Piccoli piaceri

Sono andata a comprare questo libro durante la mia pausa pranzo, il giorno stesso in cui è uscito. In questo periodo sono talmente impegnata che non avevo captato nessuna voce di corridoio sulla sua pubblicazione, così leggere il post di Sabrine d’Aubergine in cui se ne annunciava l’arrivo in libreria mi ha sorpresa e riempita di gioia.
Sono una fan della prima ora di Madame d’Aubergine, ma negli anni il mio affetto per lei è cresciuto a dismisura. Amo Sabrine perché è una donna garbata, che non ha mai una caduta di stile, una portatrice sana di buongusto – definizione coniata dal consorte quando ci frequentavamo da qualche settimana, e con la quale mi conquistò definitivamente -, ma soprattutto perché è autentica.
Sabrine non ha aperto un blog per partecipare ai contest o per ricevere a casa pacchi dono zeppi di patatine fritte. Per fare le foto non ha dovuto attrezzarsi con fondali in legno che simulassero tavoli segnati dal tempo, o comprare un corredo di piatti, ciotole e posate ad hoc. La bellezza delle sue foto non è mai quella un po’ artefatta del set fotografico, e le sue ricette sono prive dello spirito modaiolo che invece pervade molte di quelle che si trovano adesso in rete. Se si ha uno sguardo attento e un po’ allenato, si comprende in modo molto chiaro che quello che s’intravede nei suoi post è proprio il suo mondo, che il tavolo è quello di casa, che le posate sono quelle prese dal cassetto, che gli stampi, le pentole, le teglie, sono quelli che usa tutti i giorni per preparare il pranzo alla sua famiglia. 
Affacciarsi nel blog di Sabrine, almeno per me, è come andare a fare due chiacchiere a casa di un’amica che ti offre il tè e uno scone, e intanto ti racconta della sua giornata, dell’ennesima avventura con i muratori, i pittori, gli idraulici. Oppure ti spiega che quegli scone che tu hai trovato meravigliosi li ha imparati da Brenda, durante una delle estati trascorse in Inghilterra. È rilassante, divertente, e ti riconcilia con il mondo. E mentre sei lì – proprio perché percepisci che è tutto vero – ti chiedi come faccia Sabrine ad avere sempre tutto sotto controllo, la casa in ordine, la brioche che lievita accanto al termosifone, il lavoro che procede preciso secondo la tabella di marcia, pur senza trasformarsi in una Bree Van de Kamp che ti provoca un’ansia da prestazione più devastante di un’orticaria. 
E lo stesso accade con il libro che è proprio un libro libro, non un semplice ricettario. Ci sono le ricette, sì, sempre perfette e corredate di piccoli suggerimenti che ne garantiscono la riuscita, ma ci sono anche decine di storie, decine di personaggi, di ricordi, narrate con una grazia che ammalia. Per me, sceneggiatrice attempata vittima di insonnia cronica intervallata da improvvisi tracolli narcolettici, l’arrivo del libro di Madame d’Aubergine è stata una benedizione. Posso sfogliarlo a letto o raggomitolata sul divano, senza la paura che cadendomi di mano si rompa, cosa che invece è successa tante volte al mio iPad, franato al suolo mentre leggevo i post su Fragole a merenda.   
Insomma, l’ho già scritto su facebook, se volete garantirvi molte ore di puro piacere e una gran quantità di ricette deliziose per colazioni, merende e spuntini, comprare questo libro è un imperativo assoluto. Quanto a me, assidua esecutrice delle ricette di Sabrine, mi congedo con una preparazione che non è presente nel libro, ma è perfetta per una cena a due organizzata all’ultimo momento, in una sera autunnale in cui tira vento e si ha bisogno di coccole.
Vellutata di topinambur con carciofi croccanti
500 g di topinambur 
150 g di patate
2 carciofi
1 scalogno
2 bicchieri di latte
2 cucchiai d’olio 
sale e pepe
Io e i topinambur ci siamo conosciuti una ventina di anni fa, quando abitavo a Torino. Me ne sono innamorata fin dal primo assaggio, durante un’indimenticabile cena a base di bagna càuda nello Spazione della Holden, e da allora rientrano nell’olimpo dei miei ingredienti del cuore. Quando sono tornata a vivere a Napoli, lasciando per sempre la mia minuscola casetta in piazza Cavour, fra i tanti rimpianti c’era anche quello di non poter più mangiare i topinambur, all’epoca introvabili nella mia città. Fortunatamente il tempo è passato, il mondo è diventato più piccolo e adesso i topinambur si trovano anche qui in qualsiasi supermercato. Se non li avete mai assaggiati vi consiglio di farlo, rimarrete affascinati dal loro sapore delicato che ricorda vagamente il carciofo, e la vostra salute ne avrà grandi benefici visto che sono ricchi di inulina e aiutano ad abbassare sia la glicemia che il colesterolo. Ma veniamo alla preparazione.
Sabrine dice di sbucciare i topinambur, le patate e lo scalogno, di tagliare tutto in fettine sottili da sistemare poi in una pentola, coperti a filo con l’acqua. Io ho fatto qualche piccola variazione. Ho infatti rosolato lo scalogno in un filo d’olio, poi ho aggiunto topinambur e patate, salato, e coperto a filo con il latte. Ho portato a bollore e cotto fino a quando le verdure non si sono ammorbidite. Nel frattempo ho pulito i carciofi – senza pietà, eliminando quasi i due terzi delle foglie e tagliandoli al massimo a 4 cm dal gambo -, li ho tagliati a metà e poi a fettine e li ho saltati nell’olio fino a farli diventare croccanti. Una volta cotte le verdure, ho frullato con il minipimer aggiungendo ancora tanto latte quanto necessario a raggiungere la consistenza di una crema abbastanza densa. Ho servito in una ciotola con un filo d’olio, una bella macinata di pepe nero e i carciofi, sistemati in un bel mucchietto centrale. Provate anche voi, vi garantisco che non ve ne pentirete.

Le avventure della Gastronomica al volante

Se ami la buona cucina e la tua idea di vita sociale contempla l’andare a cena fuori almeno una volta alla settimana, ma hai sposato un uomo che ha con la bilancia una relazione più intensa di quanto non l’abbia con te, hai solo due alternative possibili: o ti rassegni a struggerti di desiderio leggendo le recensioni dei ristoranti in cui vorresti andare, oppure ti trovi un compagno di scappatelle culinarie da consumarsi rigorosamente lontano dagli occhi, e soprattutto dal girovita, del consorte.

Inutile dire che ho optato per la seconda, anche se, devo ammetterlo, ho commesso un grave errore tattico e ho scelto il mio compagno di banchetto in quel di Torino, più o meno a novecento chilometri di distanza da casa mia. Che devo farci, in questi casi è questione di affinità elettive, e il sodalizio con Erre dura ormai da vent’anni, vale a dire da quando ero una giovane emigrante nostalgica della genovese e del ragù di mammà, e lui mi consolava portandomi in giro per ristoranti a scoprire le gioie della cucina piemontese.

Adesso fra noi funziona più o meno così: una volta ogni paio di mesi ricevo da Erre una telefonata con la quale mi comunica che sarà a Napoli il giorno dopo (mai che si annunci con un po’ più di anticipo) e mi chiede con trepidazione dove lo porterò a cena.

L’ultima volta Erre mi ha chiamato nella tarda mattinata del primo maggio, quando già era salito sul treno per Napoli.
– Arrivo in serata. Dove mi porti?
– Erre, ma è il primo maggio… fra ristoranti chiusi e quelli già tutti pieni sarà complicato trovare un posto. Almeno fammici pensare un momento!
Così medito a lungo perché, anche se Erre non lo sa, gli sfizi prima di farli togliere a lui devo togliermeli io, e alla fine telefono a Pietro Parisi, chef e patron di Era ora, ristorante in quel di Palma Campania.

Io e Pietro ci siamo conosciuti un paio d’anni fa, sul web. È da allora che propongo al consorte di andare a cena nel suo ristorante, ma lui si rifiuta categoricamente. Non ci pensa proprio a farsi un’ora di auto all’andata e una al ritorno solo per andare a mangiare! (Però quando va a lavorare in provincia succede che spesso sulla via del ritorno si perda e, guarda caso, vada a finire proprio a Palma Campania e mi faccia delle telefonate importune nelle quali mi chiede con una vocina dispettosa “indovina dove sono?”)

Così mi accordo con Pietro e prenoto un tavolo per le nove, contando sul fatto che Erre arriverà a Napoli alle sette. Poi però succede che Erre perda la coincidenza e accumuli un’ora di ritardo, che la mia auto decida di morire dopo aver fatto venti metri, che l’auto di mio padre, presa in prestito in extremis, abbia il navigatore rotto, che improvvisamente tutti i napoletani abbiano deciso di dover mettersi in auto e, guarda caso, fare proprio lo stesso percorso che devo fare io per arrivare all’albergo di Erre. Così, ancora prima di incontrarci e lasciare Napoli, io e Erre abbiamo la consapevolezza che, ahimé, non saremo da Pietro prima delle dieci.

Recupero Erre al volo e, senza neanche perdere tempo a salutarlo, gli schiaffo in mano il mio iPhone dicendogli che non ho idea di dove andare e imponendogli di fare da navigatore, sfruttando l’app del mio cellulare. Ma purtroppo Erre non è un nativo digitale e quindi non sa neanche da dove cominciare, come mi ripete più volte credendo di suscitare la mia comprensione e ottenendo invece di rendermi sempre più insofferente.

Insomma, finisce che neanche abbiamo imboccato l’autostrada e già ci siamo persi. Fra me che da brava miope/presbite/astigmatica/fotofobica leggevo un cartello stradale sì e tre no, Erre che continuava a maneggiare il mio telefono come fosse un ordigno nucleare, il buio e le chiacchiere, dopo un po’ scopriamo non solo di essere diretti a Bari, ma di esserci anche quasi arrivati.

Dopo tre telefonate a Pietro per spostare la prenotazione (“non vi preoccupate, quando arrivate arrivate”, ha risposto l’ultima volta), una conversione a U che neanche San Paolo sulla strada di Damasco, un momento di sconforto nella solitudine dell’aperta campagna, la richiesta di informazioni a due distinte signorine semi ignude che quando hanno capito che non eravamo interessati a del simpatico sesso di gruppo a pagamento ci hanno mandati a quel paese, non so neanche io come, siamo arrivati al ristorante.

E finalmente ci siamo rilassati.

Andare a cena da Pietro Parisi è come entrare in una macchina del tempo in cui presente e passato, nuove scoperte e vecchi ricordi, esistono contemporaneamente. Questo accade perché la cucina di Pietro è caratterizzata da un lavoro certosino di riscoperta di ingredienti della tradizione contadina ormai dimenticati – per esempio le erbe selvatiche come il silene o la portulaca – utilizzati però con tecniche moderne.

Pietro è forse la persona più tenace e integra che io abbia mai conosciuto. È un uomo che si è dato degli obiettivi e, in modo lento ma inarrestabile, li ha raggiunti tutti, senza per questo perdere l’umiltà che è tipica di chi è davvero intelligente. Perciò, ancor più della cena – durante la quale molti piatti sono stati una piccola epifania – io ed Erre ci siamo goduti il dopo cena, con Pietro seduto al nostro tavolo che ci parlava di sé, della sua famiglia – a partire dalla nonna Nannina, maestra di cucina e di vita, per finire alla nipotina Carmen e alla figlia Antonia, che non ha ancora compiuto un anno – della sua formazione in giro per il mondo e della scelta di tornare poi a casa, aprendo un ristorante in un territorio difficile, ma che Pietro ama ed è determinato a valorizzare.

Così, fra un bicchiere di vino e l’altro, Pietro ci ha raccontato della pizza a lievito fujuto, impastata usando il siero della mozzarella, dei seccamienti, un antico metodo di conservazione delle verdure estive che usa regolarmente, e dei VOLTI, vale a dire i piccoli coltivatori e allevatori locali da cui Pietro si rifornisce e le cui facce belle e antiche sono immortalate sul menu/magazine di Era Ora.

Salutiamo Pietro che ormai l’una di notte è passata già da un po’, e ci mettiamo in macchina con quell’allegria indolente che segue le esperienze felici. Addirittura azzardiamo una canzone di Mina, visto che lo stereo dell’auto di mio padre si è acceso autonomamente e non riusciamo a spegnerlo. Stavolta Erre ha preso confidenza con l’iPhone e quindi procediamo sicuri verso la meta, fin quando non vediamo all’orizzonte una pattuglia dei carabinieri.

– Adesso ci fermano, boia faus!
– Erre, non secciare!
– Ci fermano e ci fanno l’etilometro!
– Erre, smettila!
– E ci ritirano la patente, e ci sequestrano anche l’auto!
– Erre, ti ricordo che sei un semplice passeggero. Rilassati!

Naturalmente ci fermano, in virtù di quella regola non scritta per cui se devi fermare un tot di auto durante un turno di notte nell’hinterland napoletano, meglio che il conducente e il passeggero abbiano l’aria paciosa e affidabile.

Erre suda freddo, convinto com’è che solo una manciata di minuti ci separi dall’inevitabile arresto, e rischia la sincope quando il carabiniere, oltre ai miei documenti, richiede anche i suoi. Il controllo che segue è talmente lungo, e la situazione talmente ridicola, che a me viene la ridarella. Erre mi sibila di smetterla. Si accorgeranno che sono ubriaca e mi faranno l’etilometro! Inutile ripetergli che dei due l’unico brillo è lui, né che quello dei carabinieri è un controllo di routine, Erre si rilassa soltanto quando il carabiniere ci restituisce i documenti e ci dice che possiamo andare, non prima però di averlo redarguito. Lui che è un giornalista torinese non scriva male dei carabinieri napoletani!

Erre promette solennemente, e così ci rimettiamo finalmente in viaggio, ma quando al primo bivio gli chiedo indicazioni, mi confessa timidamente che durante la nostra sosta forzata ha dimenticato di spegnere il navigatore dell’iPhone, che ora è irrimediabilmente scarico.

Propongo di tornare indietro e chiedere indicazioni ai carabinieri, ma Erre comincia a tremare alla sola idea e mi chiede invece di fidarmi del suo proverbiale senso dell’orientamento. È sicuro che riuscirà a trovare la strada di casa! Ora, ricordo perfettamente che una volta io ed Erre ci siamo perduti nel centro di Torino, sua città natale, ma decido di dargli fiducia e faccio bene perché, grazie a lui, nelle successive due ore di pellegrinaggi alla cieca, scopro zone della provincia, ma anche di Napoli, che mai avrei sospettato esistessero e che mai saprei ritrovare.

Arriviamo al suo albergo, dopo un rocambolesco senso vietato, che ormai è l’alba. Lui ripartirà dopo poche ore, giusto il tempo di farsi una doccia, vedere una mostra, e poi sarà di nuovo sul treno. Mi saluta con un paio di quei baci pudici dei torinesi, e poi mi fa un’ultima domanda:

– La prossima volta mi porti a cena da Annamaria Varriale?

No caro Erre, non ti ci porto. Da Annamaria Varriale non ci andremo fin quando non avrai capito che quella che tu credi si chiami Annamaria Varriale è in realtà Marianna Vitale.

E comunque, non prima che io abbia comprato una vecchia, cara, affidabile cartina stradale.

La prossima volta meglio andare sul sicuro.

La parmigiana di melanzane nel boccacciello di Pietro Parisi
per 1 persona 
1 barattolo con la guarnizione da 500 ml
3 melanzane lunghe
70 g di fiordilatte tagliato a listarelle molto sottili
150 g di salsa di pomodori San Marzano
parmigiano grattugiato
basilico 
Quando ancora non ci conoscevamo, Pietro un giorno venne alla RAI e mi lasciò in portineria due di questi boccaccielli. Tornare a casa, ravvivarli (poi vi spiego come), aprirli e aspirarne a pieni polmoni il profumo, fu un’esperienza mistica. Assaggiarne il contenuto, paradisiaco. 
Preparare questa meraviglia cremosa e avvolgente è molto più semplice di quanto si possa immaginare. Per prima cosa si mette a cuocere la salsa usando dei normalissimi pelati San Marzano, un filo d’olio, uno spicchio d’aglio, basilico, sale e pepe. Quando la salsa è pronta, bisogna passarla, quindi pesarne 150 g e tenerla da parte. Intanto si tagliano le melanzane in fette che abbiano 3 mm di spessore e una lunghezza tale da poter essere agevolmente infilate nel barattolo. Le melanzane andranno cotte al vapore per 5 minuti, giusto il tempo di ammorbidirle e fare in modo che perdano un po’ di amaro. A questo punto si prende il vasetto precedentemente sterilizzato (vi basta lavarlo bene, asciugarlo e poi infilarlo nel forno freddo che porterete a 130° e nel quale lo lascerete per venti minuti dal raggiungimento della temperatura), e si comincia a riempirlo partendo da un cucchiaio di salsa di pomodoro a cui seguiranno un po’ di fiordilatte, un po’ di basilico, un po’ di parmigiano e le melanzane. Si comprime bene il tutto (le melanzane in cottura perdono molto volume, se non le pressate rischiate di ritrovarvi con un boccacciello pieno solo a metà) e si ricomincia. Una volta arrivati alla sommità del barattolo, si finisce con salsa, fiordilatte, basilico e parmigiano. Si chiude il boccacciello e si procede quindi alla cottura, che può avvenire in tre modi: in forno a vapore a 85° per tre ore; in forno statico, in una placca colma d’acqua, a 85° per tre ore; sul fuoco, immerso in una pentola d’acqua che sobbolle appena, per 2 ore.
Trascorso questo tempo, il boccacciello può essere consumato subito, oppure lasciato raffreddare e conservato in frigo fino a 50 giorni (insomma, li preparate all’inizio di settembre e li mangiate a fine ottobre, quando di melanzane buone davvero non ce n’è più traccia). Se avete optato per la seconda possibilità e volete gustare un boccacciello comme il faut, vi basta tirarlo fuori dal frigo, aspettare che torni a temperatura ambiente, quindi immergerlo per venti minuti, a fuoco spento, in una pentola d’acqua che abbia appena raggiunto il bollore e che coprirete con un coperchio.
Qui in casa Gastronomica siamo diventati addicted.
Scommetto lo diventerete anche voi.

Che pizza!

Sono una napoletana anomala, l’ho detto tante volte. Chiedimi di chiudere gli occhi e pensare a cosa vorrei mangiare prima di cominciare una dieta severa che si protragga nel tempo, e io ti chiederò un uovo in cocotte con una dose generosa di tartufo nero di Norcia, o una bella porzione di canederli allo speck.
Vivo tranquillamente senza ragù, sono capace di non mangiare la genovese per anni e, lo confesso, nutro una sincera antipatia per la pizza fin da quando ero bambina.
Quella base gommosa, quel pomodoro acido e sempre troppo liquido, quel fior di latte che finiva con l’annacquare ulteriormente la salsa e rendere la pizza ancora più molliccia, sono stati l’incubo della mia infanzia. Ogni volta che un’amichetta voleva festeggiare il proprio compleanno in pizzeria, a me veniva l’ansia già dalla settimana precedente e puntualmente fingevo di sentirmi male per non partecipare.
Insomma, chi l’avrebbe mai detto che poi – giunta ormai nel mezzo del cammin di nostra vita – fra me e la pizza sarebbe scoppiato l’amore?
Non credo di essere cambiata io, quella che è davvero cambiata è lei e il merito di questa metamorfosi va a una generazione di pizzaioli che ha puntato sull’altissima qualità delle materie prime, su uno studio attento dell’impasto, e una cura particolare per la lievitazione.
Uno di questi è Ciro Salvo, fanatico delle farine e delle lunghe lievitazioni, da oggi a Napoli, in piazza Sannazaro, alla guida della pizzeria 50 kalò.
Così oggi a ora di pranzo ho lasciato che i miei colleghi si avviassero mestamente verso la mensa mentre io invece salivo in vespa e puntavo verso piazza Sannazzaro, decisa a godermi un assaggio di quella che, ne sono certa, diventerà la pizza di riferimento per chi abita fra Chiaia e Posillipo, la pietra di paragone con cui misurare tutte le altre.
Arrivo che in tavola c’è un ripieno bianco e ne assaggio un pezzetto ormai tiepido ma, meraviglia assoluta, l’impasto è ancora morbido, cedevole. Avvolge il palato con un sapore rotondo che ben si sposa con il velluto della ricotta.
A seguire arriva la Pizza dell’Alleanza, in cui il fior di latte di Agerola si fonde con i sapori ben netti del lardo di Colonnata, del conciato romano, della cipolla ramata di Montoro.
Pasquale, uno dei camerieri di 50 kalò, tutti sorridenti, solerti e così veloci da dare l’impressione di volare fra i tavoli, mi chiede cos’altro voglia assaggiare. Facciamo un rapido referendum e optiamo per una marinara, una pizza con pomodori del piennolo e provola, e una classica margherita.

Mi rimetto in vespa per tornare al lavoro e penso a mia madre, che da anni ormai esprime il desiderio di mangiare una pizza che sia buona, ma buona davvero. Domani la porto a pranzo da Ciro al 50 kalò, perché, incredibile a dirsi, la pizza buona davvero adesso ce l’ha a 500 metri da casa. 
Anzi, una pizza più che buona.
La migliore che io abbia mai mangiato.
50 kalò
Piazza Sannazzaro, 201/B
Napoli
Tel. 081 19204667

Un ca-popò-popò-popò-lavoro!

Ho visto cose, in tv, che voi umani non potreste neanche immaginare (o che forse, purtroppo, immaginate benissimo). Ho visto talent-show per aspiranti cuochi che negli anni si sono moltiplicati diventando sempre più specifici: dalla cucina in generale alla pasticceria, poi ai dolci da forno, ai cupcake, alla cucina etnica, perfino ai prodotti confezionati da vendere nei supermercati.
Ho visto talent per cantanti, ballerini e saltimbanchi, per parrucchieri, per toelettatori per cani, per tatuatori, per stilisti, per truccatori, per impresari edili, per pretese top model, per stylist, per decoratori, per arredatori d’interni.
Ho visto talmente tanti programmi, spesso talmente tanto brutti, da avere ormai il pelo sullo stomaco. O almeno così pensavo prima di imbattermi in Masterpiece.
Se non sapete di cosa stia parlando vado subito a illuminarvi. Masterpiece è il nuovo talent firmato RAI3, che vede una serie di aspiranti scrittori impegnati a gareggiare fra loro per ottenere un contratto con la Bompiani, che prevede la pubblicazione del capolavoro vincente in una tiratura di 100.000 copie.
A giudicare i testi c’è una giuria composta da Giancarlo De Cataldo, Taye Selasi e Andrea De Carlo, mentre un coach, Massimo Coppola, intrattiene i concorrenti prima che incontrino i giudici e li accompagna nelle prove esterne.
Per il momento sono state trasmesse tre puntate (la prossima andrà in onda domenica 15 dicembre alle 22.50) e siamo ancora nella prima fase del programma, quella legata alla selezione dei concorrenti che poi parteciperanno alla competizione vera e propria. Per capirci diciamo che siamo alle eliminatorie, va’.
In ogni puntata vengono quindi presentati dieci aspiranti scrittori che abbiano già un romanzo nel cassetto, viene chiesto loro di leggerne un brano significativo, segue poi breve colloquio con la giuria, et voilà, su queste basi vengono eliminati i primi sei concorrenti. 
I quattro che rimangono partecipano a questo punto a quella che viene chiamata prova immersiva. Fondamentalmente si tratta di un’esterna che li vede coinvolti in un evento – che sia un tipico (!) matrimonio napoletano, una partita di calcio fra non vedenti, il soggiorno in un convento di clausura o un concorso per culturisti – di cui dovranno poi scrivere una volta tornati in studio, tirandone fuori un racconto in mezz’ora di tempo.
I due che superano questa prova accedono al test finale, ovvero l’elevator pitch. Ogni concorrente ha cinquantanove secondi, il tempo che l’ascensore della Mole Antonelliana raggiunga la sommità della cupola, per raccontare in modo esaustivo e accattivante il suo romanzo a uno scrittore famoso, guest star della puntata.
Il concorrente che supera tutte le prove passa alla fase successiva del programma, di cui al momento nulla è dato di sapere.
Si potrebbe pensare che io sia prevenuta per quella sorta di snobismo che contraddistingue la maggior parte dei lettori accaniti o, ancor di più, coloro che della scrittura hanno fatto una professione, ma vi garantisco che non è così. 
Sono convinta che si possa imparare a scrivere al punto che io stessa ho frequentato – ormai vent’anni fa – il master in tecniche della narrazione della Scuola Holden, a Torino. La scrittura, come ogni altra disciplina artistica e non, ha delle sue regole ben precise, dei trucchi del mestiere, che vengono agevolmente insegnati e facilmente imparati, sempre che si sia poi portati per la materia, che si abbia una predisposizione naturale. Non si può fare uno scrittore di chi non abbia un minimo di vocazione così come non si può fare un cantante di chi sia completamente stonato.
Allora qual è il problema di Masterpiece? Ci arrivo subito. Masterpiece è inesorabilmente noioso. Che questo rischio ci fosse devono averlo intuito anche gli autori che infatti cercano di distogliere l’attenzione dai romanzi proposti spostandola piuttosto sui concorrenti, scelti con gli stessi criteri di qualsiasi altro talent.
Ci sono perciò il tipo strambo, la signora âgée, il presuntuoso, e naturalmente quello con le stigmate del vincitore, immediatamente riconoscibile. Ci si sofferma molto sui confessionali, sui commenti frustrati dei concorrenti che non passano la selezione, sugli apprezzamenti – francamente irritanti – che i partecipanti del sesso forte fanno sulla bellezza di Taye Selasi.
Dei romanzi si capisce poco o niente, a stento se ne comprende il tema, perché quello che viene mostrato del primo colloquio con i giudici è un montaggio frammentario e gioco forza parziale, in cui prevalgono i momenti di tensione, i commenti sprezzanti della giuria, quelli risentiti dei concorrenti. 
Il tutto si conclude con la formula ormai logora con cui si procede all’eliminazione dei concorrenti in ogni talent: tizio, mi dispiace ma il tuo percorso a Masterpiece termina qui. Possibile che in un talent incentrato proprio sulla parola scritta non si sia stati capaci di scegliere parole diverse, di inventare una chiosa nuova?
Le prove immersive sono poi grottesche, una sorta di docu-fiction girata male, e vengono vissute dai concorrenti come se fossero esperienze illuminanti, cosa che annoia e irrita ancora di più. Ma il momento più clamoroso della trasmissione, quello che rivela fino in fondo quanto sia debole e poco televisiva l’idea che sottende l’intero format, è quello della prova scritta. 
Mezz’ora che viene condensata in pochi minuti scanditi da una musica incalzante in cui i quattro concorrenti siedono a quattro postazioni dotate di un computer sul cui schermo le parole si formano con caratteri enormi, per dar modo al telespettatore di leggere qualcosa, di sentirsi almeno in parte coinvolto.
Insomma, diciamo la verità, non c’è nulla di spettacolare nella scrittura. Ci hanno provato, si sono anche messi di impegno per movimentare il programma, ma vedere uno che se ne sta seduto al computer, che magari si trastulla con un videogioco in attesa che gli venga un’idea, che batte furiosamente sui tasti per poi cancellare tutto, non è la stessa cosa di vedere uno che non riesce a montare una meringa, si dispera, ma poi ci riprova e fa una pavlova perfetta, o un altro che in mezza giornata confeziona un abito da sera. 
E adesso scappo perché il consorte mi reclama a gran voce.
– Bene, ma stai ancora davanti a ‘sto computer? E che palle!
Ecco, che vi avevo detto?
Madeleine
per uno stampo da 12
2 uova codice 0
110 g di zucchero
un pizzico di sale
100 g di burro sciolto a bagnomaria
la buccia grattugiata di un limone
120 g di farina 0
mezzo cucchiaino da caffè di lievito per dolci
Per molto tempo, mi sono coricato presto la sera. 
Così Natalia Ginzburg traduce uno degli incipit più famosi della storia della letteratura, quello de La strada di Swann, primo dei sette volumi che compongono Alla ricerca del tempo perduto, l’opera più famosa di Marcel Proust. Non si può parlare di scrittura senza pensare alla monumentale opera di Proust, così come non si  può parlare di Proust senza pensare alle madeleine.
Prepararle è più semplice di quanto si possa pensare, anche grazie alla ricetta perfettamente collaudata di Daniela Acquadro
Con l’ausilio di una frusta elettrica, montate le uova con lo zucchero e il pizzico di sale. Quando saranno diventate gonfie e chiare, unite il burro fuso (ma a temperatura ambiente) a filo, come se volesse fare una maionese. Una volta inglobato tutto il burro, unite la buccia di limone grattugiata (o, se volete, dell’essenza di mandorla amara), la farina e il lievito (setacciati, mi raccomando), mescolando dal basso verso l’alto.
Imburrate bene lo stampo da madeleine, sistemateci il composto in modo che sia a filo con il bordo e mettete tutto in frigo per una notte intera. Il giorno dopo preriscaldate il forno alla massima temperatura scegliendo l’opzione per la cottura statica, infornate le madeleine per cinque minuti, quindi abbassate a 180° e cuocete altri cinque minuti. 
Sfornate le madeleine e fatele raffreddare su una gratella, quindi assaporatele lentamente, magari leggendo un bel libro.

Sado-Master(Chef)

Ultimamente ho scoperto di godere di un certo seguito tra i figli dei miei amici. Fra quelli che leggono il blog (Daria, lo so che ci sei anche tu), quelli con cui discuto di un mio improbabile futuro di pianista, gioco a ruzzle e, se solo avessi trent’anni di meno, mi vorrei fidanzare, quelli abilissimi nel farmi da personal shopper (e sto parlando di un bambino di sette anni che ha, in fatto di borse e scarpe, più competenza e buongusto di uno stylist navigato), quelli soap opera addicted che sono in grado di elaborare le strategie più impensate per carpirmi qualche segreto sui futuri sviluppi delle storie, e quelli con cui – semplicemente – si fa a gara a scambiarsi insulti inverosimili nell’intento di stupire l’altro, mi sorprende di avere ancora il tempo di condurre una vita ordinata e produttiva.
Sebbene questi ragazzetti abbiano delle peculiarità ben precise che li rendono molto diversi l’uno dall’altro, c’è una cosa che li accomuna tutti: vorrebbero mandarmi in pompa magna a concorrere per il titolo di MasterChef.
La guardano la trasmissione, i ragazzetti, e confesso che la guardo anch’io, e confesso anche che il venerdì pomeriggio qualche telefonata di commento sugli episodi salienti e sugli eliminati delle puntate mandate in onda la sera prima, ci scappa sempre. Ma sul partecipare… no, cari miei, proprio non se ne parla.
In genere la mia fermezza li indispettisce. Vorrebbero capire, vorrebbero sapere. Secondo loro per una che cucina con il mio entusiasmo e con la mia regolarità, MasterChef è un approdo naturale. Dopotutto è o non è il più grande cooking show prodotto in Italia?
Vai a spiegare ai suddetti ragazzetti che invece è proprio il contrario, che la cucina, il saper cucinare, il voler cucinare, non c’entrano niente con MasterChef. Vai a far loro capire, o semplicemente vai a far sì che si rendano conto che mai, neanche una volta, a far viaggiare la loro fantasia è stata una ricetta, la composizione di un piatto o anche un semplice ingrediente. Quello che davvero li colpisce – ahimé – è il modo in cui vengono trattati i concorrenti.

Non si punta mai sulla loro bravura, in quel di MasterChef, quelli bravi vengono liquidati in fretta. Sono quelli che non brillano, un po’ fragili sia tecnicamente che emotivamente, a essere presi di mira. Con loro si può applicare alla letterea il teorema sul quale si basa l’intero programma, la competizione malata, l’essere disposti a tutto – tranne che al necessario – pur di riuscire.

Così intenerisce Daiana, con i suoi cinquanta e passa anni, con la sua vita piena d’amore (una che riesce a gestire, felicemente, ex marito e nuovo compagno ha tutta la mia ammirazione), con la sua nostalgia per la figlia. Intenerisce il fatto che nel corso delle puntate diventi un po’ la chioccia di Suien, mamma di un nugolo di bambini, disoccupata, con un passato e un presente difficili.

E gli autori ci sguazzano esercitando la crudeltà con grande sapienza, enfatizzando per puntate e puntate l’amicizia fra le due, salvo poi metterle l’una contro l’altra, rivali in uno scontro all’ultimo sangue. Le due si disperano, Daiana vorrebbe quasi sacrificarsi, sottrarsi alla lotta. Ma poi, con un clamoroso gesto di magnanimità scritto in copione, le due vengono risparmiate. Per quella puntata non ci saranno eliminati.

Viene fatto fuori subito Federico, un po’ perché i suoi piatti vengono ritenuti immangiabili – cosa della quale io rimango scettica – molto perché non si lascia umiliare, ironizza. Se anche Bastianich lancia i piatti all’interno dello studio come si farebbe con un frisbee sulla spiaggia, Federico non si scompone e dai suoi occhi, ben lungi dalla contrizione, traspare una scintilla di compassione per ciò che quel povero cristo di Joe si abbassa a fare, pur di restare nel personaggio.

Ogni gruppo ha poi un capro espiatorio, un elemento contro cui coalizzarsi per sentirsi più forti, complici e sodali. Quest’anno al casting si sono trovati in grande difficoltà perché c’erano ben due concorrenti che potevano ricoprire quel ruolo: Letizia e Tiziana, affini addirittura nel nome. Nell’imbarazzo della scelta le hanno scelte entrambe, lasciando che fossero i concorrenti stessi, in modo naturale e spontaneo, a trovare quella da odiare.

A trionfare è stata Tiziana, quarantunenne avvocato in carriera, in apparenza coriacea ma in fondo poco avvezza a sporcarsi le mani. Tiziana che, lo si capisce chiaramente, è forte di un’ottima estrazione sociale e di una solida posizione economica, è naturalmente superba.

Dittatoriale ma non carismatica, poco attraente fisicamente e caratterialmente, con una voce che sortisce lo stesso effetto fastidioso di quando la parte meno friabile del gesso viene passata sulla lavagna, non particolarmente creativa, è geneticamente destinata all’emarginazione all’interno del gruppo ma – e qui mi sbilancio – è anche la candidata ideale alla vittoria, se gli autori vogliono far bene il loro compitino.

Sta di fatto, e qui si torna a bomba, che i ragazzetti figli dei miei amici, ma in definitiva la gran parte degli spettatori, non sanno o fingono di non sapere che i reality e i talent altro non sono che fiction. Sono pensati a tavolino, scritti con cura, girati e montati ad arte proprio al servizio di quella scrittura. Bastianich è un attore, lo sono Cracco e Barbieri, lo sono i concorrenti.

A tavolino sono pensate le umiliazioni inflitte ai concorrenti, le denigrazioni, le tensioni esplicite o serpeggianti, il build up to cut down. Tutto il resto si perde, o comunque non conta.

Non conta avere rispetto per le persone, non conta avere rispetto per il cibo – che viene bistrattato, offeso, sprecato -, non conta avere rispetto per una professione – quella dello chef – che non si improvvisa, che non prevede che si brucino le tappe arrivando a esercitarla senza avere le conoscenze e le competenze necessarie.

Perciò, ragazzetti miei, io me ne resto a casa mia, a cucinare per gli amici, a fare marmellate e biscotti per voi, a preparare i piatti che mi piacciono davvero.

Questi giochetti, se permettete, li lascio ad altri.

BISCOTTI AI DATTERI E SESAMO
per circa 75 biscotti

250 g di farina 0
160 g di burro
100 g di zucchero demerara
1 uovo categoria A
160 g di datteri freschi pesati senza nòcciolo
50 g di semi di sesamo
i semini di mezzo baccello di vaniglia
1 pizzico di sale

Nonostante quanto scritto fino ad ora, l’interesse  per la cucina dei miei amati ragazzetti va in qualche modo premiato. Perciò oggi si preparano i biscotti, e non i soliti chocolate chips cookie la cui preparazione è ormai familiare a molti di loro, ma qualcosa dal sapore un po’ più particolare e con quel tocco di esotismo che sicuramente li affascinerà.

Come sempre, si tratta di una ricetta facile, trovata qualche anno fa su La cucina italiana e poi un po’ modificata, almeno per quanto riguarda la preparazione.

Si comincia montando il burro morbido con lo zucchero, il sale e i semini della vaniglia. Quando questo miscuglio risulterà omogeneo e avrà cambiato colore diventando più chiaro, si aggiungono l’uovo, la farina, e quindi i datteri a pezzetti.

Ne verrà fuori un impasto quasi immaneggiabile tanto che è appiccicoso. Armati di buona volontà, si dovrà quindi farne una palla che poi, avvolta nel cellophane, bisognerà scordare in frigo per una mezza giornata.

Trascorso questo tempo, bisognerà dividere l’impasto in due parti e, rotolandone una alla volta su un foglio di carta forno, formare due cilindri di circa 3 cm di diametro.

Dovrete allora sistemare i semi di sesamo in un vassoio che contenga in lunghezza i cilindretti, passarveli dentro avendo cura che il sesamo si appiccichi all’impasto in modo omogeneo e mettere il tutto nuovamente al freddo, questa volta in freezer per almeno un’ora.

L’ultimo passaggio è quello che dà maggiore soddisfazione. Estratti i cilindretti dal freezer, basta tagliarli in fette da un centimetro che poi andranno disposte, a un paio di centimetri di distanza le une dalle altre, su una placchetta rivestita di carta forno.

Cuocere per 25 minuti in forno preriscaldato a 170°, farli raffreddare su una gratella e mangiarli a sazietà (ma solo se siete bambini, avete un metabolismo da veri sportivi o avete un tremendo bisogno di consolazione).

Big Girls WANT Cry

Non so voi, ma io non vorrei tornare ad avere vent’anni neanche se mi pagassero. 
Se l’adolescenza è l’età delle certezze assolute, dell’idealismo, della ribellione e della scoperta di sé, credo che gli anni a seguire, quelli che vanno dai venti ai venticinque/ventisei, siano invece quelli dello sconforto.
La strada di colpo non è più segnata, gli studi sono finiti e la voglia di sentirsi adulti e indipendenti è talmente forte da fare male. Eppure tutto sembra immobile, il futuro appare ancora lontanissimo da venire. 
Queste considerazioni, e molte altre ancora, mi sono sorte spontanee quando, qualche mese fa, la HBO (sempre lei) ha messo in onda Girls, serial ambientato a New York che narra delle peripezie, amorose e non, di quattro amiche tanto legate l’una all’altra quanto diverse fra loro. Per caso vi ricorda qualcosa?

Protagonista della serie è Hannah, interpretata da Lena Dunham che, oltre a recitarvi, ha creato, sceneggiato, diretto e prodotto Girls. Ma se qualsiasi fanciulla che si aggirasse intorno ai trent’anni alla fine del secolo scorso ha desiderato almeno una volta essere Carrie Bradshaw, dubito seriamente esista al mondo anche una sola venticinquenne che desideri essere Hannah Horvath.

Hannah è una ragazza bruttina con qualche chilo di troppo, che ha le spalle perennemente curve, cammina con i piedi a papera, mangia di continuo – soprattutto gelati – e in modo ripugnante, tenendo la bocca aperta, e sembra scegliere con cura qualsiasi capo di abbigliamento possa mortificare ulteriormente un fisico non felice.

Vive a New York, mantenuta dai genitori, in attesa che decolli la sua sfolgorante carriera di scrittrice. Ah bene, penserete, Hannah non è esteticamente gradevole ma compensa con talento e intelligenza! Peccato che Hannah non scriva null’altro che il proprio diario, che tiene sul comodino, e del suo lavoro di scrittrice non faccia che parlare, come se bastasse fare quello per dare concretezza ai suoi progetti.

Insomma Hannah è uno strano miscuglio di egocentrismo e complesso di inferiorità, è fragile e al tempo stesso crudele.

Le sue compagne di viaggio, la coinquilina Marnie, Shoshanna e la sua snobissima cugina inglese, Jessa, non hanno invece la forza per essere delle vere comprimarie.

La rigida Marnie, che ha pianificato la propria vita al punto che pur non amando più il fidanzato storico non lo lascia per non sconvolgere i propri programmi, Shoshanna, che sebbene viva in un finto mondo perfetto in cui si indossa sempre l’abito giusto per l’occasione giusta, ci si pettina e ci si trucca nel modo giusto, si parla e perfino si pensa nel modo giusto, non ha trovato nella sua infinita perfezione nessuno che si sia degnato di andare a letto con lei, Jessa, che invece ne ha trovati fin troppi, e ne parla svogliatamente mentre fuma una sigaretta e filosofeggia con aplomb da hipster, sono poco più che stereotipi.

Sono ragazze che sicuramente Lena Dunham ha incrociato e invidiato, oppure compatito o ancora deriso, ma che non si sforza di indagare più di tanto, limitandosi a restituirne un ritratto superficiale e un po’ grottesco.

Quello che la Dunham fa, bisogna riconoscerlo, con una certa abilità, è in definitiva confondere le acque. Finge di parlare di una generazione per parlare in realtà di se stessa, con evidente intento catartico.

Infatti se Marnie, Shoshanna e Jessa sono finte, Hannah è invece dolorosamente vera. Il suo volersi male, il suo sentirsi inadeguata nei confronti di chiunque abbia più talento di lei ancor prima che nei confronti di chi sia esteticamente più gradevole, il suo cercare i consigli delle amiche per averne in realtà l’approvazione, il suo accettare qualsiasi compromesso sessuale pur di sentirsi voluta e amata, il suo terrorizzarsi quando poi invece amata lo è davvero, quasi sentisse di non meritarlo, sono sentimenti che molte di noi hanno provato.

Sicuramente li ho provati io, ed è per questo che – pur riconoscendo l’innegabile talento di Lena Dunham – ho guardato Girls con grande disagio.

I panni sporchi, se permettete, si lavano in famiglia.
O tutt’al più nello studio dello psicanalista.

Girls
dal 10 ottobre alle 23.10 su MTV
(scusate il ritardo, sarà stato un lapsus freudiano)

GELATO AL MIELE, LAVANDA E ROSMARINO

6 tuorli di uova categoria A
150 g di miele d’acacia
50 g di zucchero
300 g di latte intero
200 g di panna
1 rametto di rosmarino
1 cucchiaio e mezzo di fiori di lavanda
UNA GELATIERA

Avete letto bene, la gelatiera compare fra gli ingredienti perché, credetemi, se non l’avete è meglio che non vi mettiate proprio all’opera. Io, che ho visto tragicamente defungere la mia mentre stavo preparando il gelato, ci ho messo mezza giornata per portare a compimento quanto iniziato, e il risultato non è stato affatto soddisfacente come al solito.
Io vi ho avvisati…

Per preparare questo gelato aromatico ed evocativo (sempre ammesso che abbiate la gelatiera), dovete innanzitutto riscaldare il latte e la panna con il rosmarino e i fiori di lavanda fino a portarli a bollore.

Contemporaneamente, servendovi di una frusta elettrica (io l’ho fatto a mano perché quel giorno anche la mia frusta elettrica si è ammutinata, ma spero che voi siate più fortunati) montate i tuorli con lo zucchero e il miele fino a ottenere un composto chiaro e spumoso.

 

Aggiungete quindi a filo il latte ancora caldo, dal quale avrete avuto cura di eliminare il rametto di rosmarino, e rimettete tutto sul fuoco, mescolando di continuo con una spatola in modo da descrivere un 8 nella pentola,  fin quando il composto non comincerà a velare la spatola, ma evitando che giunga ad ebollizione trasformandosi in una stracciatella.

Ciò fatto, lasciate raffreddare quindi spostate il composto nella gelatiera e fate andare secondo le istruzioni della macchina.

Sono sicura che se Hannah Horvath avesse mangiato questo gelato, invece di quello comprato al carretto sotto casa, si sarebbe ricordata di tenere la bocca chiusa.

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