Il magico potere della dieta

Sono un’accumulatrice seriale. Con l’idea che tutto possa prima o poi tornare utile, conservo qualsiasi cosa. Vecchie riviste, bottoni, scatoline di latta, barattoli. Non arrivo ai famosi spaghi troppo corti per essere usati di Così parlò Bellavista, ma poco ci manca. E così, anno dopo anno, il mio micro studio di quattro metri quadrati si è trasformato in una specie di bazar dove ogni millimetro utile è occupato da una polverosa mercanzia. 
Non so più quante volte mi sono detta che c’era bisogno di una bella riordinata e non so quante volte ho rimandato: troppo noioso, troppo stancante, troppo avvilente, troppo impegnativo emotivamente. A furia di rimandare sono trascorsi quasi dieci anni.
Alla fine è stato lo studio a decidere per me, o meglio, lo ha fatto la mia scrivania. Di punto in bianco si è rifiutata di aprire i suoi tanti cassetti ed elargirne il prezioso (!) contenuto. Insomma, non ho avuto altra scelta che mettermi all’opera. Per due giorni ho visionato ritagli di giornale, vecchi quaderni, nastri stropicciati, videocassette, scatole, scatoline e scatolette, vecchi biglietti di auguri, tappi di champagne (ma quanto abbiamo brindato in questi anni? quanti eventi così memorabili da richiedere di serbare a imperitura memoria quel souvenir abbiamo vissuto? perché diamine non ho allegato a ognuno un bigliettino che mi aiutasse a ricordare?) e alla fine ho riempito tre sacchi condominiali della spazzatura.
Ora, vi prego di credermi, io non ho la sindrome delle Desperate Housewives, non sono una maniaca dell’ordine e Marie Kondo mi sta anche abbastanza sulle scatole, ma devo ammettere che questa impresa improba è stata per molti versi illuminante. Ma lo è stata in un modo del tutto inaspettato.
Più mettevo a posto e più pensavo che in fondo riordinare è come fare la dieta. Sei lì davanti allo specchio la mattina, quando ti vesti, e ti dici che dovresti proprio perdere quei cinque o sei chili (nel mio caso cinquanta o sessanta) ma subito dopo pensi che dovresti cucinare pasti separati per te e il resto della famiglia, che dovresti rinunciare agli inviti a cena fuori (che poi ormai si esce quasi solo per quello), che a breve ci sarà Natale/Pasqua/le vacanze estive o qualsiasi altro evento che renderà quasi impossibile seguire un regime alimentare, e ti fai prendere dall’avvilimento. Troppa fatica anche solo pensare di iniziare, meglio rimandare a un momento più propizio.
Senonché il momento più propizio – come accade tutte le volte che per fare qualcosa si attende il momento propizio – non arriva mai. Però arrivano i vestiti che non abbottonano più, il fiatone non appena si imbocca una salita, il caldo perenne, i problemi allo stomaco. Per farla breve succede che il tuo corpo si ribella proprio come si è ribellata la mia scrivania rifiutandosi di aprire i cassetti.
Allora non è più questione di scelta, allora sei costretta a fare la dieta. E all’inizio la fai controvoglia, pensando che i chili accumulati sono troppi, che non riuscirai a trovare la motivazione giusta, che non avrai la soddisfazione che ti aspetti. Ma poi pian piano accade il miracolo.
Accade che seguendo anche solo poche regole, ma precise e inderogabili, ti accorgi che molte delle tue abitudini erano per l’appunto solo abitudini, retaggi di una vita che ormai non ti appartiene più, e a quel punto te ne sbarazzi senza remore, proprio come io mi sono sbarazzata delle millemila piantine della metro di Londra tenute da parte per ricordo o perché “se poi dovessi tornare a Londra non avrei bisogno di prenderne una nuova” (lo so, sono una pervertita).
Al tempo stesso, eliminando il superfluo, scopri un mucchio di cose che avevi dimenticato di avere, esattamente come io ho ritrovato i vecchi quaderni fitti di appunti di quando ho iniziato a lavorare e la prima stesura delle sceneggiature la scrivevo ancora a mano. 
Io perdendo peso ho ritrovato l’amore per le lunghe passeggiate senza affanno, le scale fatte di corsa senza il dolore alle caviglie che mi costringeva a scendere uno scalino alla volta, il piacere di un vestito che è attillato perché così deve vestire e non perché non ci sto dentro.
E allora mi sono sentita bene e vittoriosa perché se è vero che non conosco quello che si prova quando finalmente si termina una dieta, so bene quello che si prova quando si finisce di rimettere in ordine una stanza. La si guarda e non la si riconosce. O meglio, la si guarda ed è sempre lei ma è più bella, più serena, armoniosa e piena di promesse mantenute.
Ecco, io voglio essere esattamente così.
Crocchette di cavolfiore
dosi per una dozzina di crocchette
Cavolfiore 750 g al netto degli scarti
Uova 2
Parmigiano grattugiato 60 g
Prosciutto di Praga tritato 50 g
Edam grattugiato 30 g
Pangrattato 4 cucchiai
Olio evo 2 cucchiai
Sale e pepe
Questa ricetta è molte cose tutte insieme. È una classica ricetta svuota frigo (come si evince dai 30 g di Edam), è una ricetta aguzza l’ingegno per chi segue una dieta, è una ricetta versatile (cambi salume, cambi formaggi, elimini salumi e formaggi), ma soprattutto è una ricetta tanto deliziosa quanto semplice da preparare. Talmente facile che per spiegarla bastano poche righe.
Lessate il cavolo (potete cuocerlo anche al vapore), mettetelo in una ciotola e schiacciatelo con una forchetta fino a ottenere una sorta di purea grossolana. Quando si sarà raffreddato mescolatelo con le uova, il prosciutto e i formaggi, quindi formate delle palline che poi schiaccerete leggermente e passerete nel pangrattato. Sistemate le crocchette su una teglia rivestita di carta forno, conditele con un filo d’olio e cuocetele in forno preriscaldato a 180° per una cinquantina di minuti.
Tutto qui? Sì, tutto qui.

Le avventure della Gastronomica al volante

Se ami la buona cucina e la tua idea di vita sociale contempla l’andare a cena fuori almeno una volta alla settimana, ma hai sposato un uomo che ha con la bilancia una relazione più intensa di quanto non l’abbia con te, hai solo due alternative possibili: o ti rassegni a struggerti di desiderio leggendo le recensioni dei ristoranti in cui vorresti andare, oppure ti trovi un compagno di scappatelle culinarie da consumarsi rigorosamente lontano dagli occhi, e soprattutto dal girovita, del consorte.

Inutile dire che ho optato per la seconda, anche se, devo ammetterlo, ho commesso un grave errore tattico e ho scelto il mio compagno di banchetto in quel di Torino, più o meno a novecento chilometri di distanza da casa mia. Che devo farci, in questi casi è questione di affinità elettive, e il sodalizio con Erre dura ormai da vent’anni, vale a dire da quando ero una giovane emigrante nostalgica della genovese e del ragù di mammà, e lui mi consolava portandomi in giro per ristoranti a scoprire le gioie della cucina piemontese.

Adesso fra noi funziona più o meno così: una volta ogni paio di mesi ricevo da Erre una telefonata con la quale mi comunica che sarà a Napoli il giorno dopo (mai che si annunci con un po’ più di anticipo) e mi chiede con trepidazione dove lo porterò a cena.

L’ultima volta Erre mi ha chiamato nella tarda mattinata del primo maggio, quando già era salito sul treno per Napoli.
– Arrivo in serata. Dove mi porti?
– Erre, ma è il primo maggio… fra ristoranti chiusi e quelli già tutti pieni sarà complicato trovare un posto. Almeno fammici pensare un momento!
Così medito a lungo perché, anche se Erre non lo sa, gli sfizi prima di farli togliere a lui devo togliermeli io, e alla fine telefono a Pietro Parisi, chef e patron di Era ora, ristorante in quel di Palma Campania.

Io e Pietro ci siamo conosciuti un paio d’anni fa, sul web. È da allora che propongo al consorte di andare a cena nel suo ristorante, ma lui si rifiuta categoricamente. Non ci pensa proprio a farsi un’ora di auto all’andata e una al ritorno solo per andare a mangiare! (Però quando va a lavorare in provincia succede che spesso sulla via del ritorno si perda e, guarda caso, vada a finire proprio a Palma Campania e mi faccia delle telefonate importune nelle quali mi chiede con una vocina dispettosa “indovina dove sono?”)

Così mi accordo con Pietro e prenoto un tavolo per le nove, contando sul fatto che Erre arriverà a Napoli alle sette. Poi però succede che Erre perda la coincidenza e accumuli un’ora di ritardo, che la mia auto decida di morire dopo aver fatto venti metri, che l’auto di mio padre, presa in prestito in extremis, abbia il navigatore rotto, che improvvisamente tutti i napoletani abbiano deciso di dover mettersi in auto e, guarda caso, fare proprio lo stesso percorso che devo fare io per arrivare all’albergo di Erre. Così, ancora prima di incontrarci e lasciare Napoli, io e Erre abbiamo la consapevolezza che, ahimé, non saremo da Pietro prima delle dieci.

Recupero Erre al volo e, senza neanche perdere tempo a salutarlo, gli schiaffo in mano il mio iPhone dicendogli che non ho idea di dove andare e imponendogli di fare da navigatore, sfruttando l’app del mio cellulare. Ma purtroppo Erre non è un nativo digitale e quindi non sa neanche da dove cominciare, come mi ripete più volte credendo di suscitare la mia comprensione e ottenendo invece di rendermi sempre più insofferente.

Insomma, finisce che neanche abbiamo imboccato l’autostrada e già ci siamo persi. Fra me che da brava miope/presbite/astigmatica/fotofobica leggevo un cartello stradale sì e tre no, Erre che continuava a maneggiare il mio telefono come fosse un ordigno nucleare, il buio e le chiacchiere, dopo un po’ scopriamo non solo di essere diretti a Bari, ma di esserci anche quasi arrivati.

Dopo tre telefonate a Pietro per spostare la prenotazione (“non vi preoccupate, quando arrivate arrivate”, ha risposto l’ultima volta), una conversione a U che neanche San Paolo sulla strada di Damasco, un momento di sconforto nella solitudine dell’aperta campagna, la richiesta di informazioni a due distinte signorine semi ignude che quando hanno capito che non eravamo interessati a del simpatico sesso di gruppo a pagamento ci hanno mandati a quel paese, non so neanche io come, siamo arrivati al ristorante.

E finalmente ci siamo rilassati.

Andare a cena da Pietro Parisi è come entrare in una macchina del tempo in cui presente e passato, nuove scoperte e vecchi ricordi, esistono contemporaneamente. Questo accade perché la cucina di Pietro è caratterizzata da un lavoro certosino di riscoperta di ingredienti della tradizione contadina ormai dimenticati – per esempio le erbe selvatiche come il silene o la portulaca – utilizzati però con tecniche moderne.

Pietro è forse la persona più tenace e integra che io abbia mai conosciuto. È un uomo che si è dato degli obiettivi e, in modo lento ma inarrestabile, li ha raggiunti tutti, senza per questo perdere l’umiltà che è tipica di chi è davvero intelligente. Perciò, ancor più della cena – durante la quale molti piatti sono stati una piccola epifania – io ed Erre ci siamo goduti il dopo cena, con Pietro seduto al nostro tavolo che ci parlava di sé, della sua famiglia – a partire dalla nonna Nannina, maestra di cucina e di vita, per finire alla nipotina Carmen e alla figlia Antonia, che non ha ancora compiuto un anno – della sua formazione in giro per il mondo e della scelta di tornare poi a casa, aprendo un ristorante in un territorio difficile, ma che Pietro ama ed è determinato a valorizzare.

Così, fra un bicchiere di vino e l’altro, Pietro ci ha raccontato della pizza a lievito fujuto, impastata usando il siero della mozzarella, dei seccamienti, un antico metodo di conservazione delle verdure estive che usa regolarmente, e dei VOLTI, vale a dire i piccoli coltivatori e allevatori locali da cui Pietro si rifornisce e le cui facce belle e antiche sono immortalate sul menu/magazine di Era Ora.

Salutiamo Pietro che ormai l’una di notte è passata già da un po’, e ci mettiamo in macchina con quell’allegria indolente che segue le esperienze felici. Addirittura azzardiamo una canzone di Mina, visto che lo stereo dell’auto di mio padre si è acceso autonomamente e non riusciamo a spegnerlo. Stavolta Erre ha preso confidenza con l’iPhone e quindi procediamo sicuri verso la meta, fin quando non vediamo all’orizzonte una pattuglia dei carabinieri.

– Adesso ci fermano, boia faus!
– Erre, non secciare!
– Ci fermano e ci fanno l’etilometro!
– Erre, smettila!
– E ci ritirano la patente, e ci sequestrano anche l’auto!
– Erre, ti ricordo che sei un semplice passeggero. Rilassati!

Naturalmente ci fermano, in virtù di quella regola non scritta per cui se devi fermare un tot di auto durante un turno di notte nell’hinterland napoletano, meglio che il conducente e il passeggero abbiano l’aria paciosa e affidabile.

Erre suda freddo, convinto com’è che solo una manciata di minuti ci separi dall’inevitabile arresto, e rischia la sincope quando il carabiniere, oltre ai miei documenti, richiede anche i suoi. Il controllo che segue è talmente lungo, e la situazione talmente ridicola, che a me viene la ridarella. Erre mi sibila di smetterla. Si accorgeranno che sono ubriaca e mi faranno l’etilometro! Inutile ripetergli che dei due l’unico brillo è lui, né che quello dei carabinieri è un controllo di routine, Erre si rilassa soltanto quando il carabiniere ci restituisce i documenti e ci dice che possiamo andare, non prima però di averlo redarguito. Lui che è un giornalista torinese non scriva male dei carabinieri napoletani!

Erre promette solennemente, e così ci rimettiamo finalmente in viaggio, ma quando al primo bivio gli chiedo indicazioni, mi confessa timidamente che durante la nostra sosta forzata ha dimenticato di spegnere il navigatore dell’iPhone, che ora è irrimediabilmente scarico.

Propongo di tornare indietro e chiedere indicazioni ai carabinieri, ma Erre comincia a tremare alla sola idea e mi chiede invece di fidarmi del suo proverbiale senso dell’orientamento. È sicuro che riuscirà a trovare la strada di casa! Ora, ricordo perfettamente che una volta io ed Erre ci siamo perduti nel centro di Torino, sua città natale, ma decido di dargli fiducia e faccio bene perché, grazie a lui, nelle successive due ore di pellegrinaggi alla cieca, scopro zone della provincia, ma anche di Napoli, che mai avrei sospettato esistessero e che mai saprei ritrovare.

Arriviamo al suo albergo, dopo un rocambolesco senso vietato, che ormai è l’alba. Lui ripartirà dopo poche ore, giusto il tempo di farsi una doccia, vedere una mostra, e poi sarà di nuovo sul treno. Mi saluta con un paio di quei baci pudici dei torinesi, e poi mi fa un’ultima domanda:

– La prossima volta mi porti a cena da Annamaria Varriale?

No caro Erre, non ti ci porto. Da Annamaria Varriale non ci andremo fin quando non avrai capito che quella che tu credi si chiami Annamaria Varriale è in realtà Marianna Vitale.

E comunque, non prima che io abbia comprato una vecchia, cara, affidabile cartina stradale.

La prossima volta meglio andare sul sicuro.

La parmigiana di melanzane nel boccacciello di Pietro Parisi
per 1 persona 
1 barattolo con la guarnizione da 500 ml
3 melanzane lunghe
70 g di fiordilatte tagliato a listarelle molto sottili
150 g di salsa di pomodori San Marzano
parmigiano grattugiato
basilico 
Quando ancora non ci conoscevamo, Pietro un giorno venne alla RAI e mi lasciò in portineria due di questi boccaccielli. Tornare a casa, ravvivarli (poi vi spiego come), aprirli e aspirarne a pieni polmoni il profumo, fu un’esperienza mistica. Assaggiarne il contenuto, paradisiaco. 
Preparare questa meraviglia cremosa e avvolgente è molto più semplice di quanto si possa immaginare. Per prima cosa si mette a cuocere la salsa usando dei normalissimi pelati San Marzano, un filo d’olio, uno spicchio d’aglio, basilico, sale e pepe. Quando la salsa è pronta, bisogna passarla, quindi pesarne 150 g e tenerla da parte. Intanto si tagliano le melanzane in fette che abbiano 3 mm di spessore e una lunghezza tale da poter essere agevolmente infilate nel barattolo. Le melanzane andranno cotte al vapore per 5 minuti, giusto il tempo di ammorbidirle e fare in modo che perdano un po’ di amaro. A questo punto si prende il vasetto precedentemente sterilizzato (vi basta lavarlo bene, asciugarlo e poi infilarlo nel forno freddo che porterete a 130° e nel quale lo lascerete per venti minuti dal raggiungimento della temperatura), e si comincia a riempirlo partendo da un cucchiaio di salsa di pomodoro a cui seguiranno un po’ di fiordilatte, un po’ di basilico, un po’ di parmigiano e le melanzane. Si comprime bene il tutto (le melanzane in cottura perdono molto volume, se non le pressate rischiate di ritrovarvi con un boccacciello pieno solo a metà) e si ricomincia. Una volta arrivati alla sommità del barattolo, si finisce con salsa, fiordilatte, basilico e parmigiano. Si chiude il boccacciello e si procede quindi alla cottura, che può avvenire in tre modi: in forno a vapore a 85° per tre ore; in forno statico, in una placca colma d’acqua, a 85° per tre ore; sul fuoco, immerso in una pentola d’acqua che sobbolle appena, per 2 ore.
Trascorso questo tempo, il boccacciello può essere consumato subito, oppure lasciato raffreddare e conservato in frigo fino a 50 giorni (insomma, li preparate all’inizio di settembre e li mangiate a fine ottobre, quando di melanzane buone davvero non ce n’è più traccia). Se avete optato per la seconda possibilità e volete gustare un boccacciello comme il faut, vi basta tirarlo fuori dal frigo, aspettare che torni a temperatura ambiente, quindi immergerlo per venti minuti, a fuoco spento, in una pentola d’acqua che abbia appena raggiunto il bollore e che coprirete con un coperchio.
Qui in casa Gastronomica siamo diventati addicted.
Scommetto lo diventerete anche voi.

L’epifania che tutte le feste (finalmente) si porta via

Ce l’abbiamo fatta, anche quest’anno siamo sopravvissuti al mese di delirio che comincia l’otto dicembre con la decorazione della casa e finisce il sei gennaio, con il ritrovamento fortuito della calza preparata dal befanesco consorte.

Che non sarebbe stato facile l’avevo capito fin dall’Immacolata, quando il consorte, con il fare vago che lo contraddistingue, mi ha chiesto che tipo di decorazione pensassi di mettere sulla porta.

– Ma nessuna, come al solito. – Ho risposto mentre continuavo ad appendere campanelle all’albero (nelle questioni natalizie ho subìto l’imprinting di La vita è meravigliosa).
– Però sarebbe carino metterci una ghirlanda. – Ha insistito lui.
– Senti, la ghirlanda non è prevista. Non ce l’ho la ghirlanda. Ma poi com’è che all’improvviso ti è venuta ‘sta voglia di ghirlanda?
– No… è che prima sono uscito sul pianerottolo e ho visto che tutti i vicini ne hanno messa una sulla porta. Va be’, ma non preoccuparti… domani ne compro una io dai cinesi.

Ecco, la pressione sociale da una parte, e il terrore dei possibili acquisti asiatici consortili dall’altra, hanno fatto sì che io trascorressi la notte fra l’otto e il nove dicembre in versione elfo di Babbo Natale ricombinato geneticamente con Grace Bonney, per produrre la ghirlanda che vedete ritratta in foto, realizzata con la forza della disperazione, una gruccia di ferro da lavanderia, un po’ di feltro, qualche nastro conservato dai natali precedenti e le mie formidabili forbici con le lame a zigzag.

E questo è stato solo l’inizio. Anche se devo ammettere che tutto ciò che è accaduto dopo l’ho voluto io e soltanto io.

– Senti, ti ricordi che il mese scorso volevo fare la cena del Thanksgiving?
– Ma poi fortunatamente siamo andati a Roma. Sì, lo ricordo.
– Beh, stavo pensando di trasformarla in una festa pre-natalizia.
– Mmmm…
– Aspettiamo che gli amici che vivono fuori tornino a Napoli, e poi li convochiamo tutti. Il ventidue dicembre sarebbe l’ideale.
– E scommetto che hai già fatto una lista degli invitati…
– Siamo una trentina di adulti… e poi ci sono i bambini.
– I bambini!?
– Certo, non è Natale senza bambini.
– E quanti sarebbero questi bambini?
– Mah… credo una ventina…
– Una ventina!?
– …
– Bene, ti ricordo che in casa nostra ci sono esattamente venti posti a sedere, e ho contato anche lo scaletto a due gradini che sta in cucina. Dove le facciamo sedere una cinquantina di persone?
– Beh, magari organizziamo una rotazione…

Così ho cucinato come se non ci fosse un domani tutto ciò che pensavo potesse piacere a dei bambini di età compresa fra i cinque e i quattordici anni, tutto ciò che pensavo potesse intrigare degli adulti per accompagnare un cocktail, e tutto ciò che potesse andare bene a entrambi per un pasto completo, perché l’invito era a partire dalle 18.30, per un aperitivo che poi sarebbe naturalmente evoluto in cena.

Ora, probabilmente il fatto che tutte le mie amiche al momento dell’invito rimanessero sconcertate nell’apprendere che fossero inclusi anche i bambini avrebbe dovuto insospettirmi, ma se fra di voi c’è qualcuno che, come me, ha molto desiderato dei figli senza però riuscire ad averne, potrà capire quanto mi entusiasmasse l’idea di avere per una volta la casa piena di bambini, perciò sono andata dritta per la mia strada… verso l’abisso!

Alle 18.30 del ventidue dicembre fremevo in attesa dell’arrivo degli ospiti. Alle 19.30 mi compiacevo di quanto fossero belli i figli dei miei amici, di come fossimo belli tutti, grandi e piccoli, ancora insieme, ancora con lo stesso piacere, dai tempi del liceo. Alle 20.00 dalla stanza di cui si erano impossessati i bambini proveniva un frastuono terribile che impediva agli adulti di chiacchierare a un volume accettabile. Alle 20.30 l’occhio sinistro del consorte cominciava a chiudersi e aprirsi ritmicamente come quello dell’ispettore Dreyfus, mentre, restando sulla soglia della stanza invasa dai bambini, mi indicava una frugoletta con un maglioncino a righe, delle adorabili treccine bionde e grandi occhi azzurri.

– Quella, quella lì! Come si chiama?
– Emma…
– È una caporione! Li sta scatenando tutti!
– Amore, non esagerare…
– La guerra con i gusci delle noccioline americane l’ha fatta scoppiare lei!
– Ma…
– E anche l’aranciata sul divano l’ha rovesciata lei!
– Non l’ha mica fatto volutamente…
– Sì invece! E lo vedi quel solco nel muro, quella specie di voragine?
– Sì…
– L’hanno fatta lei e quelle altre due pesti (due bambine belle da togliere il fiato, ndr) sbattendo le poltroncine del cinema contro la parete!
– Su, abbi un po’ di pazienza…
– Ma che pazienza! Io voglio un Negroni e un tranquillante!

Così quando verso mezzanotte la casa si è svuotata e abbiamo cominciato a mettere in ordine, a raccogliere i cocci, a ripulire il sangue dei feriti (non è una metafora, i feriti ci sono stati davvero), a constatare che il piede del tavolino del soggiorno era irrimediabilmente rotto, che la copertura del divano andava mandata in lavanderia, la parete stuccata, il telecomando del televisore sostituito perché immerso in una caraffa di aranciata, ho ripensato a uno degli aneddoti cardine della mia infanzia che riguarda Di Grazia, un tappezziere molto celebre e bravo, i cui lavori, fra la fine degli anni ’60 e la fine degli anni ’70, sono stati collocati in quasi ogni casa della Napoli bene.

Era il dicembre del 1971 e finalmente ci eravamo trasferiti nella casa nuova, i cui lavori di ristrutturazione erano durati quasi due anni. La casa era ormai perfetta ed era perciò stato convocato Di Grazia per portare i mobili e montare tende e mantovane. Nella lunga giornata di lavoro, che il tappezziere, da uomo meticoloso qual era, trascorreva curando ogni minimo particolare fino a rendere tutto perfetto, ci furono una serie inenarrabile di incidenti di percorso, causati tutti da mio fratello, che all’epoca aveva sedici mesi ma si era già guadagnato il soprannome di Peste Bubbonica.

Prima s’incantò a guardare a bocca aperta il tappezziere all’opera, e sbavò sul bracciolo del divano rivestito di seta di San Leucio provocando al poveretto un attacco isterico e svariate ore di lavoro in più per rimediare al danno, poi lanciò giù dal balcone la radiolina a transistor che Di Grazia possedeva da più di vent’anni e teneva accesa per avere un po’ di compagnia durante il lavoro, quindi si appese a corpo morto a una tenda appena montata strappandone la parte superiore, e infine lanciò attraverso la stanza una tavoletta di compensato che il pover’uomo usava come supporto al ferro da stiro, colpendo il tappezziere giusto in fronte con conseguente taglio e bitorzolo.

Quando a fine giornata mia madre, mortificata, si scusò ripetutamente per tutto ciò che aveva fatto mio fratello, Di Grazia le disse di non preoccuparsi e le confessò invece di esserle grato.

– Vedete signora, io e mia moglie siamo sposati da dieci anni ma non abbiamo avuto figli. Io tutte le sere torno a casa e prego il Padreterno di farcene avere uno, invece stasera torno a casa e ringrazio il Padreterno per averci risparmiati!

Polpette di friarielli
(per un aperitivo rigorosamente SENZA bambini)

Friarielli
Pane raffermo
Parmigiano
Uova
Aglio
Peperoncino
Pangrattato
Sale
Olio EVO
Olio di arachidi

Signori miei, mi dispiace ma qui di dosi non ce ne sono e bisogna necessariamente andare a occhio come fate, credo e spero, ogni volta che preparate qualsiasi tipo di polpetta. In questo caso si comincia pulendo per bene i friarielli di modo che non sopravviva nessun gambo (ma potete usare anche i broccoli, va bene lo stesso), lavandoli e quindi mettendoli a soffriggere, ancora ben umidi d’acqua, in un tegame con l’olio, l’aglio e il peperoncino. Salate, coprite con un coperchio in modo che i friarielli tirino fuori l’acqua di vegetazione e continuate così per una decina di minuti, quindi scoprite, alzate la fiamma e portate a cottura rosolando la verdura.

Una volta freddi, tritate finemente i friarielli e miscelateli con il pane precedentemente messo in ammollo nell’acqua fredda e strizzato.

 Aggiungete l’uovo (o le uova), il parmigiano grattugiato, e lavorate con le mani fino a ottenere un composto omogeneo. Formate quindi delle polpettine regolari – io per porzionarle uso un dosatore da gelato – e passatele nel pangrattato.

A questo punto potete friggere le polpette in olio d’arachidi fin quando non saranno ben dorate, oppure disporle su una teglia, irrorarle con un filo d’olio, e cuocerle al forno preriscaldato a 180° per una mezz’oretta.

NOTE A MARGINE

Un po’ di tempo fa mi hanno chiesto di scrivere delle favole per un libro della collana Save The Parents, edita da Feltrinelli, che si chiama “100 storie per quando è veramente troppo tardi”. Mi sono divertita molto a farlo, anche se continuavo a chiedermi che senso avessero quei libri. Ho sempre pensato che a dover essere salvati fossero i bambini, non certo i genitori. Beh, dopo la festa del 22 dicembre ho cambiato idea, perciò oggi che è la Befana e sicuramente avrete inondato i vostri pargoli di doni, andate in libreria e il regalo fatelo a voi stessi comprando tutti i libri della collana. Sono sicura che saranno un bel salvavita!

Il vangelo secondo la Titta

La storia familiare narra che una delle grandi tragedie della vita della Titta avvenne una domenica mattina del 1934, quando Clara – la cuoca – si tolse il grembiule, lo piazzò fra le mani riluttanti della mia bisnonna, e si licenziò, abbandonando sul fornello il ragù ancora in cottura.
Sempre secondo i racconti, la Titta si prese la testa fra le mani con un gesto che anch’io le ho visto fare tante volte, e cominciò a disperarsi ripetendo affranta “E adesso come si fa? E adesso chi lo capisce quand’è che il ragù è cotto? E adesso chi lo sa quanta pasta si deve menare?”.
Bisogna capirla, povera donna. La mamma della Titta, la nonna Elena, si era appassionata alla gastronomia in un’epoca in cui per una signorina bene entrare in cucina era considerato un sacrilegio e, vincendo le resistenze paterne, era diventata una cuoca eccezionale e intransigente. Competere con un tale modello di perfezione era impossibile per la Titta, che perciò aveva preferito disinteressarsi alla cucina e trincerarsi dietro un serafico “io per i fornelli non sono portata”.
Quella domenica mattina però, fra lacrime e momenti di angoscia, con il ragù che borbottava ostile nella pentola e sembrava pronto a emulare il Vesuvio – che all’epoca fumava ancora -, decise che era giunto il momento che le cose cambiassero. Così il giorno dopo si vestì e uscì di buonora per poi tornare a casa trionfante, con quella che considerava la soluzione definitiva a tutti i suoi problemi.
La Titta affrontò la lettura del Talismano con piglio caparbio, sembrava quasi che avesse finalmente lanciato il guanto di sfida a caccavelle, mestoli e tielle, e in pochi mesi Ada Boni divenne la sua migliore amica. All’inizio timidamente, poi con fare sempre più sicuro, la Titta cominciò a sperimentare le ricette del libro e in pochi anni divenne una cuoca forse meno creativa, ma sicuramente degna di competere con la madre.
Quando nacqui io, 35 anni dopo, l’epoca dei maldestri tentavi culinari della Titta era ormai morta e sepolta. A differenza di sua madre – che era stata gelosa delle proprie ricette e parca di consigli – la Titta aveva spalancato le porte della sua cucina a figlia, nuora e nipoti, inaugurando la tradizione delle grandi corvée familiari fra i fornelli, che si ripetevano in modo puntuale in occasione di ogni festività.
Anche dopo decenni però, se aveva un dubbio, se non ricordava bene un tempo di cottura o quanto burro ci volesse in una ricetta, filava dritta alla libreria per consultare “i sacri testi” perché, com’era solita ripetere, “quello che dice Ada Boni è vangelo!”. 
Nei 79 anni che sono trascorsi da quel remoto 1934, il Vangelo della Titta è passato di mano in mano, tramandato di generazione in generazione. Ha abitato la cucina di mia nonna, quella di mia madre, e alla fine è approdato alla mia, alla quale è giunto, meschinello, in queste condizioni.
Fortunatamente non sono una donna che si perde d’animo e, convinta da sempre che con un po’ di buonsenso e un po’ di buonavolontà si possa fare qualsiasi cosa, ho studiato in rete come fare a rilegarlo. 
Complici un ferro da stiro (le pagine rattrappite in qualche modo devono pur essere spianate, no?), le morse da falegname del consorte, un pezzo di tela da scenografia con la quale avevo fatto delle vecchie tende, una stoffa deliziosa comprata a Singapore e tanta tanta colla vinilica, il Talismano è diventato prima così…

poi così…

così…
e infine così.
Credo che la Titta sarebbe fiera di me.
Non appena il Talismano è stato nuovamente sfogliabile, mi sono messa alla ricerca di una ricetta da preparare. Doveva essere una ricetta della memoria, una di quelle che preparava la Titta. Pensando alle cose che non mangiavo ormai da anni, mi è venuta così in mente la pizza rustica, che la Titta chiamava “la pizza della spiaggia”.
Ho cercato, consultato indice generale e indice tematico, sfogliato gran parte delle quasi ottocento pagine del libro, ma non c’è stato nulla da fare, la pizza rustica non c’è. Ce ne sono altre, è naturale, ma non c’è quella tipicamente napoletana che preparava la Titta.
Così, un po’ delusa e ormai in preda alla smania, ho chiamato mia nonna al telefono e le ho chiesto la ragione di quell’anomalia. Com’è che la Titta conosceva una ricetta che non era inclusa nel Talismano? “Perché una grande cuoca non si accontenta di un libro solo” – mi ha risposto la nonna, prima di darmi la ricetta, deliziosa, che la Titta le ha tramandato e che ancora, alla bell’età di 97 anni, conosce a memoria.
PIZZA DELLA SPIAGGIA
dosi per uno stampo da pastiera di 26 cm di diametro
per la frolla:
500 g di farina
250 g di burro
200 g di zucchero
5 tuorli d’uovo
1 bel pizzico di sale
per il ripieno:
350 g di ricotta
300 g di fiordilatte
100 g di prosciutto cotto in un’unica fetta
100 g di parmigiano grattugiato
3 uova
1 pizzico di sale
Preparate la frolla mescolando la farina con lo zucchero e il sale, disponendo il tutto a fontana, mettendo al centro i tuorli e il burro a pezzetti, e lavorando gli ingredienti velocemente, con la punta delle dita, fin quando non si amalgameranno bene e non formeranno una massa compatta. Oppure, dato che sono passati 79 anni dai tempi in cui la Titta imparò a cucinare, schiaffate tutto nel mixer e lavorate a bassa velocità gli ingredienti fin quando non formeranno una bella palla.
Avvolgete l’impasto nella pellicola e mettetelo in frigo per mezz’ora. Nel frattempo tagliate a dadini il prosciutto e il fiordilatte (meglio se comprato il giorno prima e tenuto in frigo), quindi mettete la ricotta in una terrina, lavoratela con una spatola per renderla setosa e aggiungete le uova una alla volta, unendo la successiva quando la precedente sarà ben amalgamata. Aggiungete il sale, il parmigiano, i dadini di prosciutto e quelli di fiordilatte, e mescolate il tutto fin quando non avrete ottenuto una miscela omogenea.
Prendeta la frolla dal frigo, tagliatela in due pezzi in modo da ottenerne uno un po’ più grande dell’altro, e stendete la quantita maggiore, con la quale rivestirete il fondo della teglia (non c’è bisogno di imburrarla). Disponete all’interno il ripieno, livellatelo bene, stendete il resto della frolla e quindi ricoprite la pizza sigillando bene i bordi.
Cuocete per un’ora in forno già riscaldato a 180°, lasciate intiepidire, sformate la pizza, fatela raffreddare bene, una volta fredda, sistematela in frigorifero per almeno un paio d’ore. È questo il vero segreto.
Oggi c’è un gran bel sole.
Io quasi quasi vado a mare a farmi un ultimo bagno.
In fondo questa è o non è la pizza della spiaggia?

Un uomo per tutti gli sport

Mio padre da giovane è stato un atleta.

Lo so, detta così non sembra una rivelazione fondamentale, di quelle che ti cambiano la vita. Eppure a me la vita l’ha cambiata, perché mio padre ha praticato un numero incredibile di sport, ha eccelso quasi in tutti, e ha desiderato più di ogni altra cosa che noi figli seguissimo il suo esempio.

Papà è stato nuotatore, pallanuotista, canottiere, velista, ciclista, sciatore. Ha giocato a calcio, a tennis, a pallavolo, a golf. E sono sicura che, nonostante il lungo elenco, sto dimenticando qualcosa.
Mio padre ha passato la vita ad allenarsi. Ogni luogo e ogni momento erano buoni per fare un po’ di preparazione atletica in vista di una gara. Nella primavera del 1971, dopo poco più di tre anni di matrimonio e con due figli piccoli, di cui uno praticamente in fasce, i miei andarono vicinissimi al divorzio perché mio padre aveva preso l’abitudine di allenarsi per gli europei di vela tenendo in braccio mio fratello, e usandolo come zavorra mentre faceva i piegamenti sulle gambe.

Quando papà partì, mamma scoprì che non c’era verso di far addormentare il pargolo cullandolo amorevolmente fra le braccia, e dovette affrontare quindici giorni di pianti disperati del suddetto, nonché tremendi dolori muscolari dovuti all’improvvisa ginnastica a cui suo malgrado era stata costretta pur di placarlo (conditi da solenni improperi rivolti a mio padre).

Per papà l’importante non è mai stato partecipare. L’unica cosa che davvero conta per lui è vincere, e avrebbe voluto che per noi fosse altrettanto. Volete sapere qual è uno dei ricordi più traumatici della mia infanzia? La gara che concludeva il corso di sci con il quale – credo a sette anni – avevo conseguito la seconda stellina d’argento.

Al cancelletto di partenza improvvisato, mentre aspettavamo che il bambino precedente finisse la discesa, papà mi fece un discorso motivazionale al cui confronto quello di un allenatore della Germania Est sarebbe sembrato incredibilmente sdolcinato. Dopodiché pretese che mi levassi il piumino, che a suo dire mi avrebbe rallentata perché troppo poco aerodinamico, e al suono del fischietto mi incitò con un rabbioso “Spacca tuttoooo!”.

Inutile dire che ero talmente terrorizzata che l’unica cosa che riuscii a spaccare fu la mia fronte. A metà gara infatti infilai con lo sci uno dei paletti dello slalom, che mi andò a sbattere in faccia procurandomi un bel taglio, caddi, e siccome ero senza giacca a vento (non vi dico che beneficio ne aveva tratto l’aerodinamica!) m’inzuppai completamente il maglione e mi beccai una bella febbre.

Sempre costretta da mio padre, nel mio piccolo anch’io ho nuotato, sciato, giocato a tennis e a pallavolo. Ma l’ho fatto con un’ansia da prestazione così smisurata che, nonostante i miei sforzi, non sono riuscita a portare a casa neanche un premio di consolazione.

Insomma, grazie alle smanie agonistiche di mio padre, ancora oggi, a quarantaquattro anni suonati, mi ritrovo ad avere una tale paura di vincere e una tale convinzione che per quanti sforzi io faccia finirò col perdere proprio allo scadere della gara, da essere arrivata a pensare che la cosa migliore sia sottrarsi alla competizione, e risparmiare la fatica.

Rimango una donna competitiva, quello sì, ma sono competitiva sulle cose stupide, quelle di cui non m’importa veramente, che so, le partire a Ruzzle, le sfide a Trivial femmine contro maschi, o il burraco.

Per il resto passo la mano, dopotutto mio padre ha vinto così tanto che di trofei in casa bastano i suoi.

VELLUTATA DI PANE DI MATERA CON POLIPO ARROSTO, POMODORI CARAMELLATI E CECI NERI DI POMARICO FRITTI
Per 4 persone
200 g di pane di Matera
Un polipo da 1 kg
Un pugnetto di ceci neri di Pomarico
12 pomodori datterino
Una costa di sedano
Una carota
Una cipolla
2 spicchi d’aglio
Un peperoncino
Un pizzico di peperoncino in polvere
La scorza si 1 limone
Qualche rametto di timo limone
Sale
Zucchero
Olio di arachidi
Olio EVO bio Tenute Zagarella

Questa lunga premessa sui miei traumi infantili, serviva solo a spiegare per quale motivo io non abbia mai partecipato ad alcuno dei tanti contest di cui pure pullula la blogosfera. Ma siccome ogni regola ha un’eccezione, il mio fermo proposito è andato a farsi benedire davanti a IoChef, concorso sulla cucina lucana organizzato nell’ambito del XVII Congresso Nazionale della Federazione Italiana Cuochi in collaborazione con Teresa De Masi, che con il suo blog Scatti Golosi è partner dell’evento, e di cui potete leggere tutti i particolari cliccando sul banner qui di seguito.

E ora veniamo alla ricetta.

Si parte dal giorno prima mettendo a bagno per 24 ore i ceci neri di Pomarico in una ciotola con abbondante acqua tiepida che cambierete almeno quattro volte. Dopo aver compiuto questa operazione, scolate i ceci e metteteli ad asciugare su un canovaccio pulito, meglio se al sole.

A questo punto riempite d’acqua una pentola abbastanza grande da contenere agevolemente il polipo (che avrete sfibrato a dovere percuotendolo ripetutamente), aggiungeteci la costa di sedano, la carota e la cipolla, e portate a bollore.

Quando il brodo avrà bollito per qualche minuto, immergetevi il polipo tenendolo per la testa e tuffandolo cinque o sei volte nell’acqua in modo da far arricciare bene i tentacoli, quindi mettetelo definitivamente nella pentola e lasciatelo cuocere fin quando non sarà della consistenza giusta – né troppo morbido, né troppo calloso – quindi lasciatelo raffreddare nel suo stesso brodo, che poi terrete da parte.

Quando il polipo si sarà intiepidito, tagliate i tentacoli (usate il resto per preparare un’insalata), metteli in una ciotola, regolateli di sale e conditeli con olio evo, peperoncino, la scorza del limone tagliata a julienne, e lasciate riposare.

Nel frattempo tagliate in due i pomodori datterino, salatene la parte interna e metteteli in uno scolapasta in modo che perdano parte dell’acqua di vegetazione.

Passiamo ai ceci la cui cottura, vi avviso, richiede ESTREMA CAUTELA! I ceci vanno infatti fritti in olio di arachidi profondo, meglio se in un pentolino dai bordi alti. Nonostante questo, quando i miei erano in cottura da poco meno di un minuto, hanno cominciato a schizzare via dalla pentola neanche fossero popcorn. Vi consiglio perciò vivamente di usare un coperchio, o un paraschizzi, e di tenere a portata di mano un rimedio per le ustioni (io alla fine ero ricoperta di chiazze di dentifricio a tal punto da sembrare un quadro di Jackson Pollock). Dopo circa cinque minuti di cottura, scolate i ceci, lasciateli asciugare su un foglio di carta paglia e conditeli con sale e un pizzico di peperoncino in polvere.

Per la vellutata di pane, tagliate il pane a cubetti e fatelo rosolare in 3 cucchiai d’olio insieme agli spicchi d’aglio. Quando il tutto sarà ben dorato, aggiungete un litro di brodo di polipo, portate a piccolo bollore, fate cuocere per 20 minuti, quindi omogeneizzate con un frullatore a immersione e regolate di sale.

Condite i pomodori con un filo d’olio, spolverizzatene la parte del taglio con dello zucchero, grigliateli velocemente su una piastra e teneteli da parte.

Su un’altra piastra, rovente, grigliate i tentacoli del polipo bagnandoli spesso con l’olio contenuto nella ciotola in cui li avete conditi.

Servite la vellutata impiattandola come nella foto, usando qualche fogliolina di timo limone e le zeste del limone come piccola guarnizione e aggiungendo un filo d’olio a crudo.

Per chi si fosse impietosito a causa delle angherie (esagero) a cui mi sottoponeva mio padre, sappiate che qualche anno dopo ebbi la mia vendetta.

Pur di non ricevere da lui alcun suggerimento in materia, m’iscrissi a un corso di pattinaggio artistico, sport che non aveva mai praticato. La cosa fece nascere in papà un tale desiderio di emulazione, pur di primeggiare anche in quella disciplina, che mi chiese di dargli qualche lezione privata di modo da mettersi alla prova – tanto era talmente versato per lo sport che avrebbe padroneggiato i pattini a rotelle in men che non si dica – prima di iscriversi a propria volta al corso.

Ovviamente voleva che il tutto accadesse lontano da occhi indiscreti per cui la prima lezione avvenne nell’enorme garage della casa di Roccaraso.

Ebbene, con mia somma soddisfazione, mentre io volteggiavo disinvolta, papà passò più tempo a cadere e a rialzarsi, che a pattinare, e alla fine dovette arrendersi anche se, ancora oggi, attribuisce quella clamorosa débâcle a un difetto dei pattini, non certo a se stesso. 

Perché lui – lo sanno tutti – è un uomo che eccelle in tutti gli sport!

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