Due anni vissuti pericolosamente

Mi ricordo di quando, anni fa, Sigrid Verbert mise al mondo la sua primogenita, Lena. Io facevo un rapido passaggio sul suo blog quasi ogni giorno sperando di trovare un post nuovo, ma niente. La foto che ritraeva la cesta di limoni della Festa a Vico rimase in home per mesi. 
Ecco, qui da noi è successa più o meno la stessa cosa. Solo che la cicogna che è approdata a casa nostra – vuoi a causa del maltempo, vuoi perché forse assomigliava un po’ a questa qui – invece di portarci un pargolo ci ha portato mia nonna, che ormai va per il secolo.
Tutto è cominciato il 15 settembre del 2014, con una telefonata ricevuta alle sette meno un quarto del mattino. Mentre io cercavo di scongiurare l’infarto e maledicevo per l’ennesima volta il genio che ha progettato gli impianti della magione dimenticando di mettere una presa del telefono in camera da letto, il consorte si è precipitato in soggiorno a recuperare il cordless per poi passarmelo con la faccia da raccomandata dell’equitalia.
– Bene, è tua nonna. Guarda che sta piangendo.
Mia nonna. Quella che ha affrontato la morte del marito senza versare una lacrima. Quella che ha affrontato ogni malanno con invidiabile filosofia, convinta com’è che le malattie si dividano in quelle che passano da sole e quelle che non passano neanche con le medicine. Mia nonna. In singhiozzi.
– Nonna, che succede?
– Bennussi, io non ci voglio andare alla casa di riposo. Ti prego, posso venire da voi? Prometto che non vi do fastidio… dormo sul divano.
Insomma, questo succedeva la mattina, e dieci ore dopo la nonna era già da noi recando in dote un poggiapiedi, un tavolinetto, un vaso da fiori, e una badante cingalese di nome Acci.
Inutile dire che da quel momento la nostra vita non è stata più la stessa. 
La prima impresa, titanica, è stata convincere la nonna che, se davvero voleva provare a non dare fastidio, l’unico posto dove non era il caso di addormentarsi era proprio il famoso divano, unico esemplare presente in casa, collocato nell’unica stanza in cui è presente l’unico televisore, e dove il consorte ed io siamo soliti trascorrere la serata. La seconda, convincerla che a breve avremmo dovuto cambiare casa, dato che qui c’è una sola camera da letto e lei non avrebbe certo potuto continuare ad arrangiarsi sulla brandina che incuneiamo a viva forza nel mio microscopico studio ogni sera.  
– Bennussi’, senti a nonna tua, voi questa casa l’amate tanto, non fate la sciocchezza di levarvela. Tanto, parliamoci francamente, io ho già novantotto anni. Quanti altri ne potrò campare? Quattro, cinque…
E così, con queste premesse, è partita la nostra avventura. Ma proprio avventura con la a maiuscola, perché nulla di quello che poi è accaduto rientrava nelle nostre ipotesi della prima ora, e di sicuro neanche in quelle della nonna.

Da noi la nonna ha scoperto il mondo. Abituata com’era a passare le giornate da sola, con l’unica compagnia della tv generalista che, parole sue, trasmette solo roba per vecchi, si è trovata catapultata nel luogo delle mille possibilità. Un vorrei tanto rivedere My fair lady buttato lì per caso durante il pranzo, si trasformava d’incanto nel guardarlo effettivamente nel primo pomeriggio.

Estsiata da quel prodigio, ha voluto conoscerne ogni segreto. Così, mentre io maledico ogni aggiornamento dell’IOS perché mi pesa abituarmi alle novità (scorro ancora il dito sul display per accedere alla schermata home), lei ha fatto amicizia con i download, lo streaming, le webradio, gli hard-disk esterni, le chiavette usb.
La sua passione però è l’iPad. Inizialmente denominato “il cosariello tuo”, è poi diventato l’Aipan e infine, quando le ho fatto presente che ci voleva la D, il DAIPAN.

Da lì poi è stata tutta una corsa verso il progresso tecnologico: facebook, instagram, i selfie, shazam. Nel giro di qualche mese mia nonna, con le sue uscite fulminanti, la sua ironia, la sua voglia di vivere, la sua passione per il calcio, per gli uomini belli, per il cibo buono, per il whisky e il cioccolato, è diventata una celebrità del web. Mia nonna è diventata La nonna, un essere magnifico di cui io, umile biografa, narro le gesta con cadenza quasi quotidiana su facebook, cercando di restituire almeno un po’ del fascino che questa donna straordinaria possiede.

Quindi è questo che è successo, è per questo che non c’è più stato tempo per il blog: sono ridiventata nipote a tempo pieno come quando ero bambina e le mie ore più belle erano quelle trascorse con la nonna.

Domani la mia nonna compie 99 anni o meglio, come dice lei, mette il piede nei 100. L’abbiamo festeggiata sabato scorso con un pranzo a sorpresa che prevedeva qualsiasi cosa, dalle crespelle besciamella e piselli alle quiche, alla zucca di Ottolenghi e alle polpettine di maiale all’uva bianca. La nonna ha gradito ogni portata e ha spento le candeline circondata da figli, nipoti e pronipoti, una piccola folla osannante. Però domani, domani che è davvero la sua festa, mi ha chiesto qualcosa di semplice perché alla sua età non è il caso di fare stravizi e così, nonostante il clima sia molto più estivo che autunnale, le preparerò il minestrone di casa sua, quello che ho amato fin dalla tenera età perché, come dice mia nonna, in fondo io sono sempre stata più vecchiarella di lei.

Il minestrone di mia nonna
per due persone

1 cipolla
2 belle coste di sedano
2 carote
2 patate medie
1/2 cespo di scarola
60 g di riso
2 cucchiai di olio
sale

Questo, l’avete capito, è uno dei piatti della mia infanzia. Confortante come sanno esserlo solo i cibi esenti da sensi di colpa e che portano con sé i primi freddi, i colori delle foglie cadute e le giornate che si accorciano. Mia nonna è sempre stata una donna sbrigativa. Nella pur vasta aneddotica familiare, spicca il racconto di quando in meno di un minuto riparò la fodera dei pantaloni di mio nonno, scucita all’altezza delle ginocchia, scartando immediatamente l’ipotesi di rammendarla e optando invece per un rapido strappo, tipo ceretta.

Questo minestrone, di esecuzione elementare, rispecchia in pieno la sua filosofia del poca spesa molta resa. Procedete così: lavate le verdure, quindi tritate la cipolla e fatela soffriggere insieme all’olio in una pentola capiente facendo attenzione che appassisca senza bruciare. Aggiungete il sedano, le carote e le patate tutte tagliate a tocchetti di media grandezza (non state e scimunirvi, direbbe la nonna). Lasciate rosolare per qualche attimo quindi unite la scarola tagliata in striscioline sottili e salate. Coprite la pentola, attendete qualche attimo che la scarola appassisca e aggiungete tanta acqua quanta è necessaria a coprire di un paio di dita le verdure. Quando le patate saranno morbide ma non ancora disfatte, calate il riso e portate a cottura aggiungendo, se è il caso, tanta acqua quanta è necessaria per ottenere una minestra brodosa. Servite con abbondante parmigiano e, se vi piace, un po’ di pepe nero appena macinato.

Ah, dimenticavo… tanti saluti dalla nonna!

Piccoli piaceri

Sono andata a comprare questo libro durante la mia pausa pranzo, il giorno stesso in cui è uscito. In questo periodo sono talmente impegnata che non avevo captato nessuna voce di corridoio sulla sua pubblicazione, così leggere il post di Sabrine d’Aubergine in cui se ne annunciava l’arrivo in libreria mi ha sorpresa e riempita di gioia.
Sono una fan della prima ora di Madame d’Aubergine, ma negli anni il mio affetto per lei è cresciuto a dismisura. Amo Sabrine perché è una donna garbata, che non ha mai una caduta di stile, una portatrice sana di buongusto – definizione coniata dal consorte quando ci frequentavamo da qualche settimana, e con la quale mi conquistò definitivamente -, ma soprattutto perché è autentica.
Sabrine non ha aperto un blog per partecipare ai contest o per ricevere a casa pacchi dono zeppi di patatine fritte. Per fare le foto non ha dovuto attrezzarsi con fondali in legno che simulassero tavoli segnati dal tempo, o comprare un corredo di piatti, ciotole e posate ad hoc. La bellezza delle sue foto non è mai quella un po’ artefatta del set fotografico, e le sue ricette sono prive dello spirito modaiolo che invece pervade molte di quelle che si trovano adesso in rete. Se si ha uno sguardo attento e un po’ allenato, si comprende in modo molto chiaro che quello che s’intravede nei suoi post è proprio il suo mondo, che il tavolo è quello di casa, che le posate sono quelle prese dal cassetto, che gli stampi, le pentole, le teglie, sono quelli che usa tutti i giorni per preparare il pranzo alla sua famiglia. 
Affacciarsi nel blog di Sabrine, almeno per me, è come andare a fare due chiacchiere a casa di un’amica che ti offre il tè e uno scone, e intanto ti racconta della sua giornata, dell’ennesima avventura con i muratori, i pittori, gli idraulici. Oppure ti spiega che quegli scone che tu hai trovato meravigliosi li ha imparati da Brenda, durante una delle estati trascorse in Inghilterra. È rilassante, divertente, e ti riconcilia con il mondo. E mentre sei lì – proprio perché percepisci che è tutto vero – ti chiedi come faccia Sabrine ad avere sempre tutto sotto controllo, la casa in ordine, la brioche che lievita accanto al termosifone, il lavoro che procede preciso secondo la tabella di marcia, pur senza trasformarsi in una Bree Van de Kamp che ti provoca un’ansia da prestazione più devastante di un’orticaria. 
E lo stesso accade con il libro che è proprio un libro libro, non un semplice ricettario. Ci sono le ricette, sì, sempre perfette e corredate di piccoli suggerimenti che ne garantiscono la riuscita, ma ci sono anche decine di storie, decine di personaggi, di ricordi, narrate con una grazia che ammalia. Per me, sceneggiatrice attempata vittima di insonnia cronica intervallata da improvvisi tracolli narcolettici, l’arrivo del libro di Madame d’Aubergine è stata una benedizione. Posso sfogliarlo a letto o raggomitolata sul divano, senza la paura che cadendomi di mano si rompa, cosa che invece è successa tante volte al mio iPad, franato al suolo mentre leggevo i post su Fragole a merenda.   
Insomma, l’ho già scritto su facebook, se volete garantirvi molte ore di puro piacere e una gran quantità di ricette deliziose per colazioni, merende e spuntini, comprare questo libro è un imperativo assoluto. Quanto a me, assidua esecutrice delle ricette di Sabrine, mi congedo con una preparazione che non è presente nel libro, ma è perfetta per una cena a due organizzata all’ultimo momento, in una sera autunnale in cui tira vento e si ha bisogno di coccole.
Vellutata di topinambur con carciofi croccanti
500 g di topinambur 
150 g di patate
2 carciofi
1 scalogno
2 bicchieri di latte
2 cucchiai d’olio 
sale e pepe
Io e i topinambur ci siamo conosciuti una ventina di anni fa, quando abitavo a Torino. Me ne sono innamorata fin dal primo assaggio, durante un’indimenticabile cena a base di bagna càuda nello Spazione della Holden, e da allora rientrano nell’olimpo dei miei ingredienti del cuore. Quando sono tornata a vivere a Napoli, lasciando per sempre la mia minuscola casetta in piazza Cavour, fra i tanti rimpianti c’era anche quello di non poter più mangiare i topinambur, all’epoca introvabili nella mia città. Fortunatamente il tempo è passato, il mondo è diventato più piccolo e adesso i topinambur si trovano anche qui in qualsiasi supermercato. Se non li avete mai assaggiati vi consiglio di farlo, rimarrete affascinati dal loro sapore delicato che ricorda vagamente il carciofo, e la vostra salute ne avrà grandi benefici visto che sono ricchi di inulina e aiutano ad abbassare sia la glicemia che il colesterolo. Ma veniamo alla preparazione.
Sabrine dice di sbucciare i topinambur, le patate e lo scalogno, di tagliare tutto in fettine sottili da sistemare poi in una pentola, coperti a filo con l’acqua. Io ho fatto qualche piccola variazione. Ho infatti rosolato lo scalogno in un filo d’olio, poi ho aggiunto topinambur e patate, salato, e coperto a filo con il latte. Ho portato a bollore e cotto fino a quando le verdure non si sono ammorbidite. Nel frattempo ho pulito i carciofi – senza pietà, eliminando quasi i due terzi delle foglie e tagliandoli al massimo a 4 cm dal gambo -, li ho tagliati a metà e poi a fettine e li ho saltati nell’olio fino a farli diventare croccanti. Una volta cotte le verdure, ho frullato con il minipimer aggiungendo ancora tanto latte quanto necessario a raggiungere la consistenza di una crema abbastanza densa. Ho servito in una ciotola con un filo d’olio, una bella macinata di pepe nero e i carciofi, sistemati in un bel mucchietto centrale. Provate anche voi, vi garantisco che non ve ne pentirete.

So Many Thanks

Lettori adorati de La gastronomica volante Stanislavskij, spero mi perdoniate se, per una volta, invece di trastullarvi con aneddoti surreali sulla mia vita improbabile, o con recensioni appassionate dei libri e delle serie tv che mi piacciono, faccio del blog un uso squisitamente personale e dedico questo post ai miei amici più cari.
Se domani mattina non avessi dovuto mettermi in viaggio per Roma per partecipare alla Foodie Geek Dinner, stasera li avrei voluti tutti a cena qui. Avrei preparato un enorme tacchino ripieno emulando Martha Stewart (ma evitando di emularla anche nel beccarmi la salmonella, come – a furia di preparar pollame – accadde a lei l’anno scorso), avrei cotto il cornbread, schiacciato le patate dolci per il purè e avrei fatto saltare in padella le verdure.
Avremmo cenato con calma, chiacchierando e ridendo e io – proprio oggi che è il Thanksgiving – guardandoli avrei pensato che ho davvero tantissimo per cui ringraziare, perché se ho superato quest’anno in cui tutte le certezze sono venute meno, lo devo soltanto a loro.
Perciò ringrazio Anna, che si precipitò a casa mia quel 23 novembre 2012 in cui di colpo tutto cambiò, e non mi ha più lasciata. Che mi ha sostenuta, incoraggiata, nutrita. Che ha messo in secondo piano tutto e tutti per prendersi cura di me. Ringrazio Anna per avermi infuso autostima via endovena, per avermi mostrato le cose da un altro punto di vista, per avermi convinta – con pazienza e amore – che se anche la situazione non fosse mai più cambiata, la mia vita sarebbe andata avanti in modo appagante. Ringrazio Anna – la mia amatissima Anna -, perché senza di lei non ce l’avrei mai fatta.
Ringrazio Alì per avermi fatta sentire giovane. La ringrazio per le volte che mi ha convinta a uscire, ad andare con lei a bere una cosa come se avessimo ancora vent’anni. La ringrazio per quelle chiacchiere fitte fitte al bancone di un bar, per quel raccontarci la vita, anche quella che avevamo dimenticato. La ringrazio per i ritorni a casa in vespa, per le canzoni cantate a squarciagola, per la sorpresa di ricordarne ancora le parole, nonostante fossero passati trent’anni dai tempi del liceo.
Ringrazio Serena perché il suo anno è stato sicuramente peggiore del mio, ma l’ha affrontato con un tale coraggio, con una tale dignità, da riuscire a dare forza anche a me. La ringrazio perché nonostante avrei dovuto essere io a incoraggiarla e darle appoggio, è stata presente con telefonate e sorrisi. La ringrazio perché il momento più bello di quest’anno me lo ha fatto vivere lei, una sera che eravamo tutte nella cucina di casa sua e lei aveva gli occhi che le brillavano per la felicità, mentre i nostri erano lucidi per l’emozione.
Ringrazio Federica, perché mi bastava accendere il computer per trovare un suo messaggio su Skype e sentirmi meglio. La ringrazio per il suo essere ecumenica, per il suo riuscire a vedere il buono – e a farmelo vedere – anche dove io proprio non riuscivo a trovarlo. La ringrazio per tutte le volte che ha ricaricato il cellulare solo per consentire al suo meraviglioso figlio di mandarmi messaggi d’amore e corteggiarmi come solo un bambino di otto anni sa fare.
Ringrazio Chiara per aver mormorato complimenti a fior di labbra, fra sé e sé, credendo che non la sentissi, ogni volta che mi vedeva. La ringrazio perché sapendo che lei mi trovava bella, e amabile, mi sono sentita davvero bella e amabile in un momento in cui invece avrei voluto coprire tutti gli specchi di casa, pur di non guardarmi. La ringrazio per il suo carattere forte e deciso, per il suo sapere sempre prendere in mano la situazione, anche quando si tratta semplicemente di decidere che si è fatto tardi e quindi basta, tutti a letto che domani si lavora.
Ringrazio Roberto che, inutile girarci intorno, è il pilastro della mia vita. Lo ringrazio per la sua solidità, per la sua pacatezza, per il suo sapermi placare anche quando sono in preda al panico. Lo ringrazio per l’ironia, per il suo essere dissacrante. Lo ringrazio per il suo sapersi prendere cura di me, farmi sentire che finché c’è lui sarò sempre protetta e non sarò mai sola. 
Ringrazio Stefano, che mi ha portata al cinema, esattamente come fece la prima volta che uscimmo insieme, nel 1986, e andammo a vedere La mia Africa al cinema Vittoria. Lo ringrazio per avermi  parlato di sé e avermi fatto parlare di me. Ma soprattutto lo ringrazio per avermi dimostrato che siamo ancora i due ragazzi che eravamo, capaci di rimanere a chiacchierare in auto tutta la notte e stupirci che all’improvviso spunti il sole.  
Ringrazio Fabio per essere venuto a prendermi a casa, la sera del 24 dicembre, e avermi trascinato di forza a cena a casa sua. Lo ringrazio per avermi saputo far ridere anche quando non ne avevo nessuna voglia, per avermi fatto sentire che attorno avevo una famiglia.
Ringrazio Gerardo perché mi conosce come nessuno. E né i chilometri, né il tempo, gli hanno fatto dimenticare chi sono. Lo ringrazio per avermelo ricordato. Con tre parole, quelle giuste.
Ringrazio tutti perché nonostante fossi sola nel periodo delle feste natalizie, quello in cui essere soli diventa un’esperienza strappalacrime da fiaba di Andersen, non sono stata sola neanche un momento. Li ringrazio per avermi accolta la vigilia, il giorno di Natale, Santo Stefano, l’ultimo dell’anno, il primo.
Ringrazio le mie amiche per aver fatto irruzione a casa mia il giorno del mio compleanno, per tutti i brindisi al futuro e tutto il vino che abbiamo bevuto.
Che immensa ricchezza, avervi nella mia vita!

Tortine di zucca e mandorle
per 8 tortine
150 g di zucca butternut pesata al netto
150 g di farina di mandorle
150 g di zucchero
50 g di farina 0
2 uova bio
1/2 bustina di lievito
la buccia di 1/2 limone grattugiata
un pizzico di zucchero 
un pizzico di cannella 
un pizzico di noce moscata
zucchero a velo qb
In assenza di tacchino, di cornbread e patate dolci, per me sono queste tortine a rappresentare l’autunno e l’America.
Per prepararle, cominciate grattugiando la zucca e mettendola da parte. Usando le fruste, montate poi i tuorli e lo zucchero fino a ottenere una massa chiara e spumosa. A questo punto unitevi  la zucca, la farina, la farina di mandorle, le spezie, il limone grattugiato, il pizzico di sale e il lievito. Montate infine a neve gli albumi e uniteli al composto mescolando dal basso verso l’alto in modo da non farlo sgonfiare. Versate in otto stampini da muffin imburrati e infarinati, e cuocete in forno preriscaldato a 180° per un quarto d’ora o fino a quando infilandovi uno stecco di legno ne uscirà asciutto. Servite le tortine dopo averle cosparse di zucchero a velo. 
E voi di cosa siete grati?

Le cose cambiano

È sabato mattina, diluvia, ho la febbre e devo pagare l’iva. In una situazione normale tutto ciò sarebbe già ampiamente sufficiente a rovinarmi il fine settimana, ma queste cose improvvisamente diventano quisquilie quando capisco che quella che mi accingo ad affrontare non è una situazione normale. Quella che mi accingo ad affrontare è la giornata del cambio di stagione.  
Lo so, lo so. Non sono la sola. Il cambio di stagione è uno di quei mali che affliggono chiunque non possegga una capiente cabina armadio (è il caso del signor Bobobò), o non abbia al suo servizio una cameriera personale in stile Downton Abbey, ma vi garantisco che nel mio caso si tratta di un vero e proprio cataclisma, che ci travolge e stravolge per almeno due o tre giorni.

In casa Gastronomica, il luogo deputato alla conservazione degli abiti – ma anche alla conservazione di tutto ciò che non trova altra collocazione in casa: la mia collezione di macchine per scrivere, i pezzi di ricambio dell’Honda four del consorte, l’albero di Natale, il catino di zinco che riempiamo di ghiaccio e bottiglie di birra quando facciamo le feste – è il micro soppalco in legno del mio micro studio di 1,80 x 1,60 cm.

Anche solo per raggiungere il suddetto soppalco, bisogna avere una preparazione atletica che io, seppure mi allenassi quotidianamente da qui alla fine dei miei giorni, non potrei mai avere. Bisogna issarsi su uno scaletto, tenersi in equilibrio sull’esile sbarra di legno che ne unisce le sommità, ben oltre la minuscola piattaforma finale, e poi spiccare un salto alla Sotomayor per scavalcare la ringhiera del soppalco la cui apertura, ovviamente, non si trova in corrispondenza dell’unico punto in cui si può posizionare la scala.

Pertanto ad arrampicarsi sul soppalco, novello spiderman, è il prestante consorte che, un po’ rattrappito a causa della distanza esigua fra pavimento e soffitto, cerca di farsi largo a colpi di machete in quella selva oscura di scarpe, vestiti, valigie e chi più ne ha più ne metta.

Fortunatamente con gli anni la tecnologia ci è venuta in soccorso così, mentre prima si perdevano decine di minuti preziosi in spiegazioni incomprensibili su ciò che si cercava e su ciò che invece si trovava, con conseguenti liti feroci e accuse reciproche, adesso il consorte fotografa con il cellulare il marasma del soppalco, mi manda la foto su whatsapp, io la guardo, individuo ciò che mi serve, ingrandisco il dettaglio con instagram, e invio la nuova immagine al consorte, sempre su whatsapp.

Quando poi la parte 2.0 del nostro cambio di stagione è ultimata, cominciano le fatiche vere. Il consorte svuota il soppalco passandomi le grucce con i vestiti, che io prelevo con un bastone uncinato da armadio, e le scatole delle scarpe in enormi borsoni Ikea, che poi mi cala con una corda. Io spargo tutto amenamente in giro per la casa, poi si procede all’inverso: io svuoto gli armadi mentre lui attende sul soppalco, e poi gli mando su con il bastone le grucce dei vestiti e le altre cose.

Insomma, un lavoraccio. Quest’anno poi il consorte ha deciso che non se ne poteva più, che qualcosa bisognava gettare via, e ha quindi svuotato interamente il soppalco – stabilendo anche che non è affatto piccolo e che se decidessimo di utilizzare il garage di casa di mia madre per il cambio di stagione, lui sul soppalco potrebbe farci un piccolo studio per sé -, invaso la casa con l’impossibile e l’improbabile, per poi concludere che no, purtroppo non c’era nulla da buttare.

Mentre fuori infuriava la pioggia, ma anche il giorno dopo, quando invece fuori brillava il sole, la nostra casa versava in questo stato…

il famigerato soppalco

comincia l’invasione del mio studio

poi viene invaso anche il soggiorno

la jungla nella quale il consorte si fa largo a colpi di machete

il comodo accesso al soppalco
Va da sé che in una situazione del genere quello di cui si ha più bisogno è qualcosa che ci dia un po’ di conforto, e per me, in tema di comfort food, non c’è nulla, ma proprio nulla, che funzioni meglio di una sana, profumata, deliziosa torta di mele.
Torta di mele
per una teglia di 22 cm di diametro

150 g di farina 0
150 g di zucchero
1 uovo e 1 tuorlo
100 ml di latte intero
125 g di yougurt bianco naturale
1 bustina di lievito per dolci
1 pizzico di cannella
1 pizzico di sale
la buccia grattugiata di un limone e il suo succo
600 g di mele private della buccia e del torsolo
50 g di uva sultanina
50 g di pinoli
50 g di zucchero di canna
olio e pan grattato qb

Sono pronta a scommettere che più o meno in ogni famiglia si tramandi la ricetta di una torta di mele come questa. Fatta con poco, veloce da preparare, con quell’aspetto rustico dei dolci di casa, ma che porti con sé anche la dolcezza di un sapore che ci è noto da sempre e che si mescola, nella memoria, al ricordo di una nonna (nel mio caso di una bisnonna) che profumava di colonia Roger & Gallet.

Per molti di voi quindi non starò rivelando nulla di nuovo, ma per quei pochissimi che invece non hanno una torta di mele fra i tesori gastronomici di famiglia, vi assicuro che questa sarà la svolta.

Procedete così: accendete il forno a 180°, rivestite il fondo di una teglia a cerniera con la carta forno, spennellatene i bordi con l’olio e cospargeteli di pangrattato. Tagliate poi le mele in fettine molto sottili, cospargetele con il succo di limone per non farle annerire, e mettete in ammollo l’uvetta. In una ciotola capiente, mescolate prima tutti gli ingredienti secchi (escluso lo zucchero di canna), quindi aggiungete il latte, lo yogurt e le uova sbattute. Aggiungete le mele dalle quali avrete eliminato il succo di limone in eccesso, l’uvetta strizzata, i pinoli, mescolate bene e sistemate tutto nella teglia. Livellate e cospargete la superficie con lo zucchero di canna. Cuocete per una quarantina di minuti e poi pazientate: questa torta è deliziosa se mangiata tiepida o, ancora meglio, fredda, magari il giorno dopo a colazione.

NOTE A MARGINE: Ieri c’era il sole, faceva un caldo estivo, e io sono uscita con una gonna di cotone dimenticata in un cassetto, un paio di sandali e un maglioncino di filo. Non ho parole.

C’è tutto un mondo intorno

A ben pensarci io e il consorte non avremmo potuto abitare da nessun’altra parte, una famiglia ridicola come la nostra non poteva prendere casa che qui, nell’angolo di Napoli meno classificabile che io conosca.
Abitiamo a via Tasso, una strada che s’inerpica verso la collina del Vomero, nella casa dove visse per vent’anni Vincenzo Gemito nell’esilio della propria follia (“E tu farai la stessa fine, Bene” – profetizza il consorte).

Si tratta di un palazzetto a due piani, costruito alla fine dell’800 e appartenente da sempre alla stessa famiglia, incuneato fra Salita Tasso – una delle tante scalinate di Napoli che collega la strada in cui abitiamo al Corso Vittorio Emanuele – e un vallone verde che quando ero piccola veniva amorevolmente coltivato da Ciauriello, il contadino che forniva verdure fresche a molte famiglie di via Tasso e del Corso.

Il nostro è un palazzo a spuntatora, cioè ha un doppio ingresso: uno nobile con tanto di stemma alla sommità del portone su via Tasso, e uno secondario, di servizio, che dà su un cortile – che poi affaccia su salita Tasso – che condividiamo con un altro palazzo, d’impianto popolare.
La rivalità fra i signorotti proprietari del mio palazzo e gli abitanti del palazzo accanto dura da più di cento anni, esasperata dalla forzata promiscuità, e nulla è cambiato neanche adesso che il proprietario ha venduto e solo alcuni dei vecchi inquilini hanno comprato mentre le altre case sono state acquistate da giovani professionisti.
Nel palazzo accanto si continua a fare molta vita di cortile, come usava quando ero piccola io. Le donne che abitano al pianterreno sostano a chiacchierare quando stendono il bucato, si salutano rispettivamente dagli usci aperti quando tornano dalla spesa e d’estate, quando il caldo diventa davvero soffocante, trasferiscono tavoli e sedie all’aperto per cenare al fresco.
A partire da fine maggio per noi è impossibile tenere le finestre aperte dal lato del cortile tanto è il frastuono che arriva da lì e dalle finestre delle altre case. Ed è allora che gli abitanti del palazzo, che per certi versi sembrano usciti dalle le pagine di La vita istruzioni per l’uso, danno il meglio di sé.

C’è il cantante lirico – che non ho ancora capito in quale appartamento abiti e in sei anni non ho mai incontrato di persona – che gorgheggia con voluttà romanze pucciniane, il che sarebbe godibilissimo se la sua voce non fosse sovrastata dall’abbaiare del cane dei giovani virgulti della Napoli bene – due ragazzetti talmente insopportabili che i genitori hanno preferito affittar loro un appartamento pur di levarseli dai piedi – che, povera bestiola, immagino vorrebbe tanto liberarsi a propria volta dei suddetti ragazzetti e tornare invece dai loro genitori.

A fare da contrappunto al simpatico duetto tenore/cane, c’è la figlia duenne della mia dirimpettaia che piange, anzi urla, ininterrottamente da quando è venuta al mondo. Io e il consorte all’inizio ci siamo inteneriti, poi preoccupati e infine esasperati al punto da aver ribattezzato la creatura Damien, perché c’è sicuramente qualcosa di diabolico in lei. Mentre provo per la sua mamma un’ammirazione sconfinata perché mai, neanche una volta, le ho sentito perdere la pazienza, non riesco più ad avere in simpatia la pargola, che al momento ha l’unico merito di aver addolcito il mio rimpianto di non avere avuto bambini.

Dato che non ci facciamo mancare nulla, ogni settimana veniamo poi allietati dalla nipote della signora Antonietta, una delle maggiori animatrici del cortile, che non rinuncia al sogno di partecipare ad Amici o X Factor e sceglie – chi sa mai per quale motivo – proprio il momento della visita settimanale alla nonna per esercitarsi a cantare a squarciagola, e stonando moltissimo, tutto il repertorio di Alicia Keys.

Domina su tutti la vedova ottuagenaria di uno dei due fratelli proprietari del mio palazzetto. Armata di una campanella che scuote in media ogni sette minuti, richiama all’ordine la mansueta domestica cingalese terrorizzandola al punto che la poverina è ormai un giunco tremante.

La signora, che sfoggia un’acconciatura degna di Madame Tremend, fuma affacciata al balcone con l’aria arcigna e l’accanimento di chi sa che ormai non ha più nulla da perdere, ma quando per strada scorge il mio consorte che si dirige verso casa, si rianima di colpo. Si aggiusta i capelli con movenze da giovane donna degli anni ’50, e lo prega di fare per lei qualche piccola commissione – in genere comprarle le sigarette – solo per avere poi il piacere di ricambiare la cortesia invitandolo a casa propria a bere un Rosso Antico, compiacendosi che esistano ancora gentiluomini come lui.

Ma il nostro palazzo ospita solo una piccola parte degli strani personaggi che popolano via Tasso, e di questi ce ne sono quattro che meritano almeno una menzione.

C’è il professore – di cosa non so – di chiare origini calabre che ce l’ha con me perché scrivo per una soap opera che, e qui cito, dà un’immagine ripugnante del sesso e della donna.

Il professore, che ho il piacere di incontrare spesso dal fruttivendolo finendo col trasformare il suo negozio nel set di un talk show, dichiara che la soap opera in questione dovrebbe essere cancellata dalla RAI, quindi allude a conoscenze nelle alte sfere sulle quali esercitare pressioni a riguardo.

S’innervosisce quando io mi lascio sfuggire un sorriso e mi consiglia di cominciare fin da subito a cercare un altro lavoro, perché gli è chiaro che io il mio non sappia farlo. Se poi mi azzardo a fargli notare che se la già citata soap opera gli ripugna tanto la cosa migliore da fare è evitare di guardarla, diventa paonazzo dalla rabbia e rivendica il suo diritto di libero cittadino di guardare ciò che gli pare e piace.

Insomma, nulla serve a smussare il suo astio e se ci incrociamo per strada, magari anche su marciapiedi opposti, non perde mai l’occasione di redarguirmi con un severo: “Pervertita, si vergogni!”.

Lungo la strada, un po’ più giù di casa mia, c’è il negozio di Carmine, il barbiere. Evidentemente il poveretto avrebbe voluto vivere in Tirolo perché il suo negozio è il trionfo del perlinato in legno d’abete, o in una giungla, visto che per raggiungere le poltrone bisogna farsi largo a colpi di machete fra i rigogliosissimi pothos che coltiva con amore.

Cosa abbia spinto Carmine ad aprire una bottega di barbiere ancora non l’ho capito dato che la maggior parte delle sue entrate proviene invece dal lavoro di sarto, che svolge rannicchiato sulla poltrona da barbiere quando c’è da imbastire, o seduto a una macchina per cucire incastrata fra i lavatesta quando c’è da ultimare l’opera.

L’unico che si ostina a considerare Carmine un barbiere – “Bene, ma sull’insegna c’è o non c’è scritto così?” – è il consorte che, distogliendolo dal suo certosino lavoro di ago e filo, va di tanto in tanto a farsi rimodellare la barba, immagino solo per il gusto di riportare le cose al loro ordine naturale.

In un basso situato più o meno a metà delle scale della salita Tasso, abita poi il musicista che – sprezzante del pleonasmo – suona appunto il basso.

Mi duole ammetterlo, ma di tutto il vicinato il musicista è l’uomo che il consorte ammira di più. Questo trentenne un po’ maledetto, di una bellezza appena sciupata da una vita di eccessi, si sveglia all’alba delle due del pomeriggio quando la madre va a portargli il pranzo, prosegue la giornata esercitandosi un po’ a ripetere la stessa esasperante, alienante, angosciante linea di basso per un paio d’ore, quindi verso le dieci di sera, custodia del Fender a tracolla, monta su una magnifica Vespa d’epoca e va a esibirsi con il suo gruppo.

Il musicista non si ritira mai prima delle tre del mattino e non lo fa mai da solo. Tutte le sere, inevitabilmente, una fanciulla un po’ alticcia lo segue barcollando lungo le scale e sostando – ma guarda caso! – sotto la finestra della camera da letto mia e del consorte, in preda a un subitaneo ripensamento. Comincia quindi un serrato tira e molla che può essere romantico, sanguigno, rabbioso o svogliato, a seconda di quanto avvenente sia la fanciulla o di quanto abbia bevuto il musicista.

D’estate tutto questo teatrino finisce sempre con lo svegliarmi. Apro un occhio per controllare l’ora e biascico insulti contro l’importuno riproponendomi di alzarmi, aprire le persiane e fargli una bella imparata di creanza, ma a questo punto interviene il consorte, che mi invita all’indulgenza:  “Bene, e fallo campa’… beato a lui!”.

Ma di tutti il mio preferito è Maurizio.

Reuccio incontrastato del tratto di via Tasso che va da parco Ameno a parco Elena, Maurizio passa le sue giornate e gran parte delle sue notti in strada. È di età indefinibile, ha la pancia tonda, la testa tonda, le labbra carnose sempre un po’ aperte come se fosse in preda a un perenne stupore, e un’andatura indolente, un po’ da papera, che mi fa pensare a Ignatius Jacques Reilly, il protagonista di Una banda di idioti.

Ha la pelle scura – non so se a causa del sole di tante estati o del fatto che non sembra essere molto amico dell’acqua – e due sole tipologie di vestiario: maglietta, bermuda e infradito quando è estate oppure maglione, jeans e infradito quando è inverno.

Maurizio comunica in una lingua incomprensibile che del napoletano ha solo la cadenza. Emette suoni gutturali con un tono brusco che induce inevitabilmente a pensare che ce l’abbia con te, e credo che il consorte sia l’unico a non esserne intimorito e a riuscire a intrattenere con lui una conversazione di qualche minuto.

Ha un amore sconsiderato per oggetti di uso comune che rubacchia in giro o recupera nella spazzatura: dalla cinta pendono più chiavi di quante ne potrebbe avere San Pietro, dalle tasche spuntano appena buste, giraviti, una paletta per raccogliere gli escrementi del cane che non ha e forse vorrebbe avere.

Ultimamente ha reperito due nuovi gadget: un gilet catarifrangente di quelli che bisogna tenere per legge in auto, e una torcia da testa che però non funziona. Orgoglioso come se il solo possederli gli conferisse nuova autorità, se ne va in giro mettendosi carponi ogni venti metri per scrutare, nell’oscurità prodotta dalla torcia fulminata, sotto le auto parcheggiate e scoprire cosa vi si nasconda.

Maurizio è l’unico a inoltrarsi in quella selva oscura che è diventata ormai la terra di Ciauriello. C’è chi pensa che vada a espletare lì le proprie funzioni corporali, chi pensa che vada a farsi la pennica sotto gli alberi quando fa caldo, e chi pensa che vada a tirare sassi ai gatti.

Ma io invece so, perché l’ho visto, che Maurizio va a coltivare la terra, così come faceva Ciauriello. Lo fa in modo improbabile e saltuario, ma qualcosa riesce a produrre. Una volta che, venendo fuori dalla lamiera contorta che fungeva da recinzione, mi si trovò davanti, fu preso talmente alla sprovvista che si sentì in dovere di dare una spiegazione e, aprendo appena la busta di plastica che aveva con sé, mi mostrò il frutto del suo lavoro, pronunciando l’unica frase di senso compiuto che io gli abbia sentito dire fino a oggi.

UANEMA I CHE PATANE!

VELLUTATA DI BROCCOLO BARESE, PATATE E GORGONZOLA
Per 4 persone

500 g di broccoli baresi
4 patate di medie dimensioni
1 cipolla grande
2 cucchiai di olio EVO
sale e pepe
200 g di gorgonzola piccante

Come direbbe mia nonna: “E questa è la zuppa!” nel senso che, mi piaccia o meno, il vicinato questo è e certo non lo posso cambiare, perciò tanto vale che me lo faccia piacere. Perfetto corollario a questo post è quindi questa vellutata che mentre cuoce fa tanto odore di casa del custode, oppure di casa di Giuseppe Lo Turco – che a broccoletti e patate era suo malgrado avvezzo -, ma che una volta pronta è uno di quei piatti che hanno il meraviglioso potere di farmi riconciliare con il mondo.
Procedete così: affettate la cipolla e fatela appassire nell’olio, aggiungete quindi i broccoli e fateli insaporire leggermente, unite poi le patate a tocchetti, salate, pepate e coprite a filo con dell’acqua fredda. Lasciate cuocere fin quando le verdure non saranno ben morbide quindi frullate tutto con il minipimer. Fate sciogliere nella crema calda la metà del gorgonzola e usate invece il restante tagliato a tocchetti per guarnire i piatti.

Paura, eh?

Si sappia, io sono una donna coraggiosa. Ipocondriaca al punto da far impallidire Woody Allen, ma coraggiosa. Per capirci, non sono di quelle che quando si ritirano a casa si chiudono dentro con duemila mandate alla serratura, dormo impunemente con la finestra aperta, sono sempre andata in giro da sola anche nel cuore della notte, non temo i ladri. Topi, pipistrelli, serpenti e insetti mi fanno un baffo, anzi il primo animaletto che da bambina chiesi di poter tenere in casa era un verme bello lungo. La vista del sangue mi lascia indifferente. Nel corso della mia vita ho medicato cani, gatti, parenti e accoliti vari con l’efficienza di Florence Nightingale e senza mai perdermi d’animo. C’è solo un luogo dove il terrore s’impossessa impunemente di me senza che io possa fare nulla per contrastarlo: la sala cinematografica.

Naturalmente dipende dal film che proiettano, perché se così non fosse dovrebbero ricoverarmi. Non ho nessun problema con le commedie e neanche con i drammoni, ma basta che il film sia anche solo di un giallo sbiadito per mettermi in allarme. Le mie reazioni poi non sono mai pacate. Mi spavento talmente tanto che urlo, trasalisco, afferro la mano del vicino di posto in cerca di conforto, anche se non lo conosco. Il consorte, nei momenti in cui litighiamo al punto che il divorzio sembra l’unica soluzione, rimpiange di non aver capito fin dalla prima volta che uscimmo insieme che avrebbe fatto meglio a starmi alla larga. Perché, ripensandoci, gli indizi c’erano tutti.

Avevamo programmato una prima uscita che Carrie Bradshow definirebbe da manuale: cinema e cena fuori. Senonché il film che incautamente scelsi, era Le verità nascoste. Per fortuna la sala era quasi vuota perché credo che altrimenti ne saremmo stati banditi a vita. Io, una ragazzona che non finiva più, me ne stavo rannicchiata nella poltroncina (oddio, rannicchiata forse è una parola grossa se si considera che c’entravo a stento) e mi coprivo gli occhi con un lembo della pashmina. Coprivo, scoprivo, guardavo, non guardavo, facevo urletti, sobbalzavo, mormoravo preghiere allo schermo affinché non succedesse la tal cosa e di fianco a me il futuro consorte – che allora non immaginavo nemmeno come futuro fidanzato – mi guardava attonito, desiderando probabilmente di spostarsi in un altro posto, in un’altra fila. Ovunque, purché fosse lontano da me.

Io, che percepivo il suo imbarazzo, cercavo di dominarmi, ma era tutto inutile, e più ci provavo, più mi rendevo ridicola. Nella mia mente si delineava con chiarezza sempre maggiore l’immagine dell’elefante in equilibrio su una sola zampa perché terrorizzato dal topolino, e probabilmente accadeva la stessa cosa anche al futuro consorte, perché d’improvviso cominciò a sganasciarsi dalle risate. Incurante delle immagini che scorrevano sullo schermo, mi guardava e rideva, perché era chiaro che in quel cinema il vero spettacolo lo stessi dando io.

Come unica giustificazione, ho il fatto di aver subìto un tremendo trauma infantile, che non sono riuscita a lasciarmi alle spalle neanche con vent’anni di psicoterapia. Io sono una vittima di Dario Argento. Non so come, non so quando e non so perché – chiaramente ho rimosso la cosa – da bambina guardai Profondo Rosso, e da allora la mia vita non fu più la stessa.  Per almeno un paio di anni, dopo essermi sottoposta all’incauta visione, ho evitato di prendere l’ascensore per paura di rimanere impigliata nelle porte, i quadri appesi alle pareti mi hanno fatto terrorizzare, ho avuto timore anche solo a vedere un tir da lontano, ho detestato l’acqua bollente, i manichini, le bambole e se vedevo una donna con gli occhi bistrati, ero finita.

E non parliamo della musica! Quella canzoncina da far accapponare la pelle, che si presenta come un’innocua nenia per bambini ma poi, con quella improvvisa cadenza d’inganno, ti destabilizza e, dallo zecchino d’oro, ti teletrasporta nell’anticamera del delirio. E per di più tenace, persistente. Uno di quei motivetti che ti entra in testa e non se ne va più; che ti svegli nel cuore della notte e senti il sadico che è in te cantarla ossessivamente, giusto per il piacere di non farti riaddormentare.

Anche quando avevo ricominciato a prendere l’ascensore ed ero ormai diventata abbastanza grande da usare l’eyeliner (nel frattempo eravamo a metà degli anni ’80, in piena new wave), la canzoncina continuava a essere il mio tallone d’Achille e chi ne era a conoscenza si divertiva periodicamente a tormentarmi, solo per il gusto di vedermi chiudere gli occhi, tapparmi le orecchie e urlare in preda al panico.

Decisi che ne avevo abbastanza di sentirmi ridicola e vulnerabile solo quando di anni ne avevo 26 e vivevo a Torino, dove seguivo il master in tecniche della narrazione. Una mattina avevo letto sul giornale che alle 23 avrebbero trasmesso il malefico film e avevo capito che quella sarebbe stata la resa dei conti. Per tutto il giorno mi ero caricata in vista della singolar tenzone e la sera ero pronta alla lotta. Dopotutto ormai ero una sceneggiatrice in erba, conoscevo i meccanismi della struttura in tre atti, sapevo a quale minuto ci sarebbe stato il primo colpo di scena,  a quale il secondo… Era solo finzione! Cosa avevo da temere?

Quello che avrei dovuto temere, se solo me ne fossi ricordata, mi fu chiaro fin dai primi minuti della messa in onda. Il film era girato a Torino, la città dove mi ero trasferita. Probabilmente se avessi abitato ancora a Napoli la cosa sarebbe filata liscia, ma visto che invece mi trovavo a Torino, fu un disastro totale globale (come la guerra di War Games). Come potevo rimanere fredda e distaccata? Come potevo razionalizzare quando sapevo che l’assassina si aggirava proprio sotto casa mia? Accanto al bar dove facevo colazione! Dietro l’edicola dove compravo il giornale! Nei pressi della mia scuola! Nello spiazzo dove parcheggiavo l’auto! Nella piazza dove facevo la spesa! Capitemi, come potevo?

Di colpo tornata bambina, vittima delle stesse paure ancestrali di un tempo, desideravo unicamente la mia mamma, il suo conforto. Così le telefonai, fingendomi disinvolta, per una chiacchieratina in notturna, ma lei che – guarda un po’? – mi conosce come fossi sua figlia, ci mise un attimo a smascherarmi e io mi sentii veramente un’idiota.

Ve be’,  a volte lottare è inutile, bisogna rassegnarsi. E forse un po’ di paura fa perfino bene (però rigorosamente in dose omeopatica). Mi auguro solo che stasera, visto che dolcetti non ne ho, nessuno mi faccia lo scherzetto che più temo e mi canti la famigerata canzoncina. Non conterei troppo sul mio self control.

PANINI ALLA ZUCCA
per 20 panini da mangiare davanti alla tv guardando un horror (che non sia Profondo Rosso)

1 kg di farina 0
700 g di zucca già pulita
100 ml di olio EVO
100 ml di latte
2 cucchiai di zucchero
2 cubetti di lievito di birra
sale
semola di grano duro

Per prima cosa sciogliere in una ciotolina il lievito di birra con lo zucchero, coprire e lasciare fermentare per un quarto d’ora. Quando la superficie si sarà ricoperta di tante belle bollicine, aggiungervi 3 o 4 cucchiai di farina e altrettanta acqua tiepida, formare una pastella liscia mescolando con una forchetta, coprire di nuovo e lasciar lievitare per 40 minuti. Nel frattempo ci si può occupare della zucca che va cotta a vapore fin quando non sarà morbida ma non sfatta. A cottura ultimata, la zucca va schiacciata con una forchetta e messa a colare in uno chinoise, affinché perda gran parte dell’acqua. Quando saranno passati i fatidici 40 minuti, si può finalmente cominciare la lavorazione vera e propria mettendo nell’impastatrice la zucca schiacciata, l’olio, il latte e la pastella ormai lievitata. Avviare l’impastatrice (o rimboccarsi le maniche se si impasta a mano) e aggiungere lentamente al composto iniziale la farina e infine il sale (se si impasta a mano il processo è inverso: si comincia facendo la fontana con la farina e poi si aggiunge tutto il resto). Quando tutto sarà perfettamente mescolato, e il composto sarà nuovamente liscio e omogeneo, spegnere l’impastatrice, coprire la ciotola con un telo e lasciar lievitare per due ore. Nell’attesa, fate ciò che più vi aggrada e poi, ritemprati da queste due ore di svago, affrontate la penultima fase della lavorazione. Tirate via l’impasto dalla ciotola e “sgonfiatelo” con delicatezza, lavorandolo sulla spianatoia e aiutandovi con della semola per non farlo appiccicare. Strozzandone un’estremità fra il pollice e l’indice della mano destra (o sinistra, se siete mancini), formate delle palline che sistemerete su una teglia rivestita di carta forno. Per fini puramente estetici, potete munirvi di un filo di nylon e praticare su ogni pallina delle incisioni incrociate, per formare una specie di asterisco che simuli le scanalature della zucca. Spolverate con la semola, coprite con un canovaccio, e fate lievitare per altre due ore. Preriscaldate il forno a 200°, avendo cura di inserire sul fondo una teglia con dell’acqua, e infornare i panini per 25 minuti. Mangiare tiepidi, farciti con una buona soppressata che contrasti piacevolmente con la loro dolcezza.

E mi raccomando, fate sogni d’oro!

New York Stories

Dopo una cerimonia nuziale e un ricevimento sui quali più che un post bisognerebbe scrivere un libro, tanto furono tragicomici, io e il novello consorte – ma stagionato convivente, visto che ci sposammo allo scoccare del nostro quarto anno di vita insieme – partimmo per il viaggio di nozze alla volta di New York. Io, che c’ero già stata, l’avevo messo in guardia perché in genere New York è una città che si dà un po’ per scontata – ci è così familiare con il suo skyline arcinoto, con i suoi scorci visti e rivisti in centinaia di film e serial, che la sentiamo un po’ nostra ancor prima di metterci piede – ma riserva invece moltissime sorprese, del tutto inaspettate.

Inaspettatamente, New York è una città esotica, intrisa di odori di cibo e di spezie che pervadono l’aria al punto che se ne trovano tracce anche se la si annusa dal trentasettesimo piano di un grattacielo. E poi è tanta, troppa. Lo sguardo non ha un attimo di tregua perché, anche se ne conosci l’architettura a menadito, tutto è così diverso da come credevi che fosse, che ne rimani inevitabilmente disorientato. I grattacieli grattano effettivamente il cielo, per strada ci sono effettivamente quasi solo taxi gialli, i newyorkesi hanno effettivamente una percezione della temperatura che varia da individuo a individuo con escursioni termiche non da poco, visto che alcuni sembrano pronti per andare a fare surf e altri per andare a sciare. Tutto è effettivamente più grande, effettivamente con una fragola ci fai una crostata, con un pomodoro un’insalata per 4 persone, con un panino con l’hamburger ti sfami per una settimana. Effettivamente l’acqua è freddissima perché il bicchiere è effettivamente riempito con un dito di liquido e decine di cubetti di ghiaccio.  E tu effettivamente lo sapevi che era così, ma non avresti mai immaginato che lo fosse fino a quel punto. Insomma, ammettiamolo – almeno per i primi giorni – New York ti sembra Hellzapoppin’.

Il consorte era stato avvertito, ma naturalmente non mi aveva creduto. Era partito spavaldo, pensando che le mie fossero tutte esagerazioni, eppure già all’aeroporto JFK si era dovuto ricredere. Poverino, aveva immaginato di vivere la grande mela con la grinta narcisistica e un po’ distruttiva del protagonista di un romanzo di Bret Easton Ellis e invece si trovava nel bel mezzo di Totò, Peppino e la malafemmina. Mi teneva per mano e si guardava intorno con la stessa aria falsamente sicura di sé che ostentava Totò al suo arrivo a Milano e io, nelle vesti di Peppino, non ero da meno. Vergognandoci come ladri, salimmo sulla limousine che c’era venuta a prendere (nonostante io avessi prenotato una normale berlina) e ci facemmo portare al Waldorf Astoria che il consorte, vittima di una visione reiterata de Lo zappatore con Mario Merola, si ostinava a chiamare il Uandaffastòr. Cenammo in camera con club sandwich e apple pie e poi, distrutti, ci mettemmo a letto. Un lettone king size morbido e comodissimo, di quelli che così li fanno veramente solo in America. Già pregustavo il sonno profondo che, mi auguravo, mi avrebbe fatto smaltire il jet lag e mi avrebbe messa nella predisposizione d’animo giusta per familiarizzare con New York quando il consorte, stiracchiandosi fra le lenzuola, fece il seguente commento: “In questo materasso si sprofonda. Sembra il letto di Johnny Depp in Nightmare“. Naturalmente lui si addormentò subito e io invece non chiusi occhio.

Non vi stupirà sapere che io e il consorte rischiammo il divorzio durante quel viaggio perché, come mai prima di allora, a New York emersero con violenza tutti i tratti caratteriali che ci rendono inconciliabili. Io sono pigra per quanto lui è iperattivo, io sono curiosa per quanto lui è noncurante, io sono precisa per quanto lui è distratto, io sono decisa per quanto lui è indeciso. Sono convinta che rimanemmo insieme per un unico motivo: io, vittima del mio perfezionismo e del mio diploma in americano, non riuscivo a spiccicare una parola per timore di sparare qualche vongola, ma capivo perfettamente quello che mi dicevano; il consorte invece parlava anche con i cobblestone (quando ne trovava uno, ché a New York ormai sono pochissime le strade con l’acciottolato), ma non capiva assolutamente nulla di quello che gli dicevano. Insomma, nella nostra imperfezione, eravamo indispensabili l’uno all’altra. Avevamo messo a punto una tecnica fantastica che ci salvaguardava dalle figuracce: cercavamo di fare tutto – prenotazioni, ordinazioni, acquisti – al telefono. Il consorte parlava poi, non appena il suo interlocutore cominciava a rispondergli, passava la cornetta a me, che traducevo in simultanea e poi gli ripassavo il telefono. Altro che i fratelli Caponi alle prese con la stesura della lettera alla malafemmina!

A New York non c’era nulla che ci mettesse d’accordo. Il consorte voleva passare le serate nei locali alla moda a bere e ballare e io – che palla vivente! – a sentire il jazz. Il consorte voleva fare shopping e io – ma che palle! – volevo andare nei musei. Facemmo tutto; io accontentavo lui e lui accontentava me,  perché da soli non ce la saremmo cavata, anche se la giornata dei saldi da Macy’s mise veramente a durissima prova la mia salute psicofisica. L’unica eccezione a questa apoteosi di incompatibilità, fu sorprendentemente un ristorante: The River Cafè.

Al River Cafè, finalmente New York diventa quella che avresti voluto, a prescindere da ciò che desideri. A pelo d’acqua, con la città – ora riconoscibile – che ti si srotola davanti, il profumo dei fiori, le luci basse e la musica del pianoforte in sottofondo, potresti essere in un film di Woody Allen o in una puntata di Sex & the City, e ti guardi attorno per vedere se per caso a un tavolino un po’ in disparte non ci siano effettivamente Carrie e Mister Big. Ma potresti anche essere in un romanzo di Bret Easton Ellis, mentre fai tintinnare il ghiaccio nel tuo vodka tonic e rimiri una fauna locale decisamente sopra la media, con l’occhio esperto del predatore. Al River Cafè potresti mangiare e bere malissimo, e non te ne importerebbe, ma invece si mangia e si beve divinamente, e basta andarci una volta per essere definitivamente conquistati. Lo ammetto, il mio matrimonio è salvo grazie a questo ristorante che, in un attimo, ci fece riconciliare non solo con la città, ma anche con la vita. Andateci, se doveste trovarvi a passare di là.

LA VELLUTATA DI ZUCCA DEL RIVER CAFÈ

Per 20 shottini, 6 porzioni da gourmet o 4 porzioni da golosi affamati

1 kg di zucca già priva di semi e scorza
500 g di patate già sbucciate
3 cipolle belle grandi (meglio se bianche)
sale, pepe, noce moscata
olio EVO
100 g di panna
semi di zucca tostati per la guarnizione (da non sottovalutare perché costituiscono anche un piacevole elemento croccante)

Naturalmente anche in quel luogo di assoluta perfezione che è il River Café, io e il consorte ci distinguemmo per imbranataggine e tendenza congenita alla gaffe. In attesa che il nostro tavolo a ridosso della vetrata si liberasse, ci avevano fatto accomodare a un altro tavolo in prossimità del bar, dove ci avevano servito gli aperitivi. A un certo punto, senza che noi avessimo chiesto niente, si presenta un cameriere con due tazzine da caffè su un vassoio. Il consorte, sobillato da me, si affretta a chiarire che noi non avevamo ordinato nessun caffè anzi, dovevamo ancora cenare ma il cameriere, glissando compassionevolmente, spiegò che quelle tazzine erano un omaggio dello chef, un amuse bouche per ingannare lo stomaco nell’attesa che il nostro tavolo fosse pronto. Dentro le tazzine c’era questa vellutata di zucca, meravigliosamente morbida e saporita ma non aggressiva, confortante, familiare eppure sofisticata, sorprendentemente dolce ma stuzzicante nel contrasto con i semi salati che ne guarnivano la superficie. Un sorso di perfezione che su di me, anche a distanza di anni, continua ad avere lo stesso effetto che, immagino, il Cynar aveva su Ernesto Calindri.

Farla è di una semplicità disarmante. Fate un trito con le cipolle e fatele dorare in un filo d’olio, aggiungete la zucca a pezzi, le patate a tocchetti e, dopo averle fatte rosolare qualche minuto, copritele a filo con dell’acqua fredda. Salate, pepate e lasciate cuocere fin quando patate e zucca non saranno ben morbide. Frullate con il minipimer, grattugiateci la noce moscata, aggiungete la panna e mescolate bene con una frusta. Servite la crema ben calda, guarnendola con i semi di zucca.

Per concludere, vorrei rassicurarvi sulle sorti del mio matrimonio. Benché provati dal viaggio di nozze, siamo rimasti insieme e quando, ancora oggi, mi domando come facciano due persone così diverse a dividersi la vita, mi basta rileggere Lui e io, un racconto di Natalia Ginzburg che fa parte della raccolta Le piccole virtù.

È incredibile come una sbirciatina nella vita degli altri renda molto più comprensibile la nostra.

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