A grande richiesta

In questo momento in rete ne girano davvero tante e sono una migliore dell’altra, ma siccome me l’avete chiesta…
Ecco a voi la mia ricetta della pastiera (che poi è – da sempre – quella della prima edizione de Il talismano della felicità, appartenuto alla nonna Titta). Da tradizione questo dolce si prepara il giovedì perché deve avere il tempo di riposare e inumidirsi, perciò o lo preparate domani oppure se ne parla l’anno prossimo.
Per la frolla: 300 g farina – 150 g zucchero – 150 g strutto – 3 tuorli.
Per il grano: 250 g grano già cotto – 1/2 lt latte – 1 pizzico di sale – 1 cucchiaio di zucchero – la buccia intera di un limone – 1 pizzico di cannella
Per la crema di ricotta: 500 g ricotta di pecora – 350 g zucchero – 6 tuorli – 1 pizzico di cannella – la buccia grattuggiata di un limone – 2 cucchiai di acqua di fiori d’arancio – 200 g di canditi misti (arancia, cedro e cocozzata) tagliati a dadini – 4 chiare montate a neve
Preparate la frolla impastando tutti gli ingredienti il minimo necessario a formare una palla omogenea e poi avvolgetela nel cellophane e mettetela a riposare in frigo per 30 minuti. Se volete usare lo strutto, come da tradizione, assicuratevi che sia di primissima qualità, altrimenti usate il burro. A casa mia lo strutto non si usa più da quando i coloni hanno smesso di portarcelo da Gragnano e, mentre all’inizio ne facevamo una tragedia, alla fine ci siamo abituati a farne a meno. 
Mentre la frolla riposa, occupatevi del grano che aggiungerete insieme agli altri ingredienti al latte già al bollore. Regolate la fiamma al minimo, coprite con un coperchio e fate cuocere dolcemente fin quando il liquido non si sarà assorbito del tutto. A questo punto tirate via le bucce di limone e mettete il grano a raffreddare in un piatto. 
Per la crema è essenziale che la ricotta sia setacciata in modo da essere perfettamente liscia, solo a questo punto aggiungerete lo zucchero e poi, dopo aver mescolato bene, i tuorli a uno a uno. Aggiungete tutti gli altri ingredienti, compreso il grano ormai freddo e, con molta delicatezza e mescolando dal basso verso l’alto, le chiare montate a neve. 
Dividete l’impasto in modo da lasciarne da parte un terzo, stendetene i due terzi in una sfoglia di 3 o 4 millimetri di spessore e rivestite una teglia (unta con lo strutto o imburrata, a secondo di quel che avete usato nell’impasto) di 25 cm di diametro (vanno benissimo quelle di alluminio un po’ svasate). Versate all’interno il ripieno e poi stendete la frolla restante da cui ricaverete le strisce che disporrete sulla sommità della pastiera. 
Fate cuocere in forno già caldo a 160° per un’ora e un quarto. Chiaramente la cottura varia da forno a forno, per darvi un’ulteriore indicazione vi dirò che la pastiera deve risultare soda e asciutta per essere pronta. Fatela poi raffreddare nel forno aperto e, quando sarà tiepida, cospargetela di zucchero a velo. Dimenticatevela per tre giorni (a casa di mia nonna si sistemava sulla consolle del salotto, coperta da un canovaccio). Prima di servirla, domenica, se volete cospargetela nuovamente di zucchero a velo.

Colpi di fulmine

Il mestiere più antico del mondo è un piccolo grande libro, a metà fra l’autobiografia e il saggio, scritto da Antonio Leotti. L’ho comprato qualche sera fa alla Feltrinelli e quella stessa notte l’ho letto quasi tutto. Se l’ho mollato a una trentina di pagine dalla fine, è stato solo per il piacere di prolungare la lettura fino all’indomani. Il titolo può essere fuorviante, lo so, perciò chiarisco subito che l’argomento del libro, quel mestiere più antico del mondo a cui si allude dalla copertina, è l’agricoltura. 
Come faccia un argomento all’apparenza così noioso, a risultare invece tanto avvincente, è presto spiegato. Il mestiere più antico del mondo è innanzitutto una storia d’amore – intensa, struggente, viscerale e disperata come solo le grandi storie d’amore sanno esserlo – fra l’autore e la sua terra. E quando dico la sua terra, intendo proprio la sua terra, i 1.200 (poi diventati 400) ettari dell’azienda agricola della sua famiglia.
Leggere questo libro è come sedersi al bar con Antonio Leotti, davanti a una bottiglia di vino beverino, e sentirlo raccontare di sé, della sua infanzia, della famiglia, di quella terra amata al punto da vivere ogni allontanamento come una ferita. Si tratta di un racconto ipnotico, perché ti catapulta in un mondo in via d’estinzione che si ammanta necessariamente di un’aura mitica. Per capirci, siamo in Toscana, ma potremmo essere a Macondo, l’effetto è lo stesso.
E questo riuscire a trascinarti indietro nel tempo, a farti sentire gli odori del terreno fresco dei solchi e perfino il sapore del pane sciocco e del prosciutto nero, è merito della scrittura di Antonio. Una scrittura piena di grazia, ma mai vezzosa, che però sa anche infiammarsi e diventare potente, quando è necessario. In ogni parola di questo prezioso libricino, ci sono l’umiltà e il rispetto che l’approcciarsi al mondo contadino richiedono. Un mondo che ha resistito per millenni rimanendo antico, per poi precipitarsi a spron battuto e irrimediabilmente, verso la propria fine.
Ed è una fine che strazia l’anima, anche la mia. Che pure non ho giocato nell’aia, non ho passeggiato nel bosco ceduo, non sono mai salita su un trattore e sulla mano destra ho un unico callo, lì dove si poggia la penna. Perché, ed è una regola alla quale non si sfugge, è solo quando si perde qualcosa che se ne capisce il vero valore.

CHEESECAKE DI CAPRINI E PERE
per 8 tortine monoporzione

Spero che Antonio non se ne abbia a male e perdoni questa mia caduta nell’ovvio, ma insomma: al contadin non far sapere
Va be’, ci siamo capiti.

Per il biscotto:
150 g di farina 00
150 g di farina di nocciole
100 g di burro fuso
1 cucchiaio di zucchero bruno
1 pizzico di sale

Per la crema:
400 g di caprini freschi
100 ml di panna liquida
60 g di zucchero bianco
2 fogli di colla di pesce

Per il topping:
2 belle pere williams
1 cucchiaio di zucchero bianco
cannella in polvere qb
zenzero in polvere qb
2 fogli di colla di pesce

Premessa: se volete darvi un tono e lanciarvi nella preparazione della tortina monoporzione, dovete dotarvi di otto ring di 8cm di diametro e due fogli di acetato A3. Se invece propendete per un più pratico tagliare una bella torta a fette e via andare (che poi c’è sempre chi ne vuole di più, chi di meno, chi vuole fare il bis e in fondo un’unica tortacchiona è più pratica), vi serve uno stampo a cerniera di 24cm di diametro.

Si comincia dal biscotto, mescolando insieme le due farine, lo zucchero e il sale e rendendo il tutto sabbioso e umido con l’aggiunta del burro fuso. Si dispongono poi su una placca rivestita di carta forno gli otto ring e vi si versa la sabbia bruna ottenuta, compattando bene con un cucchiaio (confesso che io uso il pestello del mortaio). S’inforna in forno preriscaldato a 180° (ma non mi dire) per una decina di minuti, quindi si sforna e si lascia raffreddare (ma senza tirare via i ring!).

Intanto si va di crema, che si ottiene molto semplicemente montando i caprini tenuti a temperatura ambiente con lo zucchero. A questa miscela va poi aggiunta la panna tiepida nella quale saranno stati sciolti i due fogli di colla di pesce, precedentemente ammollati in acqua fredda e poi strizzati.

Si riveste l’interno dei ring con delle strisce di acetato ottenute tagliando in 4 ognuno dei fogli A3, e vi si distribuisce la crema aiutandosi con una sac a poche. Si mette poi tutto in frigo per almeno un’ora.

Mentre la crema si rapprende, si procede alla preparazione del topping sbucciando le pere e tagliandole a pezzetti per poi metterle in un pentolino con un dito d’acqua, lo zucchero, la cannella e lo zenzero. Quando saranno morbide, si frullano con il minipimer e vi si scioglie la colla di pesce (anche in questo caso ammollata in acqua fredda e poi strizzata).

Una volta che il topping sarà intiepidito, si distribuisce negli 8 ring e si lascia ancora un’oretta in frigo quindi si sfilano i ring, si rimuovere l’acetato, si improvvisa una decorazione (sempre per darsi un tono) con quello che si ha sotto mano (nel mio caso noci caramellate, ma va bene qualsiasi cosa. Anche una spolveratina artistica di cannella) e si serve con l’aplomb di un grande chef.

Dopotutto l’importante è crederci.

Luoghi comuni

Quante volte avete sentito dire che le grassone sono simpatiche, hanno il cuore grande, sono tanto paciose e sempre allegre? Bene, non c’è niente di più falso. Le grassone sono prima di ogni altra cosa arrabbiate, anzi arrabbiatissime. Forse il motivo principale della nostra rabbia è che tutti i normopeso diano per scontato che se uno è grasso è perché gli piace troppo mangiare e non ha la forza di volontà necessaria per smettere. Nessuno pensa mai che l’iperfagia, così come la ben più nota anoressia, sia una malattia. Una malattia infida e sottovalutata che è molto difficile combattere, soprattutto considerando che quella contro la malattia non è l’unica battaglia che le grassone devono sostenere.

Come cantava Tonino Carotone “è un mondo difficile” e le grassone – che, lo so per esperienza, più di ogni altra cosa desiderano sentirsi normali – fanno una fatica improba ad abitarlo, fingendo inoltre di sentircisi perfettamente a proprio agio. Volete qualche esempio? Le donne adorano fare shopping. Per le grassone invece non c’è umiliazione peggiore che entrare in un negozio e affrontare il sorrisetto derisorio di una commessa taglia 38 che ti ritiene pazza  perché hai semplicemente osato varcare la soglia del suo tempio dell’eleganza. Per potersi anche solo coprire le pubenda, una grassona deve lambiccarsi il cervello, aggirarsi in incognito nei reparti taglie forti dei grandi magazzini dove, vista la tipologia degli abiti a disposizione, si arguisce che i buyer siano convinti che le grassone siano tutte ottantenni, ordinare su cataloghi on-line abiti scadenti  e di dubbio gusto, e in ultima analisi, organizzarsi in proprio e imparare a cucire (io l’ho fatto) e lavorare a maglia.

Dopo tanta fatica, le grassone, splendidamente abbigliate alla cazzo di cane, possono finalmente esordire in società dove in genere capiscono rapidamente che, visto che hanno tanti chili in più, per essere prese in considerazione devono avere “in più” anche molte altre cose. Devono essere più informate, più ironiche, più intelligenti, più colte, più simpatiche, più spregiudicate, più seducenti, più affabili, più versatili, più, più, più… e sopratutto riuscire a dimenticare, e a far dimenticare agli altri, di essere grasse.

Il guaio è che, quando finalmente sei riuscita a portare a termine questa titanica opera di suggestione ipnotica collettiva, roba da far impallidire Giucas Casella, c’è sempre qualcosa che ti colpisce a tradimento, facendoti drammaticamente ricordare quello che sei. Per spiegarci: vai in banca e non riesci a entrare perché la porta a capsula non si chiude e la voce registrata te ne chiarisce il motivo suggerendoti di “uscire e transitare uno alla volta”. Prendi un aereo e la cintura di sicurezza non ti si chiude, tu ostenti nonchalance ma una hostess coscienziosa se ne avvede e, in maniera plateale e con un tono di voce decisamente non discreto, informa la collega che al posto XY serve una prolunga per la cintura. Vai a mensa in RAI e scopri che i tavoli hanno una struttura in ferro che ingloba anche le sedie, che quindi non possono essere spostate, e tu lì non c’entri e devi inventarti un impegno improvviso e fuggire, per non sottoporti all’umiliazione di rimanere incastrata mentre sei al cospetto di tutto il centro di produzione.

Fortunatamente c’è una soluzione a tutto. Io ho un conto bancario on-line, chiedo con discrezione una prolunga per la cintura di sicurezza e me la faccio consegnare non appena metto piede in aereo, mi porto il pranzo da casa (come vi ho raccontato qui) e non metto piede in mensa. Quando poi tutto manca, per cavarsela basta ridere di sé stesse, in modo da trasformare un episodio imbarazzante nel cavallo di battaglia dell’aneddotica personale. Ne volete la prova? Eccovi accontentati.

Il mio primo viaggio negli Stati Uniti durò trentasei ore. Non sto parlando della permanenza in loco ma proprio del tempo materiale che ci misi per arrivare da Napoli a Chicago. Era un viaggio universitario, per cui  partimmo alla volta dell’aeroporto Leonardo Da Vinci alle quattro del mattino, con un pullman turistico. Avremmo dovuto imbarcarci su un volo Roma-Chicago che partiva alle nove, ma il pulmann ebbe un guasto al motore e arrivammo tardi. Nessun problema, ci avrebbero messi su un volo per Parigi e poi lì avremmo preso un altro volo per Chicago, però dovevamo correre perché stavano già imbarcando. Dopo una corsa frenetica salimmo a bordo ma, arrivati a Parigi, non ci fecero atterrare perché c’era visibilità nulla. Ci spedirono quindi a Ginevra, costringendoci a rimanere seduti ai nostri posti, con l’aereo fermo sulla pista, in attesa che da Parigi ci dessero il via libera per atterrare. Intanto a me venne voglia di fare la pipì ma, ovviamente, quella possibilità non era proprio contemplata e mi fu detto che avrei potuto servirmi di un bagno a Charles De Gaulle. Finalmente tornò la visibilità a Parigi e partimmo di nuovo, ma nel frattempo anche il volo da Parigi per Chicago era partito e quindi al nostro arrivo, sempre a patto di correre come i forsennati per non perderlo, ci dissero che potevano imbarcarci per New York dove avremmo poi preso un altro aereo per la nostra destinazione finale. Naturalmente di andare in bagno non se ne parlava proprio ma io, dopo quasi 14 ore di viaggio, ero sull’orlo della pazzia e quindi, non appena l’aereo ebbe decollato e ci fu consentito alzarci, mi fiondai in bagno.

I bagni degli aerei rappresentano per le grassone un autentico strumento di tortura. È come trovarsi chiuse in un sarcofago, e bisogna aver preso un brevetto da contorsioniste circensi per potersi denudare il minimo necessario, prestare attenzione alle basilari norme di igiene e fare pipì senza perdere l’equilibrio. Riuscire a coordinare tutte le operazioni richiese più di mezz’ora e quando alla fine riemersi dal bagno, la maggior parte degli altri passeggeri, munita di cuscini e coperte, era nel primo sonno. Il mio posto era nella parte anteriore dell’aereo e, per raggiungerlo, dovetti camminare un bel po’ fra i sedili urtando, e di conseguenza svegliando, un gran numero di passeggeri. A ogni urto mi giravo e mi scusavo con il poverino di turno, sfoggiando un sorriso contrito e un I’m sorry mortificato. Fu solo quando arrivai a destinazione e mi feci scivolare le mani lungo natiche e cosce per sistemarmi la gonna prima di sedermi, che realizzai la tragedia. Nel rivestirmi in modalità Houdini nel microbagno dell’aereo, avevo fatto impigliare l’orlo della gonna nell’elastico dei collant, trasformandola in una sorta di sipario spalancato sul mio culone immenso e, se mai avessi avuto anche una sola chance di passare inosservata, l’avevo sprecata attirando l’attenzione di tutti i passeggeri lato corridoio, quando li avevo urtati. 

Per la vergogna desiderai che l’aereo sprofondasse nell’oceano ma, si sa, i desideri raramente si avverano.
Per fortuna.

MOUSSE DIETETICA DI RICOTTA CON SALSA DI PERA
Per 4 persone

Per la mousse:
300 g di ricotta di fuscella
2 albumi
1 cucchiaio di cacao amaro
1 pizzico di cannella
dolcificante liquido (tipo TIC o Dulceril)

Per la salsa di pere
2 pere williams
cannella in polvere
zenzero in polvere
dolcificante

Una grassona che si rispetti è, per definizione, perennemente a dieta, ma siccome non sta scritto da nessuna parte che le diete debbano essere tristi e punitive, ecco una ricetta facile e veloce che darà un tocco gourmand al vostro regime alimentare.

Passare la ricotta al setaccio (e per setaccio intendo proprio il setaccio a maglia fitta. Non sono ammessi né passaverdura, né schiacciapatate) in modo da renderla un velluto. Dolcificarla a piacere, aggiungere il cacao setacciato, la cannella e mescolare bene. Montare a neve ferma gli albumi e incorporarli alla ricotta, facendo attenzione a mescolare dal basso verso l’alto. Mettere in frigo per almeno un paio d’ore, ma facciamo anche tre. Nel frattempo sbucciare le pere e tagliarle a pezzetti avendo cura però di tenerne da parte 4 fettine per la decorazione. Mettere le pere in una casseruola dal fondo spesso, aggiungere dolcificante, cannella e zenzero secondo il proprio gusto, bagnare con un dito d’acqua e lasciar cuocere finché le pere non saranno morbide. A questo punto frullare con il minipimer e lasciar raffreddare. Grigliare infine le fettine di pera per la decorazione in una padellina antiaderente aggiungendo un po’ di zenzero. Formare delle quenelle con la mousse di ricotta (l’occhio vuole la sua parte, specialmente se si sta a dieta) e adagiarle sulla salsa di pere messa a specchio sul piatto. Guarnire con la pera grigliata, spolverizzare con zenzero e cannella e assaporare con calma per prolungarne il piacere.

A proposito di Mildred

Confesso che avendo molto amato Il romanzo di Mildred (e con lui una caterva di mélo americani che ho guardato avidamente durante l’adolescenza; giusto per fare qualche titolo: Come le foglie, Lo specchio della vita, Femmina folle…), ho accolto la notizia che l’HBO volesse farne una miniserie con un certo scetticismo. Per carità, io nutro una venerazione per l’HBO che sicuramente, a partire dagli anni novanta, ha prodotto i serial più interessanti e innovativi (Sex & the City, i Soprano, The Wire, Oz, Six Feet Under… e ancora In Treatment, Boardwalk Empire), ma guai a chi mi tocca le icone assolute. Insomma, per capirci, se qualcuno dovesse mai avere l’insana idea di fare un film tratto da Cent’anni di solitudine, andrei di sicuro a sabotare il set.

Con questi presupposti, la primavera scorsa mi sono accinta alla visione della Mildred Pierce HBO, ma mi sono dovuta ricredere fin dai titoli di testa, meravigliosi nella loro austerità, disegnati da Marlene McCarty in stile anni ’30. Contrariamente al film di Curtiz, la miniserie diretta da Todd Haynes (che ne ha firmato anche la sceneggiatura con Jon Raymond e Jonathan Raymond, e aveva già dato prova di saperci fare col mélo quando diresse Lontano dal paradiso) è più fedele al romanzo di J. M. Cain sia nell’epilogo che nel suo svolgimento lineare. Infatti mentre il film comincia dalla fine della storia per poi raccontarla tutta in flashback con toni decisamente noir, la miniserie parte proprio dal momento in cui, già nel pieno della grande depressione e quindi ormai quasi sul lastrico, Mildred mette alla porta il marito che la tradisce.

Per farvi capire quanto ho amato questa miniserie, vi basterà sapere che vista la prima puntata ho voluto subito vedere la seconda, e poi la terza, e poi la quarta… insomma, non mi sono data pace fin quando non l’ho finita. Mildred, splendidamente interpretata da una Kate Winslet che con gli anni diventa sempre più brava e bella (beata lei), è una donna di quelle che piacciono a me. Intraprendente, impavida, volitiva, tenace al limite dell’ostinazione. Le avversità non la abbattono, il dolore la fa diventare più forte, l’orgoglio la spinge a non mostrarsi mai vinta, anche quando lo è. Tutte queste caratteristiche, che rendevano algida e distaccata Joan Crawford (l’indimenticabile Mildred Pierce di Curtiz, ruolo per cui vinse l’oscar), ci vengono invece restituite dalla Winslet con un retrogusto dolente che fa della sua Mildred una creatura decisamente più umana, con cui è molto più facile empatizzare.

Sebbene il ritmo della narrazione sia un po’ lento (e questa, insieme all’interpretazione del da me detestato Guy Pierce, è l’unica pecca che abbia trovato in questa miniserie), le scenografie, i costumi, il casting, le musiche, la fotografia, sono così accurati da far dimenticare ogni lungaggine. Inevitabilmente, ammaliati da tutto il contesto, ci si appassiona all’epopea di questa donna e io, pur sapendo perfettamente dove si stava andando a parare, facevo quasi il tifo per Mildred sperando che la sua ostinazione – grande forza propulsiva ma anche terribile punto debole – non le fosse fatale.

A questo punto mi fermo, non dirò di più, perché Mildred Pierce andrà in onda a ottobre su Sky cinema e non voglio rovinare a nessuno il piacere di assaporarne ogni singolo fotogramma (fra l’altro sono sicura che domani sera – avendo ben 21 candidature – la miniserie si porterà a casa un bel po’ di Emmy). Una cosa però posso anticiparvela, anche perché credo sia nota ai più. Mildred riesce a far fortuna e a cambiare la propria vita cucinando (come vorrei poterlo fare anch’io!) ed è proprio con lei che prepara torte, che comincia la miniserie. Una meravigliosa sequenza d’apertura giocata su un doppio fuoco, che è una goduria per gli occhi, non solo per le ricette, ma anche per gli arredi e gli utensili d’epoca che qualsiasi cuochessa romantica e nostalgica come me, vorrebbe portarsi a casa.

In omaggio a Mildred, oggi si prepara quindi una torta, e più precisamente la Lemon Meringue Pie che lei – ve ne accorgerete anche voi sebbene non la si nomini mai – confeziona fra gli altri dolci nella sequenza d’apertura. Speriamo di essere all’altezza!

LEMON MERINGUE PIE
(nella fantastica versione di Angela Nilsen)

Per la base:

175 g di farina
100 g di burro ben freddo tagliato in piccoli pezzi
1 cucchiaio di zucchero a velo
1 cucchiaio di acqua fredda
1 tuorlo (conservate l’albume per la meringa)

Per la crema di limone:

100 g di zucchero semolato
2 cucchiai rasi di maizena
la buccia grattugiata di due limoni
125 ml di succo di limone
il succo di un’arancia più tanta acqua quanta è necessaria a raggiungere 200 ml
85 g di burro
3 tuorli (come prima, conservate gli albumi per la meringa)
1 uovo intero

Per la meringa

4 albumi
200 g di zucchero semolato
2 cucchiai di maizena

Mettetevi una bel grembiule, rimboccatevi le maniche e avviate la pasta per la base fregandovene bellamente della filologia e ricordandovi che siamo pur sempre nel terzo millennio, ovvero: mettete tutto nel mixer che azionerete a intermittenza fin quando non si sarà formato un composto compatto. Stendete poi con il mattarello l’impasto ottenuto su un bel foglio di cartaforno (sempre per essere pratici) e rivestite una teglia che abbia 23cm di diametro e 2,5 di altezza, molto, moltissimo meglio se è con il fondo removibile. Bucherellate la base con una forchetta e mettetela in frigo a riposare per almeno 30 minuti.
Nel frattempo preriscaldate il forno a 200° e avviate la crema al limone (che poi altro non è che un lemon curd), mescolando in una pentola dal fondo spesso la buccia di limone grattugiata, la maizena e lo zucchero, per poi diluirli a poco a poco con il succo di limone e la mistura di succo d’arancia e acqua. Spostatevi sul fuoco e, mescolando di continuo con una frusta, cuocete fin quando la crema non diventerà densa e liscia. A questo punto tirate via dal fuoco e, sempre mescolando con la frusta, aggiungete il burro a pezzetti. Quando il burro sarà sciolto e perfettamente amalgamato, aggiungete i tre tuorli e l’uovo, sbattuti insieme. Mescolate vigorosamente e riprendete la cottura – sempre mescolando, guai a smettere! – fin quando la crema si sarà nuovamente addensata.
Mettete da parte la crema, infornate la base ricoperta di carta forno e fagioli secchi per 20 minuti  (poi sbarazzatevi della carta e dei fagioli e continuate la cottura della base ancora per 5 o 10 minuti, insomma fin quando non è ben dorata) e intanto avviate la meringa. Anche in questo caso, che non vi punga vaghezza di farla a mano! Attrezzatevi con fruste elettriche e montate gli albumi unendovi prima la maizena setacciata e poi lo zucchero a cucchiaiate. Continuate a montare fin quando non avrete ottenuto una meringa morbida e lucente.
Abbassate la temperatura del forno a 180°, sfornate la base, riempitela con la crema al limone, ricoprite artisticamente il tutto con la meringa e rimettete in forno per venti minuti. Sfornate, ammirate, aspettate almeno mezz’ora prima di sformare e almeno 2 ore prima di affettare.

Consumate in giornata (ma non credo proprio sia un problema).

Ci vuole un fisico bestiale

È giunto il momento di svelarvi la mia natura divina. Sono Nostra Signora dell’Adipe. 133kg per 171cm di altezza (ma fino a un anno e mezzo fa ero perfettamente sferica, con peso e altezza che si equivalevano). Ho trascorso tre quarti della mia vita alternando pellegrinaggi da dietologi e nutrizionisti che mi mettevano a dieta serrata, e grandi orge alimentari che terminavano solo quando avevo recuperato tutti i chili persi e anche qualcosa di più. In totale credo, in trent’anni di fiorente attività nel campo dei disturbi alimentari, di aver perso e guadagnato complessivamente più di 300kg (quando si dice fare le cose in grande!).

Per mia fortuna, la metà della mia vita l’ho invece trascorsa frequentando lo studio di un eccezionale psicologo e – dopo un percorso faticosissimo ma estremamente gratificante – adesso sono “potenzialmente” guarita. Da un anno e mezzo, senza l’ausilio di alcun dietologo ma basandomi semplicemente sulle competenze acquisite in tanti anni di diete, ho trovato un regime alimentare adatto a me che mi ha permesso di perdere circa una quarantina di chili senza per questo privarmi dei piaceri della buona tavola ai quali, periodicamente, accedo con grande soddisfazione.

Mio marito – che quando mi ha conosciuta ha esordito dicendo “ti avverto che a me le donne grasse non piacciono” ma poi un mese dopo mi ha chiesto di andare a vivere insieme – è invece un fanatico della forma fisica nonostante il suo peso non abbia mai superato i 74kg (ed è alto 173cm). Ciò comporta che almeno un paio di volte all’anno (in genere primavera e autunno) dichiara guerra al suo chilo di troppo imponendosi, e giocoforza imponendomi, delle diete estenuanti e molto trendy che hanno l’unico vantaggio di essere anche molto brevi altrimenti, ne sono certa, ci mandrerebbero se non al camposanto, di sicuro al manicomio.

Premetto che, essendo stata cresciuta negli anni ’70 da una tipica mamma della buona borghesia nevrotica e un po’ ottusa di quell’epoca, io di diete estenuanti e trendy ne ho provate un bel po’ (quale cosa migliore per una bambina?). Si partì con la dieta a punti e la dieta delle mille calorie per poi approdare oltreoceano con, in rapidissima successione, Weight Watchers, Scarsdale e – udite udite – la dieta Beverly Hills, da me odiatissima. In quest’ultima dieta si mangiava frutta esotica e null’altro ma siccome Napoli non è uguale alla California e il mondo prima della globalizzazione era tanto tanto grande, reperirla era estremamente difficile. In mancanza di manghi, papaye, carambole, frutti della passione, litchis e quant’altro (che mia madre, armata di buona volontà, ordinò una volta al fruttivendolo più chic di Napoli – l’unico che fosse in grado di importarla – spendendo più o meno quello che guadagnava mio padre in un mese), si ripiegava sull’ananas. Dodici giorni di ananas a colazione, pranzo e cena mi fecero perdere un bel po’ di chili ma mi provocarono un disgusto per quel frutto che dura ancora oggi.

Torniamo a noi. Quest’anno mio marito ha introdotto una novità e, invece dell’ormai abituale Scarsdale di due settimane, ha deciso di sperimentare la dieta Dukan, suggerita durante una cena da un’amica sempre sul pezzo. 7 giorni di fase d’attacco, 7 giorni in un delirio di proteine e solo proteine che mi hanno provocato un desiderio struggente non dico di pasta o pane, ma perfino di una foglia d’insalata scondita! Avrei potuto consolarmi pensando che con questa ormai famosissima dieta, Kate Middleton (del celebre duo William & Kate) ha perso talmente tanti chili da rasentare l’aspetto di uno scheletro che deambula, ma capirete, seppure in questa settimana avessi perso 7kg che cosa sarebbe cambiato per me, povera grande obesa che di chili ne deve smaltire ancora una settantina? Insomma, dopo una settimana senza tregua né consolazione, mi ritrovo ad aver perso 2 miseri chiletti mentre quel dannato di mio marito ne ha persi 5!

Adesso che il consorte pesa 69kg e ha quindi almeno 4 kg da recuperare per tornare a essere guardabile, possiamo dire finalmente addio alla deleteria dieta Dukan e alle sue fasi successive (fase di crociera e fase di consolidamento) che salteremo a pie’ pari per tornare alla nostra – o almeno alla mia – amatissima fase della normalità.

C’è solo una cosa che salvo della dieta Dukan ed è la colazione, che mi ha consentito di sperimentare degli pseudo pancake che, entrati a far parte del mio ricettario in un contesto così sgradevole, di sicuro vi rimarranno, ingentiliti da un cucchiaio di marmellata fatta in casa o da un po’ di miele biologico comprato in montagna.

PANCAKE INTEGRALI DI CRUSCHELLO D’AVENA
(per una colazione senza sensi di colpa)
per 1 pancake

35 g di albume (cioè l’albume di un uovo, ma esistono comodissimi brik di solo albume in vendita al supermercato)
2 cucchiai di yogurt di soia
1 cucchiaio e 1/2 di cruschello d’avena
8 gocce di dolcificante liquido (tipo TIC o DULCERIL)
essenza di vaniglia qb

Si monta appena l’albume con una frusta, vi si aggiungono lo yogurt, il dolcificante e la vaniglia continuando a mescolare, quindi si unisce al tutto il cruschello d’avena. Si fa scaldare una padella antiaderente senza però farla diventare bollente e vi si versa la pappetta ottenuta. Quando la superficie si ricopre di piccole bolle (in genere ci vogliono 2 o 3 minuti) si volta lo pseudo pancake con la paletta e lo si lascia cuocere ancora per un minuto. 

Potrei finire qui, ma siccome credo di meritare – e che meritiate anche voi – un premio di consolazione, vi suggerisco un’altra ricetta decisamente meno punitiva.

MUFFIN AL CIOCCOLATO
per 8 muffin
50 g di burro
100 g di cioccolato fondente
50 g di gocce di cioccolato
200 g di farina
100 g di zucchero
1 uovo intero
250 ml di latte intero
1/2 cucchiaino di essenza di vaniglia
1/2 bustina di lievito in polvere
granella di nocciole qb
un pizzico di sale
Come prima cosa accendere il forno a 180° (guarda caso!) e mettere intanto a sciogliere a bagnomaria i 100 gr. di cioccolato con il burro. Quando tutto sarà fluido e ben amalgamato, levare la casseruola dal fuoco e lasciare intiepidire. Aggiungere quindi al composto ottenuto, lo zucchero, l’uovo leggermente sbattuto con il pizzico di sale, il latte e la vaniglia. Incorporare poi lentamente la farina setacciata con il lievito e mescolate dal basso verso l’alto il minimo necessario a miscelare tutti gli ingredienti. Aggiungere a questo punto le gocce di cioccolato e dare un’ultima, veloce mescolata prima di trasferire l’impasto in una teglia da muffin imburrata e infarinata o, più semplicemente, rivestita con dei pirottini di carta (abbiate cura di riempire i pirottini fino a 3/4 della capienza totale). Spolverare ogni muffin con la granella di nocciole e infornare per 25 o 30 minuti. Sfornate e lasciate intiepidire, quindi deliziatevi dimenticando la dieta.

 Io non vedo l’ora.

Tea time!

Il tavolino da caffè del nostro soggiorno proviene da casa di mia nonna e, negli anni, ha subito varie trasformazioni. All’inizio è rimasto color legno e mi sono limitata solo a sostituire la stoffa del ripiano, poi all’interno, sotto il vetro, ha ospitato un bellissimo puzzle anni ’50, dopodiché è stato dipinto di bianco e rifoderato con una tela bluette. Errore fatale il bianco, perché con tre cani che gironzolano sempre nei paraggi sperando di raccattare qualche briciola o ci si accucciano sotto a dormire, c’è voluto poco perché  il tavolino diventasse bianco sporco e poi decisamente grigio, convincendomi che era arrivato il momento di un nuovo restyling.
Complice una settimana di pausa dalla scrittura (delle sceneggiature, per il resto – come in parte si è visto – ho scritto moltissimo!), mi sono dedicata al bricolage, e adesso il mio tavolino bianco sporco e blu è diventato così.
Mio marito, che è molto concreto e poco propenso all’immaginazione (ma ha tanti, tantissimi altri pregi), ha osservato le varie fasi di lavorazione con crescente scetticismo. L’azzurro delle parti in legno gli sembrava troppo “calcio Napoli” (lui è orgogliosamente juventino) e la bandiera che avevo dipinto, troppo “sbavata”. A nulla è servito ripetergli con lo stesso tono di stoica sopportazione usato da Madeline Kahn: “Jasper Johns, caro, Jasper Johns“, lui è rimasto tenacemente  perplesso fin quando non ha visto l’opera finita che, fortunatamente, gli è piaciuta moltissimo.

Lo ammetto, probabilmente il recente viaggio a Londra mi ha un tantino influenzata,  ma ormai è fatta e questo tavolino in stile “rule Britannia” è passato d’ufficio dal ruolo di tavolino da caffè a quello di tavolino da tè (anche perché io il caffè non lo bevo mentre ho sempre sul fuoco il bollitore pronto per il tè).

Niente di meglio di una pigra domenica pomeriggio, quindi, per inaugurarlo con dei muffin fatti con quel che c’era in casa (nello specifico una tavoletta di ritter bianco alle nocciole, un reso di un cliente di mio marito che transitava da casa per combinazione) ma poi rivelatisi incredibilmente buoni. 
MUFFIN CON CIOCCOLATO BIANCO E NOCCIOLE AL PROFUMO DI LIMONE
Per 8 muffin
ingredienti secchi
1 tavoletta di ritter bianco alle nocciole da 100 g (ma se siete schizzinosi nulla vi vieta di usare altro)
150 g di farina 00
40 g di farina di nocciole tostate 
50 g di zucchero
1 bustina di lievito per dolci
la buccia grattugiata di un limone
1 pizzico di sale
ingredienti umidi
1 uovo
150 g di latte intero
60 g di burro fuso
1/2 cucchiaino da caffè di pasta di vaniglia
Tagliare al coltello la tavoletta di cioccolata fino a ridurla in pezzi abbastanza piccoli, quindi unire tutti gli ingredienti secchi avendo cura di setacciare il lievito. Sbattere l’uovo e aggiungervi la vaniglia e il latte.  Mescolare gli ingredienti liquidi (compreso il burro fuso) a quelli secchi, lavorando giusto il necessario ad amalgamarli, ma non di più. Disporre il composto in una teglia da muffin imburrata e infarinata o in pirottini di carta (da sistemare comunque nella teglia, ma vi risparmierete di imburrare) o in piccole vaschette di alluminio usa e getta (anche in questo caso non serve imburrare), riempiendo fino a 3/4 della capacità e infornare – in forno preriscaldato a 180°, ribadisco: esiste un’altra temperatura? – per una ventina di minuti. Servire tiepidi.
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