Agosto, vacanza mia non ti conosco

Quest’anno è andata così. Niente mare, niente montagna, niente mete esotiche, niente capitali europee. Perfino la piscina della Mostra d’Oltremare, in genere da me molto frequentata, quest’anno non mi ha visto fare neanche una cauta immersione. 
Quest’anno il mio posto è stato qui, alla scrivania.
Va bene, per carità. Di questi tempi non è che ci si possa lamentare perché si ha del lavoro da fare, e quindi io non mi lamenterò. 
Io.
Perché il consorte invece si è lamentato moltissimo.
Giustamente.
Non che io non ci abbia provato a mandarlo in vacanza, sia chiaro. Ma lui si sentiva in colpa a godersi il relax sapendomi sola a casa a sceneggiare, e perciò è rimasto con me.  
– Va be’, ma in fondo non è poi così male ‘sta cosa di rimanere in città.
Ho argomentato provando a indorargli la pillola. 
– Andremo controcorrente. 
– Come i salmoni? 
Ha chiesto il consorte un po’ interdetto.
– No. Come quelli che fanno le vacanze intelligenti. Ad agosto, mentre gli altri si accalcano su spiagge talmente affollate che per vedere il mare devi sbirciare le foto su facebook, ci godiamo la città finalmente silenziosa, e a settembre, quando tutti gli altri sono tornati a casa, ci deliziamo su una spiaggia deserta.
Insomma, dopo averlo attrezzato con Il conte di Montecristo e un phon industriale per aiutarlo a occupare il troppo tempo libero, e avergli ripetuto più volte la solfa delle vacanze intelligenti, anche il problema consorte deluso è stato risolto.
Lui legge e svernicia la porta d’ingresso bisognosa di un restauro, e io sceneggio nel mio studio.
Tutto sarebbe andato per il meglio, perché la città, o perlomeno la nostra zona, è effettivamente deserta.
Tranne i venti metri quadrati di suolo pubblico antistanti la finestra della nostra camera da letto, dove invece, almeno una volta al giorno, passa chiunque si trovi a Napoli in questo momento.
Si comincia all’alba, quando veniamo felicemente risvegliati dai gruppetti di cingalesi che si riuniscono sotto la nostra finestra prima di andare al lavoro. Il consorte bofonchia, io cerco di rabbonirlo. Parlano una lingua così musicale… sembra di sentire un’orchestra composta esclusivamente di triangoli, vibrafoni, e hang. Il consorte mi guarda con l’aria di chi sta valutando un TSO, quindi decide che sono una causa persa, si tira il cuscino sulla testa e si rimette a dormire. O almeno ci prova.

Un paio d’ore dopo è il turno delle ucraine, e allora sono io ad andare in ansia. Perché il loro tono è talmente aggressivo e autoritario, perfino quando si tratta di amabili chiacchiere con le amiche, che a me viene istintivo buttarmi giù dal letto, mettermi sull’attenti e andare a preparare la colazione marciando al passo dell’oca.

Seguono ameni intermezzi gentilmente offerti da quei pochi, pochissimi, che non sono partiti ma sono in procinto di farlo, o che sono appena tornati, e che – sempre e comunque – invece di intrattenersi nelle aree limitrofe alle loro abitazioni, preferiscono farlo qui davanti.

Se ne ricavano alcune chicche che, devo riconoscerlo, a metà giornata ci strappano qualche sorriso.
Si va da…
– Uanema Titi’, che c’hai messo dentro a ‘sta valigia, un corpo umano?
A…
– Quello sapete che mi dice? Io i 240 cavalli della macchina li voglio sentire tutti! Intanto a casa nostra tenimmo cchiù fotografie ‘e l’autovelox che d’o matrimonio!

Poi c’è la sezione “turisti”, che ha orari imprevedibili, ma non manca mai. Sono spagnoli, francesi, inglesi, americani, giapponesi, tedeschi e tutti, dico tutti, si fermano sotto la nostra finestra a chiedere informazioni.

Ora si sa, il napoletano è naturalmente disponibile e generalmente si dà molto da fare per rendersi utile, anche quando è più che evidente che non ne ha la capacità. Quindi in genere lo scenario è questo: due ragazzi fermano uno sporadico passante che, inutile dirlo, pur essendo sporadico non sta né un metro prima né un metro dopo la nostra finestra, e gli chiedono informazioni in un francese, inglese, o tedesco, appena punteggiato di qualche parola in italiano.

Il passante non capisce un accidenti, ma non si dà per vinto. Così, mentre i turisti assistono attoniti, si affretta a citofonare o a telefonare o semplicemente a mettersi in contatto gridando a gran voce con un suo amico che in teoria conosce benissimo le lingue, ma in pratica ne sa meno di lui.

Queste conversazioni fra sordi, per quanto a volte irresistibili, indispettiscono a morte il consorte (a me succede lo stesso con i film demenziali) che, quando proprio non ne può più, si avvicina alla persiana chiusa e urla ai turisti le informazioni richieste. Quelli rischiano l’infarto, non lo nego, ma almeno capiscono dove andare (a quel paese, suggerirebbe il consorte) e salpano verso altri lidi.

Finalmente scende la notte. Il consorte ed io ci infiliamo sotto le lenzuola, lui prende Il conte di Montecristo, io faccio le parole crociate. La città dorme, non passa neanche un’automobile. Spegniamo la luce e ci accingiamo a scivolare dolcemente nel sonno, quando dalla finestra arrivano le voci sommesse, ma chiarissime, di tre uomini.

Io mugugno al consorte di affacciarsi e chiedere ai tre di tacere, ma lui si mette il dito indice davanti alle labbra, facendomi capire chiaramente che quella che deve star zitta sono io, quindi si predispone all’ascolto, interessatissimo. Apprende così che i tre sono soci, anche se non si capisce di cosa, ma che uno di loro si è mangiato una discreta cifretta, sottratta dal conto societario, pe’ anna’ a se diverti’ cu ‘na zoccola. Seguono insulti, minacce e ipotesi più o meno fantasiose su come il giovane virgulto, irretito dalla profumiera, debba fare per per restituire il maltolto. Il consorte si appassiona come non gli ho visto fare neanche quando guardavamo Sherlock e c’era da capire chi fosse il colpevole, si siede sul davanzale e si gode lo spettacolo per una buona mezz’oretta.

Alla fine sono esausta. Brontolo contro l’estate, il caldo che ci costringe a tenere la finestra aperta, il condominio che non ci permette di installare un condizionatore, l’ubicazione della casa, e il fatto che siamo dovuti restare in città.
Il consorte mi guarda divertito.
– Bene, e che fine ha fatto la tua teoria dell’andare controcorrente come i salmoni?
– I salmoni mi hanno stufato, caro mio. Dall’anno prossimo ci spostiamo in banco. Come i tonni.

Polpettone di tonno
per 4 o 5 persone
(non lo dico io, lo dice Ada Boni)

200 g di tonno sott’olio
3 cucchiai di pane grattato finissimo
3 cucchiai di parmigiano grattugiato
1 uovo
1 chiara d’uovo (usate il tuorlo per fare una bella maionese)

Ecco qua, già immagino le vostre obiezioni. E che fine hanno fatto le patate? Perché non sono nell’elenco degli ingredienti? Le patate non sono contemplate, signori miei.

C’è chi dice che il mondo si divida in quelli che amano i Beatles e quelli che amano i Rolling Stones, chi sostiene che si divida in quelli che trovano che M. Butterfly sia il film migliore di Cronenberg e quelli convinti che sia il peggiore, quelli che hanno amato il finale di Lost e quelli che lo hanno detestato, quelli che parteggiavano per la Callas e quelli che invece le preferivano la Tebaldi.

Per me il mondo si divide in quelli che per polpettone di tonno intendono quel cataplasma di tonno e patate dalla consistenza sospetta, e quelli che invece sono cresciuti in una casa fornita di Talismano della felicità e quindi sanno che l’unico, vero, inimitabile polpettone di tonno è quello ritratto nella foto sopra.

Questo, oltre a essere il piatto della mia infanzia, un vero e proprio comfort food, è anche uno di quei piatti che ti risolvono la serata quando, per esempio, sul calar della sera ti telefonano due amici e si auto invitano a cena, e tu hai staccato la spina del frigo perché tanto è talmente vuoto che almeno risparmi corrente.

Prepararlo, inutile dirlo, è di una semplicità disarmante. Scolate l’olio, e mettete il tonno in una ciotola, quindi armatevi di forchetta e cominciate a sminuzzarlo. Lavoratelo per almeno un paio di minuti, in modo da ottenere una consistenza abbastanza omogenea. Aggiungete il pane grattato e il parmigiano, e continuate a lavorare con la forchetta. Quando i tre ingredienti si saranno amalgamati, aggiungete l’uovo e la chiara. Continuate a mescolare bene. Ne otterrete una massa umida, facilmente modellabile. A questo punto prendete un pezzo di carta argentata, rovesciatevi sopra l’impasto e lavoratelo dandogli la forma di un cilindretto. Avvolgetelo poi nell’alluminio e chiudetene bene le estremità. Mettetelo in una pentola che lo contenga agevolmente, copritelo di acqua fredda, e fatelo cuocere per un’ora dal bollore. Passato questo tempo scolatelo, attendete che si sia raffreddato, quindi liberatelo dell’alluminio e tagliatelo in fettine di mezzo centimetro di spessore. Servitelo accompagnato da una maionese preparata con il tuorlo avanzato.

In ogni caso, se proprio volete il rigore filologico, ecco la foto della ricetta così come compare nel Talismano appartenuto alla Titta.
Come sempre, fatemi sapere.

Un uomo per tutti gli sport

Mio padre da giovane è stato un atleta.

Lo so, detta così non sembra una rivelazione fondamentale, di quelle che ti cambiano la vita. Eppure a me la vita l’ha cambiata, perché mio padre ha praticato un numero incredibile di sport, ha eccelso quasi in tutti, e ha desiderato più di ogni altra cosa che noi figli seguissimo il suo esempio.

Papà è stato nuotatore, pallanuotista, canottiere, velista, ciclista, sciatore. Ha giocato a calcio, a tennis, a pallavolo, a golf. E sono sicura che, nonostante il lungo elenco, sto dimenticando qualcosa.
Mio padre ha passato la vita ad allenarsi. Ogni luogo e ogni momento erano buoni per fare un po’ di preparazione atletica in vista di una gara. Nella primavera del 1971, dopo poco più di tre anni di matrimonio e con due figli piccoli, di cui uno praticamente in fasce, i miei andarono vicinissimi al divorzio perché mio padre aveva preso l’abitudine di allenarsi per gli europei di vela tenendo in braccio mio fratello, e usandolo come zavorra mentre faceva i piegamenti sulle gambe.

Quando papà partì, mamma scoprì che non c’era verso di far addormentare il pargolo cullandolo amorevolmente fra le braccia, e dovette affrontare quindici giorni di pianti disperati del suddetto, nonché tremendi dolori muscolari dovuti all’improvvisa ginnastica a cui suo malgrado era stata costretta pur di placarlo (conditi da solenni improperi rivolti a mio padre).

Per papà l’importante non è mai stato partecipare. L’unica cosa che davvero conta per lui è vincere, e avrebbe voluto che per noi fosse altrettanto. Volete sapere qual è uno dei ricordi più traumatici della mia infanzia? La gara che concludeva il corso di sci con il quale – credo a sette anni – avevo conseguito la seconda stellina d’argento.

Al cancelletto di partenza improvvisato, mentre aspettavamo che il bambino precedente finisse la discesa, papà mi fece un discorso motivazionale al cui confronto quello di un allenatore della Germania Est sarebbe sembrato incredibilmente sdolcinato. Dopodiché pretese che mi levassi il piumino, che a suo dire mi avrebbe rallentata perché troppo poco aerodinamico, e al suono del fischietto mi incitò con un rabbioso “Spacca tuttoooo!”.

Inutile dire che ero talmente terrorizzata che l’unica cosa che riuscii a spaccare fu la mia fronte. A metà gara infatti infilai con lo sci uno dei paletti dello slalom, che mi andò a sbattere in faccia procurandomi un bel taglio, caddi, e siccome ero senza giacca a vento (non vi dico che beneficio ne aveva tratto l’aerodinamica!) m’inzuppai completamente il maglione e mi beccai una bella febbre.

Sempre costretta da mio padre, nel mio piccolo anch’io ho nuotato, sciato, giocato a tennis e a pallavolo. Ma l’ho fatto con un’ansia da prestazione così smisurata che, nonostante i miei sforzi, non sono riuscita a portare a casa neanche un premio di consolazione.

Insomma, grazie alle smanie agonistiche di mio padre, ancora oggi, a quarantaquattro anni suonati, mi ritrovo ad avere una tale paura di vincere e una tale convinzione che per quanti sforzi io faccia finirò col perdere proprio allo scadere della gara, da essere arrivata a pensare che la cosa migliore sia sottrarsi alla competizione, e risparmiare la fatica.

Rimango una donna competitiva, quello sì, ma sono competitiva sulle cose stupide, quelle di cui non m’importa veramente, che so, le partire a Ruzzle, le sfide a Trivial femmine contro maschi, o il burraco.

Per il resto passo la mano, dopotutto mio padre ha vinto così tanto che di trofei in casa bastano i suoi.

VELLUTATA DI PANE DI MATERA CON POLIPO ARROSTO, POMODORI CARAMELLATI E CECI NERI DI POMARICO FRITTI
Per 4 persone
200 g di pane di Matera
Un polipo da 1 kg
Un pugnetto di ceci neri di Pomarico
12 pomodori datterino
Una costa di sedano
Una carota
Una cipolla
2 spicchi d’aglio
Un peperoncino
Un pizzico di peperoncino in polvere
La scorza si 1 limone
Qualche rametto di timo limone
Sale
Zucchero
Olio di arachidi
Olio EVO bio Tenute Zagarella

Questa lunga premessa sui miei traumi infantili, serviva solo a spiegare per quale motivo io non abbia mai partecipato ad alcuno dei tanti contest di cui pure pullula la blogosfera. Ma siccome ogni regola ha un’eccezione, il mio fermo proposito è andato a farsi benedire davanti a IoChef, concorso sulla cucina lucana organizzato nell’ambito del XVII Congresso Nazionale della Federazione Italiana Cuochi in collaborazione con Teresa De Masi, che con il suo blog Scatti Golosi è partner dell’evento, e di cui potete leggere tutti i particolari cliccando sul banner qui di seguito.

E ora veniamo alla ricetta.

Si parte dal giorno prima mettendo a bagno per 24 ore i ceci neri di Pomarico in una ciotola con abbondante acqua tiepida che cambierete almeno quattro volte. Dopo aver compiuto questa operazione, scolate i ceci e metteteli ad asciugare su un canovaccio pulito, meglio se al sole.

A questo punto riempite d’acqua una pentola abbastanza grande da contenere agevolemente il polipo (che avrete sfibrato a dovere percuotendolo ripetutamente), aggiungeteci la costa di sedano, la carota e la cipolla, e portate a bollore.

Quando il brodo avrà bollito per qualche minuto, immergetevi il polipo tenendolo per la testa e tuffandolo cinque o sei volte nell’acqua in modo da far arricciare bene i tentacoli, quindi mettetelo definitivamente nella pentola e lasciatelo cuocere fin quando non sarà della consistenza giusta – né troppo morbido, né troppo calloso – quindi lasciatelo raffreddare nel suo stesso brodo, che poi terrete da parte.

Quando il polipo si sarà intiepidito, tagliate i tentacoli (usate il resto per preparare un’insalata), metteli in una ciotola, regolateli di sale e conditeli con olio evo, peperoncino, la scorza del limone tagliata a julienne, e lasciate riposare.

Nel frattempo tagliate in due i pomodori datterino, salatene la parte interna e metteteli in uno scolapasta in modo che perdano parte dell’acqua di vegetazione.

Passiamo ai ceci la cui cottura, vi avviso, richiede ESTREMA CAUTELA! I ceci vanno infatti fritti in olio di arachidi profondo, meglio se in un pentolino dai bordi alti. Nonostante questo, quando i miei erano in cottura da poco meno di un minuto, hanno cominciato a schizzare via dalla pentola neanche fossero popcorn. Vi consiglio perciò vivamente di usare un coperchio, o un paraschizzi, e di tenere a portata di mano un rimedio per le ustioni (io alla fine ero ricoperta di chiazze di dentifricio a tal punto da sembrare un quadro di Jackson Pollock). Dopo circa cinque minuti di cottura, scolate i ceci, lasciateli asciugare su un foglio di carta paglia e conditeli con sale e un pizzico di peperoncino in polvere.

Per la vellutata di pane, tagliate il pane a cubetti e fatelo rosolare in 3 cucchiai d’olio insieme agli spicchi d’aglio. Quando il tutto sarà ben dorato, aggiungete un litro di brodo di polipo, portate a piccolo bollore, fate cuocere per 20 minuti, quindi omogeneizzate con un frullatore a immersione e regolate di sale.

Condite i pomodori con un filo d’olio, spolverizzatene la parte del taglio con dello zucchero, grigliateli velocemente su una piastra e teneteli da parte.

Su un’altra piastra, rovente, grigliate i tentacoli del polipo bagnandoli spesso con l’olio contenuto nella ciotola in cui li avete conditi.

Servite la vellutata impiattandola come nella foto, usando qualche fogliolina di timo limone e le zeste del limone come piccola guarnizione e aggiungendo un filo d’olio a crudo.

Per chi si fosse impietosito a causa delle angherie (esagero) a cui mi sottoponeva mio padre, sappiate che qualche anno dopo ebbi la mia vendetta.

Pur di non ricevere da lui alcun suggerimento in materia, m’iscrissi a un corso di pattinaggio artistico, sport che non aveva mai praticato. La cosa fece nascere in papà un tale desiderio di emulazione, pur di primeggiare anche in quella disciplina, che mi chiese di dargli qualche lezione privata di modo da mettersi alla prova – tanto era talmente versato per lo sport che avrebbe padroneggiato i pattini a rotelle in men che non si dica – prima di iscriversi a propria volta al corso.

Ovviamente voleva che il tutto accadesse lontano da occhi indiscreti per cui la prima lezione avvenne nell’enorme garage della casa di Roccaraso.

Ebbene, con mia somma soddisfazione, mentre io volteggiavo disinvolta, papà passò più tempo a cadere e a rialzarsi, che a pattinare, e alla fine dovette arrendersi anche se, ancora oggi, attribuisce quella clamorosa débâcle a un difetto dei pattini, non certo a se stesso. 

Perché lui – lo sanno tutti – è un uomo che eccelle in tutti gli sport!

Praticamente Emma

Conosco Emma La Pratica dalla notte dei tempi. Da molto prima che perdesse per strada il proprio nome e, in una serata di quelle che poi ci si ricorda per anni, venisse ribattezzata Emma La Pratica.
Emma incarna, contrariamente a quanto il suo finto cognome lascerebbe presumere, la quintessenza dell’essere svampiti. Con la sua parlantina venata da un accento che, nonostante viva a Napoli da più di trent’anni, conserva ancora una eco lontana dell’infanzia vissuta a Lecce, Emma – per affetto, disponibilità e altruismo – ha la straordinaria capacità di complicare ciò che è semplice, di rendere disorganizzato ciò che, senza il suo provvidenziale intervento, sarebbe scivolato via pigramente, seguendo il naturale corso delle cose.

Emma organizza picnic in giardino in cui, chissà come mai, ci si ritrova ad aver preparato quattro primi e tre dolci, ma mancano bevande, secondi o verdure; coordina andate al cinema mettendo a punto un sistema di passaggi in auto che prevedono – immancabilmente – che si facciano i giri più lunghi nelle zone più trafficate, perché le logiche con cui Emma stabilisce chi passerà a prendere chi, si basano sulle affinità elettive più che sulla contiguità geografica. O almeno questa è la spiegazione che noi amici ci siamo dati.

Il candore di Emma fa sì inoltre che solo con estrema cautela le si possano fare delle confidenze. Emma non sa cosa significhi serbare un segreto e ha il dono di svelare anche quelli più intimi nei momenti più inappropriati, alle persone meno indicate. Ma lo fa, bisogna ammetterlo, con una tale innocenza, una tale ironia innata e una tale leggerezza, che mai nessuno se n’è avuto a male e tutt’al più la cosa si è risolta con un avvampare improvviso delle gote, grandi risate e il constatare quanto già noto: se vuoi che una cosa non si sappia, non raccontarla a Emma. 

Ma il motivo principale per cui Emma gode di una fama che non ha eguali fra i miei amici, è la sua incredibile abitudine di ingarbugliarsi fra le parole, dando vita a svarioni che sono diventati le pietre miliari della nostra lunga amicizia.

Conversando con Emma, non è raro sentirle fare affermazioni come: “Quel film lì… quello con Robert De Niro… quello in cui giocavano alla roulotte russa”. Oppure: “No, lì non ci si può andare in bicicletta… la strada è tutta disossata.” C’era poi un suo amico che aveva una meravigliosa collezione di gulash napoletane del ‘700, o ancora un altro con cui aveva appuntamento a Piazza San Gesù, anzi veramente lì vicino, al Chioschetto di Santa Chiara. Ricordo ancora la sera che, al telefono, mi leggeva i titoli dei film in programmazione al cinema, per poi concludere che secondo lei il migliore era un thriller appena uscito: Il profumo del mostro selvatico.

Se la pressione dell’acqua è poca, Emma accende l’autoclava; se deve servire delle melanzane, ti chiede una spelonca in cui metterle (si riferisce, per chi non è napoletano, alla sperlunga, ovvero un piatto da portata di forma ovale e leggermente concavo). Del suo viaggio a Dominica, le è rimasta impressa Fatima Churchill che, ben lungi dall’essere una discendente di Winston, è semplicemente una chiesa dedicata alla madonna di Fatima e, da sempre, ha un debole per Yves Saint Montand – nome con cui presumo si riferisca all’attore piuttosto che allo stilista, perché in fatto di moda Emma non è mai andata molto oltre i jeans e le camper ultra flat.

Bisogna dire comunque che c’è chi fa di peggio: in una memorabile conversazione, mio fratello mi disse che per ottenere i biglietti per il concerto che avremmo ascoltato quella sera, aveva dovuto combattere a sparatrappo, dopodiché mi diede appuntamento a più tardi.
Mi avrebbe aspettato nel foie gras del teatro.
Ma di questo, magari, vi racconterò un’altra volta.

RAVIOLI AI FRIARIELLI, PATATE E FIORDILATTE IN GUAZZETTO DI VONGOLE

Per 4 persone

Per la sfoglia
300 g di farina 0
2 uova codice 0
40 g di friarielli lessati
sale

Per il ripieno
250 g di patate
100 g di fiordilatte
un cucchiaio di olio EVO
sale e pepe

Per il guazzetto
500 g di vongole
4 pomodorini
200 g di friarielli
2 spicchi d’aglio
mezzo bicchiere di vino bianco
olio EVO
sale e pepe

Ora, credo conveniate con me che a un post dedicato a Emma La Pratica fosse impensabile non abbinare una ricetta con le vongole visto che, come scherzosamente le ripeto spesso, ogni volta che apre bocca ne viene fuori un sauté. Impensabile anche abbinarvi una ricetta di quelle facili e veloci, da neofita dei fornelli, vista la sua propensione a complicare il complicabile. La scelta è caduta allora su questi ravioli di innegabile matrice partenopea, che sono elaborati quanto basta da dedicarvi una mattinata, ma ripagano ampiamente tempo e fatica, tanto sono buoni, sorprendenti e insoliti, proprio come la mia Emma.

Lavate per bene le patate, asciugatele, avvolgetele nella carta argentata e cuocetele in forno a 160° fin quando non saranno ben morbide. Intanto lessate i friarielli – sia quelli per la sfoglia che quelli per il guazzetto – in acqua bollente salata, quindi scolateli, prendetene 40 gr e frullateli con le uova. Disponete poi la farina a fontana, incorporatevi la miscela di uova e friarielli, e un pizzico di sale. Impastate a lungo, e quando la massa sarà diventata liscia e omogenea continuate a lavorarla per altri 5 minuti, quindi avvolgetela nella pellicola e lasciatela riposare una mezz’oretta.

Sbucciate le patate e lavoratele in una ciotola con la frusta elettrica, aggiungendo sale, pepe e il cucchiaio d’olio fino a ottenere una sorta di crema ben soda, che si stacchi dalle pareti della ciotola. Unitevi il fiordilatte tritato nel mixer – molto meglio se comprato il giorno prima e tenuto in frigo – e mescolate bene.

Stendete la sfoglia con l’apposita macchinetta, diminuendo progressivamente lo spessore fino a farla diventare quasi trasparente, quindi formate i ravioli mettendo al centro di ognuno una pallina di composto di patate.

In un largo tegame, fate soffriggere l’aglio con l’olio e i pomodorini, quindi aggiungete i friarielli lessati e fateli insaporire per qualche secondo, unite al tutto le vongole, coprite con un coperchio e scuotete con forza e ripetutamente il tegame. Quando le vongole si saranno aperte, sfumatele con del vino bianco.

Lessate i ravioli in acqua bollente salata, e scolateli con un ragno man mano che vengono a galla. Conditeli ripassandoli un attimo nel tegame delle vongole, in modo che prendano sapore e serviteli disponendo sul fondo del piatto un ciuffetto di friarielli, irrorandoli con il guazzetto e le vongole sgusciate, e infine decorandoli con qualche vongola ancora nel guscio disposta ad arte sul piatto.

Come sempre, fatemi sapere.

Viva gli sposi

L’altra sera una coppia di amici ci ha invitati a prendere un aperitivo per festeggiare il fatto che, dopo quasi vent’anni insieme, due figlie, due cani e una provvidenziale tata ucraina, fossero andati a dare parola in comune per convolare finalmente a nozze.
Con molta tenerezza, tenendosi per mano come se si fossero innamorati solo un mese prima, ci hanno raccontato dei loro progetti per la cerimonia e per il ricevimento, nonché della perplessità delle loro figlie – credo di undici e otto anni – che non capivano perché fosse necessario cambiare un regime familiare ormai ben collaudato.
Così, forse influenzata dal fatto che a prendere quell’aperitivo eravamo in otto, quattro amiche affiatatissime con i loro rispettivi compagni, tornando a casa mi sono sentita un po’ Carrie Bradshow (con quegli ottanta chiletti di troppo) e ho cominciato a farmi la seguente domanda: ma com’è che improvvisamente si sente il bisogno di sposarsi?
Per quanto mi riguarda, a spingermi a chiedere la mano dell’allora futuro consorte fu il desiderio di far diventare la nostra coppia una famiglia. Dopo quattro anni di una convivenza a tratti esilarante e a tratti molto faticosa, in cui avevamo dovuto imparare innanzitutto a conoscerci dato che l’avevamo cominciata esattamente tre mesi dopo esserci visti la prima volta, io volevo che smettessimo di essere due ragazzini capitati lì un po’ per caso, e cominciassimo a essere due adulti con dei progetti.
Scoprendomi molto più tradizionalista e nostalgica di quanto avessi mai creduto, convinsi il promesso sposo a giurarmi eterno amore in chiesa perché volevo che tutto fosse esattamente come l’avevo immaginato da bambina, prima che spirito ribelle, desiderio d’indipendenza e istinto di conservazione mi facessero decidere (e sostenere per vent’anni) che non mi sarei mai sposata.
Sulla carta tutto era perfetto. Ci saremmo sposati il 5 febbraio, giorno del nostro quarto anniversario di convivenza, che – coincidenza meravigliosa – capitava di sabato. Ci saremmo sposati alle sette di sera nella minuscola chiesa del Santissimo Redentore, fiabesca e da me molto amata. Ci avrebbe sposati Monsignor Mercurio, ormai ottantenne, che mi conosceva da quando avevo dieci anni. Ci saremmo sposati circondati da una quarantina di amici, i più cari, che poi avremmo invitato a cena in un grande albergo dal fascino retrò, situato proprio accanto alla chiesa.

Sorprendendo tutti fui una promessa sposa che non conosceva indecisione. Sapevo perfettamente ciò che volevo, avevo tutto sotto controllo.

A ripensarci adesso, probabilmente il fatto che durante tutta l’organizzazione non ci fosse stato nessun disguido, nessun contrattempo, avrebbe dovuto mettermi in guardia, ma all’epoca non ci feci caso e quindi – povera me – ero completamente impreparata a tutto ciò che successe in quel fatidico 5 febbraio 2005.

Il buongiorno si vede dal mattino, e fu quindi di buonora che avemmo la prima cattiva notizia: Monsignor Mercurio aveva l’influenza. Cercai di non preoccuparmi ma quando seppi che Padre Luciano, il viceparroco, non aveva mai celebrato un matrimonio, mi tornò in mente con orrore Rowan Aktinson e cominciai a temere il peggio.

Per farmi coraggio continuavo a dirmi che tutto sarebbe andato come previsto, ma a smentirmi arrivò a casa il Signor Bobobò, designato alla lettura del salmo, per comunicarmi che Padre Luciano aveva deciso di cambiare le letture. Visto che quello era il suo primo matrimonio, voleva fare le cose in grande, non gli andava per nulla di sposarci con il rito abbreviato che avevamo concordato con Monsignor Mercurio.

Fosse stato per me, mi sarei precipitata in parrocchia per richiamare Padre Luciano all’ordine, ma mia nonna mi annunciò profeticamente che di certo avrei avuto altro di cui preoccuparmi e mi esortò a non perdere tempo in cose inutili.

Così ricontrollai il planning della giornata: prima che arrivassero le sette di sera e mi presentassi – puntualissima – in chiesa, c’erano tutta un’altra serie di cose che dovevano accadere.

A ora di pranzo sarebbero dovuti arrivare da Roma mio fratello con la moglie e la mia prima nipotina, verso le due la sarta mi avrebbe consegnato l’abito da sposa mentre il fioraio sarebbe andato ad addobare la chiesa per poi passare da casa a portare il bouquet e le bottoniere per mio padre e il futuro consorte e dal parrucchiere a lasciare i fiori per la mia acconciatura.

Io avrei avuto il tempo di far sistemare fratello, cognata e nipotina nella loro stanza, di preparare tutto il necessario per la vestizione del futuro consorte nella nostra, di preparare abito da sposa e beautycase in camera di mia madre, dove avrei potuto vestirmi lontano da sguardi indiscreti, e poi sarei andata dal parrucchiere con mamma e Carla.

Quella fu l’ultima volta in cui riuscii ad avere una parvenza di controllo della situazione, perché da quel momento in poi cominciò la catastrofe.

Mio fratello era in ritardo, la sarta aveva l’auto guasta, il fioraio aveva trovato la chiesa chiusa e non si riusciva a rintracciare Padre Luciano perché l’aprisse. Mandai mio padre a recuperare il vestito e il futuro consorte a scassinare la porta della chiesa mentre io, già molto molto nervosa, andavo dal parrucchiere con Carla e mamma.

Ora io non so se nei quindici giorni trascorsi dal momento in cui avevamo stabilito il tutto sia il parrucchiere che il fioraio fossero stati colpiti da alzheimer fulminante o se volessero semplicemente fare di me un’assassina, ma sta di fatto che il fioraio aveva consegnato per la mia acconciatura delle orchidee – l’unico fiore che avevo espressamente vietato – e il parrucchiere, lungi dal pettinarmi con la semplice mezza coda che avevamo concordato, cominciò a costruire sulla sommità della mia testa una sorta di torre di Pisa prossima al crollo e in piena fioritura.

Più gli dicevo che quella non era la pettinatura che volevo, più sosteneva che infatti era molto più bella, e a nulla valevano lamentele, strepiti e perfino minacce, il dannato pretendeva che prima di giudicare dovessi lasciarlo almeno finire.

Quando fu evidente che se lo avessi assecondato non avrei fatto altro che garantirmi un’accoglienza in chiesa a suon di fischi e pernacchi, mi alzai dalla sedia e me ne andai via trascianando con me Carla, mentre mamma rimaneva a consolare l’attonito coiffeur che mai aveva subìto un oltraggio simile.

Ma fu nell’ascensore, quando mi guardai allo specchio, che accadde il peggio. In preda a una rabbia incontenibile, perché ormai era chiaro che niente sarebbe andato come avrei voluto, visto che ero acconciata con un’impalcatura degna di Moira degli elefanti, mi strappai dalla testa fiori, forcine, nastri, nani, ballerine e giocolieri e scoppiai a piangere.

Mentre la mia mamma continuava a essere ostaggio del parrucchiere, a casa la situazione non era migliore.

Il mio dispotico fratello si era sistemato con tutta la famiglia nella camera dove c’erano le mie cose e io avrei dovuto vestirmi, il fioraio non aveva consegnato le bottoniere ma in compenso aveva portato un bouquet gigantesco e osceno, completamente diverso da quello che avevo scelto, e il futuro consorte, vittima dell’ansia, si era fatto un’overdose di xanax ed era inservibile.

Chiusa nel bagno con Carla, continuavo a disperarmi e a dire che ormai tanto valeva mandare a monte il matrimonio e intanto, al di là della porta, mia nonna, mio padre e il futuro consorte mettevano in scena uno spettacolo degno di Ionesco.

La nonna – all’epoca ottantottenne – sosteneva che non dovevo fare una tragedia per qualche capello (sigh!) fuori posto, in fondo anche lei non era molto soddisfatta del lavoro del suo parrucchiere ma non si lamentava! Mio padre continuava a suggerire al futuro consorte di non sposarmi visto che ero evidentemente folle (ari sigh!) e il mio promesso sposo, rintronato dallo xanax, mi supplicava perché gli aprissi: essendo confuso, si era messo negli occhi il collirio a uso esclusivamente veterinario dei nostri cani e, temendo effetti collaterali devastanti, tipo la cecità, era diventato paonazzo per la paura quindi voleva che gli prestassi un po’ di fondotinta per mitigare il rossore del collo e delle orecchie (ari ari sigh!).

Fortunatamente tornò a casa mamma che, vestendosì d’autorità, mandò tutti in chiesa e, quando rimanemmo sole, coadiuvata dalla provvidenziale Carla che andò a recuperare mollette e forcine nell’ascensore, mi pettinò, mi aiutò a vestirmi, a truccarmi e, finalmente, mi rese una sposa quantomeno accettabile, sebbene molto ritardataria.

Per il resto, se non si tiene conto del fatto che mio padre inciampò entrando in chiesa e, per non cadere, attraversò la breve navata al piccolo trotto costringendomi a fare lo stesso, o del fatto che per gran parte della cerimonia fummo accompagnati dallo squillo di un cellulare e aspramente redarguiti da Padre Luciano per non aver spento i telefoni, salvo poi scoprire che il cellulare incriminato era proprio il suo, o del fatto che fumando una sigaretta (eh sì, all’epoca peccavo ancora) detti fuoco al vestito da sposa, tutto filò liscio.

Fu al momento del caffè che questo matrimonio in stile Hollywood Party raggiunse il clou quando, addentando in un afflato di insopprimibile golosità il cucchiaino di cioccolato fondente che accompagnava il caffè, sentii un piccolo crac e realizzai di aver frantumato una delle preziose capsule in porcellana che tanto mi sono costate.

Fortunatamente il mio dentista è un amico fraterno e quindi era fra i pochi invitati al matrimonio, così – congedati in fretta e furia tutti gli altri – fu nel suo studio, aperto per l’occasione alle due del mattino, che io e lo sposo concludemmo i festeggiamenti con me, in vestito da sposa e bavetta verde chirurgico, e il consorte nell’improbabile ruolo di assistente di poltrona che cincischiava con l’aspiratore nella mia bocca spalancata.

Quando tornammo in albergo – dopo che io mi ero chiusa lo strascico del vestito nello sportello dell’auto macchiandolo di grasso – e finalmente ci mettemmo a letto, a stento riuscivamo a parlare tanto era stata devastante l’intera giornata.

Io, un po’ mortificata, provai a imbastire un discorso di scuse. Lo sapevo che quella era la nostra prima notte di nozze… ma in fondo erano quattro anni che condividevamo il talamo (pre)nuziale… forse non era poi così necessario seguire la tradizione alla lettera, non era d’accordo anche lui?

Non mi giunse risposta, se non un russare sommesso che incrinava appena il silenzio della notte.

ZUPPETTA DI COZZE ALLA NAPOLETANA
Per un reggimento
2 kg di cozze
1/2 kg di pomodorini
abbondante olio EVO (va be’, diciamo 6 o 8 cucchiai)
2 bei spicchi d’aglio (io uso alternativamente quello campano e quello rosa di Sulmona. Fate voi) 
1 pugno di prezzemolo tritato finemente
8 fette di pane cafone raffermo
sale e pepe
Siccome non faccio che ripetere che quelle mie e del consorte più che nozze furono cozze, questa ricetta mi sembrava perfetta in abbinamento al post. Poi, prima che nascano polemiche, so benissimo che siamo ormai entrati nei famigerati quattro mesi senza R in cui i frutti di mare non sono al meglio e so anche che tradizionalmente questo piatto a Napoli si prepara il giovedì santo. Ma d’altronde voi ormai sapete che qui si va contro stagione.
Nonostante le cozze siano molto amate dal consorte (probabilmente non è un caso che mi abbia sposata), io non le cucino spesso perché detesto pulirle. Nel caso condividiate lo stesso odio per la simpatica operazione, sappiate che io ho brillantemente risolto comprando quelle già pulite e confezionate sotto vuoto Viversano di Carrefour. Se poi avete un pescivendolo fidato che oltre a garantirvi la freschezza delle cozze ve le pulisce pure, meglio per voi.
Sappiate comunque che la pulizia delle cozze è la cosa più noiosa e complicata di questa ricetta, per il resto semplicissima.
Si procede così. In una pentola capiente, fate rosolare uno spicchio d’aglio in 2 o 3 cucchiai d’olio e poi versateci le cozze pulite che condirete con abbondante pepe nero macinato al momento. Coprite con un coperchio e lasciate cuocere scuotendo energicamente la pentola di tanto in tanto fin quando le cozze con si saranno aperte. Intanto, in un tegame bello grande, preparate una salsa di pomodoro rosolando in quattro cucchiai d’olio l’altro spicchio d’aglio e aggiungendoci i pomodorini tagliati a tocchetti e un’idea di sale. Cuocete a fuoco vivace i pomodori, quasi friggendoli, fin quando la polpa non avrà perso l’acqua di vegetazione e sarà diventata morbida. Aggiungete il prezzemolo tritato e tenete da parte. Nel frattempo, cercando di non ustionarvi, private le cozze della valva che non contiene il mollusco e mettete l’altra nel tegame con il sugo. Fnita questa operazione, aggiungete il liquido di cottura delle cozze filtrato in un passino a maglia fine. Tagliate a tocchetti il pane cafone privato della scorza, mettetelo in una ciotola e conditelo con l’olio rimasto, mescolando bene, quindi fatelo tostare in forno (tradizione vorrebbe che il pane fosse fritto, ma io preferisco semplificarmi la vita).

Per gustarla bisogna destreggiarsi fra mani, forchette e cucchiai, perciò rassegnatevi alla macchia.
E naturalmente leccatevi le dita.

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