Bilancio molto parziale di un (quasi) anno da blogger

1 anno
25.000 lettori (circa)
5.425 foto scattate
205 foto pubblicate
46 notti insonni
1 consorte e 3 cani che si sentono trascurati
lettori in 5 continenti e 34 nazioni (Canada, Stati Uniti, Colombia, Brasile, Argentina, Cile, Sudafrica, Israele, Gran Bretagna, Norvegia, Svezia, Finlandia, Danimarca, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Germania, Austria, Svizzera, Francia, Spagna, Italia, Croazia, Federazione Russa, Grecia, Turchia, Albania, Cina, Corea, Malesia, India, Giappone, Australia, Nuova Zelanda)
47 post
18 liti epocali con il consorte
700 biglietti da visita
100 pin
187 sgarri alla dieta
67 lettori fissi
223 lettori che non capiscono come si faccia a diventare lettori fissi
4 assaggiatori ufficiali
1 libercolo
702 commenti di cui 1 polemico
1 colpo della strega
561 tazze di tè
53 ricette
5 aneddoti incresciosi
118 mipiacisti su facebook (di cui 54 SCONOSCIUTI!)
2 coreografie
2 ustioni sul palato e 1 sul polso
3 sessioni di shopping compulsivo giustificate con la necessità di acquistare stoviglie per il blog
250 marmellate confezionate nell’ultimo mese
500 muffin preparati negli ultimi due giorni
1 spalla fuori uso
MUFFIN PISELLI E GRANA
Per 108 muffin 
2 kg e 250 g di farina 0
1 kg e 800 g di latte intero
1 kg e 350 g di piselli sbollentati
540 g di burro fuso
360 g di grana grattugiato
18 uova
6 bustine di lievito per torte salate
6 cucchiaini di sale
burro e farina per le teglie
La storia è sempre la stessa: da una parte si mescolano gli ingredienti secchi (mi raccomando, setacciate il lievito) e dall’altra quelli umidi, poi si miscela il tutto quel tanto che basta per avere un composto ancora bitorzoluto e dall’aspetto poco invitante. Si uniscono infine i piselli, si dà un’ultima mescolata e via in forno a 180° per 20 minuti.
Ora, se siete così folli da volerne preparare effettivamente 108 di questi muffin, attrezzatevi con una ciotola che abbia 5 litri di capienza, teglie da muffin che ne possano contenere 24 per volta e una frusta gigante per sbattere le uova con il latte. 
Mettete inoltre in conto che: litigherete a morte con il consorte che vi accuserà di imbarcarvi in imprese più grandi di voi, suderete sette camicie davanti a un forno che resterà acceso per circa 90 minuti, vi slogherete una spalla e vi ustionerete più volte le mani.
In alternativa, esercitatevi con le divisioni e riportate la ricetta a dosi più umane.
Vi garantisco che, in ogni caso, questi muffin valgono lo sforzo.

Shopping!

Come immagino sia accaduto a molte altre esponenti dell’invisa categoria grandi obese, ho avuto fin dall’adolescenza un rapporto estremamente conflittuale con lo shopping.
Mentre le mie coetanee progettavano sabati pomeriggio passati in giro per negozi a cercare l’abito che avrebbero indossato per il loro diciottesimo compleanno, io me ne tenevo prudentemente alla larga sapendo che in quelle boutique avrei potuto comprare al massimo una sciarpa, e solo dopo essere stata squadrata con riprovazione dalle commesse.
Quando avevo 15 o 16 anni c’erano solo tre negozi che frequentavo con disinvoltura e autentico piacere: la libreria Marotta (che ormai non c’è più), Magico Oriente (dove però mi limitavo a comprare orecchini e bracciali, visto che gli anelli mi andavano tuttalpiù al mignolo e le collane su di me sembravano collari a strangolo) e don Mario il saponaro, che occupava ben tre dei quattro locali su strada del mio palazzo. 
Inutile dilungarsi su Marotta e Magico Oriente perché una libreria, per quanto amatissima, è pur sempre una libreria, e di negozi di gioielli etnici chissà quanti ne avrete visti. Tutt’altra storia invece per la puteca di don Mario.
Tanto per cominciare don Mario – altresì noto come meza mascella – era un guappo, e a metà degli anni ’80 era l’ultimo esponente di una specie ormai estinta. Che fosse estate o inverno, lui vestiva di color crema dalle scarpe al cappello, e passava le sue giornate seduto su una poltrona nella penombra della parte più interna del negozio, fumando sigarette senza filtro con l’ausilio di un tozzo bocchino, anch’esso color crema.
A gestire gli affari per lui c’era il giovine del negozio, Antonio, che per la verità del giovane di bottega aveva il titolo, ma non certo l’età né tantomeno l’aspetto. Antonio aveva una faccia da roditore, ma simpatica, e la pelle ispessita da decenni di sole. Doveva aver avuto un passato da uomo di mare, perché c’era un che del pescatore in lui e il suo abbigliamento prevedeva solo due varianti: pantaloni neri e maglietta blu scollo a v d’estate, e pantaloni neri e maglione blu scollo a v d’inverno. 
Non credo abbia mai posseduto un cappotto, e se invece lo possedeva allora di sicuro lo indossava di nascosto, nel segreto del suo appartamento.
Naturalmente i tre locali del negozio erano uno più incredibile dell’altro. In tutti e tre c’era quell’odore secco della polvere e giusto un vago sentore di cera per mobili, ma così diafano e sfuggente da farti pensare a un’allucinazione olfattiva. Nulla era particolarmente prezioso, ma ogni cosa per me era particolarmente appetibile: bottiglie, bicchieri, pentole, piccoli mobili, cornici, macchine per cucire, chiavi, sedie, lumi.
La mia tecnica d’acquisto era una sola: la denigrazione. Facevo dei blitz esplorativi nel primissimo pomeriggio, mentre don Mario dormiva. Al riparo dal suo sguardo sornione, scrutavo i ripiani fino a individuare l’oggetto del desiderio quindi, pienamente soddisfatta, mi dileguavo silenziosamente.
Il giorno dopo, quando tornando da scuola passavo davanti al negozio, gettavo un’occhiata fintamente casuale all’interno per poi chiedere con noncuranza il prezzo dell’articolo puntato il giorno precedente. Don Mario la prendeva alla larga, cominciava a raccontarmi dove l’aveva trovato, a quale epoca apparteneva, quanto fosse raro. Lo lasciavo parlare poi, quando finalmente arrivava a dirmi il prezzo, io – a prescindere da quale fosse la cifra – sentenziavo che era troppo alto e che nessuno gli avrebbe mai dato tanto per quella schifezza.
Il fatto che io non mi degnassi neanche di fare una controfferta mandava don Mario fuori dai gangheri e allora vendermi quel tale oggetto diventava per lui un punto d’onore. Abbassava ogni giorno il prezzo di qualche migliaia di lire, proponeva di aggiungere altri articoli in omaggio, di farmi pagare a un tanto alla settimana, ma io continuavo a resistere.

Quando proprio non sapeva più cosa inventarsi, si appostava sulla soglia del negozio aspettando che mia nonna passasse lì davanti. Allora la salutava levandosi il cappello in segno di rispetto, quindi – quasi volesse intercedere in mio favore – le indicava l’oggetto del mio desiderio suggerendole implicitamente l’acquisto: “Signora baronessa… ‘a piccerella smania pe’ ll’ave’!”

Senza saperlo, era proprio la nonna a dargli il colpo di grazia. Lungi dall’assecondarlo, con il suo solito piglio autoritario proibiva al poveretto di effettuare la vendita (diceva proprio così: “don Mario, io vi proibisco di vendere questa fetenzia a mia nipote!”) e minacciava di fargli chiudere il negozio, la cui presenza a suo dire costituiva un’onta per un palazzo tanto rispettabile.
Poche ore dopo, inevitabilmente, don Mario mi faceva convocare nella puteca da Antonio e lì, sprofondato in poltrona, negoziava la resa: “Piccere’, io quella cosa che ti volevi comprare te la regalo… ma mi raccomando, nun dicere nient’ ‘a nonneta!”

Ho sempre avuto il sospetto che in fondo gli piacesse da morire tutto quel teatrino.

La macchinetta del caffè che compare all’inizio di questo post è l’ultimo regalo che ho ricevuto da don Mario. Gli anni sono passati, la puteca ha chiuso e don Mario e Antonio ormai non ci sono più.

Per parecchio tempo ho pensato che non avrei mai più ritrovato quel piacere di osservare la merce senza essere a mia volta osservata, di prendermi tutto il tempo che volevo per ponderare i miei acquisti… poi ho scoperto l’e-commerce.

Per quanto detesto andare in giro per negozi, tanto adoro curiosare in rete, scovare l’affare, trovare nuovi siti dove fare compere mentre mi tacito la coscienza ripetendomi che dopo aver tanto tribolato, ho diritto di togliermi finalmente qualche sfizio anch’io.

All’inizio a conquistarmi è stata la scoperta che se nel mondo reale avevo una probabilità di trovare vestiti della mia taglia pari allo zero assoluto, in rete la cosa non solo era fattibile, ma addirittura facile. Poi sono stata ammaliata dalla possibilità di comprare cose che avevo sempre desiderato ma che a Napoli erano rarissime: vecchie posate scompagnate in sheffield, la scrivania a rullo, libri fuori catalogo. Infine è on line che ho imparato a cercare accessori per la mia cucina (ho comprato il tritacarne per il Kitchen Aid di mamma da un tipo che gestiva un negozio in Giamaica e che me l’ha venduto a un prezzo stracciato) o ingredienti altrimenti irreperibili.

L’ultimo sito di cui mi sono infatuata è Degustaci, gestito da un manipolo di strenue esploratici che, girando in lungo e in largo la Campania, hanno selezionato il meglio di ciò che la mia regione produce (e si tratta di prodotti certificati: IGP, IGT, DOC, DOP, DOCG). Benché io sia campana, molti dei prodotti in vendita non li avevo mai neanche sentiti nominare, così, un po’ perché sono curiosa, un po’ perché mi sono fatta prendere la mano, ne ho ordinati ben 4.

Chiaramente se io ho gioito all’arrivo del corriere, il consorte era invece molto perplesso e continuava a domandarsi (e domandarmi) che diavolo ci avrei fatto con quella roba (!). Così, giusto per zittirlo, mi sono subito messa ai fornelli…

POLLO CON LE PESCHIOLE
per 4 persone

1 petto di pollo
200 g di peschiole
2 spicchi d’aglio
5 foglie di salvia
4 cucchiai d’olio EVO
5 cl di aceto di vino bianco
sale
farina bianca qb

Immagino che alcuni di voi si stiano chiedendo cosa siano le peschiole (io me lo sono chiesta), perciò vado a illustrare.

Le peschiole sono una specialità di Vairano Patenora, ameno comune in provincia di Caserta da cui in genere passo per andare a Roccaraso, fermandomi talvolta a mangiare all’ottimo Vairo del Volturno. Le peschiole sono – come in effetti si evince dal nome – delle piccole pesche (più precisamente noci pesche) che vengono colte dall’albero quando misurano un paio di centimetri e al loro interno non si è ancora formato il nòcciolo. Le peschiole vengono bollite in acqua e aceto, aromatizzate con spezie e poi conservate sotto vetro. La grandezza e il colore ricordano quello delle olive verdi, ma quando le si morde risultano invece incredibilmente croccanti e il sapore, se in un primo momento richiama alla mente i cetriolini sottaceto, ha una nota finale dolce e fruttata che spiazza piacevolmente.

Adesso che vi ho edotti, vi spiego come le ho usate. Ho lavato il petto di pollo, l’ho asciugato e l’ho ridotto in tocchetti che poi ho infarinato appena. Intanto ho fatto rosolare gli spicchi d’aglio in una padella ampia e, quando sono imbionditi, vi ho aggiunto il pollo che ho fatto dorare in maniera omogenea. A questo punto ho unito la salvia, le peschiole tagliate in sei spicchi, il sale, l’aceto e altrettanta acqua tiepida. Ho lasciato cuocere a fiamma bassa fin quando non si è formata una cremina lucida e ho servito immediatamente.

Et voilà, il consorte è rimasto senza parole!

PS: Volete sapere cos’ho preparato con gli altri tre prodotti che ho comprato? A partire da domani troverete le ricette sulla pagina facebook del blog.

Tutti in cabina

Quando i genitori della Signorina Bobobò chiamano, io e il consorte accorriamo. 
È una regola che non conosce eccezioni.
I motivi sono vari. 
Primo, perché i genitori della Signorina Bobobò sono i genitori della Signorina Bobobò. 
Secondo, perché i genitori della Signorina Bobobò fanno parte della mia vita da quasi trent’anni (io e il suo papà frequentavamo lo stesso liceo e io e la sua mamma eravamo compagne di studio all’università). 
Terzo, perché il papà della Signorina Bobobò è l’altra metà del binomio fatale ipocondriaca-medico e lo è, poveretto, dal giorno stesso in cui si iscrisse alla facoltà di medicina.
Benché sia nefrologo – e i reni, guarda caso, sono l’unico organo che non mi abbia mai dato problemi – è stato da me consultato per attacchi di panico, insonnia, infarti ripetuti e persistenti (uno terribilissimo mi venne a Stromboli e durò due giorni), sfoghi cutanei con morfologie varie ma sicura appartenenza al ceppo dei melanomi maligni, aneurismi, sospetto alzheimer, sospetti esantemi infantili e unghie incarnite che certamente sarebbero evolute in una cancrena talmente devastante da richiedere l’amputazione dell’arto.
E non ha mai perso la pazienza.
Va da sé che quando un uomo così ti dice che ha bisogno del tuo aiuto, la possibilità di tirarsi indietro non viene minimamente contemplata. Neanche quando l’aiuto consiste nel montare tutti i mobili della cabina armadio della casa nuova.
I suddetti mobili erano stati acquistati dai coniugi Bobobò all’Ikea, in una simpatica spedizione del sabato pomeriggio che nelle loro intenzioni doveva essere una rapida incursione, ma che io e il consorte – grandi esperti di questo tipo di imprese – sapevamo si sarebbe trasformata in una maratona sfibrante.

Riemersi a fatica da quel gorgo fagocitante verso le otto di sera – giusto in tempo per raggiungerci in un bar del centro e tracannare un negroni con cui dimenticare il pomeriggio appena trascorso – i due ci avevano avvisato che tutti i colli sarebbero stati loro consegnati il giorno dopo intorno alle 14, quindi confidavano che, convocandoci per le 15, in serata avrebbero potuto considerare chiusa la faccenda. Poveri illusi!

Il consorte aveva provato a dir loro che noi per montare il nostro armadio eravamo stati all’opera dalle otto del mattino alle otto di sera di un dieci agosto che rimarrà indelebilmente tatuato nei nostri ricordi come uno dei più caldi di sempre, ma non c’era stato niente da fare. Il signor Bobobò, con lo stesso occhio spiritato di Gene Wilder, continuava a sostenere che l’impresa poteva essere portata a termine entro i tempi da lui prefissati.

Così, armati di buone intenzioni e santa pazienza, la domenica all’ora concordata ci siamo presentati a casa Bobobò per trovarci di colpo catapultati in una succursale degli scavi di Pompei. Nonostante avessero ufficiosamente traslocato da qualche giorno, ufficialmente i poveri coniugi si erano ritrovati sommersi di scatoloni in una casa palesemente non finita in cui ogni singolo centimetro quadrato era ricoperto da una tale coltre di polvere, che per capire di che materiale fossero i pavimenti bisognava ricorrere all’intervento di un archeologo.

I poveretti erano talmente avviliti che né io né il consorte ce la siamo sentita di demoralizzarli ulteriormente con le nostre previsioni, ma sottovoce, quando eravamo certi che non ci sentissero, continuavamo a ripeterci che non ce l’avremmo mai fatta.

Innanzitutto il vano della cabina armadio era palesemente piccolo mentre i mobili che dovevano entrarci erano palesemente troppi, se a questo si aggiunge che io ho di mio un ingombro non trascurabile e che il signor Bobobò non ha notizie del suo punto vita da almeno vent’anni, ci si renderà conto di quanto fosse ardita l’impresa che eravamo in procinto di intraprendere.

Stipati nel piccolo locale deputato a contenere gli armadi, stavamo più stretti che in un autobus nell’ora di punta ed era tutto un urtarsi, pestarsi i piedi, far strusciare le varie parti dei mobili contro i muri appena imbiancati, e a me venivano in mente l’immancabile Corie e la sua ostinazione nel cercare di spacciare al povero Paul uno sgabuzzino per una camera da letto matrimoniale.

Ciliegina sulla torta, la signora Bobobò che, legittimamente esasperata dalla situazione generale, palesemente negata per il bricolage, estranea al mondo Ikea come io lo sono a quello delle top model, continuava a strepitare ordini su cosa fare (secondo la regola d’oro che chi non sa fare insegna) e a lamentarsi del fatto che non trovava più quell’aggeggino per avvitare… com’è che si chiamava? La RUCOLA!

Inutile dire che alle dieci di sera non eravamo neanche a metà dell’opera, ma in compenso a me e alla signora Bobobò era venuto il mal di schiena, il consorte si era martellato su tutte le dita della mano sinistra mentre inchiodava i fondi degli armadi, e il signor Bobobò si era incastrato un paio di volte fra l’armadio appena montato e la parete, rischiando di rimanere intrappolato nella fantomatica cabina vita natural durante.

Il giorno seguente grande happening a casa Bobobò subito dopo l’orario di lavoro dove, sebbene sfiniti, con l’ausilio di un paio di birrette siamo riusciti a ultimare il montaggio fingendo di non accorgerci che le ante erano sbilenche, i battiscopa un po’ rientranti e le mensole decisamente troppo ravvicinate. Dopotutto il bello delle cabine armadio è che si può chiudere la porta e lasciarsi alle spalle tutto il casino che contengono.

Peccato che in quel caso la porta non fosse prevista.
Non credo che i signori Bobobò siano rimasti molto soddisfatti.  

TARTE SAUMON ÉPINARD
per una teglia da crostata di 23 cm di diametro

Per la pasta brisée:
250 g di farina
150 g di burro
1 uovo
1 cucchiaio di latte freddo
1 pizzico di sale

Per il ripieno:
250 g di spinaci (pesati già lessati e strizzati)
200 g di filetto di salmone
100 g di salmone affumicato
2 scalogni
1 noce di burro
1 uovo intero e 2 tuorli
200 ml di panna fresca
sale e pepe bianco

In una casa dove non si sa che fine abbia fatto il fornello, figuriamoci pentole e piatti, l’unico modo di sopravvivere è trasformare ogni pasto in un picnic, con pietanze che possano essere preparate altrove, e consumate poi anche fredde con l’unico ausilio delle mani. Questa tarte, di cui io e il consorte ci siamo innamorati dopo averne comprate due fette da un panettiere dell’Île Saint Louis, è poi talmente buona e raffinata, che ne basta un morso per dimenticare il luogo in cui ci si trova e sentirsi come d’incanto protagonisti del più sensuale dei dejeuner sur l’herbe.

Come sempre io sono dell’idea che quanto più ci si può agevolare il lavoro meglio è, perciò bando ai sensi di colpa e preparate la brisée schiaffando bellamente tutti gli ingredienti nel mixer che farete poi andare a intermittenza fino a quando non si sarà formata una massa compatta. Lavorate quindi l’impasto a mano per una trentina di secondi, avvolgetelo in un pezzo di cellophane e mettetelo a riposare in frigo per mezz’ora.

Nel frattempo preparate il ripieno tritando finemente gli scalogni e facendoli rosolare in una padella con la noce di burro. Aggiungete gli spinaci tritati al coltello, fateli saltare per un paio di minuti, aggiustateli di sale e pepe e teneteli da parte. Tagliate il filetto di salmone a cubetti di un paio di centimetri di lato e il salmone affumicato a striscioline, e in ultimo sbattete l’uovo e i tuorli con la panna e un bel pizzico di sale.

Recuperate la pasta brisée dal frigo, tagliatene i due terzi, stendeteli e rivestite lo stampo da crostata lasciando che la pasta fuoriesca dai bordi di un paio di centimetri. Disponete sul fondo della teglia i cubetti di salmone e le striscioline di salmone affumicato, ricopriteli con gli spinaci e versateci sopra le uova e la panna. Stendete la brisée rimanente in un disco di 25 centimetri di diametro con cui ricoprirete il ripieno. Sigillate infine i bordi pizzicandoli l’uno con l’altro e arrotolandoli appena su sé stessi. Cuocete in forno preriscaldato a 180° per 35/40 minuti.

Se siete a casa, mangiate la tarte quando è ancora tiepida altrimenti… godetevi il picnic!

Perché Sanremo è Sanremo!

Ogni anno, a metà febbraio, passo cinque serate a tirar tardi davanti alla tv per poi ripromettermi, giunta ormai esausta e nauseata alla fine della quinta, di non farlo mai più. Eppure ogni anno ci ricasco. Mantengo un certo aplomb e un’aria studiatamente disinteressata fino alla fine – Hai visto chi c’è in gara? No e non m’importa, tanto io quest’anno non lo guardo. Hai visto che hanno annunciato i super ospiti? No ma sai, sono alle ultime cento pagine di Infinite Jest e sono presa solo da quello. Veniamo tutti da te a guardare la finale? No amici cari, mi dispiace, io ormai sono fuori dal tunnel e sabato sera il consorte guarda la partita della Juve. – ma poi puntualmente, alle 20.40 del fatidico martedì d’apertura, la casalinga di Voghera che segretamente alberga in me viene risvegliata dal lungo letargo (immagino con un segnale in codice; che so, il jingle della trasmissione) e si sintonizza su rai uno.
Quest’anno è andata esattamente come tutti gli altri da quando ne ho memoria, ma oggi che la lunga apnea è finita e sono tornata alla vita normale, ho cominciato a interrogarmi sul perché di una tale dipendenza. Per quale motivo io non posso fare a meno di guardare quel guazzabuglio di scenografie pacchiane, di pubblicità eterne e di canzoni mediocri che è Sanremo? Alla fine la risposta è stata disarmante nella sua semplicità: perché è liberatorio.
Guardare Sanremo regala lo stesso sottile piacere che si prova quando si è alla guida e si insultano gli altri automobilisti anche se non hanno fatto alcunché. Guardare Sanremo regala l’accanimento a prescindere.
Ti piazzi davanti al televisore e già sai che non ti andrà bene niente (e d’altra parte nessuno sano di mente potrebbe darti torto, quindi il piacere è doppio perché ti accanisci sapendo di essere nel giusto). Ti accanisci contro il siparietto comico d’apertura che non fa ridere, contro il balletto che è fuori contesto (poi qualcuno mi spiega che c’entrano Kubrick e 2001 odissea nello spazio con il festival della canzone italiana), contro il presentatore che neanche per un istante riesce a sembrare disinvolto e a non leggere, con grande difficoltà, le battute dal gobbo (mi è perfino venuto il dubbio che Morandi sia dislessico).
Ti accanisci contro i cantanti che non ti piacciono perché li hanno selezionati e sono in gara, contro quelli che ti piacciono perché sono caduti così in basso da partecipare a Sanremo, contro il pubblico in sala che applaude quello che tu fischieresti, contro le vallette pagatissime e incapaci, contro i vestiti improponibili e quelli troppo dimessi, contro chi predica per 50 minuti, poi continua a predicare quattro giorni dopo (ma stavolta perfino il pubblico ossequiante non ne può più e fischia), contro gli ospiti stranieri troppo altezzosi (che diamine, ma lo hanno capito o no che sono a Sanremo!), contro quelli scelti per i duetti che sono stati tirati fuori dalla naftalina giusto per l’occasione, oppure hanno palesemente fatto abuso di droghe subito prima di salire sul palco e non sono in grado di reggersi in piedi, figuriamoci di cantare. 
Ti accanisci anche quando entra in scena la coppia più improbabile della canzone italiana – formata dalla vecchia gloria che, dopo averlo imboccato, il viale del tramonto lo ha anche percorso quasi tutto, e dal cantante tamarro che cerca di affrancarsi dalla propria tamarritudine – ed è fin troppo facile accanirsi. 
Allora l’accanimento diventa virtuosismo e ti diverti a trovare l’epiteto giusto per marchiarli a fuoco una volta per tutte e renderli davvero indimenticabili. Lui sembra un pusher di periferia e lei una fattona, lui un pappone e lei un trans, lui uno dei village people e lei un boiler addobbato per l’infiorata di Genzano. Sulla canzone in sé taci, perché bastano loro e il modo in cui la cantano: lui a fronna e limone (come sempre. Canta così qualsiasi cosa) e lei emmettendo pochi suoni – perché ha perso la voce per strada e il cortisone non basta più a tirargliela fuori – e pronunciando frasi incomprensibili – perché fra lifting, botox e filling labiale ormai ha il viso paralizzato e a stento riesce a proferire verbo.
È una tale apoteosi dell’accanimento che quando all’improvviso ti accorgi che una canzone non ti dispiace, anzi ti piace e pure parecchio, quasi te ne vergogni. Aspetti a vedere se intanto lo dice qualcun altro, se un tuo collega accanimentista come te ha avuto a propria volta un calo dell’accanimento. Ma intanto è fatta perché la canzone hai già cominciato a cantarla senza rendertene conto (dannato orecchio assoluto!) e quando arriva la notte, la notte e resti solo con te…
Poi succede che qualcuno ti telefona venerdì e ti chiede se ti farebbe piacere andare con lui al San Carlo il giorno dopo per assistere a una Lucia di Lammermoor che tutti dicono essere strepitosa. Sai, ho due biglietti per il palco reale – aggiunge con noncuranza. Allora, come riemergendo da una trance indotta da un qualsiasi Giucas Casella, ti desti. La casalinga di Voghera torna a nascondersi nei meandri del tuo inconscio e tu torni a essere quella che era presissima dalla lettura delle ultime cento pagine di Infinite Jest.
Così passi un inizio di serata memorabile, guardando e ascoltando una Lucia di Lammermoor meravigliosa, con un Edgardo bello e bravo come non mai e una Lucia disperatamente virtuosa pur senza cadere mai nel virtuosismo fine a se stesso, e ti dici che quello è cantare, quella è musica! Poi continui la serata a cena fuori, mangi bene, chiacchieri ancor meglio, bevi di gusto e sei davvero felice perché da tempo non passavi una serata così bella.
Poi la serata finisce e tu e il consorte tornate a casa stanchi e appagati. Ormai è tardi, tu ti spogli e vai in bagno a struccarti e, mentre sei lì, senti che il consorte ha acceso il televisore. In un attimo il famoso jingle risuona nella casa silenziosa e in un attimo la casalinga di Voghera è di nuovo lì. Ma come, non è ancora finito Sanremo? – trilli gioiosa mentre scalzi il consorte dal divano, t’impossessi del telecomando, alzi il volume e ti godi tutto il ballottaggio per i primi tre posti, con relative esibizioni.
Naturalmente vince chi si sapeva avrebbe vinto, ma va bene così. Fra sistemi di votazione tarocchi (sappiamo che con i call center si può falsare il voto ma al momento non siamo in grado di impedirlo, perciò vi chiediamo di essere corretti e votare secondo regolamento, recita compito Morandi annunciando il televoto), esibizioni del comico dedito al turpiloquio più che alla battuta divertente, e una clamorosa sequela di gaffe, vongole e imprevisti, ti garantisci un’ulteriore buona oretta di accanimento, e quando alla fine vai a dormire e ti rannicchi sotto il piumone, sospiri di puro piacere.
Ah, che giornata perfetta!
PATATINE FRITTE (DELLA BUSTA)
Patate
Olio di semi di arachide
Sale
Non esiste svacco davanti alla tv che non necessiti di un po’ di sano junk food da mandar giù compulsivamente, è una regola alla quale non si sfugge. Queste patatine poi rappresentavano per me un autentico tabù culinario perché, quando ero bambina, più di una volta la mia tata mi aveva irretita con la promessa delle patatine fritte COMEQUELLEDELLABUSTA! propinandomi invece dei dischetti piatti e mollicci, privi di qualsiasi appeal. Credo che il mio trauma infantile sia stato condiviso da più di un bambino illuso con la medesima promessa da una mamma zelante ma poco pratica, e pertanto incapace di replicare in modalità casalinga quella meraviglia industriale, perciò ora che ne ho scoperto i misteri, li divulgo con piacere, certa che me ne sarete grati.
I segreti per la chips perfetta sono tre: il taglio, il lavaggio e l’ammollo (!). Per un buon risultato finale, le fettine di patata non dovranno superare il millimetro di spessore. I metodi per ottenere delle fettine sottili e regolari sono vari. Quando il consorte compì quarant’anni, tagliai le patate con l’affettatrice elettrica (ma lì era una questione anche di quantità, visto che ne feci 4 kg), ma si può tranquillamente usare una mandolina di buona qualità o più semplicemente il pelapatate, avendo cura di non premere troppo e sfiorare appena la superficie del tubero.

Compiuta questa operazione, bisogna mettere le fettine di patata in una ciotola, piazzarle sotto l’acqua corrente, e sciacquarle fin quando non avranno perso tutto l’amido, ossia fin quando l’acqua da lattiginosa non diventerà trasparente.

A questo punto bisogna assicurarsi che l’acqua sia freddissima e dimenticarsi delle patate per ventiquattro ore. In questo lasso di tempo, non chiedetemene il motivo, le fettine cominceranno a incurvarsi al centro e ondularsi lungo i margini, assumendo così, benché ancora crude, il tipico aspetto della patatina industriale. Scolatele, asciugatele per bene in un canovaccio pulito che scuoterete ripetutamente, quindi friggetele in olio caldo fin quando non saranno dorate.
Asciugatele su carta paglia per privarle dell’olio in eccesso e servitele secondo i vostri gusti. Vanno bene sia calde che fredde, accompagnate con sale maldon, pepe nero marinato nel porto e sciroppo di balsamico se volete dar loro un tono gourmand, oppure con maionese e ketchup se siete stati adolescenti negli anni ’80 e ne avete nostalgia o, più semplicemente, potete gustarle nature.
Come se fossero appena uscite dalla busta.

Duecento ma non li dimostra

Ci siamo conosciuti tardi, io e Charles Dickens. Forse è stato a causa dei miei anni di liceo ribelli e anarchici che mi portavano a evitare con cura tutto ciò che era istituzionale e a esplorare invece territori diversi, che fosse la California di Jack Kerouac o il Perù di Manuel Scorza. O forse è stato semplicemente il destino, perché gli incontri importanti, quelli che poi ti segnano la vita, avvengono senza regole, nel momento esatto in cui devono avvenire.
Nel mio caso fu nel 1995, quando Einaudi pubblicò nei tascabili Casa Desolata. Lo comprai con un’ombra di scetticismo perché il mio cuore in quel momento apparteneva a Carver, conquistato – credevo per sempre – dalla sua prosa scarna, dai suoi periodi brevi. Dickens andava letto, e su questo ero d’accordo, ma su una come me che dopo quel ramo del lago di Como aveva dichiarato guerra alle descrizioni, di sicuro non avrebbe fatto presa.
Lo cominciai a leggere in tram, tornando a casa in una Torino imbiancata dalla neve e al secondo paragrafo rimasi folgorata: Nebbia ovunque. Nebbia su per il fiume, che fluisce fra isolette e prati verdi; nebbia giù per il fiume che scorre insudiciato tra file di navi e le sozzure che giungono alla riva di una grande (e sporca) città. Nebbia sulle paludi dell’Essex, nebbia sulle alture del Kent. Nebbia che s’insinua nelle cambuse dei brigantini di carbone; nebbia sparsa sui cantieri e librata nel sartiame dei grandi bastimenti; nebbia sospesa sulle falchette dei barconi e dei piccoli battelli. Nebbia negli occhi e nella gola dei decrepiti pensionati di Greenwich che respirano a stento accanto ai focolari delle loro camerate; nebbia nel bocchino e nel fornello della pipa pomeridiana dell’iroso capitano di lungo corso rintanato nella sua cabina; nebbia che morde crudelmente le dita dei piedi e delle mani del piccolo mozzo intirizzito in coperta. Passanti occasionali che sui ponti guardano dal parapetto un infimo cielo di nebbia, avvolti essi stessi nella nebbia come in una mongolfiera sospesa tra nuvole oscure.
Questo è cinema. Quarantatre anni prima che i fratelli Lumière girassero il loro primo film, Dickens aveva già una scrittura cinematografica e a pensarci bene questa Londra in bianco e nero, dove la grande prospettiva viene alternata al dettaglio, non è poi tanto diversa dalla Manhattan descritta da Woody Allen quasi un secolo e mezzo dopo.
Da quel pomeriggio di diciassette anni fa, io e Dickens non ci siamo più lasciati. Lo consulto come la mia bisnonna Titta consultava Il talismano della felicità, certa che fra le sue pagine avrebbe trovato ogni risposta. C’è tutto in Dickens: il romanzo sociale, quello d’appendice, quello comico, quello gotico, quello poliziesco – di cui è probabilmente il creatore anche se poi il primo romanzo di genere fu scritto da Wilkie Collins.
Benché sia in possesso di ogni opera di Dickens che sia stata pubblicata, confesso di non aver letto tutto. Non ancora. Non finché posso. Mi piace talmente perdermi fra quelle pagine, lasciarmi sorprendere da quelle incredibili trame perfettamente ordite, che la prospettiva di non aver più nulla da leggere, di non provare più il brivido del come andrà a finire, m’intristisce irrimediabilmente.
Così centellino le letture; mi concedo un romanzo nuovo ogni tre anni, magari ogni quattro. E intanto rileggo, perché fortunatamente c’è sempre qualcosa che è sfuggita alla precedente lettura, il piacere che i romanzi di Dickens mi regalano non si esaurisce in una volta sola.

È colpa di Dickens se Londra non mi piace, perché la mia Londra è quella descritta da lui, non quella pragmatica e tirata su in fretta col cemento faccia vista e gli infissi di alluminio anodizzato, dopo la seconda guerra mondiale. È colpa di Dickens se tanti romanzi, tanta fiction, tanto cinema mi sembrano un blando deja vu. È colpa di Dickens se nell’armadio della mia cucina sono allineate marmellate, sottaceti, chutney, spezie, biscotti e farine, perché dopo aver letto e riletto la stupefacente descrizione della credenza della madre del reverendo Septimus e del suo meraviglioso contenuto, che il buon Charles fa ne Il mistero di Edwin Drood – il suo ultimo romanzo, rimasto incompiuto (e io che darei per sapere come l’avrebbe terminato!) – mi struggo dal desiderio di possederne una uguale.

Oggi Charles Dickens avrebbe compiuto 200 anni. Sono 200 anni splendidamente portati, il signore invecchia bene vedendo di anno in anno aumentare il proprio fascino. Quest’anno è il suo anno e chiunque si affanna per celebrarlo, omaggiarlo, ricordarlo con reading, mostre, dibattiti, film.

Io lo faccio in privato, rileggendo Casa Desolata, il libro che fece scoccare la scintilla, e sorseggiando un buon tè.
Naturalmente all’inglese.

SCONE
Per 18 pezzi
500 g di farina

1 cucchiaino di sale
30 g di bicarbonato di sodio

80 g di burro freddo a cubetti

300 ml di latticello (ottenuto mischiando 150 ml di latte intero con 150 ml di yougurt naturale)
1 tuorlo d’uovo sbattuto con 2 cucchiai di panna per spennellare la superficie

Non c’è tè all’inglese degno di questo nome che non sia accompagnato da uno scone spalmato di clotted cream e addolcito da un cucchiaino di marmellata di fragole. Tutto il resto è un di più, ma lo scone è e resta l’essenziale.
Farli è abbastanza facile soprattutto se agite da esseri del ventunesimo secolo e vi affidate alle prodezze di un buon mixer. Perciò, mentre il forno si preriscalda a 200° (che fine hanno fatto i soliti 180°?), setacciate nel bicchiere del mixer farina, sale e bicarbonato e fate andare per qualche secondo in modo che si mescolino bene. A questo punto aggiungete il burro ben freddo e tagliato a cubetti. Azionate il mixer a intermittenza, fino a ottenere un composto sabbioso e slegato. Unite il latticello e accendete nuovamente il mixer lavorando giusto il tempo necessario ad amalgamare il tutto, ma non di più.
Levate l’impasto dal mixer e, maneggiandolo il meno possibile, adagiatelo su una spianatoia ben infarinata e stendetelo con il matterello a uno spessore di 3 cm. Usando un coppapasta infarinato di 5 cm di diametro, tagliate dei dischetti. Ricompattate l’impasto velocemente e ripetete l’operazione fin quando non l’avrete esaurito. 
A questo punto distribuite gli scone su una teglia foderata di carta forno ben distanziati gli uni dagli altri, spennellateli con l’uovo e la panna e infornateli in forno ventilato per 10 minuti o finché non saranno ben gonfi e dorati. Sfornateli, sistemateli a intiepidirsi su una gratella e serviteli prima che si raffreddino del tutto, quando saranno ancora fragranti e profumati.

P.S.: se vivete in Italia e non riuscite a reperire la clotted cream da nessuna parte, non disperate. Potete ricrearla un po’ empiricamente, ma con un risultato più che soddisfacente, mescolando 120 g di mascarpone freschissimo a 250 g di panna fresca montata (suggerisco la Matese). Aggiungete 1 cucchiaio di zucchero semolato fine, i semini di un baccello di vaniglia e lasciate riposare in frigo per un’oretta prima di servire.
Ma soprattutto non ditelo a nessuno. Non oso pensare cosa direbbero i puristi.

Paura, eh?

Si sappia, io sono una donna coraggiosa. Ipocondriaca al punto da far impallidire Woody Allen, ma coraggiosa. Per capirci, non sono di quelle che quando si ritirano a casa si chiudono dentro con duemila mandate alla serratura, dormo impunemente con la finestra aperta, sono sempre andata in giro da sola anche nel cuore della notte, non temo i ladri. Topi, pipistrelli, serpenti e insetti mi fanno un baffo, anzi il primo animaletto che da bambina chiesi di poter tenere in casa era un verme bello lungo. La vista del sangue mi lascia indifferente. Nel corso della mia vita ho medicato cani, gatti, parenti e accoliti vari con l’efficienza di Florence Nightingale e senza mai perdermi d’animo. C’è solo un luogo dove il terrore s’impossessa impunemente di me senza che io possa fare nulla per contrastarlo: la sala cinematografica.

Naturalmente dipende dal film che proiettano, perché se così non fosse dovrebbero ricoverarmi. Non ho nessun problema con le commedie e neanche con i drammoni, ma basta che il film sia anche solo di un giallo sbiadito per mettermi in allarme. Le mie reazioni poi non sono mai pacate. Mi spavento talmente tanto che urlo, trasalisco, afferro la mano del vicino di posto in cerca di conforto, anche se non lo conosco. Il consorte, nei momenti in cui litighiamo al punto che il divorzio sembra l’unica soluzione, rimpiange di non aver capito fin dalla prima volta che uscimmo insieme che avrebbe fatto meglio a starmi alla larga. Perché, ripensandoci, gli indizi c’erano tutti.

Avevamo programmato una prima uscita che Carrie Bradshow definirebbe da manuale: cinema e cena fuori. Senonché il film che incautamente scelsi, era Le verità nascoste. Per fortuna la sala era quasi vuota perché credo che altrimenti ne saremmo stati banditi a vita. Io, una ragazzona che non finiva più, me ne stavo rannicchiata nella poltroncina (oddio, rannicchiata forse è una parola grossa se si considera che c’entravo a stento) e mi coprivo gli occhi con un lembo della pashmina. Coprivo, scoprivo, guardavo, non guardavo, facevo urletti, sobbalzavo, mormoravo preghiere allo schermo affinché non succedesse la tal cosa e di fianco a me il futuro consorte – che allora non immaginavo nemmeno come futuro fidanzato – mi guardava attonito, desiderando probabilmente di spostarsi in un altro posto, in un’altra fila. Ovunque, purché fosse lontano da me.

Io, che percepivo il suo imbarazzo, cercavo di dominarmi, ma era tutto inutile, e più ci provavo, più mi rendevo ridicola. Nella mia mente si delineava con chiarezza sempre maggiore l’immagine dell’elefante in equilibrio su una sola zampa perché terrorizzato dal topolino, e probabilmente accadeva la stessa cosa anche al futuro consorte, perché d’improvviso cominciò a sganasciarsi dalle risate. Incurante delle immagini che scorrevano sullo schermo, mi guardava e rideva, perché era chiaro che in quel cinema il vero spettacolo lo stessi dando io.

Come unica giustificazione, ho il fatto di aver subìto un tremendo trauma infantile, che non sono riuscita a lasciarmi alle spalle neanche con vent’anni di psicoterapia. Io sono una vittima di Dario Argento. Non so come, non so quando e non so perché – chiaramente ho rimosso la cosa – da bambina guardai Profondo Rosso, e da allora la mia vita non fu più la stessa.  Per almeno un paio di anni, dopo essermi sottoposta all’incauta visione, ho evitato di prendere l’ascensore per paura di rimanere impigliata nelle porte, i quadri appesi alle pareti mi hanno fatto terrorizzare, ho avuto timore anche solo a vedere un tir da lontano, ho detestato l’acqua bollente, i manichini, le bambole e se vedevo una donna con gli occhi bistrati, ero finita.

E non parliamo della musica! Quella canzoncina da far accapponare la pelle, che si presenta come un’innocua nenia per bambini ma poi, con quella improvvisa cadenza d’inganno, ti destabilizza e, dallo zecchino d’oro, ti teletrasporta nell’anticamera del delirio. E per di più tenace, persistente. Uno di quei motivetti che ti entra in testa e non se ne va più; che ti svegli nel cuore della notte e senti il sadico che è in te cantarla ossessivamente, giusto per il piacere di non farti riaddormentare.

Anche quando avevo ricominciato a prendere l’ascensore ed ero ormai diventata abbastanza grande da usare l’eyeliner (nel frattempo eravamo a metà degli anni ’80, in piena new wave), la canzoncina continuava a essere il mio tallone d’Achille e chi ne era a conoscenza si divertiva periodicamente a tormentarmi, solo per il gusto di vedermi chiudere gli occhi, tapparmi le orecchie e urlare in preda al panico.

Decisi che ne avevo abbastanza di sentirmi ridicola e vulnerabile solo quando di anni ne avevo 26 e vivevo a Torino, dove seguivo il master in tecniche della narrazione. Una mattina avevo letto sul giornale che alle 23 avrebbero trasmesso il malefico film e avevo capito che quella sarebbe stata la resa dei conti. Per tutto il giorno mi ero caricata in vista della singolar tenzone e la sera ero pronta alla lotta. Dopotutto ormai ero una sceneggiatrice in erba, conoscevo i meccanismi della struttura in tre atti, sapevo a quale minuto ci sarebbe stato il primo colpo di scena,  a quale il secondo… Era solo finzione! Cosa avevo da temere?

Quello che avrei dovuto temere, se solo me ne fossi ricordata, mi fu chiaro fin dai primi minuti della messa in onda. Il film era girato a Torino, la città dove mi ero trasferita. Probabilmente se avessi abitato ancora a Napoli la cosa sarebbe filata liscia, ma visto che invece mi trovavo a Torino, fu un disastro totale globale (come la guerra di War Games). Come potevo rimanere fredda e distaccata? Come potevo razionalizzare quando sapevo che l’assassina si aggirava proprio sotto casa mia? Accanto al bar dove facevo colazione! Dietro l’edicola dove compravo il giornale! Nei pressi della mia scuola! Nello spiazzo dove parcheggiavo l’auto! Nella piazza dove facevo la spesa! Capitemi, come potevo?

Di colpo tornata bambina, vittima delle stesse paure ancestrali di un tempo, desideravo unicamente la mia mamma, il suo conforto. Così le telefonai, fingendomi disinvolta, per una chiacchieratina in notturna, ma lei che – guarda un po’? – mi conosce come fossi sua figlia, ci mise un attimo a smascherarmi e io mi sentii veramente un’idiota.

Ve be’,  a volte lottare è inutile, bisogna rassegnarsi. E forse un po’ di paura fa perfino bene (però rigorosamente in dose omeopatica). Mi auguro solo che stasera, visto che dolcetti non ne ho, nessuno mi faccia lo scherzetto che più temo e mi canti la famigerata canzoncina. Non conterei troppo sul mio self control.

PANINI ALLA ZUCCA
per 20 panini da mangiare davanti alla tv guardando un horror (che non sia Profondo Rosso)

1 kg di farina 0
700 g di zucca già pulita
100 ml di olio EVO
100 ml di latte
2 cucchiai di zucchero
2 cubetti di lievito di birra
sale
semola di grano duro

Per prima cosa sciogliere in una ciotolina il lievito di birra con lo zucchero, coprire e lasciare fermentare per un quarto d’ora. Quando la superficie si sarà ricoperta di tante belle bollicine, aggiungervi 3 o 4 cucchiai di farina e altrettanta acqua tiepida, formare una pastella liscia mescolando con una forchetta, coprire di nuovo e lasciar lievitare per 40 minuti. Nel frattempo ci si può occupare della zucca che va cotta a vapore fin quando non sarà morbida ma non sfatta. A cottura ultimata, la zucca va schiacciata con una forchetta e messa a colare in uno chinoise, affinché perda gran parte dell’acqua. Quando saranno passati i fatidici 40 minuti, si può finalmente cominciare la lavorazione vera e propria mettendo nell’impastatrice la zucca schiacciata, l’olio, il latte e la pastella ormai lievitata. Avviare l’impastatrice (o rimboccarsi le maniche se si impasta a mano) e aggiungere lentamente al composto iniziale la farina e infine il sale (se si impasta a mano il processo è inverso: si comincia facendo la fontana con la farina e poi si aggiunge tutto il resto). Quando tutto sarà perfettamente mescolato, e il composto sarà nuovamente liscio e omogeneo, spegnere l’impastatrice, coprire la ciotola con un telo e lasciar lievitare per due ore. Nell’attesa, fate ciò che più vi aggrada e poi, ritemprati da queste due ore di svago, affrontate la penultima fase della lavorazione. Tirate via l’impasto dalla ciotola e “sgonfiatelo” con delicatezza, lavorandolo sulla spianatoia e aiutandovi con della semola per non farlo appiccicare. Strozzandone un’estremità fra il pollice e l’indice della mano destra (o sinistra, se siete mancini), formate delle palline che sistemerete su una teglia rivestita di carta forno. Per fini puramente estetici, potete munirvi di un filo di nylon e praticare su ogni pallina delle incisioni incrociate, per formare una specie di asterisco che simuli le scanalature della zucca. Spolverate con la semola, coprite con un canovaccio, e fate lievitare per altre due ore. Preriscaldate il forno a 200°, avendo cura di inserire sul fondo una teglia con dell’acqua, e infornare i panini per 25 minuti. Mangiare tiepidi, farciti con una buona soppressata che contrasti piacevolmente con la loro dolcezza.

E mi raccomando, fate sogni d’oro!

Cronaca di un disastro evitato

A Carla e Daniela (rigorosamente in ordine alfabetico).
Domenica era il compleanno del consorte solo da un paio d’anni rassegnato ai festeggiamenti. Consultato sui suoi desideri, dopo lunga meditazione, ha deciso che gli sarebbe piaciuto invitare qualche amico a cena il sabato sera in modo da poter brindare a mezzanotte. Fin qui tutto bene perché,  a differenza della festa oceanica dell’anno scorso che mi vide ai fornelli per tre weekend di fila per preparare finger food per settanta persone (che poi ballarono scatenate fino alle 3 del mattino mettendo a serio rischio la stabilità dei nostri pavimenti), una cena si gestisce facilmente. Sollevata, felice e rincuorata dal fatto di poter, per una volta, festeggiare il suo compleanno con il conforto di un surreale clima settembrino, propongo un menu divertente: pizze fritte per tutti! Il consorte mi appoggia subito perché le pizze fritte, pur nella loro semplicità, sono una cosa che non si mangia poi così spesso. Sia mia madre che mio suocero sono due maestri delle pizze fritte. Mia madre perché impasta meravigliosamente bene, mio suocero perché la frittura per lui non ha segreti; eppure bisogna sempre pregarli neanche queste benedette pizze fritte fossero lingue di pappagallo. Invece stavolta io e il consorte decidiamo di abbondare e io mi lancio all’impasto di 2 chili di farina che, considerato che a cena saremo una decina di persone, dovrebbero garantire un discreto numero di pizze procapite. Sono più o meno a 3/4 dell’operazione quando succede il dramma: mi viene il colpo della strega.

Al mio urlo di dolore, mio marito impallidisce e io, guardandolo negli occhi, so immediatamente a cosa sta pensando. Ricorda, con terrore, il calvario vissuto quando ebbe a che fare la prima volta con il mio mitologico colpo della strega. Vivevamo nella nostra prima casa – una scatola da scarpe arditamente organizzata su due livelli – alla quale si arrivava arrampicandosi per 5 rampe di scale con l’alzata più alta che io abbia mai visto (cosa comodissima considerato che, oltre a tutto il resto, abbiamo tre cani che devono uscire tre volte al giorno) ma con il pregio di avere una vista meravigliosa su Capri. Mi blocco al piano di sopra mentre, in un impulso insano di casalinghitudine, sto spazzando il pavimento. Un piccolo tac della colonna vertebrale e rimango lì, praticamente paralizzata. Provo a raggiungere il telefono per avvisare il consorte (all’epoca solo precario convivente) e alla fine ci riesco, ma sono passate due ore e mio marito non è neanche raggiungibile. Nel frattempo mi scappa la pipì e il bagno è al piano di sotto e se ci ho messo due ore per fare il mezzo metro che mi separa dal telefono, quanto ci metterò per farne sette o otto compresi dodici scalini e arrivare al bagno? Capisco subito che devo desistere e penso che al più me la farò sotto, ma poi realizzo che il pavimento del soppalco è fatto di doghe semplicemente posate sulle travi e se me la faccio sotto la faccio letteralmente di sotto, cioè in cucina, più o meno sul tavolo già apparecchiato per la cena. La situazione è disperata e mentre penso di mettermi carponi e provare a strisciare sul pavimento pur di raggiungere il bagno, arriva il consorte che prima – ne sono sicura – pensa di lasciarmi finché è ancora in tempo per farlo, poi s’impietosisce e mi soccorre. Quella volta sono rimasta a letto quattro giorni, quattro lunghissimi giorni in cui mio marito ha imparato a fare le iniezioni (vai facile, che col sederone che mi ritrovo figurati se mi fai male!), a sistemare il letto con me dentro facendomi rotolare prima da un lato e poi dall’altro, a cucinare qualcosa di diverso dalla pasta con il tonno, a scortarmi con estrema cautela fino al bagno e a fare attenzione che il cellulare non fosse mai fuori campo.

La sola ipotesi che la situazione si ripetesse proprio in concomitanza del suo compleanno, evidentemente ha terrorizzato la mia metà che, quasi fosse un mantra,  ha cominciato a ripetermi “nobenenodimmidinotipregodimmidino!”. Era prontissimo a rinunciare a festa, pizze e invitati pur di scongiurare il rischio che mi paralizzassi del tutto costringendolo a farmi da infermiere. Mi ha fatto una tenerezza tale che l’amore ha prevalso sul dolore e ho deciso di correre ai ripari. Immobile, ma col piglio di un generale (non a caso mia madre mi chiama Patton) e la convinzione che the show must go on, ho rapidamente riorganizzato la serata dando istruzioni al festeggiato su come finire di impastare e porzionare l’impasto per metterlo a lievitare quindi gli ho chiesto di reclutare due mie amiche che, un paio d’ore prima della cena, venissero a dargli una mano a imbottire e friggere le pizze seguendo le mie direttive.  Con il loro arrivo, la casa è entrata di colpo in un clima natalizio, quello in cui tutti danno una mano, sono gentili, si divertono… insomma, siamo passati da “Scene da un matrimonio” a “La vita è meravigliosa” e alla fine tutto è andato come mio marito avrebbe voluto che andasse, anzi anche meglio vista l’avvenenza e la simpatia delle soccorritrici.. È solo grazie a loro che questo post, sia pure con un increscioso ritardo dovuto a colpo della strega e cervicale, può essere finalmente pubblicato ed è a loro che, a ragion veduta, è quindi dedicato.

CALZONCINI E PEZZENTELLE
Per 60 pizze

IMPASTO
2 kg di farina 00
1 litro di latte
150 ml di olio EVO
3 cubetti di lievito di birra
acqua tiepida q.b.
sale

RIPIENO
1 kg di ricotta romana
600 g fiordilatte
100 g parmigiano grattugiato
250 g salame napoletano a cubetti
pepe

SALSA
1 kg pomodori San Marzano
Basilico come se piovesse
olio EVO
sale e zucchero (la punta di un cucchiaino)

Olio di arachidi per la frittura

Impastare la farina con il latte tiepido, l’olio, il lievito sciolto in un dito d’acqua tiepida e il sale (avendo cura di non farlo entrare direttamente a contatto con il lievito). Aggiungere tanta acqua quanta ne serve per avere una massa compatta ma morbida e lavorare a lungo, fino a quando non si ottiene un impasto omogeneo ed elastico. Porzionare in palline ottenute strozzando l’impasto fra il pollice e l’indice della mano destra (o sinistra se siete mancini ;-)), disporle su un vassoio coperto da un canovaccio, spolverarle di farina, ricoprirle con un altro canovaccio e lasciarle lievitare per un paio d’ore.

Preparare il ripieno dei calzoncini passando al setaccio la ricotta (io me la sbrigo con lo schiacciapatate) e mescolandola al parmigiano grattugiato, al fiordilatte tagliato a dadini (meglio tagliarlo a dadini il giorno prima e conservarlo in frigo di modo che in cottura non perda troppo latte) e al salame napoletano. Condire son abbondante pepe nero macinato al momento.

Preparare la salsa un po’ come vi pare. Mia mamma fa quella all’olio usando solo il concentrato di pomodoro, io preferisco la salsa al filetto di pomodoro usando i San Marzano ma davvero non ci sono regole, si possono addirittura tagliare a pezzetti dei pomodori maturi e non cuocerli affatto. L’importante è che la salsa sia fresca e profumata, insomma eviterei il ragù.

Quando l’impasto sarà lievitato, spianare le palline allargandole con le mani e farcirne la metà con una cucchiaiata di ripieno per poi ripiegare l’impasto su se stesso e siggillare bene i bordi formando così i calzoncini. Friggere sia i calzoncini che le pizze semplicemente spianate e non farcite in olio ben caldo finché non saranno dorate e condire le pezzentelle (cioè le pizze senza imbottitura) con una cucchiaiata di salsa, una spolverata di parmigiano e una foglia di basilico fresco.

Di norma non ci sono superstiti.
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