corsa. Divorava, con modi a dire il vero molto poco signorili, quantità inumane di cibo mentre con tono frivolo mi dispensava i suoi consigli di bellezza: “Tesoro, le gonne a campana sono passate di moda da almeno vent’anni. Strizza quel bel mandolino in un paio di jeans e vedrai quanti corteggiatori!”. Avrei dovuto darle retta perché il mio mandolino si trasformò ben presto in un culone, ma capirete, a dodici anni l’ultima cosa che volevo era essere corteggiata!
Quando finalmente nel ’74 ci fu il referendum sul divorzio, dopo più di trent’anni decise di mettere fine legalmente al matrimonio con mio nonno ma lui, dispettoso e cocciuto come pochi, pretese invece di avere l’annullamento, visto che l’aveva sposata minorenne e che quindi i presupposti c’erano.
Affrontare la trafila della Sacra Rota fu umiliante e doloroso, e per riprendersi dal trauma la nonna decise che forse era arrivato il momento di rimettere ordine nella propria vita. Lo fece, come sempre precorrendo i tempi, sposando in municipio, con una cerimonia semplice e discreta, un uomo che aveva quasi vent’anni meno di lei, anche se era talmente posato da sembrare a tutti l’anziano della coppia.
Se per certi versi il matrimonio le diede stabilità e sicurezza, per certi altri la fece sentire molto più fragile. Per lei che era stata una donna bellissima, confrontarsi con gli amici del marito e soprattutto con le loro mogli, tutte molto più giovani, divenne di colpo faticoso. Così, concedendosi l’ennesimo vezzo da star hollywoodiana, cominciò a togliersi gli anni. 
Iniziò col sostenere di essersi sposata a 18 anni, che poi scesero a 17, 16 e infine a 15. Quando capì di non poter retrodatare ulteriormente il proprio matrimonio, cominciò a diminuire le età dei figli. Proprio come accadeva al barone Lamberto, mio padre diventava di secondo in secondo più giovane e anche il suo matrimonio era avvenuto sempre prima. Poi, quando anche mio padre raggiunse l’età minima consentita dal buonsenso, la nonna cominciò a far ringiovanire me e mio fratello che, sebbene quasi ventenni, nei suoi racconti venivamo dipinti come lattanti. 
Se all’inizio le sue bugie risultavano credibili, con gli anni lo erano sempre meno. Lei però non si perse d’animo e, per rendere la sua età inconfutabile, denunciò lo smarrimento della patente ottenendone una nuova, per poi contraffare la vecchia – che non aveva affatto smarrito – modificandone la data di nascita con un’abilità da falsaria esperta che nessuno di noi avrebbe mai sospettato.
Nel 1990 la nonna Carla arricchì quella grande sceneggiatura che era stata la sua vita con un colpo di scena che rasentò il virtuosismo: venne a casa e ci annunciò che si sarebbe sposata di nuovo, sempre con suo marito, ma questa volta in chiesa, per festeggiare i 25 anni dell’unione civile. 
Se un quarto di secolo prima avevano fatto le cose in sordina, questa volta invece si sarebbero smodati. Lei si sarebbe sposata in avorio, con un tocco di fucsia giusto per non risultare ridicola, avrebbero dato un grande ricevimento e poi sarebbero andati in crociera. E io sarei stata la sua testimone.
Per rimettere in sesto le mie sinapsi dopo quel cortocircuito emotivo ci volle una settimana al termine della quale sopravvennero però nuove preoccupazioni. Come dovevo vestirmi per la cerimonia? Camicetta bianca, gonna a pieghe, calzettoni e un fiocco nei capelli? Scamiciatina scozzese con dolcevita in filanca e mocassini college? Insomma, come potevo far sì che l’opulenta ventenne che ormai ero diventata sembrasse una bimbetta delle elementari?
Alla fine scelsi un vestitino a fiori e un paio di ballerine, mi legai i capelli con una mezza coda ed evitai accuratamente qualsiasi tipo di cosmetico. Sorprendentemente – se si esclude una clamorosa gaffe del prete che chiese a mia nonna se fosse vedova e quando lei negò giunse all’avventata conclusione che mio padre fosse figlio illegittimo, facendolo diventare pazzo per la rabbia – in chiesa andò tutto bene. 
Fu quando arrivammo al Grand Hotel Parker’s – appena riaperto dopo il restauro – per il ricevimento e scoprii che avremmo preso tutti posto attorno a un tavolo imperiale, che venni presa dal panico. 
Nonostante avessi cercato di sedermi accanto a mamma e papà, venni subito attorniata dalle amiche della nonna che mi costrinsero a sedere con loro, subissandomi di domande sempre più pressanti. Io cincischiavo, mi mantenevo sul vago, mangiavo a ripetizione per avere sempre la bocca piena ed evitare di parlare, ma per quanti espedienti trovassi, alla fine la domanda che più temevo arrivò lo stesso: “Cara, ma quanti anni hai?”
Deglutii imbarazzata poi, non sapendo cosa fare, mi voltai verso la nonna e le girai la domanda: “Nonna, ma io quanti anni ho?” e lei: “Mai troppo pochi, tesoro. Mai troppo pochi!”
Tutto questo mi è tornato in mente quando, una decina di giorni fa, sono stata proprio al Grand Hotel Parker’s per partecipare alla cena di gala in occasione della pubblicazione del libro “Cento anni di pasta”, edito da Malvarosa Edizioni, in cui si rende omaggio al Pastificio Di Martino, che festeggia appunto il primo secolo di attività.
Il libro, che come tutti i volumi pubblicati da Malvarosa ha un’impostazione grafica curatissima e controtendenza, ripercorre, oltre alla storia della famiglia Di Martino e della sua totale dedizione all’arte del fare la pasta, – avvincente come un romanzo – la storia del costume degli ultimi cent’anni attraverso una serie di tappe significative che hanno cambiato le nostre abitudini, alla cui luce quella di mangiare la pasta rimane l’unica costante.
Nel libro compaiono, suddivise sacrosantamente per stagione, cento meravigliose ricette di pasta a volte tradizionali e a volta innovative che, vi assicuro, fanno venire voglia di mettersi immediatamente ai fornelli tanto sono accattivanti.
Nell’attesa di sperimentarne qualcuna da condividere con voi, ho preparato un’altra ricetta che nel libro manca ma che, essendo fra le preferite di nonna Carla, mi è sembrata perfetta per ricordarla.
FRITTATA DI SCAMMARO
per 4 persone
300 g di spaghetti
4 o 5 cucchiai di olio EVO
100 g di olive di Gaeta
un pugnetto di capperi (i miei sono sempre quelli che il consorte mi porta da Stromboli)
un pugnetto di uva passa
un pugnetto di pinoli
2 acciughe sotto sale
1 spicchio d’aglio
Per i non napoletani, ma forse anche per qualcuno di loro, vado subito a spiegare cos’è la misteriosa frittata di scammaro. Lo scammaro non è un ingrediente e non è neanche un metodo di cottura, semplicemente – in napoletano antico – lo scammaro è il mangiare di magro, quello che, per capirci, si adottava in quaresima.
In questa frittata di pasta quindi non compaiono né uova né salumi, e il modo in cui gli spaghetti si saldano l’un l’altro in me, ancora oggi, sortisce la stessa meraviglia di quando ero bambina.
Si procede così: mentre si mette a bollire l’acqua nella quale si cuocerà la pasta, si versa l’olio in un pentolino e vi si fa rosolare l’aglio. Prima che si colori troppo si aggiungono le acciughe e quando queste si saranno disciolte, le olive denocciolate e i capperi ben lavati. Si fa rosolare il tutto per un paio di minuti, quindi si spegne e si aggiungono uva passa e pinoli.
Si lessano poi gli spaghetti al dente, si scolano e – qui sta il trucco perché la frittata riesca – si rimettono nella pentola e si mescolano energicamente per qualche minuto, in modo che l’amido in essi contenuto li leghi l’un l’altro. A questo punto si condiscono con l’intingolo di olive, capperi, uva passa e pinoli e si assaggiano – mi raccomando, è fondamentale! – per verificarne la sapidità prima di aggiungere eventualmente altro sale (olive e capperi possono essere traditori).
Si continua poi ungendo appena una padella il cui fondo misuri sui 22 centimetri e, una volta che sarà ben calda, ci si versano gli spaghetti conditi.
Si cuoce a fuoco vivace per 5 minuti in modo da far sì che si formi una bella crosticina, poi si abbassa la fiamma al minimo e si continua la cottura per altri dieci minuti allo scadere dei quali, aiutandosi con un piatto, si gira la frittata e si ripete lo stesso procedimento di cottura fatto in precedenza. Si asciuga poi la frittata su della carta assorbente e si mangia subito, quando è ancora croccante. 
Molto meglio se con le mani.

 

Viva gli sposi

L’altra sera una coppia di amici ci ha invitati a prendere un aperitivo per festeggiare il fatto che, dopo quasi vent’anni insieme, due figlie, due cani e una provvidenziale tata ucraina, fossero andati a dare parola in comune per convolare finalmente a nozze.
Con molta tenerezza, tenendosi per mano come se si fossero innamorati solo un mese prima, ci hanno raccontato dei loro progetti per la cerimonia e per il ricevimento, nonché della perplessità delle loro figlie – credo di undici e otto anni – che non capivano perché fosse necessario cambiare un regime familiare ormai ben collaudato.
Così, forse influenzata dal fatto che a prendere quell’aperitivo eravamo in otto, quattro amiche affiatatissime con i loro rispettivi compagni, tornando a casa mi sono sentita un po’ Carrie Bradshow (con quegli ottanta chiletti di troppo) e ho cominciato a farmi la seguente domanda: ma com’è che improvvisamente si sente il bisogno di sposarsi?
Per quanto mi riguarda, a spingermi a chiedere la mano dell’allora futuro consorte fu il desiderio di far diventare la nostra coppia una famiglia. Dopo quattro anni di una convivenza a tratti esilarante e a tratti molto faticosa, in cui avevamo dovuto imparare innanzitutto a conoscerci dato che l’avevamo cominciata esattamente tre mesi dopo esserci visti la prima volta, io volevo che smettessimo di essere due ragazzini capitati lì un po’ per caso, e cominciassimo a essere due adulti con dei progetti.
Scoprendomi molto più tradizionalista e nostalgica di quanto avessi mai creduto, convinsi il promesso sposo a giurarmi eterno amore in chiesa perché volevo che tutto fosse esattamente come l’avevo immaginato da bambina, prima che spirito ribelle, desiderio d’indipendenza e istinto di conservazione mi facessero decidere (e sostenere per vent’anni) che non mi sarei mai sposata.
Sulla carta tutto era perfetto. Ci saremmo sposati il 5 febbraio, giorno del nostro quarto anniversario di convivenza, che – coincidenza meravigliosa – capitava di sabato. Ci saremmo sposati alle sette di sera nella minuscola chiesa del Santissimo Redentore, fiabesca e da me molto amata. Ci avrebbe sposati Monsignor Mercurio, ormai ottantenne, che mi conosceva da quando avevo dieci anni. Ci saremmo sposati circondati da una quarantina di amici, i più cari, che poi avremmo invitato a cena in un grande albergo dal fascino retrò, situato proprio accanto alla chiesa.

Sorprendendo tutti fui una promessa sposa che non conosceva indecisione. Sapevo perfettamente ciò che volevo, avevo tutto sotto controllo.

A ripensarci adesso, probabilmente il fatto che durante tutta l’organizzazione non ci fosse stato nessun disguido, nessun contrattempo, avrebbe dovuto mettermi in guardia, ma all’epoca non ci feci caso e quindi – povera me – ero completamente impreparata a tutto ciò che successe in quel fatidico 5 febbraio 2005.

Il buongiorno si vede dal mattino, e fu quindi di buonora che avemmo la prima cattiva notizia: Monsignor Mercurio aveva l’influenza. Cercai di non preoccuparmi ma quando seppi che Padre Luciano, il viceparroco, non aveva mai celebrato un matrimonio, mi tornò in mente con orrore Rowan Aktinson e cominciai a temere il peggio.

Per farmi coraggio continuavo a dirmi che tutto sarebbe andato come previsto, ma a smentirmi arrivò a casa il Signor Bobobò, designato alla lettura del salmo, per comunicarmi che Padre Luciano aveva deciso di cambiare le letture. Visto che quello era il suo primo matrimonio, voleva fare le cose in grande, non gli andava per nulla di sposarci con il rito abbreviato che avevamo concordato con Monsignor Mercurio.

Fosse stato per me, mi sarei precipitata in parrocchia per richiamare Padre Luciano all’ordine, ma mia nonna mi annunciò profeticamente che di certo avrei avuto altro di cui preoccuparmi e mi esortò a non perdere tempo in cose inutili.

Così ricontrollai il planning della giornata: prima che arrivassero le sette di sera e mi presentassi – puntualissima – in chiesa, c’erano tutta un’altra serie di cose che dovevano accadere.

A ora di pranzo sarebbero dovuti arrivare da Roma mio fratello con la moglie e la mia prima nipotina, verso le due la sarta mi avrebbe consegnato l’abito da sposa mentre il fioraio sarebbe andato ad addobare la chiesa per poi passare da casa a portare il bouquet e le bottoniere per mio padre e il futuro consorte e dal parrucchiere a lasciare i fiori per la mia acconciatura.

Io avrei avuto il tempo di far sistemare fratello, cognata e nipotina nella loro stanza, di preparare tutto il necessario per la vestizione del futuro consorte nella nostra, di preparare abito da sposa e beautycase in camera di mia madre, dove avrei potuto vestirmi lontano da sguardi indiscreti, e poi sarei andata dal parrucchiere con mamma e Carla.

Quella fu l’ultima volta in cui riuscii ad avere una parvenza di controllo della situazione, perché da quel momento in poi cominciò la catastrofe.

Mio fratello era in ritardo, la sarta aveva l’auto guasta, il fioraio aveva trovato la chiesa chiusa e non si riusciva a rintracciare Padre Luciano perché l’aprisse. Mandai mio padre a recuperare il vestito e il futuro consorte a scassinare la porta della chiesa mentre io, già molto molto nervosa, andavo dal parrucchiere con Carla e mamma.

Ora io non so se nei quindici giorni trascorsi dal momento in cui avevamo stabilito il tutto sia il parrucchiere che il fioraio fossero stati colpiti da alzheimer fulminante o se volessero semplicemente fare di me un’assassina, ma sta di fatto che il fioraio aveva consegnato per la mia acconciatura delle orchidee – l’unico fiore che avevo espressamente vietato – e il parrucchiere, lungi dal pettinarmi con la semplice mezza coda che avevamo concordato, cominciò a costruire sulla sommità della mia testa una sorta di torre di Pisa prossima al crollo e in piena fioritura.

Più gli dicevo che quella non era la pettinatura che volevo, più sosteneva che infatti era molto più bella, e a nulla valevano lamentele, strepiti e perfino minacce, il dannato pretendeva che prima di giudicare dovessi lasciarlo almeno finire.

Quando fu evidente che se lo avessi assecondato non avrei fatto altro che garantirmi un’accoglienza in chiesa a suon di fischi e pernacchi, mi alzai dalla sedia e me ne andai via trascianando con me Carla, mentre mamma rimaneva a consolare l’attonito coiffeur che mai aveva subìto un oltraggio simile.

Ma fu nell’ascensore, quando mi guardai allo specchio, che accadde il peggio. In preda a una rabbia incontenibile, perché ormai era chiaro che niente sarebbe andato come avrei voluto, visto che ero acconciata con un’impalcatura degna di Moira degli elefanti, mi strappai dalla testa fiori, forcine, nastri, nani, ballerine e giocolieri e scoppiai a piangere.

Mentre la mia mamma continuava a essere ostaggio del parrucchiere, a casa la situazione non era migliore.

Il mio dispotico fratello si era sistemato con tutta la famiglia nella camera dove c’erano le mie cose e io avrei dovuto vestirmi, il fioraio non aveva consegnato le bottoniere ma in compenso aveva portato un bouquet gigantesco e osceno, completamente diverso da quello che avevo scelto, e il futuro consorte, vittima dell’ansia, si era fatto un’overdose di xanax ed era inservibile.

Chiusa nel bagno con Carla, continuavo a disperarmi e a dire che ormai tanto valeva mandare a monte il matrimonio e intanto, al di là della porta, mia nonna, mio padre e il futuro consorte mettevano in scena uno spettacolo degno di Ionesco.

La nonna – all’epoca ottantottenne – sosteneva che non dovevo fare una tragedia per qualche capello (sigh!) fuori posto, in fondo anche lei non era molto soddisfatta del lavoro del suo parrucchiere ma non si lamentava! Mio padre continuava a suggerire al futuro consorte di non sposarmi visto che ero evidentemente folle (ari sigh!) e il mio promesso sposo, rintronato dallo xanax, mi supplicava perché gli aprissi: essendo confuso, si era messo negli occhi il collirio a uso esclusivamente veterinario dei nostri cani e, temendo effetti collaterali devastanti, tipo la cecità, era diventato paonazzo per la paura quindi voleva che gli prestassi un po’ di fondotinta per mitigare il rossore del collo e delle orecchie (ari ari sigh!).

Fortunatamente tornò a casa mamma che, vestendosì d’autorità, mandò tutti in chiesa e, quando rimanemmo sole, coadiuvata dalla provvidenziale Carla che andò a recuperare mollette e forcine nell’ascensore, mi pettinò, mi aiutò a vestirmi, a truccarmi e, finalmente, mi rese una sposa quantomeno accettabile, sebbene molto ritardataria.

Per il resto, se non si tiene conto del fatto che mio padre inciampò entrando in chiesa e, per non cadere, attraversò la breve navata al piccolo trotto costringendomi a fare lo stesso, o del fatto che per gran parte della cerimonia fummo accompagnati dallo squillo di un cellulare e aspramente redarguiti da Padre Luciano per non aver spento i telefoni, salvo poi scoprire che il cellulare incriminato era proprio il suo, o del fatto che fumando una sigaretta (eh sì, all’epoca peccavo ancora) detti fuoco al vestito da sposa, tutto filò liscio.

Fu al momento del caffè che questo matrimonio in stile Hollywood Party raggiunse il clou quando, addentando in un afflato di insopprimibile golosità il cucchiaino di cioccolato fondente che accompagnava il caffè, sentii un piccolo crac e realizzai di aver frantumato una delle preziose capsule in porcellana che tanto mi sono costate.

Fortunatamente il mio dentista è un amico fraterno e quindi era fra i pochi invitati al matrimonio, così – congedati in fretta e furia tutti gli altri – fu nel suo studio, aperto per l’occasione alle due del mattino, che io e lo sposo concludemmo i festeggiamenti con me, in vestito da sposa e bavetta verde chirurgico, e il consorte nell’improbabile ruolo di assistente di poltrona che cincischiava con l’aspiratore nella mia bocca spalancata.

Quando tornammo in albergo – dopo che io mi ero chiusa lo strascico del vestito nello sportello dell’auto macchiandolo di grasso – e finalmente ci mettemmo a letto, a stento riuscivamo a parlare tanto era stata devastante l’intera giornata.

Io, un po’ mortificata, provai a imbastire un discorso di scuse. Lo sapevo che quella era la nostra prima notte di nozze… ma in fondo erano quattro anni che condividevamo il talamo (pre)nuziale… forse non era poi così necessario seguire la tradizione alla lettera, non era d’accordo anche lui?

Non mi giunse risposta, se non un russare sommesso che incrinava appena il silenzio della notte.

ZUPPETTA DI COZZE ALLA NAPOLETANA
Per un reggimento
2 kg di cozze
1/2 kg di pomodorini
abbondante olio EVO (va be’, diciamo 6 o 8 cucchiai)
2 bei spicchi d’aglio (io uso alternativamente quello campano e quello rosa di Sulmona. Fate voi) 
1 pugno di prezzemolo tritato finemente
8 fette di pane cafone raffermo
sale e pepe
Siccome non faccio che ripetere che quelle mie e del consorte più che nozze furono cozze, questa ricetta mi sembrava perfetta in abbinamento al post. Poi, prima che nascano polemiche, so benissimo che siamo ormai entrati nei famigerati quattro mesi senza R in cui i frutti di mare non sono al meglio e so anche che tradizionalmente questo piatto a Napoli si prepara il giovedì santo. Ma d’altronde voi ormai sapete che qui si va contro stagione.
Nonostante le cozze siano molto amate dal consorte (probabilmente non è un caso che mi abbia sposata), io non le cucino spesso perché detesto pulirle. Nel caso condividiate lo stesso odio per la simpatica operazione, sappiate che io ho brillantemente risolto comprando quelle già pulite e confezionate sotto vuoto Viversano di Carrefour. Se poi avete un pescivendolo fidato che oltre a garantirvi la freschezza delle cozze ve le pulisce pure, meglio per voi.
Sappiate comunque che la pulizia delle cozze è la cosa più noiosa e complicata di questa ricetta, per il resto semplicissima.
Si procede così. In una pentola capiente, fate rosolare uno spicchio d’aglio in 2 o 3 cucchiai d’olio e poi versateci le cozze pulite che condirete con abbondante pepe nero macinato al momento. Coprite con un coperchio e lasciate cuocere scuotendo energicamente la pentola di tanto in tanto fin quando le cozze con si saranno aperte. Intanto, in un tegame bello grande, preparate una salsa di pomodoro rosolando in quattro cucchiai d’olio l’altro spicchio d’aglio e aggiungendoci i pomodorini tagliati a tocchetti e un’idea di sale. Cuocete a fuoco vivace i pomodori, quasi friggendoli, fin quando la polpa non avrà perso l’acqua di vegetazione e sarà diventata morbida. Aggiungete il prezzemolo tritato e tenete da parte. Nel frattempo, cercando di non ustionarvi, private le cozze della valva che non contiene il mollusco e mettete l’altra nel tegame con il sugo. Fnita questa operazione, aggiungete il liquido di cottura delle cozze filtrato in un passino a maglia fine. Tagliate a tocchetti il pane cafone privato della scorza, mettetelo in una ciotola e conditelo con l’olio rimasto, mescolando bene, quindi fatelo tostare in forno (tradizione vorrebbe che il pane fosse fritto, ma io preferisco semplificarmi la vita).

Per gustarla bisogna destreggiarsi fra mani, forchette e cucchiai, perciò rassegnatevi alla macchia.
E naturalmente leccatevi le dita.

A grande richiesta

In questo momento in rete ne girano davvero tante e sono una migliore dell’altra, ma siccome me l’avete chiesta…
Ecco a voi la mia ricetta della pastiera (che poi è – da sempre – quella della prima edizione de Il talismano della felicità, appartenuto alla nonna Titta). Da tradizione questo dolce si prepara il giovedì perché deve avere il tempo di riposare e inumidirsi, perciò o lo preparate domani oppure se ne parla l’anno prossimo.
Per la frolla: 300 g farina – 150 g zucchero – 150 g strutto – 3 tuorli.
Per il grano: 250 g grano già cotto – 1/2 lt latte – 1 pizzico di sale – 1 cucchiaio di zucchero – la buccia intera di un limone – 1 pizzico di cannella
Per la crema di ricotta: 500 g ricotta di pecora – 350 g zucchero – 6 tuorli – 1 pizzico di cannella – la buccia grattuggiata di un limone – 2 cucchiai di acqua di fiori d’arancio – 200 g di canditi misti (arancia, cedro e cocozzata) tagliati a dadini – 4 chiare montate a neve
Preparate la frolla impastando tutti gli ingredienti il minimo necessario a formare una palla omogenea e poi avvolgetela nel cellophane e mettetela a riposare in frigo per 30 minuti. Se volete usare lo strutto, come da tradizione, assicuratevi che sia di primissima qualità, altrimenti usate il burro. A casa mia lo strutto non si usa più da quando i coloni hanno smesso di portarcelo da Gragnano e, mentre all’inizio ne facevamo una tragedia, alla fine ci siamo abituati a farne a meno. 
Mentre la frolla riposa, occupatevi del grano che aggiungerete insieme agli altri ingredienti al latte già al bollore. Regolate la fiamma al minimo, coprite con un coperchio e fate cuocere dolcemente fin quando il liquido non si sarà assorbito del tutto. A questo punto tirate via le bucce di limone e mettete il grano a raffreddare in un piatto. 
Per la crema è essenziale che la ricotta sia setacciata in modo da essere perfettamente liscia, solo a questo punto aggiungerete lo zucchero e poi, dopo aver mescolato bene, i tuorli a uno a uno. Aggiungete tutti gli altri ingredienti, compreso il grano ormai freddo e, con molta delicatezza e mescolando dal basso verso l’alto, le chiare montate a neve. 
Dividete l’impasto in modo da lasciarne da parte un terzo, stendetene i due terzi in una sfoglia di 3 o 4 millimetri di spessore e rivestite una teglia (unta con lo strutto o imburrata, a secondo di quel che avete usato nell’impasto) di 25 cm di diametro (vanno benissimo quelle di alluminio un po’ svasate). Versate all’interno il ripieno e poi stendete la frolla restante da cui ricaverete le strisce che disporrete sulla sommità della pastiera. 
Fate cuocere in forno già caldo a 160° per un’ora e un quarto. Chiaramente la cottura varia da forno a forno, per darvi un’ulteriore indicazione vi dirò che la pastiera deve risultare soda e asciutta per essere pronta. Fatela poi raffreddare nel forno aperto e, quando sarà tiepida, cospargetela di zucchero a velo. Dimenticatevela per tre giorni (a casa di mia nonna si sistemava sulla consolle del salotto, coperta da un canovaccio). Prima di servirla, domenica, se volete cospargetela nuovamente di zucchero a velo.

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