Praticamente Emma

Conosco Emma La Pratica dalla notte dei tempi. Da molto prima che perdesse per strada il proprio nome e, in una serata di quelle che poi ci si ricorda per anni, venisse ribattezzata Emma La Pratica.
Emma incarna, contrariamente a quanto il suo finto cognome lascerebbe presumere, la quintessenza dell’essere svampiti. Con la sua parlantina venata da un accento che, nonostante viva a Napoli da più di trent’anni, conserva ancora una eco lontana dell’infanzia vissuta a Lecce, Emma – per affetto, disponibilità e altruismo – ha la straordinaria capacità di complicare ciò che è semplice, di rendere disorganizzato ciò che, senza il suo provvidenziale intervento, sarebbe scivolato via pigramente, seguendo il naturale corso delle cose.

Emma organizza picnic in giardino in cui, chissà come mai, ci si ritrova ad aver preparato quattro primi e tre dolci, ma mancano bevande, secondi o verdure; coordina andate al cinema mettendo a punto un sistema di passaggi in auto che prevedono – immancabilmente – che si facciano i giri più lunghi nelle zone più trafficate, perché le logiche con cui Emma stabilisce chi passerà a prendere chi, si basano sulle affinità elettive più che sulla contiguità geografica. O almeno questa è la spiegazione che noi amici ci siamo dati.

Il candore di Emma fa sì inoltre che solo con estrema cautela le si possano fare delle confidenze. Emma non sa cosa significhi serbare un segreto e ha il dono di svelare anche quelli più intimi nei momenti più inappropriati, alle persone meno indicate. Ma lo fa, bisogna ammetterlo, con una tale innocenza, una tale ironia innata e una tale leggerezza, che mai nessuno se n’è avuto a male e tutt’al più la cosa si è risolta con un avvampare improvviso delle gote, grandi risate e il constatare quanto già noto: se vuoi che una cosa non si sappia, non raccontarla a Emma. 

Ma il motivo principale per cui Emma gode di una fama che non ha eguali fra i miei amici, è la sua incredibile abitudine di ingarbugliarsi fra le parole, dando vita a svarioni che sono diventati le pietre miliari della nostra lunga amicizia.

Conversando con Emma, non è raro sentirle fare affermazioni come: “Quel film lì… quello con Robert De Niro… quello in cui giocavano alla roulotte russa”. Oppure: “No, lì non ci si può andare in bicicletta… la strada è tutta disossata.” C’era poi un suo amico che aveva una meravigliosa collezione di gulash napoletane del ‘700, o ancora un altro con cui aveva appuntamento a Piazza San Gesù, anzi veramente lì vicino, al Chioschetto di Santa Chiara. Ricordo ancora la sera che, al telefono, mi leggeva i titoli dei film in programmazione al cinema, per poi concludere che secondo lei il migliore era un thriller appena uscito: Il profumo del mostro selvatico.

Se la pressione dell’acqua è poca, Emma accende l’autoclava; se deve servire delle melanzane, ti chiede una spelonca in cui metterle (si riferisce, per chi non è napoletano, alla sperlunga, ovvero un piatto da portata di forma ovale e leggermente concavo). Del suo viaggio a Dominica, le è rimasta impressa Fatima Churchill che, ben lungi dall’essere una discendente di Winston, è semplicemente una chiesa dedicata alla madonna di Fatima e, da sempre, ha un debole per Yves Saint Montand – nome con cui presumo si riferisca all’attore piuttosto che allo stilista, perché in fatto di moda Emma non è mai andata molto oltre i jeans e le camper ultra flat.

Bisogna dire comunque che c’è chi fa di peggio: in una memorabile conversazione, mio fratello mi disse che per ottenere i biglietti per il concerto che avremmo ascoltato quella sera, aveva dovuto combattere a sparatrappo, dopodiché mi diede appuntamento a più tardi.
Mi avrebbe aspettato nel foie gras del teatro.
Ma di questo, magari, vi racconterò un’altra volta.

RAVIOLI AI FRIARIELLI, PATATE E FIORDILATTE IN GUAZZETTO DI VONGOLE

Per 4 persone

Per la sfoglia
300 g di farina 0
2 uova codice 0
40 g di friarielli lessati
sale

Per il ripieno
250 g di patate
100 g di fiordilatte
un cucchiaio di olio EVO
sale e pepe

Per il guazzetto
500 g di vongole
4 pomodorini
200 g di friarielli
2 spicchi d’aglio
mezzo bicchiere di vino bianco
olio EVO
sale e pepe

Ora, credo conveniate con me che a un post dedicato a Emma La Pratica fosse impensabile non abbinare una ricetta con le vongole visto che, come scherzosamente le ripeto spesso, ogni volta che apre bocca ne viene fuori un sauté. Impensabile anche abbinarvi una ricetta di quelle facili e veloci, da neofita dei fornelli, vista la sua propensione a complicare il complicabile. La scelta è caduta allora su questi ravioli di innegabile matrice partenopea, che sono elaborati quanto basta da dedicarvi una mattinata, ma ripagano ampiamente tempo e fatica, tanto sono buoni, sorprendenti e insoliti, proprio come la mia Emma.

Lavate per bene le patate, asciugatele, avvolgetele nella carta argentata e cuocetele in forno a 160° fin quando non saranno ben morbide. Intanto lessate i friarielli – sia quelli per la sfoglia che quelli per il guazzetto – in acqua bollente salata, quindi scolateli, prendetene 40 gr e frullateli con le uova. Disponete poi la farina a fontana, incorporatevi la miscela di uova e friarielli, e un pizzico di sale. Impastate a lungo, e quando la massa sarà diventata liscia e omogenea continuate a lavorarla per altri 5 minuti, quindi avvolgetela nella pellicola e lasciatela riposare una mezz’oretta.

Sbucciate le patate e lavoratele in una ciotola con la frusta elettrica, aggiungendo sale, pepe e il cucchiaio d’olio fino a ottenere una sorta di crema ben soda, che si stacchi dalle pareti della ciotola. Unitevi il fiordilatte tritato nel mixer – molto meglio se comprato il giorno prima e tenuto in frigo – e mescolate bene.

Stendete la sfoglia con l’apposita macchinetta, diminuendo progressivamente lo spessore fino a farla diventare quasi trasparente, quindi formate i ravioli mettendo al centro di ognuno una pallina di composto di patate.

In un largo tegame, fate soffriggere l’aglio con l’olio e i pomodorini, quindi aggiungete i friarielli lessati e fateli insaporire per qualche secondo, unite al tutto le vongole, coprite con un coperchio e scuotete con forza e ripetutamente il tegame. Quando le vongole si saranno aperte, sfumatele con del vino bianco.

Lessate i ravioli in acqua bollente salata, e scolateli con un ragno man mano che vengono a galla. Conditeli ripassandoli un attimo nel tegame delle vongole, in modo che prendano sapore e serviteli disponendo sul fondo del piatto un ciuffetto di friarielli, irrorandoli con il guazzetto e le vongole sgusciate, e infine decorandoli con qualche vongola ancora nel guscio disposta ad arte sul piatto.

Come sempre, fatemi sapere.

Perché Sanremo è Sanremo!

Ogni anno, a metà febbraio, passo cinque serate a tirar tardi davanti alla tv per poi ripromettermi, giunta ormai esausta e nauseata alla fine della quinta, di non farlo mai più. Eppure ogni anno ci ricasco. Mantengo un certo aplomb e un’aria studiatamente disinteressata fino alla fine – Hai visto chi c’è in gara? No e non m’importa, tanto io quest’anno non lo guardo. Hai visto che hanno annunciato i super ospiti? No ma sai, sono alle ultime cento pagine di Infinite Jest e sono presa solo da quello. Veniamo tutti da te a guardare la finale? No amici cari, mi dispiace, io ormai sono fuori dal tunnel e sabato sera il consorte guarda la partita della Juve. – ma poi puntualmente, alle 20.40 del fatidico martedì d’apertura, la casalinga di Voghera che segretamente alberga in me viene risvegliata dal lungo letargo (immagino con un segnale in codice; che so, il jingle della trasmissione) e si sintonizza su rai uno.
Quest’anno è andata esattamente come tutti gli altri da quando ne ho memoria, ma oggi che la lunga apnea è finita e sono tornata alla vita normale, ho cominciato a interrogarmi sul perché di una tale dipendenza. Per quale motivo io non posso fare a meno di guardare quel guazzabuglio di scenografie pacchiane, di pubblicità eterne e di canzoni mediocri che è Sanremo? Alla fine la risposta è stata disarmante nella sua semplicità: perché è liberatorio.
Guardare Sanremo regala lo stesso sottile piacere che si prova quando si è alla guida e si insultano gli altri automobilisti anche se non hanno fatto alcunché. Guardare Sanremo regala l’accanimento a prescindere.
Ti piazzi davanti al televisore e già sai che non ti andrà bene niente (e d’altra parte nessuno sano di mente potrebbe darti torto, quindi il piacere è doppio perché ti accanisci sapendo di essere nel giusto). Ti accanisci contro il siparietto comico d’apertura che non fa ridere, contro il balletto che è fuori contesto (poi qualcuno mi spiega che c’entrano Kubrick e 2001 odissea nello spazio con il festival della canzone italiana), contro il presentatore che neanche per un istante riesce a sembrare disinvolto e a non leggere, con grande difficoltà, le battute dal gobbo (mi è perfino venuto il dubbio che Morandi sia dislessico).
Ti accanisci contro i cantanti che non ti piacciono perché li hanno selezionati e sono in gara, contro quelli che ti piacciono perché sono caduti così in basso da partecipare a Sanremo, contro il pubblico in sala che applaude quello che tu fischieresti, contro le vallette pagatissime e incapaci, contro i vestiti improponibili e quelli troppo dimessi, contro chi predica per 50 minuti, poi continua a predicare quattro giorni dopo (ma stavolta perfino il pubblico ossequiante non ne può più e fischia), contro gli ospiti stranieri troppo altezzosi (che diamine, ma lo hanno capito o no che sono a Sanremo!), contro quelli scelti per i duetti che sono stati tirati fuori dalla naftalina giusto per l’occasione, oppure hanno palesemente fatto abuso di droghe subito prima di salire sul palco e non sono in grado di reggersi in piedi, figuriamoci di cantare. 
Ti accanisci anche quando entra in scena la coppia più improbabile della canzone italiana – formata dalla vecchia gloria che, dopo averlo imboccato, il viale del tramonto lo ha anche percorso quasi tutto, e dal cantante tamarro che cerca di affrancarsi dalla propria tamarritudine – ed è fin troppo facile accanirsi. 
Allora l’accanimento diventa virtuosismo e ti diverti a trovare l’epiteto giusto per marchiarli a fuoco una volta per tutte e renderli davvero indimenticabili. Lui sembra un pusher di periferia e lei una fattona, lui un pappone e lei un trans, lui uno dei village people e lei un boiler addobbato per l’infiorata di Genzano. Sulla canzone in sé taci, perché bastano loro e il modo in cui la cantano: lui a fronna e limone (come sempre. Canta così qualsiasi cosa) e lei emmettendo pochi suoni – perché ha perso la voce per strada e il cortisone non basta più a tirargliela fuori – e pronunciando frasi incomprensibili – perché fra lifting, botox e filling labiale ormai ha il viso paralizzato e a stento riesce a proferire verbo.
È una tale apoteosi dell’accanimento che quando all’improvviso ti accorgi che una canzone non ti dispiace, anzi ti piace e pure parecchio, quasi te ne vergogni. Aspetti a vedere se intanto lo dice qualcun altro, se un tuo collega accanimentista come te ha avuto a propria volta un calo dell’accanimento. Ma intanto è fatta perché la canzone hai già cominciato a cantarla senza rendertene conto (dannato orecchio assoluto!) e quando arriva la notte, la notte e resti solo con te…
Poi succede che qualcuno ti telefona venerdì e ti chiede se ti farebbe piacere andare con lui al San Carlo il giorno dopo per assistere a una Lucia di Lammermoor che tutti dicono essere strepitosa. Sai, ho due biglietti per il palco reale – aggiunge con noncuranza. Allora, come riemergendo da una trance indotta da un qualsiasi Giucas Casella, ti desti. La casalinga di Voghera torna a nascondersi nei meandri del tuo inconscio e tu torni a essere quella che era presissima dalla lettura delle ultime cento pagine di Infinite Jest.
Così passi un inizio di serata memorabile, guardando e ascoltando una Lucia di Lammermoor meravigliosa, con un Edgardo bello e bravo come non mai e una Lucia disperatamente virtuosa pur senza cadere mai nel virtuosismo fine a se stesso, e ti dici che quello è cantare, quella è musica! Poi continui la serata a cena fuori, mangi bene, chiacchieri ancor meglio, bevi di gusto e sei davvero felice perché da tempo non passavi una serata così bella.
Poi la serata finisce e tu e il consorte tornate a casa stanchi e appagati. Ormai è tardi, tu ti spogli e vai in bagno a struccarti e, mentre sei lì, senti che il consorte ha acceso il televisore. In un attimo il famoso jingle risuona nella casa silenziosa e in un attimo la casalinga di Voghera è di nuovo lì. Ma come, non è ancora finito Sanremo? – trilli gioiosa mentre scalzi il consorte dal divano, t’impossessi del telecomando, alzi il volume e ti godi tutto il ballottaggio per i primi tre posti, con relative esibizioni.
Naturalmente vince chi si sapeva avrebbe vinto, ma va bene così. Fra sistemi di votazione tarocchi (sappiamo che con i call center si può falsare il voto ma al momento non siamo in grado di impedirlo, perciò vi chiediamo di essere corretti e votare secondo regolamento, recita compito Morandi annunciando il televoto), esibizioni del comico dedito al turpiloquio più che alla battuta divertente, e una clamorosa sequela di gaffe, vongole e imprevisti, ti garantisci un’ulteriore buona oretta di accanimento, e quando alla fine vai a dormire e ti rannicchi sotto il piumone, sospiri di puro piacere.
Ah, che giornata perfetta!
PATATINE FRITTE (DELLA BUSTA)
Patate
Olio di semi di arachide
Sale
Non esiste svacco davanti alla tv che non necessiti di un po’ di sano junk food da mandar giù compulsivamente, è una regola alla quale non si sfugge. Queste patatine poi rappresentavano per me un autentico tabù culinario perché, quando ero bambina, più di una volta la mia tata mi aveva irretita con la promessa delle patatine fritte COMEQUELLEDELLABUSTA! propinandomi invece dei dischetti piatti e mollicci, privi di qualsiasi appeal. Credo che il mio trauma infantile sia stato condiviso da più di un bambino illuso con la medesima promessa da una mamma zelante ma poco pratica, e pertanto incapace di replicare in modalità casalinga quella meraviglia industriale, perciò ora che ne ho scoperto i misteri, li divulgo con piacere, certa che me ne sarete grati.
I segreti per la chips perfetta sono tre: il taglio, il lavaggio e l’ammollo (!). Per un buon risultato finale, le fettine di patata non dovranno superare il millimetro di spessore. I metodi per ottenere delle fettine sottili e regolari sono vari. Quando il consorte compì quarant’anni, tagliai le patate con l’affettatrice elettrica (ma lì era una questione anche di quantità, visto che ne feci 4 kg), ma si può tranquillamente usare una mandolina di buona qualità o più semplicemente il pelapatate, avendo cura di non premere troppo e sfiorare appena la superficie del tubero.

Compiuta questa operazione, bisogna mettere le fettine di patata in una ciotola, piazzarle sotto l’acqua corrente, e sciacquarle fin quando non avranno perso tutto l’amido, ossia fin quando l’acqua da lattiginosa non diventerà trasparente.

A questo punto bisogna assicurarsi che l’acqua sia freddissima e dimenticarsi delle patate per ventiquattro ore. In questo lasso di tempo, non chiedetemene il motivo, le fettine cominceranno a incurvarsi al centro e ondularsi lungo i margini, assumendo così, benché ancora crude, il tipico aspetto della patatina industriale. Scolatele, asciugatele per bene in un canovaccio pulito che scuoterete ripetutamente, quindi friggetele in olio caldo fin quando non saranno dorate.
Asciugatele su carta paglia per privarle dell’olio in eccesso e servitele secondo i vostri gusti. Vanno bene sia calde che fredde, accompagnate con sale maldon, pepe nero marinato nel porto e sciroppo di balsamico se volete dar loro un tono gourmand, oppure con maionese e ketchup se siete stati adolescenti negli anni ’80 e ne avete nostalgia o, più semplicemente, potete gustarle nature.
Come se fossero appena uscite dalla busta.

Salvavita

Quando sono stanca, sfiduciata, avvilita, impaurita, preoccupata, angosciata, scontenta o semplicemente triste, c’è una sola cosa capace di farmi cambiare umore: guardare La banda degli onesti.
Probabilmente con questa dichiarazione mi sono giocata gli ultimi scampoli di credibilità, ma non importa. Sono arrivata alla consapevolezza che questo film sia l’antidoto perfetto, la panacea contro tutti i mali, dopo lunghissima sperimentazione, e sono sicura di ciò che dico.
Per alcuni anni il mio salvavita è stato Victor Victoria. Divertente, acuto e accurato come solo i film diretti con il tocco felice di Blake Edwards sanno esserlo. Lo vedevo tutte le volte che non riuscivo a dormire perché era rasserenante sapere che, anche quando va tutto davvero male, spesso basta guardare le cose da una prospettiva diversa per volgerle a proprio favore. 
Poi è stato il turno di Una donna in carriera. Così meravigliosamente anni ’80 con tutti quei capelli cotonati, le sneakers messe sotto il tailleur per dirigersi in ufficio con passo più deciso e scattante, e le spalline da giocatore di football americano. Lo vedevo per farmi coraggio perché è l’apoteosi del “se ci credi, puoi farcela”, nonostante il finale un po’ amaro con quell’inquadratura del grattacielo in cui la finestrella dell’ufficio di Tess McGill è solo una fra le tante.
Poi, in ordine sparso, Harry ti presento Sally, C’è posta per te (anche se preferisco infinitamente l’originale), Il favoloso mondo di Amélie… ma nessuno di loro ha il potere placante de La banda degli onesti, e vi spiego subito il perché.
A differenza di tutti gli altri che ho citato, La banda degli onesti – pur facendo ridere di gusto – non è un film che fa sognare, anzi è un film che ti tiene bene ancorato alla realtà. Una realtà concreta, dove si tira avanti fra mille difficoltà, dove si fatica ad arrivare a fine mese e i bambini, per farli svagare, si mandano a seguire un corteo funebre, dove c’è sempre in agguato dietro l’angolo qualcuno pronto a farti le scarpe, dove – sempre a proposito di scarpe – la felicità è poterne aveve un paio nuovo, dove mangiare spaghetti con le vongole e carne alla pizzaiuola è un vero lusso, dove l’unica cosa davvero irrinunciabile è la dignità.
Guardando questo film meraviglioso, si respira quella che immagino fosse la reale atmosfera degli anni ’50 dove, seppure a fatica, si cercava di ricominciare, e soprattutto c’era – fortissima – la sensazione che il peggio fosse passato. Perciò adoro questo film, perché nonostante Bordini e Stocchetti voglia dire cambialetti, nonostante l’intimo di sfratto, nonostante il ragioniere Casoria, nonostante i tre eroi finiscano con l’essere più poveri di prima, il peggio è passato.
Auguro a tutti voi un 2012 migliore del 2011.
Il peggio è passato.
PATATE RIPIENE DI BROCCOLETTI
Per 4 persone
8 patate medie
500 g di broccoli baresi puliti
50 g di acciughe sott’olio
100 g di parmigiano grattugiato
un cucchiaio di aceto
una mangiata di uva passa
una manciata di pinoli
1  spicchio d’aglio
2 foglie d’alloro
sale e olio EVO
In omaggio al povero Giuseppe Lo Turco, vittima dell’ineffabile Antonio Buonocore, spero con questa ricetta di sfatare, una volta per tutte, il mito che la carne alla pizzaiuola sia più appetitosa di broccoletti e patate.
Sbucciate le patate e poi, se come me siete un po’ folli e maniacali, dotatevi di una bella pietra pomice sintetica e levigatele fino a eliminare ogni asperità.
A questo punto armatevi di uno scavino e rimuovete la parte centrale della patata fino a creare una sorta di barchetta (potete utilizzare gli scarti per fare una qualsiasi vellutata).
Lessate le barchette in abbondante acqua bollente acidulata con l’aceto, salata e profumata con due foglie d’alloro, per 15 minuti.
Scolate le patate quando sono ancora al dente, ungetele per bene sia internamente che esternamente con l’olio, e tenetele da parte. Intanto preparate i broccoletti lessandoli e poi ripassandoli in una padella dove avrete fatto rosolare l’aglio in tre cucchiai d’olio e disciolto le acciughe. Aggiungete l’uva passa e i pinoli, poi spegnete la fiamma e mantecate con tre quarti del parmigiano grattugiato un po’ doppietto.
Farcite le patate con i broccoletti, sistematele in una pirofila, cospargetele con il restante parmigiano e infornatele a 180° per una quarantina di minuti.
Servitele calde ma senza rischiare l’ustione.

Jacaranda

Come immagino sia successo a molte altre, da bambina rimasi folgorata da Cenerentola. Solo che io non subiì il fascino del cartone animato targato Disney, bensì quello del musical del 1955 diretto da Charles Walters, La scarpetta di vetro.
Inutile girarci intorno, la storia è sempre quella: una virtuosa ragazzina orfana di padre, cresciuta dalla matrigna crudele e relegata da quest’ultima al ruolo di sguattera a cui sono affibbiati i lavori più umili – mentre le due sorellastre, antipatiche e brutte, vengono trattate con i guanti bianchi – troverà alla fine l’amore e si riscatterà dal proprio infelice destino sposando il principe azzurro. 
La vera differenza fra questo film e quello della Disney non sta nella storia – che francamente non mi ha mai entusiasmata – ma in un elemento secondario che però, e non esagero, ha cambiato la direzione della mia vita: il personaggio della fata madrina.
All’adorabile, ma anche un po’ irritante, Fata Smemorina della Disney, che non ha altro merito se non quello di possedere una bacchetta magica, con la quale per inciso si destreggia anche maluccio (un po’ come Neville Paciock nei libri della Rowling), nel film di Walters corrisponde l’eccentrica Madame Toquet (in quest’unico spezzone da me trovato parla in portoghese, ma almeno così vedete che faccia ha).
Madame Toquet altro non è che la pazza del villaggio in cui abita Cenerentola, una vecchia vedova caduta in disgrazia che vive di espedienti rubando un po’ qua e un po’ là, e che tutti evitano con cura. Cosa c’è in lei di così affascinante da colpire la fantasia di una bambina e segnarla indelebilmente? Ve lo dico subito. Madame Toquet colleziona parole.
Da piccola la cosa mi parve meravigliosa (in realtà mi sembra meravigliosa ancora adesso). Non avevo mai pensato alle parole come a qualcosa di prezioso, una cosa che andasse coltivata, salvaguardata, e quel piccolo cambio di prospettiva mi aprì un mondo incantato, che era sempre stato lì a portata di mano, ma di cui non mi ero mai accorta prima.
Fra le parole collezionate da Madame Toquet c’era, ovviamente, Cenerentola – che le piace dal momento stesso in cui la giovinetta le rivela il proprio nome e che ripete più volte con intonazioni diverse, come assaporandolo – ma purtroppo non ricordo le altre, e non sono riuscita a trovare da nessuna parte un filmato (o anche solo la sceneggiatura) di quella scena per poterle recuperare.
Perciò quello che al momento posso fare, è elargirvi un po’ di parole della mia personalissima collezione, cominciata il giorno stesso in cui vidi il film (credo 35 anni fa) e mai termitata.
Intercapedine, giuggiola, arcobaleno, mongolfiera, cinematografo, libercolo, ceruleo, alambicco, bisaccia, mendace, dagherrotipo, amaranto, ombelico, calamaio, stazzonato, arcolaio, astrolabio, sestante, ciottolo, accipicchia, baluginio, maggese, pervinca, pacciamare, bagnomaria, ranuncolo, parafulmine, dondolo, minuteria, vivandiera, crinolina, caleidoscopio, ineluttabile, arcano, piroscafo, epifania, riverbero, jacaranda…
Continuerei a scriverne per ore, anche solo per il piacere di mormorarle a fior di labbra mentre le scrivo e compiacermi di averle pronunciate levando loro la polvere di dosso perché – e non sono certo io a dirlo – il nostro lessico diventa sempre più povero, e di una povertà imbarbarita, disseminata di neologismi inutili, di anglismi, di italianizzazioni, di storpiature, di pleonasmi.
Perciò, visto che ormai siamo in clima natalizio, vi invito a farvi un regalo: aderite all’iniziativa della Società Dante Alighieri e adottate una parola da usare, coccolare e proteggere per un intero anno preservandola dall’uso improprio o dal finire dimenticata. 
La mia è plenicorno. E la vostra?
Patate MÈTRODOTÈL
Patate tagliate a tocchetti di media grandezza  (diciamo 4cm di lato, va’)
Latte
Burro
Sale
Prezzemolo
Inutile dire che questo è il modo in cui le chiamavo quando ero piccola, credendo si trattasse di una parola italiana, e pensando avessero un nome che eguagliasse in bellezza la loro infinita bontà. In realtà le patate maître d’hôtel (è questo il modo giusto di chiamarle), sono state per anni la mia bestia nera in fatto di cucinelle. Mia nonna e mia madre hanno sempre accompagnato le istruzioni per farle con un liquidatorio “non ci vuole niente”, e invece a me continuavano a venire immangiabili, provocandomi attacchi d’ira funesta seguiti da momenti di cupa depressione in cui dubitavo delle mie doti di cuoca.
Adesso che invece ho imparato a prepararle, posso finalmente dire anch’io che “non ci vuole niente”. O meglio, niente di più che qualche piccola accortezza: tagliate le patate a tocchetti regolari, mettetele in una pentola dal fondo spesso (o in una cocotte in ghisa) e copritele con tanto latte quanto basta a creare un simpatico vedo non vedo. Aggiungete un paio di noci di burro (ovviamente più patate fate, più burro dovrete metterci) e il sale. Lasciate cuocere a fuoco bassissimo, girando il meno possibile, fin quando il latte – che si sarà asciugato – e le patate – che si saranno in parte disfatte – non avranno formato una sorta di crema dalla quale faranno capolino le patate ormai deliziosamente fondenti. A questo punto unite una bella manciata di prezzemolo tritato finissimamente, date una mescolata e servite. Abbiate pazienza e soffiate sulla forchetta prima di mandar giù anche un solo boccone perché, e parlo per esperienza, se vi fate prendere dalla golosità, l’ustione sul palato è garantita.
PS: Jacaranda è l’ultima parola entrata a far parte della mia collezione, ma è anche – anzi soprattutto – un meraviglioso albero della famiglia delle bignoniacee, con le foglie pinnate e i fiori dal blu al violetto, disposti a ciocche e così leggeri da essere facilmente cullati dal vento. Questi alberi tropicali da un po’ di anni abbondano per le strade di Napoli, dove hanno sostituito i mandorli e gli agrumi piantati negli anni ’60. 
Se còlti, i fiori avvizziscono ma i frutti legnosi – che se rimangono sulla pianta si dischiudono liberando dei piccoli semi alati – invece diventano sempre più belli, passando dal verde acceso delle rane, al marrone caldo del guscio delle tartarughe e quando seccano, se urtano l’uno contro l’altro producono un suono asciutto, come di nacchere. 
Sì, sembrano proprio nacchere… è un suono bellissimo… quasi quasi mi viene voglia di ballare il flamenco… 
Ok, forse è meglio che smetta di giocarci prima che il consorte si alzi dal divano in preda a una furia omicida e venga a strapparmeli di mano.
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