Storie di ordinaria anarchia

In una delle mie molte vite sono stata una ceramista. E a noi cosa importa, starete pensando. E ancora di più, penserete, cosa c’entra questo incipit al sapor di caolino con la foto di una decorazione natalizia? Datemi il tempo e ci arriviamo.
In una delle mie molte vite sono stata una ceramista, dicevo. Avevo cominciato per gioco, trascinata da un’amica, e in men che non si dica ero stata travolta da un universo che aveva a che fare molto più col cibo che con la ceramica. Bisognava impastare il caolino come se fosse una pizza, prenderlo a matterellate per eliminare le bolle d’aria come se fosse l’impasto degli scauratielli cilentani della mia infanzia, stenderlo col matterello come se fosse la frolla per una crostata. Se poi si passava a modellare la creta per decorare un vaso, i soggetti più frequenti erano succulenti limoni della costiera, voluttuosi tralci d’uva con tanto di pampini e viticci, in qualche caso perfino cipolle e carciofi.
Le lezioni del mercoledì pomeriggio erano popolate da signore di ogni età. C’eravamo io, Carla, Alba e Sabrina, tutte ancora alle prese con gli studi universitari, ma c’erano anche signore ben più grandi di noi, forse dell’età delle nostre mamme, che trasformavano quei pomeriggi in una sorta di riunione di un club. Si raccontavano a vicenda delle loro famiglie, delle figlie in procinto di sposarsi, degli abbonamenti a teatro e delle partite a Burraco, il tutto continuando a plasmare frutta e ortaggi con la maestria acquisita grazie ad anni e anni di pratica.
Quando frequentavo il laboratorio già da un po’, s’iscrisse ai corsi una nuova allieva, la signora F.
Era una bella donna sulla cinquantina, elegante e riservata. Bastarono poche lezioni per capire che della ceramica non le importasse granché. Modellava senza entusiasmo, senza curiosità. Non le interessava neanche svincolarsi dall’universo vegetale proposto dalla scuola, come da tempo avevamo fatto noi mettendo in atto una piccola ribellione. Ci vollero un paio di mesi perché venisse emessa la sentenza definitiva: la signora F non sarebbe mai diventata una brava ceramista. 
Naturalmente la nostra maestra non poteva tollerare una cosa del genere. Non avrebbe sopportato che qualcuno associasse la sua scuola agli orrendi manufatti della signora F. Così le affiancò un paio di insegnanti di supporto che la seguivano con pazienza (facendole però perdere la sua) e le mostravano come procedere ripetendole il leit motiv delle nostre lezioni: lavorare la ceramica è come cucinare.
Evidentemente la signora F che, lo capimmo dopo, veniva a ceramica solo per sottrarsi almeno una volta alla settimana ai pomeriggi con l’odiata suocera, a un certo punto non ne poté più. Per dimostrare che, lungi dall’essere imperizia, il suo era disinteresse bello e buono, cominciò a presentarsi a lezione con dei doni culinari. 
Che fossero dolci o rustiche, le creazioni gastronomiche della signora F erano sempre sorprendenti, bellissime da vedersi e dal sapore celestiale. In breve comparvero taccuini, foglietti per gli appunti, tovagliolini di carta e, ogni mercoledì pomeriggio, una buona mezz’ora veniva dedicata alla trascrizione delle mirabolanti ricette della signora F.
Erano ricette particolari – anarchiche, secondo la maestra di ceramica che mal tollerava il vedersi spodestata – che prevedevano sempre qualcosa di insolito: la caprese fatta con due impasti separati che andavano miscelati solo alla fine, il pan canasta cotto in una buatta di pelati da 5 kg, gli struffoli soffiati, talmente buoni che le chiedevamo di prepararli anche in piena estate.
Da allora sono passati più di vent’anni e sono cambiate tante cose, talmente tante che fa perfino impressione elencarle tutte, ma c’è una cosa che è rimasta la stessa e che ogni anno, di questi tempi, mi riporta a quei pomeriggi alla soffitta: gli struffoli anarchici della signora F, che a casa mia non smettiamo di benedire.
Struffoli (anarchici)
farina 00 500 g
zucchero 50 g
burro morbido 25 g
uova 5
brandy 2 cucchiai
la scorza grattugiata di 1 arancia e 1 limone
sale 1 pizzico
olio di arachidi per la frittura
miele millefiori 300 g
zucchero 100 g
acqua 1 mestolino
canditi misti 200 g
arancia 1
limone 1
diavolilli
Questa ricetta ha due trucchi fondamentali, uno riguarda la preparazione, la ricetta è quella infallibile di Lejla Mancusi Sorrentino, e uno la fattura.
Cominciate con il disporre la farina a fontana e aggiungete lo zucchero, la buccia grattugiata del limone e dell’arancia, il pizzico di sale, il burro morbido e – e qui c’è il primo trucco – i tuorli delle uova sbattuti e mescolati con i bianchi montati a neve. 
Mescolate tutto dapprima con una forchetta poi, quando l’impasto diventerà abbastanza compatto da poter essere maneggiato, lavoratelo a mano ripiegandolo più volte su se stesso e ruotandolo di 90° fra una piega e l’altra. Lavorate a lungo in modo da ottenere un impasto liscio ed elastico che lascerete poi riposare, coperto, per una trentina di minuti. 
E passiamo al secondo trucco. 
Chiunque vi dirà che per fare gli struffoli bisogna formare dei cilindretti d’impasto da cui ricavare delle palline, ma la signora F, che degli struffoli era la regina, stendeva invece la pasta come per fare delle lasagne (in fondo, l’impasto è molto simile a quello della pasta all’uovo), ne ricavava poi delle pappardelle e infine dei quadrotti un po’ più grandi di quelli che siamo abituati a mangiare in brodo quando fa davvero freddo. 
Se avete una macchina per la pasta, tipo la Marcato o la Imperia, l’operazione vi risulterà ancora più semplice. Non dovrete far altro che tagliare delle fette d’impasto di un centimetro di spessore, passarle per tre volte nella macchina mettendo la ghiera su 1, poi una volta con la ghiera sul 2 e una volta con la ghiera sul 4. Otterrete così in pochissimo tempo una sfoglia sottile e uniforme che poi non dovrete far altro che tagliare come spiegato in precedenza. 
A questo punto passate alla frittura. Mettete a scaldare l’olio e di tanto in tanto immergetevi uno stecchino in legno. L’olio sarà a temperatura quando dallo stecchino usciranno delle piccole bolle. 
Mettete i quadretti di pasta in un colino di acciaio e lasciateli scivolare lentamente nell’olio. Vedrete che in un attimo si gonfieranno diventando tondeggianti. Cuoceteli finché non saranno dorati quindi metteteli ad asciugare su della carta paglia stando attenti a non sovrapporli. 
Passiamo adesso alla preparazione della copertura dolce. 
Mettete a scaldare in una pentola con il fondo in acciaio il miele, lo zucchero, l’acqua, i canditi a pezzetti e le scorze degli agrumi a filetti (avete comprato lo zester?). Quando il liquido comincia a spumeggiare, spegnete e versateci gli struffoli per poi mescolare a lungo, di modo che risultino tutti uniformemente ricoperti. 
Sistemate gli struffoli in un piatto da portata, date loro una forma piramidale aiutandovi, se è il caso, con le mani inumidite e decorateli con i diavolilli.
Ah, dimenticavo… buon Natale!

Un ca-popò-popò-popò-lavoro!

Ho visto cose, in tv, che voi umani non potreste neanche immaginare (o che forse, purtroppo, immaginate benissimo). Ho visto talent-show per aspiranti cuochi che negli anni si sono moltiplicati diventando sempre più specifici: dalla cucina in generale alla pasticceria, poi ai dolci da forno, ai cupcake, alla cucina etnica, perfino ai prodotti confezionati da vendere nei supermercati.
Ho visto talent per cantanti, ballerini e saltimbanchi, per parrucchieri, per toelettatori per cani, per tatuatori, per stilisti, per truccatori, per impresari edili, per pretese top model, per stylist, per decoratori, per arredatori d’interni.
Ho visto talmente tanti programmi, spesso talmente tanto brutti, da avere ormai il pelo sullo stomaco. O almeno così pensavo prima di imbattermi in Masterpiece.
Se non sapete di cosa stia parlando vado subito a illuminarvi. Masterpiece è il nuovo talent firmato RAI3, che vede una serie di aspiranti scrittori impegnati a gareggiare fra loro per ottenere un contratto con la Bompiani, che prevede la pubblicazione del capolavoro vincente in una tiratura di 100.000 copie.
A giudicare i testi c’è una giuria composta da Giancarlo De Cataldo, Taye Selasi e Andrea De Carlo, mentre un coach, Massimo Coppola, intrattiene i concorrenti prima che incontrino i giudici e li accompagna nelle prove esterne.
Per il momento sono state trasmesse tre puntate (la prossima andrà in onda domenica 15 dicembre alle 22.50) e siamo ancora nella prima fase del programma, quella legata alla selezione dei concorrenti che poi parteciperanno alla competizione vera e propria. Per capirci diciamo che siamo alle eliminatorie, va’.
In ogni puntata vengono quindi presentati dieci aspiranti scrittori che abbiano già un romanzo nel cassetto, viene chiesto loro di leggerne un brano significativo, segue poi breve colloquio con la giuria, et voilà, su queste basi vengono eliminati i primi sei concorrenti. 
I quattro che rimangono partecipano a questo punto a quella che viene chiamata prova immersiva. Fondamentalmente si tratta di un’esterna che li vede coinvolti in un evento – che sia un tipico (!) matrimonio napoletano, una partita di calcio fra non vedenti, il soggiorno in un convento di clausura o un concorso per culturisti – di cui dovranno poi scrivere una volta tornati in studio, tirandone fuori un racconto in mezz’ora di tempo.
I due che superano questa prova accedono al test finale, ovvero l’elevator pitch. Ogni concorrente ha cinquantanove secondi, il tempo che l’ascensore della Mole Antonelliana raggiunga la sommità della cupola, per raccontare in modo esaustivo e accattivante il suo romanzo a uno scrittore famoso, guest star della puntata.
Il concorrente che supera tutte le prove passa alla fase successiva del programma, di cui al momento nulla è dato di sapere.
Si potrebbe pensare che io sia prevenuta per quella sorta di snobismo che contraddistingue la maggior parte dei lettori accaniti o, ancor di più, coloro che della scrittura hanno fatto una professione, ma vi garantisco che non è così. 
Sono convinta che si possa imparare a scrivere al punto che io stessa ho frequentato – ormai vent’anni fa – il master in tecniche della narrazione della Scuola Holden, a Torino. La scrittura, come ogni altra disciplina artistica e non, ha delle sue regole ben precise, dei trucchi del mestiere, che vengono agevolmente insegnati e facilmente imparati, sempre che si sia poi portati per la materia, che si abbia una predisposizione naturale. Non si può fare uno scrittore di chi non abbia un minimo di vocazione così come non si può fare un cantante di chi sia completamente stonato.
Allora qual è il problema di Masterpiece? Ci arrivo subito. Masterpiece è inesorabilmente noioso. Che questo rischio ci fosse devono averlo intuito anche gli autori che infatti cercano di distogliere l’attenzione dai romanzi proposti spostandola piuttosto sui concorrenti, scelti con gli stessi criteri di qualsiasi altro talent.
Ci sono perciò il tipo strambo, la signora âgée, il presuntuoso, e naturalmente quello con le stigmate del vincitore, immediatamente riconoscibile. Ci si sofferma molto sui confessionali, sui commenti frustrati dei concorrenti che non passano la selezione, sugli apprezzamenti – francamente irritanti – che i partecipanti del sesso forte fanno sulla bellezza di Taye Selasi.
Dei romanzi si capisce poco o niente, a stento se ne comprende il tema, perché quello che viene mostrato del primo colloquio con i giudici è un montaggio frammentario e gioco forza parziale, in cui prevalgono i momenti di tensione, i commenti sprezzanti della giuria, quelli risentiti dei concorrenti. 
Il tutto si conclude con la formula ormai logora con cui si procede all’eliminazione dei concorrenti in ogni talent: tizio, mi dispiace ma il tuo percorso a Masterpiece termina qui. Possibile che in un talent incentrato proprio sulla parola scritta non si sia stati capaci di scegliere parole diverse, di inventare una chiosa nuova?
Le prove immersive sono poi grottesche, una sorta di docu-fiction girata male, e vengono vissute dai concorrenti come se fossero esperienze illuminanti, cosa che annoia e irrita ancora di più. Ma il momento più clamoroso della trasmissione, quello che rivela fino in fondo quanto sia debole e poco televisiva l’idea che sottende l’intero format, è quello della prova scritta. 
Mezz’ora che viene condensata in pochi minuti scanditi da una musica incalzante in cui i quattro concorrenti siedono a quattro postazioni dotate di un computer sul cui schermo le parole si formano con caratteri enormi, per dar modo al telespettatore di leggere qualcosa, di sentirsi almeno in parte coinvolto.
Insomma, diciamo la verità, non c’è nulla di spettacolare nella scrittura. Ci hanno provato, si sono anche messi di impegno per movimentare il programma, ma vedere uno che se ne sta seduto al computer, che magari si trastulla con un videogioco in attesa che gli venga un’idea, che batte furiosamente sui tasti per poi cancellare tutto, non è la stessa cosa di vedere uno che non riesce a montare una meringa, si dispera, ma poi ci riprova e fa una pavlova perfetta, o un altro che in mezza giornata confeziona un abito da sera. 
E adesso scappo perché il consorte mi reclama a gran voce.
– Bene, ma stai ancora davanti a ‘sto computer? E che palle!
Ecco, che vi avevo detto?
Madeleine
per uno stampo da 12
2 uova codice 0
110 g di zucchero
un pizzico di sale
100 g di burro sciolto a bagnomaria
la buccia grattugiata di un limone
120 g di farina 0
mezzo cucchiaino da caffè di lievito per dolci
Per molto tempo, mi sono coricato presto la sera. 
Così Natalia Ginzburg traduce uno degli incipit più famosi della storia della letteratura, quello de La strada di Swann, primo dei sette volumi che compongono Alla ricerca del tempo perduto, l’opera più famosa di Marcel Proust. Non si può parlare di scrittura senza pensare alla monumentale opera di Proust, così come non si  può parlare di Proust senza pensare alle madeleine.
Prepararle è più semplice di quanto si possa pensare, anche grazie alla ricetta perfettamente collaudata di Daniela Acquadro
Con l’ausilio di una frusta elettrica, montate le uova con lo zucchero e il pizzico di sale. Quando saranno diventate gonfie e chiare, unite il burro fuso (ma a temperatura ambiente) a filo, come se volesse fare una maionese. Una volta inglobato tutto il burro, unite la buccia di limone grattugiata (o, se volete, dell’essenza di mandorla amara), la farina e il lievito (setacciati, mi raccomando), mescolando dal basso verso l’alto.
Imburrate bene lo stampo da madeleine, sistemateci il composto in modo che sia a filo con il bordo e mettete tutto in frigo per una notte intera. Il giorno dopo preriscaldate il forno alla massima temperatura scegliendo l’opzione per la cottura statica, infornate le madeleine per cinque minuti, quindi abbassate a 180° e cuocete altri cinque minuti. 
Sfornate le madeleine e fatele raffreddare su una gratella, quindi assaporatele lentamente, magari leggendo un bel libro.

So Many Thanks

Lettori adorati de La gastronomica volante Stanislavskij, spero mi perdoniate se, per una volta, invece di trastullarvi con aneddoti surreali sulla mia vita improbabile, o con recensioni appassionate dei libri e delle serie tv che mi piacciono, faccio del blog un uso squisitamente personale e dedico questo post ai miei amici più cari.
Se domani mattina non avessi dovuto mettermi in viaggio per Roma per partecipare alla Foodie Geek Dinner, stasera li avrei voluti tutti a cena qui. Avrei preparato un enorme tacchino ripieno emulando Martha Stewart (ma evitando di emularla anche nel beccarmi la salmonella, come – a furia di preparar pollame – accadde a lei l’anno scorso), avrei cotto il cornbread, schiacciato le patate dolci per il purè e avrei fatto saltare in padella le verdure.
Avremmo cenato con calma, chiacchierando e ridendo e io – proprio oggi che è il Thanksgiving – guardandoli avrei pensato che ho davvero tantissimo per cui ringraziare, perché se ho superato quest’anno in cui tutte le certezze sono venute meno, lo devo soltanto a loro.
Perciò ringrazio Anna, che si precipitò a casa mia quel 23 novembre 2012 in cui di colpo tutto cambiò, e non mi ha più lasciata. Che mi ha sostenuta, incoraggiata, nutrita. Che ha messo in secondo piano tutto e tutti per prendersi cura di me. Ringrazio Anna per avermi infuso autostima via endovena, per avermi mostrato le cose da un altro punto di vista, per avermi convinta – con pazienza e amore – che se anche la situazione non fosse mai più cambiata, la mia vita sarebbe andata avanti in modo appagante. Ringrazio Anna – la mia amatissima Anna -, perché senza di lei non ce l’avrei mai fatta.
Ringrazio Alì per avermi fatta sentire giovane. La ringrazio per le volte che mi ha convinta a uscire, ad andare con lei a bere una cosa come se avessimo ancora vent’anni. La ringrazio per quelle chiacchiere fitte fitte al bancone di un bar, per quel raccontarci la vita, anche quella che avevamo dimenticato. La ringrazio per i ritorni a casa in vespa, per le canzoni cantate a squarciagola, per la sorpresa di ricordarne ancora le parole, nonostante fossero passati trent’anni dai tempi del liceo.
Ringrazio Serena perché il suo anno è stato sicuramente peggiore del mio, ma l’ha affrontato con un tale coraggio, con una tale dignità, da riuscire a dare forza anche a me. La ringrazio perché nonostante avrei dovuto essere io a incoraggiarla e darle appoggio, è stata presente con telefonate e sorrisi. La ringrazio perché il momento più bello di quest’anno me lo ha fatto vivere lei, una sera che eravamo tutte nella cucina di casa sua e lei aveva gli occhi che le brillavano per la felicità, mentre i nostri erano lucidi per l’emozione.
Ringrazio Federica, perché mi bastava accendere il computer per trovare un suo messaggio su Skype e sentirmi meglio. La ringrazio per il suo essere ecumenica, per il suo riuscire a vedere il buono – e a farmelo vedere – anche dove io proprio non riuscivo a trovarlo. La ringrazio per tutte le volte che ha ricaricato il cellulare solo per consentire al suo meraviglioso figlio di mandarmi messaggi d’amore e corteggiarmi come solo un bambino di otto anni sa fare.
Ringrazio Chiara per aver mormorato complimenti a fior di labbra, fra sé e sé, credendo che non la sentissi, ogni volta che mi vedeva. La ringrazio perché sapendo che lei mi trovava bella, e amabile, mi sono sentita davvero bella e amabile in un momento in cui invece avrei voluto coprire tutti gli specchi di casa, pur di non guardarmi. La ringrazio per il suo carattere forte e deciso, per il suo sapere sempre prendere in mano la situazione, anche quando si tratta semplicemente di decidere che si è fatto tardi e quindi basta, tutti a letto che domani si lavora.
Ringrazio Roberto che, inutile girarci intorno, è il pilastro della mia vita. Lo ringrazio per la sua solidità, per la sua pacatezza, per il suo sapermi placare anche quando sono in preda al panico. Lo ringrazio per l’ironia, per il suo essere dissacrante. Lo ringrazio per il suo sapersi prendere cura di me, farmi sentire che finché c’è lui sarò sempre protetta e non sarò mai sola. 
Ringrazio Stefano, che mi ha portata al cinema, esattamente come fece la prima volta che uscimmo insieme, nel 1986, e andammo a vedere La mia Africa al cinema Vittoria. Lo ringrazio per avermi  parlato di sé e avermi fatto parlare di me. Ma soprattutto lo ringrazio per avermi dimostrato che siamo ancora i due ragazzi che eravamo, capaci di rimanere a chiacchierare in auto tutta la notte e stupirci che all’improvviso spunti il sole.  
Ringrazio Fabio per essere venuto a prendermi a casa, la sera del 24 dicembre, e avermi trascinato di forza a cena a casa sua. Lo ringrazio per avermi saputo far ridere anche quando non ne avevo nessuna voglia, per avermi fatto sentire che attorno avevo una famiglia.
Ringrazio Gerardo perché mi conosce come nessuno. E né i chilometri, né il tempo, gli hanno fatto dimenticare chi sono. Lo ringrazio per avermelo ricordato. Con tre parole, quelle giuste.
Ringrazio tutti perché nonostante fossi sola nel periodo delle feste natalizie, quello in cui essere soli diventa un’esperienza strappalacrime da fiaba di Andersen, non sono stata sola neanche un momento. Li ringrazio per avermi accolta la vigilia, il giorno di Natale, Santo Stefano, l’ultimo dell’anno, il primo.
Ringrazio le mie amiche per aver fatto irruzione a casa mia il giorno del mio compleanno, per tutti i brindisi al futuro e tutto il vino che abbiamo bevuto.
Che immensa ricchezza, avervi nella mia vita!

Tortine di zucca e mandorle
per 8 tortine
150 g di zucca butternut pesata al netto
150 g di farina di mandorle
150 g di zucchero
50 g di farina 0
2 uova bio
1/2 bustina di lievito
la buccia di 1/2 limone grattugiata
un pizzico di zucchero 
un pizzico di cannella 
un pizzico di noce moscata
zucchero a velo qb
In assenza di tacchino, di cornbread e patate dolci, per me sono queste tortine a rappresentare l’autunno e l’America.
Per prepararle, cominciate grattugiando la zucca e mettendola da parte. Usando le fruste, montate poi i tuorli e lo zucchero fino a ottenere una massa chiara e spumosa. A questo punto unitevi  la zucca, la farina, la farina di mandorle, le spezie, il limone grattugiato, il pizzico di sale e il lievito. Montate infine a neve gli albumi e uniteli al composto mescolando dal basso verso l’alto in modo da non farlo sgonfiare. Versate in otto stampini da muffin imburrati e infarinati, e cuocete in forno preriscaldato a 180° per un quarto d’ora o fino a quando infilandovi uno stecco di legno ne uscirà asciutto. Servite le tortine dopo averle cosparse di zucchero a velo. 
E voi di cosa siete grati?

Le cose cambiano

È sabato mattina, diluvia, ho la febbre e devo pagare l’iva. In una situazione normale tutto ciò sarebbe già ampiamente sufficiente a rovinarmi il fine settimana, ma queste cose improvvisamente diventano quisquilie quando capisco che quella che mi accingo ad affrontare non è una situazione normale. Quella che mi accingo ad affrontare è la giornata del cambio di stagione.  
Lo so, lo so. Non sono la sola. Il cambio di stagione è uno di quei mali che affliggono chiunque non possegga una capiente cabina armadio (è il caso del signor Bobobò), o non abbia al suo servizio una cameriera personale in stile Downton Abbey, ma vi garantisco che nel mio caso si tratta di un vero e proprio cataclisma, che ci travolge e stravolge per almeno due o tre giorni.

In casa Gastronomica, il luogo deputato alla conservazione degli abiti – ma anche alla conservazione di tutto ciò che non trova altra collocazione in casa: la mia collezione di macchine per scrivere, i pezzi di ricambio dell’Honda four del consorte, l’albero di Natale, il catino di zinco che riempiamo di ghiaccio e bottiglie di birra quando facciamo le feste – è il micro soppalco in legno del mio micro studio di 1,80 x 1,60 cm.

Anche solo per raggiungere il suddetto soppalco, bisogna avere una preparazione atletica che io, seppure mi allenassi quotidianamente da qui alla fine dei miei giorni, non potrei mai avere. Bisogna issarsi su uno scaletto, tenersi in equilibrio sull’esile sbarra di legno che ne unisce le sommità, ben oltre la minuscola piattaforma finale, e poi spiccare un salto alla Sotomayor per scavalcare la ringhiera del soppalco la cui apertura, ovviamente, non si trova in corrispondenza dell’unico punto in cui si può posizionare la scala.

Pertanto ad arrampicarsi sul soppalco, novello spiderman, è il prestante consorte che, un po’ rattrappito a causa della distanza esigua fra pavimento e soffitto, cerca di farsi largo a colpi di machete in quella selva oscura di scarpe, vestiti, valigie e chi più ne ha più ne metta.

Fortunatamente con gli anni la tecnologia ci è venuta in soccorso così, mentre prima si perdevano decine di minuti preziosi in spiegazioni incomprensibili su ciò che si cercava e su ciò che invece si trovava, con conseguenti liti feroci e accuse reciproche, adesso il consorte fotografa con il cellulare il marasma del soppalco, mi manda la foto su whatsapp, io la guardo, individuo ciò che mi serve, ingrandisco il dettaglio con instagram, e invio la nuova immagine al consorte, sempre su whatsapp.

Quando poi la parte 2.0 del nostro cambio di stagione è ultimata, cominciano le fatiche vere. Il consorte svuota il soppalco passandomi le grucce con i vestiti, che io prelevo con un bastone uncinato da armadio, e le scatole delle scarpe in enormi borsoni Ikea, che poi mi cala con una corda. Io spargo tutto amenamente in giro per la casa, poi si procede all’inverso: io svuoto gli armadi mentre lui attende sul soppalco, e poi gli mando su con il bastone le grucce dei vestiti e le altre cose.

Insomma, un lavoraccio. Quest’anno poi il consorte ha deciso che non se ne poteva più, che qualcosa bisognava gettare via, e ha quindi svuotato interamente il soppalco – stabilendo anche che non è affatto piccolo e che se decidessimo di utilizzare il garage di casa di mia madre per il cambio di stagione, lui sul soppalco potrebbe farci un piccolo studio per sé -, invaso la casa con l’impossibile e l’improbabile, per poi concludere che no, purtroppo non c’era nulla da buttare.

Mentre fuori infuriava la pioggia, ma anche il giorno dopo, quando invece fuori brillava il sole, la nostra casa versava in questo stato…

il famigerato soppalco

comincia l’invasione del mio studio

poi viene invaso anche il soggiorno

la jungla nella quale il consorte si fa largo a colpi di machete

il comodo accesso al soppalco
Va da sé che in una situazione del genere quello di cui si ha più bisogno è qualcosa che ci dia un po’ di conforto, e per me, in tema di comfort food, non c’è nulla, ma proprio nulla, che funzioni meglio di una sana, profumata, deliziosa torta di mele.
Torta di mele
per una teglia di 22 cm di diametro

150 g di farina 0
150 g di zucchero
1 uovo e 1 tuorlo
100 ml di latte intero
125 g di yougurt bianco naturale
1 bustina di lievito per dolci
1 pizzico di cannella
1 pizzico di sale
la buccia grattugiata di un limone e il suo succo
600 g di mele private della buccia e del torsolo
50 g di uva sultanina
50 g di pinoli
50 g di zucchero di canna
olio e pan grattato qb

Sono pronta a scommettere che più o meno in ogni famiglia si tramandi la ricetta di una torta di mele come questa. Fatta con poco, veloce da preparare, con quell’aspetto rustico dei dolci di casa, ma che porti con sé anche la dolcezza di un sapore che ci è noto da sempre e che si mescola, nella memoria, al ricordo di una nonna (nel mio caso di una bisnonna) che profumava di colonia Roger & Gallet.

Per molti di voi quindi non starò rivelando nulla di nuovo, ma per quei pochissimi che invece non hanno una torta di mele fra i tesori gastronomici di famiglia, vi assicuro che questa sarà la svolta.

Procedete così: accendete il forno a 180°, rivestite il fondo di una teglia a cerniera con la carta forno, spennellatene i bordi con l’olio e cospargeteli di pangrattato. Tagliate poi le mele in fettine molto sottili, cospargetele con il succo di limone per non farle annerire, e mettete in ammollo l’uvetta. In una ciotola capiente, mescolate prima tutti gli ingredienti secchi (escluso lo zucchero di canna), quindi aggiungete il latte, lo yogurt e le uova sbattute. Aggiungete le mele dalle quali avrete eliminato il succo di limone in eccesso, l’uvetta strizzata, i pinoli, mescolate bene e sistemate tutto nella teglia. Livellate e cospargete la superficie con lo zucchero di canna. Cuocete per una quarantina di minuti e poi pazientate: questa torta è deliziosa se mangiata tiepida o, ancora meglio, fredda, magari il giorno dopo a colazione.

NOTE A MARGINE: Ieri c’era il sole, faceva un caldo estivo, e io sono uscita con una gonna di cotone dimenticata in un cassetto, un paio di sandali e un maglioncino di filo. Non ho parole.

Sado-Master(Chef)

Ultimamente ho scoperto di godere di un certo seguito tra i figli dei miei amici. Fra quelli che leggono il blog (Daria, lo so che ci sei anche tu), quelli con cui discuto di un mio improbabile futuro di pianista, gioco a ruzzle e, se solo avessi trent’anni di meno, mi vorrei fidanzare, quelli abilissimi nel farmi da personal shopper (e sto parlando di un bambino di sette anni che ha, in fatto di borse e scarpe, più competenza e buongusto di uno stylist navigato), quelli soap opera addicted che sono in grado di elaborare le strategie più impensate per carpirmi qualche segreto sui futuri sviluppi delle storie, e quelli con cui – semplicemente – si fa a gara a scambiarsi insulti inverosimili nell’intento di stupire l’altro, mi sorprende di avere ancora il tempo di condurre una vita ordinata e produttiva.
Sebbene questi ragazzetti abbiano delle peculiarità ben precise che li rendono molto diversi l’uno dall’altro, c’è una cosa che li accomuna tutti: vorrebbero mandarmi in pompa magna a concorrere per il titolo di MasterChef.
La guardano la trasmissione, i ragazzetti, e confesso che la guardo anch’io, e confesso anche che il venerdì pomeriggio qualche telefonata di commento sugli episodi salienti e sugli eliminati delle puntate mandate in onda la sera prima, ci scappa sempre. Ma sul partecipare… no, cari miei, proprio non se ne parla.
In genere la mia fermezza li indispettisce. Vorrebbero capire, vorrebbero sapere. Secondo loro per una che cucina con il mio entusiasmo e con la mia regolarità, MasterChef è un approdo naturale. Dopotutto è o non è il più grande cooking show prodotto in Italia?
Vai a spiegare ai suddetti ragazzetti che invece è proprio il contrario, che la cucina, il saper cucinare, il voler cucinare, non c’entrano niente con MasterChef. Vai a far loro capire, o semplicemente vai a far sì che si rendano conto che mai, neanche una volta, a far viaggiare la loro fantasia è stata una ricetta, la composizione di un piatto o anche un semplice ingrediente. Quello che davvero li colpisce – ahimé – è il modo in cui vengono trattati i concorrenti.

Non si punta mai sulla loro bravura, in quel di MasterChef, quelli bravi vengono liquidati in fretta. Sono quelli che non brillano, un po’ fragili sia tecnicamente che emotivamente, a essere presi di mira. Con loro si può applicare alla letterea il teorema sul quale si basa l’intero programma, la competizione malata, l’essere disposti a tutto – tranne che al necessario – pur di riuscire.

Così intenerisce Daiana, con i suoi cinquanta e passa anni, con la sua vita piena d’amore (una che riesce a gestire, felicemente, ex marito e nuovo compagno ha tutta la mia ammirazione), con la sua nostalgia per la figlia. Intenerisce il fatto che nel corso delle puntate diventi un po’ la chioccia di Suien, mamma di un nugolo di bambini, disoccupata, con un passato e un presente difficili.

E gli autori ci sguazzano esercitando la crudeltà con grande sapienza, enfatizzando per puntate e puntate l’amicizia fra le due, salvo poi metterle l’una contro l’altra, rivali in uno scontro all’ultimo sangue. Le due si disperano, Daiana vorrebbe quasi sacrificarsi, sottrarsi alla lotta. Ma poi, con un clamoroso gesto di magnanimità scritto in copione, le due vengono risparmiate. Per quella puntata non ci saranno eliminati.

Viene fatto fuori subito Federico, un po’ perché i suoi piatti vengono ritenuti immangiabili – cosa della quale io rimango scettica – molto perché non si lascia umiliare, ironizza. Se anche Bastianich lancia i piatti all’interno dello studio come si farebbe con un frisbee sulla spiaggia, Federico non si scompone e dai suoi occhi, ben lungi dalla contrizione, traspare una scintilla di compassione per ciò che quel povero cristo di Joe si abbassa a fare, pur di restare nel personaggio.

Ogni gruppo ha poi un capro espiatorio, un elemento contro cui coalizzarsi per sentirsi più forti, complici e sodali. Quest’anno al casting si sono trovati in grande difficoltà perché c’erano ben due concorrenti che potevano ricoprire quel ruolo: Letizia e Tiziana, affini addirittura nel nome. Nell’imbarazzo della scelta le hanno scelte entrambe, lasciando che fossero i concorrenti stessi, in modo naturale e spontaneo, a trovare quella da odiare.

A trionfare è stata Tiziana, quarantunenne avvocato in carriera, in apparenza coriacea ma in fondo poco avvezza a sporcarsi le mani. Tiziana che, lo si capisce chiaramente, è forte di un’ottima estrazione sociale e di una solida posizione economica, è naturalmente superba.

Dittatoriale ma non carismatica, poco attraente fisicamente e caratterialmente, con una voce che sortisce lo stesso effetto fastidioso di quando la parte meno friabile del gesso viene passata sulla lavagna, non particolarmente creativa, è geneticamente destinata all’emarginazione all’interno del gruppo ma – e qui mi sbilancio – è anche la candidata ideale alla vittoria, se gli autori vogliono far bene il loro compitino.

Sta di fatto, e qui si torna a bomba, che i ragazzetti figli dei miei amici, ma in definitiva la gran parte degli spettatori, non sanno o fingono di non sapere che i reality e i talent altro non sono che fiction. Sono pensati a tavolino, scritti con cura, girati e montati ad arte proprio al servizio di quella scrittura. Bastianich è un attore, lo sono Cracco e Barbieri, lo sono i concorrenti.

A tavolino sono pensate le umiliazioni inflitte ai concorrenti, le denigrazioni, le tensioni esplicite o serpeggianti, il build up to cut down. Tutto il resto si perde, o comunque non conta.

Non conta avere rispetto per le persone, non conta avere rispetto per il cibo – che viene bistrattato, offeso, sprecato -, non conta avere rispetto per una professione – quella dello chef – che non si improvvisa, che non prevede che si brucino le tappe arrivando a esercitarla senza avere le conoscenze e le competenze necessarie.

Perciò, ragazzetti miei, io me ne resto a casa mia, a cucinare per gli amici, a fare marmellate e biscotti per voi, a preparare i piatti che mi piacciono davvero.

Questi giochetti, se permettete, li lascio ad altri.

BISCOTTI AI DATTERI E SESAMO
per circa 75 biscotti

250 g di farina 0
160 g di burro
100 g di zucchero demerara
1 uovo categoria A
160 g di datteri freschi pesati senza nòcciolo
50 g di semi di sesamo
i semini di mezzo baccello di vaniglia
1 pizzico di sale

Nonostante quanto scritto fino ad ora, l’interesse  per la cucina dei miei amati ragazzetti va in qualche modo premiato. Perciò oggi si preparano i biscotti, e non i soliti chocolate chips cookie la cui preparazione è ormai familiare a molti di loro, ma qualcosa dal sapore un po’ più particolare e con quel tocco di esotismo che sicuramente li affascinerà.

Come sempre, si tratta di una ricetta facile, trovata qualche anno fa su La cucina italiana e poi un po’ modificata, almeno per quanto riguarda la preparazione.

Si comincia montando il burro morbido con lo zucchero, il sale e i semini della vaniglia. Quando questo miscuglio risulterà omogeneo e avrà cambiato colore diventando più chiaro, si aggiungono l’uovo, la farina, e quindi i datteri a pezzetti.

Ne verrà fuori un impasto quasi immaneggiabile tanto che è appiccicoso. Armati di buona volontà, si dovrà quindi farne una palla che poi, avvolta nel cellophane, bisognerà scordare in frigo per una mezza giornata.

Trascorso questo tempo, bisognerà dividere l’impasto in due parti e, rotolandone una alla volta su un foglio di carta forno, formare due cilindri di circa 3 cm di diametro.

Dovrete allora sistemare i semi di sesamo in un vassoio che contenga in lunghezza i cilindretti, passarveli dentro avendo cura che il sesamo si appiccichi all’impasto in modo omogeneo e mettere il tutto nuovamente al freddo, questa volta in freezer per almeno un’ora.

L’ultimo passaggio è quello che dà maggiore soddisfazione. Estratti i cilindretti dal freezer, basta tagliarli in fette da un centimetro che poi andranno disposte, a un paio di centimetri di distanza le une dalle altre, su una placchetta rivestita di carta forno.

Cuocere per 25 minuti in forno preriscaldato a 170°, farli raffreddare su una gratella e mangiarli a sazietà (ma solo se siete bambini, avete un metabolismo da veri sportivi o avete un tremendo bisogno di consolazione).

Un uovo di crema

Mio nonno era stato un bambino grasso. Con lui il codice genetico non era stato molto generoso e invece di far prevalere le peculiarità del ramo danese della famiglia – occhi chiari, capelli biondi, figura snella e slanciata – che erano appannaggio esclusivo di sua sorella Camilla, gli aveva riservato tutte le caratteristiche fisiche del ramo partenopeo. 
Il nonno, che pure era un bell’uomo il cui fascino era accresciuto da un’intelligenza smagliante e un senso dell’umorismo fuori dal comune, aveva occhi e capelli scuri, statura modesta e una decisa tendenza alla pinguedine.
Non appena si affacciò all’età puberale dimagrire divenne la sua ossessione. Modellò il suo corpo con il canottaggio, la corsa ed estenuanti serie di addominali. Mentre i suoi coetanei entravano in quella fase della vita in cui sembra nulla possa saziarli, lui si dedicava al digiuno con rigore ascetico, e quella disciplina finì col diventare così radicata che mai, per il resto della vita, il nonno commise un passo falso.
Ricordo ancora i suoi pranzi a base di un singolo uovo alla coque e di un frutto, le cene con un po’ di verdura bollita e qualche fettina di prosciutto crudo, le colazioni inesistenti che cominciavano con il caffè e lì terminavano.
L’unica cosa che si concedeva, una sola volta all’anno, era una scatola da un chilo di nudi di Gay Odin. Se la faceva regalare dalla nonna a Natale, immancabile fra gli altri doni, e la riponeva nel proprio armadio, poggiata sul ripiano della cassettiera accanto alla spazzola per gli abiti e la bottiglia di colonia English Lavender della Aktinsons.
I cioccolatini del nonno erano sacri, nessuno doveva toccarli. Lui ne gustava un paio con studiata lentezza quando si svegliava dal riposino pomeridiano, accompagnandoli al caffè, come giusto incentivo per riprendere la giornata di lavoro allo studio. La scatola di nudi durava un mese o poco più, dopodiché ricominciava l’astinenza.
Ma c’erano sempre, durante i restanti undici mesi, dei languori improvvisi. A volte il nonno veniva preso da una specie di smania, da un’irrequietezza che non si placava da sola e che in qualche modo bisognava domare. 
Era allora che con quel tono gentile ma fermo che gli permetteva di non essere mai contraddetto, chiedeva alla nonna di preparargli l’unico balsamo che osasse concedersi per appagare la gola, ma soprattutto addomesticare il cuore: un uovo di crema.

CREMA GIALLA DELLA NONNA
Per una bella ciotolina che porti via la tristezza
1 tuorlo di un uovo categoria A
1 bel cucchiaio di zucchero
1 bel cucchiaio di farina
250 g di latte intero
la scorza di mezzo limone
Tanto vale dirlo subito: questa crema sfugge a tutte le regole e a tutte le dosi e guai a usarla per farcire un dolce. A volerle trovare un uso che non si riveli improprio, la destinerei a interpretare il non facile ruolo di panacea contro ogni male. 
Il conforto di questa crema dal sapore senza tempo è immediato quanto totale. Che sia mangiata calda, tiepida o fredda (cosa che per altro non accade mai, se si viene presi dalla smania delle coccole non è che poi si possa procrastinare a lungo), nel cuore dell’inverno o nella torrida estate, al mattino o al calar delle tenebre, il suo effetto placante è una certezza.
Ricordo benissimo la nonna in piedi accanto al fornello, ricordo perfino il vecchio pentolino che usava per prepararla, cosa fra l’altro di una semplicità estrema.
Si scalda il latte con le scorze di limone fino a portarlo quasi a bollore. Intanto in una ciotola si montano con una frusta il tuorlo e lo zucchero. Quando il composto sarà diventato chiaro e spumoso, vi si aggiunge la farina e infine il latte caldo a filo, avendo cura di mescolare bene con la frusta per evitare che si formino dei grumi.
Si versa quindi nuovamente il tutto nel pentolino e, sempre girando con la frusta, si porta la crema a ebollizione. Non appena la vedete sbuffare dal fondo, spegnete e versate la crema in una ciotolina.
Se volete guarnite con delle amarene, con delle fragole o delle pesche.
Ma vi assicuro che va benissimo anche senza.

Chiudo gli occhi, porto il cucchiaino alle labbra, e torno bambina.
Blog su WordPress.com.