Moio per la libertà

A casa della nonna c’era una enorme libreria, appartenuta un tempo al mio bisnonno. Mi piaceva da morire quella libreria. Era incassata nel muro del salotto buono e la cornice di mogano formava un decoro delicato sul crema delle pareti.
Molti libri avevano il dorso bianco e dei nomi per me all’epoca abbastanza arcani: nefrologia, anatomia generale, cardiologia. Altri, la maggior parte in realtà, avevano il dorso rosso ed erano sistemati sugli scaffali più bassi, che riuscivo a raggiungere stando in piedi sul divano.
Ricordo ancora la sequenza dei primi titoli: I misteri di Parigi, I miserabili, Teresa Raquin, Cirano de Bergerac, Il circolo Pickwick, Ventimila leghe sotto i mari.
Molto spesso chiedevo alla nonna di giocare a nascondino e insistevo perché fosse lei a cercarmi. Allora, mentre lei contava, correvo a sfilare un volume dalla libreria e poi mi nascondevo sotto il lettone grande a sfogliarne le pagine.
Trascorso un tempo ragionevole, che non fosse troppo breve, affinché avessi modo di leggere almeno un paragrafo, ma non fosse neanche troppo lungo, di modo che la nonna non si spazientisse, abbandonavo il libro sotto al letto e correvo a fare tana.
Ma, per quanto furbo, un bambino non riesce a imbrogliare un adulto molto a lungo e così un giorno, mentre me ne stavo rintanata nel mio nascondiglio, la nonna si inginocchiò affianco al letto e mi chiese cosa stessi leggendo.
Risposi, pronunciandolo com’era scritto, che si trattava di Teresa Raquin e mi preparai a ricevere una di quelle ramanzine per cui la nonna – che pure mi adorava e continua ad adorarmi – era celebre, ma invece, sorprendendomi non poco, lei si limitò a chiedermi se mi piacesse.
Fui costretta ad ammettere che non lo sapevo. Avevo letto faticosamente solo qualche pagina e in realtà non avevo capito granché. Lei mi sorrise e mi disse che di sicuro avrei capito molto di più una decina di anni dopo, quando avrei avuto l’età giusta per leggerlo.
Ma intanto, nell’attesa, aveva qualcos’altro da propormi ed era certa che l’avrei gradito molto di più. Così mi portò in quella che chiamava la camera delle ragazze, la stanza in cui mia madre e mia zia avevano dormito fino al giorno dei rispettivi matrimoni, e aprì l’armadio che era appartenuto a entrambe.
All’interno, invece dei vestiti, c’erano decine e decine di libri consunti che emanavano un delizioso odore di carta. Nel tempo detti fondo a quel tesoro di cui ignoravo l’esistenza, e lessi l’uno dopo l’altro Gran Premio (sulla copertina c’erano disegnati una Liz Taylor bambina e un Mickey Rooney di poco più grande), Piccole Donne, Piccoli Uomini, Penna bianca, Robinson Crusoe, I viaggi di Gulliver, Pel di carota (che odiai) e molti altri, ma il libro che per primo mi capitò fra le mani quel giorno, quello che per primo decisi di leggere, aveva una copertina di tela verde con una scritta al centro. 
E fu amore a prima vista.
L’edizione che ho fotografato risale al 1946 e il libro è quello appartenuto alla mia mamma. All’epoca lo lessi e lo rilessi tante di quelle volte che a un certo punto le pagine cominciarono a staccarsi. Allora chiesi alla nonna di comprarmene un altro, e lei mi accontentò. Era il 1976.
Poche settimane fa, un amico mi ha detto di non aver mai letto Il giornalino di Gian Burrasca e a me è venuta una gran voglia di sfogliarlo ancora una volta. 
Così sono andata a casa di mamma, ho scartabellato fra le mille cose che ho lasciato da lei e sono tornata trionfante dal consorte con entrambe le copie, salvo scoprire che lui ignorava perfino l’esistenza di quella che invece per me è una pietra miliare della mia formazione.
Bene, ma Gian Burrasca non l’ha inventato Rita Pavone? Scusa, La Mondaini inventò Sbirulino e la Pavone Gian Burrasca, no? – mi ha chiesto con un candore disarmante.
Beh, io lo invidio. Lo invidio perché lui adesso sta leggendo Il giornalino (la copia del 1976, quella del 1946 la tocco solo io, e con i guanti bianchi) per la prima volta e ride come un pazzo per la zia Bettina e il suo dittamo, per il dottor Collalto, per il socialista Maralli, il professor Muscolo (tutti fermi, tutti zitti), Cecchino Bellucci, Ada, Virginia, Luisa, la cameriera Caterina, il signor Venanzio, la signora Geltrude, il signor Stanislao, Gigino Balestra.
E naturalmente vuole la pappa col pomodoro.
ZUPPA DI POMODORO
Per 4 persone
600 g di pomodori San Marzano ben maturi
1 patata grandicella
1 carota
1 gambo di sedano 
1 cipolla media (molto meglio se novella)
1 spicchio d’aglio (novello anche lui, ora che è di stagione)
2 cucchiai di olio EVO
2 cucchiai di panna
750 ml di brodo vegetale
1 mazzetto di basilico
qualche rametto di timo
1 bel pizzico di paprika dolce
1 cucchiaino di zucchero
pepe nero
sale
2 fette di pane raffermo
Mettiamo subito in chiaro una cosa: preparare un piatto così profondamente legato alla tradizione come la pappa col pomodoro, senza avere a disposizione il pane toscano, l’olio toscano e una vista ispiratrice sulla campagna toscana, sarebbe come commettere un sacrilegio che neanche l’amore per il consorte può autorizzare. 
Il suddetto si è perciò dovuto accontentare di questa più banale zuppa, d’ispirazione warholiana, che se da una parte gli ha fatto passare la voglia di pappa col pomodoro, dall’altra gli ha fatto venire quella – economicamente molto più preoccupante  – di tornare a New York. 
Se siete disposti a farvi prendere dalla stessa struggente nostalgia per il suolo americano, non vi resta che mettervi ai fornelli cominciando a tritare cipolla, aglio, carota e sedano e a farli rosolare con l’olio in una pentola dai bordi piuttosto alti. Trascorsi una decina di minuti, aggiungete la patata tagliata a fettine sottili, i pomodori a pezzi, il basilico, il timo, la paprika e lo zucchero, e coprite con il brodo.
Portate a bollore e cuocete per una ventina di minuti, o fin quando le patate non si saranno quasi dissolte, quindi frullate con il minipimer e passate al setaccio. Rimettere la zuppa nella pentola, aggiungete la panna, regolate di sale e pepe e servite accompagnando con le fette di pane unte con un filo d’olio e tostate nel forno.
Mangiando questa zuppa deliziosa, il consorte si è sentito Gian Burrasca e io ho avuto invece l’illusione di essere a cena al The Butcher’s Hook, a Londra. 
E voi?
NOTE A MARGINE
Oggi questo blog compie due anni, di cui uno meraviglioso e uno da dimenticare.
Se ripenso alla festa di compleanno dell’anno scorso, a quanto fu entusiasmante, emozionante e travolgente, mi rendo conto che è stata anche l’ultima volta in cui mi sono sentita pienamente felice.
Da allora la mia scrittura sul blog è stata ondivaga, e me ne dispiace molto.
Ma finalmente mi lascio quest’anno alle spalle.
Sono sicura che il prossimo sarà migliore.
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