The long and winding road

L’altro giorno ho incontrato una persona che non vedevo da una quindicina di anni. È stata lei a notarmi e a venirmi incontro con un sorriso da rimpatriata. Mi ha salutata con affetto benché la nostra sia sempre stata poco più di una conoscenza estiva, ma subito l’occhio l’è corso alla mia mano sinistra per vedere se ci fosse ancora la fede.

Apparentemente rassicurata sulle sorti del mio matrimonio dalla presenza della suddetta, ha poi bypassato qualsiasi convenevole per sottopormi a una specie di interrogatorio. E figli ne hai? Vabbuo’, ma ci proverai ancora, no? Lo sai che io ho avuto un altro bambino cinque anni fa? E invece hai mai pensato di farti l’operazione per dimagrire? Fossi in te mi fionderei. 
Mi sembra superfluo sottolineare quanto questa donna sia sprovvista di tatto e quanta poca considerazione avrei dovuto riservarle, però mentre rispondevo alle sue domande con una sequela di no, sentivo crescere in me la rabbia impotente che mi accompagna da quando ero ragazzina. Perché posso essere brava nel mio lavoro, posso condurre con mani salde la mia vita, posso amare ed essere amata, ma i parametri secondo i quali verrò giudicata saranno sempre e comunque la mia capacità (o incapacità) di riprodurmi e il mio aspetto fisico. 
Questo dover giustificare il mio stare al mondo è stata una fatica in più. Ho dovuto esercitare con costanza l’auto ironia per depotenziare il sarcasmo degli altri, imparare a mettere le mani avanti con affermazioni apodittiche per arginare il bisogno impellente di dispensare consigli dal quale chiunque, perfino persone conosciute da cinque minuti, si sentiva travolto in mia presenza.

Mi si guarda con biasimo perché sono una grande obesa e se lo sono è perché evidentemente non ho voluto risolvere il problema.

Lo pensa perfino mio marito, duole ammetterlo, convinto inconsciamente che io non dimagrisca per fargli dispetto. Vive, esattamente come lo facevano i miei genitori, il mio essere grassa come una forma di disamore nei suoi confronti senza essere neanche sfiorato dal sospetto che l’unica forma di disamore sia verso me stessa.

D’altra parte è abbastanza tipico. Il fatto che io sia così grassa è una cosa che dovrebbe essere intima, un disagio personale; dopotutto sono io che mi confronto tutti i giorni con le articolazioni che scricchiolano, con l’affanno, con la difficoltà di vestirmi come mi piacerebbe, con i segni dei braccioli delle sedie impressi sulle cosce. Invece no. Invece lo spazio fisico che occupo nel mondo sembra essere un problema soprattutto per gli altri. Si sentono a disagio in mia presenza come lo sono davanti a una persona portatrice di handicap. Mi insultano se sono rozzi e ignoranti, mi guardano con disappunto se sono acculturati.

Molti vogliono salvarmi senza accorgersi della loro miopia.
Tizio si è operato e adesso guarda come sta dimagrendo, perché non lo fai pure tu?

Certo, loro guardano tizio, vedono che sta perdendo peso e tanto basta. Ma lo guardano davvero? Si accorgono che la maggior parte delle calorie che introduce nel suo corpo sono quelle degli alcolici? Si accorgono che la compulsione è rimasta la stessa? Si accorgono che questa persona non sta facendo alcun passo avanti, anzi sta andando indietro?

Sono sicura di no. In fondo lo so per esperienza personale, è difficile comprendere gli obesi.

Allora oggi che sono arrabbiata lo spiego qui, sperando che sia una volta per tutte.

Io non sto cercando di capire come dimagrire, sto cercando di imparare a volermi bene, a prendermi cura di me.

È più difficile di qualsiasi cosa abbia fatto prima. Più difficile del chiudermi sei mesi in ospedale per dimagrire, più difficile dell’affermarmi professionalmente, più difficile del trovare l’amore, più difficile dell’accettare l’idea di non avere figli, più difficile del sopravvivere alla delusione e alla vergogna di aver perso tanti chili tante volte e poi essere tornata più grassa di prima.

Ma va bene così.

Porridge di crusca d’avena

crusca d’avena 50 g
latte 250 g
miele 1 ts
frutti di bosco 50 g
semi e frutta secca 30 g

Da un paio di anni questa è diventata la mia colazione. L’ho scelta perché avevo voglia di iniziare le mie giornate con qualcosa di più sano, ma al primo assaggio è stato amore. Non so se esista una memoria genetica del cibo, ma quando mangio il porridge ho l’impressione che il mio sangue danese scorra nelle vene con maggior vigore, e mi sento a casa.

Per prepararlo ci vogliono non più di cinque minuti, state tranquilli. Si tratta di mettere la crusca in un pentolino, aggiungere il latte – vale tutto: latte vaccino, d’avena, di riso… vale perfino l’acqua – e portare a bollore tenendo la fiamma bassa. Una volta che il composto comincia a borbottare, continuate la cottura per un paio di minuti quindi aggiungete il miele, mescolate bene e trasferite il tutto in una ciotola. Guarnite con i frutti di bosco, i semi e la frutta secca – anche in questo caso vale tutto, sbizzarritevi secondo il vostro gusto – e il gioco è fatto.

Come sempre, fatemi sapere. E sì, valgono anche gli insulti.

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