Sado-Master(Chef)

Ultimamente ho scoperto di godere di un certo seguito tra i figli dei miei amici. Fra quelli che leggono il blog (Daria, lo so che ci sei anche tu), quelli con cui discuto di un mio improbabile futuro di pianista, gioco a ruzzle e, se solo avessi trent’anni di meno, mi vorrei fidanzare, quelli abilissimi nel farmi da personal shopper (e sto parlando di un bambino di sette anni che ha, in fatto di borse e scarpe, più competenza e buongusto di uno stylist navigato), quelli soap opera addicted che sono in grado di elaborare le strategie più impensate per carpirmi qualche segreto sui futuri sviluppi delle storie, e quelli con cui – semplicemente – si fa a gara a scambiarsi insulti inverosimili nell’intento di stupire l’altro, mi sorprende di avere ancora il tempo di condurre una vita ordinata e produttiva.
Sebbene questi ragazzetti abbiano delle peculiarità ben precise che li rendono molto diversi l’uno dall’altro, c’è una cosa che li accomuna tutti: vorrebbero mandarmi in pompa magna a concorrere per il titolo di MasterChef.
La guardano la trasmissione, i ragazzetti, e confesso che la guardo anch’io, e confesso anche che il venerdì pomeriggio qualche telefonata di commento sugli episodi salienti e sugli eliminati delle puntate mandate in onda la sera prima, ci scappa sempre. Ma sul partecipare… no, cari miei, proprio non se ne parla.
In genere la mia fermezza li indispettisce. Vorrebbero capire, vorrebbero sapere. Secondo loro per una che cucina con il mio entusiasmo e con la mia regolarità, MasterChef è un approdo naturale. Dopotutto è o non è il più grande cooking show prodotto in Italia?
Vai a spiegare ai suddetti ragazzetti che invece è proprio il contrario, che la cucina, il saper cucinare, il voler cucinare, non c’entrano niente con MasterChef. Vai a far loro capire, o semplicemente vai a far sì che si rendano conto che mai, neanche una volta, a far viaggiare la loro fantasia è stata una ricetta, la composizione di un piatto o anche un semplice ingrediente. Quello che davvero li colpisce – ahimé – è il modo in cui vengono trattati i concorrenti.

Non si punta mai sulla loro bravura, in quel di MasterChef, quelli bravi vengono liquidati in fretta. Sono quelli che non brillano, un po’ fragili sia tecnicamente che emotivamente, a essere presi di mira. Con loro si può applicare alla letterea il teorema sul quale si basa l’intero programma, la competizione malata, l’essere disposti a tutto – tranne che al necessario – pur di riuscire.

Così intenerisce Daiana, con i suoi cinquanta e passa anni, con la sua vita piena d’amore (una che riesce a gestire, felicemente, ex marito e nuovo compagno ha tutta la mia ammirazione), con la sua nostalgia per la figlia. Intenerisce il fatto che nel corso delle puntate diventi un po’ la chioccia di Suien, mamma di un nugolo di bambini, disoccupata, con un passato e un presente difficili.

E gli autori ci sguazzano esercitando la crudeltà con grande sapienza, enfatizzando per puntate e puntate l’amicizia fra le due, salvo poi metterle l’una contro l’altra, rivali in uno scontro all’ultimo sangue. Le due si disperano, Daiana vorrebbe quasi sacrificarsi, sottrarsi alla lotta. Ma poi, con un clamoroso gesto di magnanimità scritto in copione, le due vengono risparmiate. Per quella puntata non ci saranno eliminati.

Viene fatto fuori subito Federico, un po’ perché i suoi piatti vengono ritenuti immangiabili – cosa della quale io rimango scettica – molto perché non si lascia umiliare, ironizza. Se anche Bastianich lancia i piatti all’interno dello studio come si farebbe con un frisbee sulla spiaggia, Federico non si scompone e dai suoi occhi, ben lungi dalla contrizione, traspare una scintilla di compassione per ciò che quel povero cristo di Joe si abbassa a fare, pur di restare nel personaggio.

Ogni gruppo ha poi un capro espiatorio, un elemento contro cui coalizzarsi per sentirsi più forti, complici e sodali. Quest’anno al casting si sono trovati in grande difficoltà perché c’erano ben due concorrenti che potevano ricoprire quel ruolo: Letizia e Tiziana, affini addirittura nel nome. Nell’imbarazzo della scelta le hanno scelte entrambe, lasciando che fossero i concorrenti stessi, in modo naturale e spontaneo, a trovare quella da odiare.

A trionfare è stata Tiziana, quarantunenne avvocato in carriera, in apparenza coriacea ma in fondo poco avvezza a sporcarsi le mani. Tiziana che, lo si capisce chiaramente, è forte di un’ottima estrazione sociale e di una solida posizione economica, è naturalmente superba.

Dittatoriale ma non carismatica, poco attraente fisicamente e caratterialmente, con una voce che sortisce lo stesso effetto fastidioso di quando la parte meno friabile del gesso viene passata sulla lavagna, non particolarmente creativa, è geneticamente destinata all’emarginazione all’interno del gruppo ma – e qui mi sbilancio – è anche la candidata ideale alla vittoria, se gli autori vogliono far bene il loro compitino.

Sta di fatto, e qui si torna a bomba, che i ragazzetti figli dei miei amici, ma in definitiva la gran parte degli spettatori, non sanno o fingono di non sapere che i reality e i talent altro non sono che fiction. Sono pensati a tavolino, scritti con cura, girati e montati ad arte proprio al servizio di quella scrittura. Bastianich è un attore, lo sono Cracco e Barbieri, lo sono i concorrenti.

A tavolino sono pensate le umiliazioni inflitte ai concorrenti, le denigrazioni, le tensioni esplicite o serpeggianti, il build up to cut down. Tutto il resto si perde, o comunque non conta.

Non conta avere rispetto per le persone, non conta avere rispetto per il cibo – che viene bistrattato, offeso, sprecato -, non conta avere rispetto per una professione – quella dello chef – che non si improvvisa, che non prevede che si brucino le tappe arrivando a esercitarla senza avere le conoscenze e le competenze necessarie.

Perciò, ragazzetti miei, io me ne resto a casa mia, a cucinare per gli amici, a fare marmellate e biscotti per voi, a preparare i piatti che mi piacciono davvero.

Questi giochetti, se permettete, li lascio ad altri.

BISCOTTI AI DATTERI E SESAMO
per circa 75 biscotti

250 g di farina 0
160 g di burro
100 g di zucchero demerara
1 uovo categoria A
160 g di datteri freschi pesati senza nòcciolo
50 g di semi di sesamo
i semini di mezzo baccello di vaniglia
1 pizzico di sale

Nonostante quanto scritto fino ad ora, l’interesse  per la cucina dei miei amati ragazzetti va in qualche modo premiato. Perciò oggi si preparano i biscotti, e non i soliti chocolate chips cookie la cui preparazione è ormai familiare a molti di loro, ma qualcosa dal sapore un po’ più particolare e con quel tocco di esotismo che sicuramente li affascinerà.

Come sempre, si tratta di una ricetta facile, trovata qualche anno fa su La cucina italiana e poi un po’ modificata, almeno per quanto riguarda la preparazione.

Si comincia montando il burro morbido con lo zucchero, il sale e i semini della vaniglia. Quando questo miscuglio risulterà omogeneo e avrà cambiato colore diventando più chiaro, si aggiungono l’uovo, la farina, e quindi i datteri a pezzetti.

Ne verrà fuori un impasto quasi immaneggiabile tanto che è appiccicoso. Armati di buona volontà, si dovrà quindi farne una palla che poi, avvolta nel cellophane, bisognerà scordare in frigo per una mezza giornata.

Trascorso questo tempo, bisognerà dividere l’impasto in due parti e, rotolandone una alla volta su un foglio di carta forno, formare due cilindri di circa 3 cm di diametro.

Dovrete allora sistemare i semi di sesamo in un vassoio che contenga in lunghezza i cilindretti, passarveli dentro avendo cura che il sesamo si appiccichi all’impasto in modo omogeneo e mettere il tutto nuovamente al freddo, questa volta in freezer per almeno un’ora.

L’ultimo passaggio è quello che dà maggiore soddisfazione. Estratti i cilindretti dal freezer, basta tagliarli in fette da un centimetro che poi andranno disposte, a un paio di centimetri di distanza le une dalle altre, su una placchetta rivestita di carta forno.

Cuocere per 25 minuti in forno preriscaldato a 170°, farli raffreddare su una gratella e mangiarli a sazietà (ma solo se siete bambini, avete un metabolismo da veri sportivi o avete un tremendo bisogno di consolazione).

La ragazza del millennio

Incurante di alzare o abbassare il livello dei miei post, dedico questo alla Signorina Bobobò, la mia più giovane lettrice.
Non credo che lei lo sappia, ma io e la Signorina Bobobò ci siamo conosciute all’inizio del 2000 quando i suoi genitori, superato il primo trimestre, ruppero il silenzio stampa di prammatica e mi annunciarono di aspettare un bambino. La nostra frequentazione all’epoca fu molto intensa perché io, la sua mamma e una nostra amica – anche lei in dolce attesa – decidemmo di iscriverci tutte insieme a un corso di critica cinematografica con frequenza settimanale. Andavamo al corso (su cui molto ci sarebbe da raccontare, ma lo farò in altra sede) con la mia 500 in cui all’inizio stavo stretta solo io ma poi, man mano che col passare dei mesi i pancioni crescevano, finimmo con lo stare strette tutte e tre.
Le due bambine ebbero il buon gusto di non fare scherzi e nacquero a giugno, quando il corso era appena finito. La Signorina Bobobò però si distinse immediatamente perché fu così abile da nascere il giorno del compleanno della mamma e della zia (che non sono cognate ma gemelle). Io andai a  vedere che faccia avesse il giorno stesso in cui venne al mondo, e me la ricordo ancora con i capelluzzi neri neri, il ritratto in miniatura del suo papà. 
L’estate del 2000, i miei amici si convertirono tutti alla montagna (salvo ravvedersi l’anno dopo) e trascorremmo un agosto divertentissimo. Un enorme gruppazzo sgangherato fatto di single rassegnate alla singletudine (io),  genitori alle seconde armi, genitori alle prime armi e accoliti vari, ma a dispetto dell’ovvio e del corteo di carrozzine fra cui incedevamo, con lo stesso spirito di un gruppo di sedicenni alla prima vacanza parents-free in Grecia. In quell’estate, la frequentazione con la Signorina Bobobò, che già due mesi dopo la nascita aveva cominciato a mostrare la propria natura di Signorina Bobobò, divenne quotidiana e raggiungemmo una certa intimità. Io la portavo in giro spingendo la sua carrozzina sulla pavimentazione sconnessa del Pratone per cercare di farla addormentare e lei mi ripagava con urla disumane che facevano pensare la stessi torturando, me la davano in braccio che era quieta e sorridente e lei immediatamente scoppiava a piangere.
Tornammo a Napoli e per un po’ smettemmo di vederci perché io, contro ogni aspettativa, conobbi il consorte e per un po’ frequentai assiduamente solo lui. Ci rincontrammo per strada che lei aveva un anno e mezzo. Io le feci grandi feste ma lei mi disse che ero brutta (come darle torto…) e si rifugiò fra le braccia del padre. Fine della storia, fine dell’idillio, fine di tutto.
La svolta avvenne durante il ponte dell’Immacolata del 2005 quando io e il consorte eravamo ormai sposati e invitammo i genitori della Signorina Bobobò a trascorrere qualche giorno sulla neve con noi. Il papà della Signorina è medico e doveva lavorare, perciò lei e la mamma partirono un giorno prima con me e il consorte. Arrivammo in montagna con un tempo splendido ma la Signorina Bobobò, povera creatura, era stranita da tante novità e non faceva altro che piagnucolare, lamentarsi, borbottare (è per questo che la soprannominai Signorina Bobobò). Sua madre invece non faceva altro che scusarsi con noi e, per cercare di rimediare, portare continuamente la figlia a vedere il beccaccino. Nonostante gli interventi materni, le cose non migliorarono granché e nel pomeriggio la Signorina Bobobò se ne stava in divano, con l’aria afflitta e la sua bambola stretta fra le braccia. Era così chiaro che avrebbe desiderato trovarsi in qualunque posto meno che lì, che mi fece una tenerezza tale da stracciarmi il cuore e decisi di passare alla controffensiva. In una casa dove bambini non ce n’erano mai stati e quindi non c’erano neanche giocattoli, mi inventai un lettino per la bambola fatto con il cassetto del comodino, lenzuola fatte di asciugamani e plaid fatti di sciarpe, rivestii il tavolino da fumo con della carta e ci disegnai sopra un fornello, cercai le pentole più piccole in cucina e feci sacchettini con lenticchie, polenta, cous cous, pastina, perché la Signorina Bobobò potesse cucinare per la sua piccola. In breve la Signorina Bobobò cominciò a non trovarmi poi così brutta e, anziché continuare ad andare a vedere il beccaccino, preferì passare il resto della vacanza con me, giocando all’angelo della neve o facendo pupazzi in giardino (peccato che intanto il tempo si fosse guastato e che quindi queste simpatiche attività si svolsero sotto una nevicata epocale).
Da allora io e la Signorina Bobobò ci adoriamo. Lei è cresciuta e quest’anno va in prima media. È una ragazzina bella e intelligente che si affaccia al mondo guardandolo da un punto di vista insolito e personale. Le piacciono i film in bianco e nero, impazzisce per Susanna e A qualcuno piace caldo, è innamorata di Cary Grant e si stupisce quando scopre che le sue amiche non hanno idea di chi sia. La Signorina Bobobò detesta Hello Kitty e adora i Peanuts, che conosce da molto prima che cominciassero a tornare di moda, le piacciono i musei, le piace viaggiare, ama leggere e cucinare. Essendo figlia di un vero gourmet, è a propria volta una buongustaia e, sebbene sia ancora quasi in fasce, si è seduta alla tavola dei migliori chef d’Italia e d’Europa, apprezzandone la cucina. Insomma, la Signorina Bobobò potrebbe essere un mostro ma invece è così simpatica e dolce che non si può non impazzire per lei e se mai dovessi avere una figlia, vorrei che fosse proprio così.
A lei che sa che, se Linus più di ogni altra cosa desidera vedere il grande cocomero, e Charlie Brown calciare il pallone senza che Lucy lo tiri via all’ultimo secondo, Snoopy brama invece un biscotto al cioccolato, dedico questa ricetta, certa che la replicherà al più presto con risultati eccelsi.
  
 

CHOCOLATE CHIP COOKIES
per 12 bei biscottoni che ne mangi uno e la colazione è fatta.

250 g di farina 00
1 cucchiaino scarso di lievito vanigliato per dolci
1/2 cucchiaino di sale
125 g di burro
125 g di zucchero
90 g di zucchero di canna
1 uovo grande
1 cucchiaino di estratto di vaniglia
140 g di gocce di cioccolato fondente

Per prima cosa accendere il forno a 190°, poi setacciare insieme la farina, il lievito e il sale, quindi armarsi di frusta elettrica e, in una ciotola ben capiente, montare il burro ammorbidito con i due diversi tipi di zucchero. Lavorare qualche minuto quindi incorporarvi l’uovo e, quando sarà ben amalgamato, l’estratto di vaniglia. Aggiungere la farina miscelata e lavorare il tanto che basta a ottenere un bel conglomerato. A questo punto unire al tutto le gocce di cioccolato e mescolare bene per l’ultima volta. Dividere l’impasto in 12 parti uguali e formare delle palline da disporre, ben distanziate, su due placche rivestite di carta da forno. Schiacciarle con il palmo della mano in modo da formare dei dischi alti 6 o 7 millimetri e infornare per un tempo che va dai 15 ai 18 minuti, o comunque fin quando i biscotti saranno diventati marroncini. Sfornare, lasciar raffreddare 2 minuti sulle placche e spostarli su una gratella, dove dovranno rimanere fino a che non saranno completamente freddi. Conservare in una scatola di latta da tener ben lontana da ladruncoli occasionali.

E adesso scusatemi, ma scappo. Fra poco la Signorina Bobobò esce da scuola e vorrei essere lì in tempo per darle un bacio e due biscotti.
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