Due anni vissuti pericolosamente

Mi ricordo di quando, anni fa, Sigrid Verbert mise al mondo la sua primogenita, Lena. Io facevo un rapido passaggio sul suo blog quasi ogni giorno sperando di trovare un post nuovo, ma niente. La foto che ritraeva la cesta di limoni della Festa a Vico rimase in home per mesi. 
Ecco, qui da noi è successa più o meno la stessa cosa. Solo che la cicogna che è approdata a casa nostra – vuoi a causa del maltempo, vuoi perché forse assomigliava un po’ a questa qui – invece di portarci un pargolo ci ha portato mia nonna, che ormai va per il secolo.
Tutto è cominciato il 15 settembre del 2014, con una telefonata ricevuta alle sette meno un quarto del mattino. Mentre io cercavo di scongiurare l’infarto e maledicevo per l’ennesima volta il genio che ha progettato gli impianti della magione dimenticando di mettere una presa del telefono in camera da letto, il consorte si è precipitato in soggiorno a recuperare il cordless per poi passarmelo con la faccia da raccomandata dell’equitalia.
– Bene, è tua nonna. Guarda che sta piangendo.
Mia nonna. Quella che ha affrontato la morte del marito senza versare una lacrima. Quella che ha affrontato ogni malanno con invidiabile filosofia, convinta com’è che le malattie si dividano in quelle che passano da sole e quelle che non passano neanche con le medicine. Mia nonna. In singhiozzi.
– Nonna, che succede?
– Bennussi, io non ci voglio andare alla casa di riposo. Ti prego, posso venire da voi? Prometto che non vi do fastidio… dormo sul divano.
Insomma, questo succedeva la mattina, e dieci ore dopo la nonna era già da noi recando in dote un poggiapiedi, un tavolinetto, un vaso da fiori, e una badante cingalese di nome Acci.
Inutile dire che da quel momento la nostra vita non è stata più la stessa. 
La prima impresa, titanica, è stata convincere la nonna che, se davvero voleva provare a non dare fastidio, l’unico posto dove non era il caso di addormentarsi era proprio il famoso divano, unico esemplare presente in casa, collocato nell’unica stanza in cui è presente l’unico televisore, e dove il consorte ed io siamo soliti trascorrere la serata. La seconda, convincerla che a breve avremmo dovuto cambiare casa, dato che qui c’è una sola camera da letto e lei non avrebbe certo potuto continuare ad arrangiarsi sulla brandina che incuneiamo a viva forza nel mio microscopico studio ogni sera.  
– Bennussi’, senti a nonna tua, voi questa casa l’amate tanto, non fate la sciocchezza di levarvela. Tanto, parliamoci francamente, io ho già novantotto anni. Quanti altri ne potrò campare? Quattro, cinque…
E così, con queste premesse, è partita la nostra avventura. Ma proprio avventura con la a maiuscola, perché nulla di quello che poi è accaduto rientrava nelle nostre ipotesi della prima ora, e di sicuro neanche in quelle della nonna.

Da noi la nonna ha scoperto il mondo. Abituata com’era a passare le giornate da sola, con l’unica compagnia della tv generalista che, parole sue, trasmette solo roba per vecchi, si è trovata catapultata nel luogo delle mille possibilità. Un vorrei tanto rivedere My fair lady buttato lì per caso durante il pranzo, si trasformava d’incanto nel guardarlo effettivamente nel primo pomeriggio.

Estsiata da quel prodigio, ha voluto conoscerne ogni segreto. Così, mentre io maledico ogni aggiornamento dell’IOS perché mi pesa abituarmi alle novità (scorro ancora il dito sul display per accedere alla schermata home), lei ha fatto amicizia con i download, lo streaming, le webradio, gli hard-disk esterni, le chiavette usb.
La sua passione però è l’iPad. Inizialmente denominato “il cosariello tuo”, è poi diventato l’Aipan e infine, quando le ho fatto presente che ci voleva la D, il DAIPAN.

Da lì poi è stata tutta una corsa verso il progresso tecnologico: facebook, instagram, i selfie, shazam. Nel giro di qualche mese mia nonna, con le sue uscite fulminanti, la sua ironia, la sua voglia di vivere, la sua passione per il calcio, per gli uomini belli, per il cibo buono, per il whisky e il cioccolato, è diventata una celebrità del web. Mia nonna è diventata La nonna, un essere magnifico di cui io, umile biografa, narro le gesta con cadenza quasi quotidiana su facebook, cercando di restituire almeno un po’ del fascino che questa donna straordinaria possiede.

Quindi è questo che è successo, è per questo che non c’è più stato tempo per il blog: sono ridiventata nipote a tempo pieno come quando ero bambina e le mie ore più belle erano quelle trascorse con la nonna.

Domani la mia nonna compie 99 anni o meglio, come dice lei, mette il piede nei 100. L’abbiamo festeggiata sabato scorso con un pranzo a sorpresa che prevedeva qualsiasi cosa, dalle crespelle besciamella e piselli alle quiche, alla zucca di Ottolenghi e alle polpettine di maiale all’uva bianca. La nonna ha gradito ogni portata e ha spento le candeline circondata da figli, nipoti e pronipoti, una piccola folla osannante. Però domani, domani che è davvero la sua festa, mi ha chiesto qualcosa di semplice perché alla sua età non è il caso di fare stravizi e così, nonostante il clima sia molto più estivo che autunnale, le preparerò il minestrone di casa sua, quello che ho amato fin dalla tenera età perché, come dice mia nonna, in fondo io sono sempre stata più vecchiarella di lei.

Il minestrone di mia nonna
per due persone

1 cipolla
2 belle coste di sedano
2 carote
2 patate medie
1/2 cespo di scarola
60 g di riso
2 cucchiai di olio
sale

Questo, l’avete capito, è uno dei piatti della mia infanzia. Confortante come sanno esserlo solo i cibi esenti da sensi di colpa e che portano con sé i primi freddi, i colori delle foglie cadute e le giornate che si accorciano. Mia nonna è sempre stata una donna sbrigativa. Nella pur vasta aneddotica familiare, spicca il racconto di quando in meno di un minuto riparò la fodera dei pantaloni di mio nonno, scucita all’altezza delle ginocchia, scartando immediatamente l’ipotesi di rammendarla e optando invece per un rapido strappo, tipo ceretta.

Questo minestrone, di esecuzione elementare, rispecchia in pieno la sua filosofia del poca spesa molta resa. Procedete così: lavate le verdure, quindi tritate la cipolla e fatela soffriggere insieme all’olio in una pentola capiente facendo attenzione che appassisca senza bruciare. Aggiungete il sedano, le carote e le patate tutte tagliate a tocchetti di media grandezza (non state e scimunirvi, direbbe la nonna). Lasciate rosolare per qualche attimo quindi unite la scarola tagliata in striscioline sottili e salate. Coprite la pentola, attendete qualche attimo che la scarola appassisca e aggiungete tanta acqua quanta è necessaria a coprire di un paio di dita le verdure. Quando le patate saranno morbide ma non ancora disfatte, calate il riso e portate a cottura aggiungendo, se è il caso, tanta acqua quanta è necessaria per ottenere una minestra brodosa. Servite con abbondante parmigiano e, se vi piace, un po’ di pepe nero appena macinato.

Ah, dimenticavo… tanti saluti dalla nonna!

New York Stories

Dopo una cerimonia nuziale e un ricevimento sui quali più che un post bisognerebbe scrivere un libro, tanto furono tragicomici, io e il novello consorte – ma stagionato convivente, visto che ci sposammo allo scoccare del nostro quarto anno di vita insieme – partimmo per il viaggio di nozze alla volta di New York. Io, che c’ero già stata, l’avevo messo in guardia perché in genere New York è una città che si dà un po’ per scontata – ci è così familiare con il suo skyline arcinoto, con i suoi scorci visti e rivisti in centinaia di film e serial, che la sentiamo un po’ nostra ancor prima di metterci piede – ma riserva invece moltissime sorprese, del tutto inaspettate.

Inaspettatamente, New York è una città esotica, intrisa di odori di cibo e di spezie che pervadono l’aria al punto che se ne trovano tracce anche se la si annusa dal trentasettesimo piano di un grattacielo. E poi è tanta, troppa. Lo sguardo non ha un attimo di tregua perché, anche se ne conosci l’architettura a menadito, tutto è così diverso da come credevi che fosse, che ne rimani inevitabilmente disorientato. I grattacieli grattano effettivamente il cielo, per strada ci sono effettivamente quasi solo taxi gialli, i newyorkesi hanno effettivamente una percezione della temperatura che varia da individuo a individuo con escursioni termiche non da poco, visto che alcuni sembrano pronti per andare a fare surf e altri per andare a sciare. Tutto è effettivamente più grande, effettivamente con una fragola ci fai una crostata, con un pomodoro un’insalata per 4 persone, con un panino con l’hamburger ti sfami per una settimana. Effettivamente l’acqua è freddissima perché il bicchiere è effettivamente riempito con un dito di liquido e decine di cubetti di ghiaccio.  E tu effettivamente lo sapevi che era così, ma non avresti mai immaginato che lo fosse fino a quel punto. Insomma, ammettiamolo – almeno per i primi giorni – New York ti sembra Hellzapoppin’.

Il consorte era stato avvertito, ma naturalmente non mi aveva creduto. Era partito spavaldo, pensando che le mie fossero tutte esagerazioni, eppure già all’aeroporto JFK si era dovuto ricredere. Poverino, aveva immaginato di vivere la grande mela con la grinta narcisistica e un po’ distruttiva del protagonista di un romanzo di Bret Easton Ellis e invece si trovava nel bel mezzo di Totò, Peppino e la malafemmina. Mi teneva per mano e si guardava intorno con la stessa aria falsamente sicura di sé che ostentava Totò al suo arrivo a Milano e io, nelle vesti di Peppino, non ero da meno. Vergognandoci come ladri, salimmo sulla limousine che c’era venuta a prendere (nonostante io avessi prenotato una normale berlina) e ci facemmo portare al Waldorf Astoria che il consorte, vittima di una visione reiterata de Lo zappatore con Mario Merola, si ostinava a chiamare il Uandaffastòr. Cenammo in camera con club sandwich e apple pie e poi, distrutti, ci mettemmo a letto. Un lettone king size morbido e comodissimo, di quelli che così li fanno veramente solo in America. Già pregustavo il sonno profondo che, mi auguravo, mi avrebbe fatto smaltire il jet lag e mi avrebbe messa nella predisposizione d’animo giusta per familiarizzare con New York quando il consorte, stiracchiandosi fra le lenzuola, fece il seguente commento: “In questo materasso si sprofonda. Sembra il letto di Johnny Depp in Nightmare“. Naturalmente lui si addormentò subito e io invece non chiusi occhio.

Non vi stupirà sapere che io e il consorte rischiammo il divorzio durante quel viaggio perché, come mai prima di allora, a New York emersero con violenza tutti i tratti caratteriali che ci rendono inconciliabili. Io sono pigra per quanto lui è iperattivo, io sono curiosa per quanto lui è noncurante, io sono precisa per quanto lui è distratto, io sono decisa per quanto lui è indeciso. Sono convinta che rimanemmo insieme per un unico motivo: io, vittima del mio perfezionismo e del mio diploma in americano, non riuscivo a spiccicare una parola per timore di sparare qualche vongola, ma capivo perfettamente quello che mi dicevano; il consorte invece parlava anche con i cobblestone (quando ne trovava uno, ché a New York ormai sono pochissime le strade con l’acciottolato), ma non capiva assolutamente nulla di quello che gli dicevano. Insomma, nella nostra imperfezione, eravamo indispensabili l’uno all’altra. Avevamo messo a punto una tecnica fantastica che ci salvaguardava dalle figuracce: cercavamo di fare tutto – prenotazioni, ordinazioni, acquisti – al telefono. Il consorte parlava poi, non appena il suo interlocutore cominciava a rispondergli, passava la cornetta a me, che traducevo in simultanea e poi gli ripassavo il telefono. Altro che i fratelli Caponi alle prese con la stesura della lettera alla malafemmina!

A New York non c’era nulla che ci mettesse d’accordo. Il consorte voleva passare le serate nei locali alla moda a bere e ballare e io – che palla vivente! – a sentire il jazz. Il consorte voleva fare shopping e io – ma che palle! – volevo andare nei musei. Facemmo tutto; io accontentavo lui e lui accontentava me,  perché da soli non ce la saremmo cavata, anche se la giornata dei saldi da Macy’s mise veramente a durissima prova la mia salute psicofisica. L’unica eccezione a questa apoteosi di incompatibilità, fu sorprendentemente un ristorante: The River Cafè.

Al River Cafè, finalmente New York diventa quella che avresti voluto, a prescindere da ciò che desideri. A pelo d’acqua, con la città – ora riconoscibile – che ti si srotola davanti, il profumo dei fiori, le luci basse e la musica del pianoforte in sottofondo, potresti essere in un film di Woody Allen o in una puntata di Sex & the City, e ti guardi attorno per vedere se per caso a un tavolino un po’ in disparte non ci siano effettivamente Carrie e Mister Big. Ma potresti anche essere in un romanzo di Bret Easton Ellis, mentre fai tintinnare il ghiaccio nel tuo vodka tonic e rimiri una fauna locale decisamente sopra la media, con l’occhio esperto del predatore. Al River Cafè potresti mangiare e bere malissimo, e non te ne importerebbe, ma invece si mangia e si beve divinamente, e basta andarci una volta per essere definitivamente conquistati. Lo ammetto, il mio matrimonio è salvo grazie a questo ristorante che, in un attimo, ci fece riconciliare non solo con la città, ma anche con la vita. Andateci, se doveste trovarvi a passare di là.

LA VELLUTATA DI ZUCCA DEL RIVER CAFÈ

Per 20 shottini, 6 porzioni da gourmet o 4 porzioni da golosi affamati

1 kg di zucca già priva di semi e scorza
500 g di patate già sbucciate
3 cipolle belle grandi (meglio se bianche)
sale, pepe, noce moscata
olio EVO
100 g di panna
semi di zucca tostati per la guarnizione (da non sottovalutare perché costituiscono anche un piacevole elemento croccante)

Naturalmente anche in quel luogo di assoluta perfezione che è il River Café, io e il consorte ci distinguemmo per imbranataggine e tendenza congenita alla gaffe. In attesa che il nostro tavolo a ridosso della vetrata si liberasse, ci avevano fatto accomodare a un altro tavolo in prossimità del bar, dove ci avevano servito gli aperitivi. A un certo punto, senza che noi avessimo chiesto niente, si presenta un cameriere con due tazzine da caffè su un vassoio. Il consorte, sobillato da me, si affretta a chiarire che noi non avevamo ordinato nessun caffè anzi, dovevamo ancora cenare ma il cameriere, glissando compassionevolmente, spiegò che quelle tazzine erano un omaggio dello chef, un amuse bouche per ingannare lo stomaco nell’attesa che il nostro tavolo fosse pronto. Dentro le tazzine c’era questa vellutata di zucca, meravigliosamente morbida e saporita ma non aggressiva, confortante, familiare eppure sofisticata, sorprendentemente dolce ma stuzzicante nel contrasto con i semi salati che ne guarnivano la superficie. Un sorso di perfezione che su di me, anche a distanza di anni, continua ad avere lo stesso effetto che, immagino, il Cynar aveva su Ernesto Calindri.

Farla è di una semplicità disarmante. Fate un trito con le cipolle e fatele dorare in un filo d’olio, aggiungete la zucca a pezzi, le patate a tocchetti e, dopo averle fatte rosolare qualche minuto, copritele a filo con dell’acqua fredda. Salate, pepate e lasciate cuocere fin quando patate e zucca non saranno ben morbide. Frullate con il minipimer, grattugiateci la noce moscata, aggiungete la panna e mescolate bene con una frusta. Servite la crema ben calda, guarnendola con i semi di zucca.

Per concludere, vorrei rassicurarvi sulle sorti del mio matrimonio. Benché provati dal viaggio di nozze, siamo rimasti insieme e quando, ancora oggi, mi domando come facciano due persone così diverse a dividersi la vita, mi basta rileggere Lui e io, un racconto di Natalia Ginzburg che fa parte della raccolta Le piccole virtù.

È incredibile come una sbirciatina nella vita degli altri renda molto più comprensibile la nostra.

Par condicio

Mio nonno era un uomo dalla simpatia travolgente e dall’intelligenza vivace ma era anche una delle persone più irrimediabilmente imbranate che io abbia mai conosciuto.

Per la verità non so se il suo scarsissimo senso pratico dipendesse da una sorta di predisposizione genetica o piuttosto dalla lunga convivenza con la nonna, inguaribile maschilista, che non gli aveva mai permesso di muovere un dito se non per vestirsi o svolgere la sua professione di ingegnere edile.

Sta di fatto che il nonno non ha mai saputo prepararsi neanche il caffè da solo e ogni volta che, pover’uomo, cercava di prendere un’iniziativa, o veniva stroncato ancor prima di cominciare oppure, in una sorta di profezia che si auto-determina, compiva imprese degne del mitico zio Podger che volendo piantare un chiodo nel muro per appenderci un quadro, finiva col demolire l’intera parete (chi ha letto “Tre uomini in barca (per non parlar del cane)” di Jerome K. Jerome sa bene a cosa mi riferisco).

Il nonno aveva una grande passione per il mare e non concepiva vacanze che non fossero in barca (ma gli esiti delle nostre crociere erano ben diversi da quelli descritti da J.K.J.). Più la famiglia cresceva e più, per accoglierci tutti, diventavano grandi le barche del nonno. Alla fine, quando ormai fra figli, generi, nuore, nipoti e accoliti vari, sembravamo il cast al completo di “Appuntamento sotto il letto“, il nonno capì che le alternative erano due: comprare un traghetto oppure rinunciare all’alto mare e ripiegare sull’acquisto di una casa per l’estate. Il buonsenso – e le pressioni della nonna – fecero ricadere la scelta sulla seconda opzione.

La casa, che mio nonno si ostinava a collocare in campagna nonostante si trovasse sulla spiaggia, era in realtà una sorta di tenuta con ettari ed ettari di terreno e pian piano si trasformò in un luogo paradisiaco di cui il nonno era l’unico, insindacabile, creatore.

Prima fece progettare dei giardini incredibili, poi fece costruire una meravigliosa piscina a sfioro, poi ancora un campo da tennis e infine, sorprendendo tutti, decise di darsi all’agricoltura utilizzando tutto il terreno che restava per piantare alberi da frutto, ortaggi, legumi, insalate, erbe aromatiche e qualsiasi cosa fosse commestibile.

Irritando non poco la nonna, il nonno passava parte del pomeriggio a innaffiare, ispezionare l’orto e raccogliere pomodori, il tutto ovviamente con la consueta goffagine e un improbabile abbigliamento costituito da polo, bermuda, calzini lunghi, zoccoli e un cappellino floscio che gli riparava la chierica.

La nonna, sempre pungente, a quel punto gli cambiò soprannome e, da zio Podger, lo fece diventare, memore delle sue catastrofiche vacanze, Monsieur Hulot. Lui non se ne curava, anzi si divertiva a farla innervosire ancora di più proponendo di far dedicare tutta la famiglia alla produzione  industriale di conserve di pomodori, marmellate e melenzane sott’olio.

Naturalmente la produzione rimase strettamente casalinga e fu anche abbastanza saltuaria (nessuno osava mettere alla prova la poca pazienza della nonna), ma è solo grazie all’ostinazione del nonno se noi nipoti – purtroppo cresciuti a surgelati da mamme un po’ oziose – abbiamo avuto la gioia immensa di conoscere il sapore indimenticabile di un frutto appena colto dall’albero.

ZUPPETTA DI SPOLLICHINI
Per 4 persone

2 kg di spollichini (fagioli cannellini freschi)
1/2 sedano bianco
350 g di pomodorini
2 spicchi d’aglio
sale, prezzemolo, olio EVO

Liberare gli spollichini dal baccello, lavarli e metterli a bollire in acqua non troppo abbondante (diciamo che deve superare di tre dita i fagioli). A parte, preparare una salsetta con l’olio, l’aglio, il sedano e i pomodori a pezzetti e farla tirare ben bene. Quando i fagioli avranno cotto un’ora, aggiungervi la salsa e lasciar cuocere ancora una mezz’oretta. Aggiustare di sale, unire il prezzemolo tritato e servire con dei dadini di pane che avrete saltato in una padella con poco olio oppure semplicemente tostato in forno.

Semplice, semplicissima e semplicemente buona.

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