Il delitto è servito

Mostrando fin da bambina la mia natura a dir poco originale, a dieci anni inaugurai la stagione degli amori impossibili facendomi venire il batticuore per Jim Hutton. Per tutta la settimana aspettavo trepidante che arrivasse il mercoledì sera e allora non ce n’era per nessuno, il monopolio della tv era mio e l’unico programma che fosse consentito guardare (non che all’epoca ci fosse tutta questa scelta) era Ellery Queen
Adoravo quello scrittore di gialli deliziosamente distratto e trasandato, ma imbattibile quando c’era da risolvere un caso, che nonostante fosse già bello cresciutello viveva con suo padre, ispettore di polizia, nella New York degli anni ’40. Le donne impazzivano per quel suo sembrare sempre fra le nuvole, per le sue giacche di tweed sempre un po’ stazzonate, per il suo essere cronicamente disordinato, e io – bambina ingenua che ancora nulla sapeva di quali uomini sarebbe stato meglio evitare – mi struggevo dal desiderio di trovare, una volta diventata grande, un fidanzato che avesse lo stesso fascino un po’ délabré del mio amato Ellery.
Immagino sia stato a causa poi di una specie di imprinting distorto che, traumatizzata dalla notizia che proprio mentre io fantasticavo su di lui il povero Jim Hutton era bello che morto, trasferii l’amore che provavo per Ellery alla più generica categoria degli investigatori.
Passando dalla tv ai libri, trascorsi un’estate piovosa che annoiò a morte mio fratello e i miei cugini, divertendomi moltissimo a leggere tutti i romanzi di Agatha Christie che avevano come protagonista Hercule Poirot. Andavo in visibilio per i suoi baffetti, la sua testa a forma d’uovo, le sue tisane, le sue celluline grigie e soprattutto il suo fare snob di belga che odia essere scambiato per francese e guarda alla cucina inglese con sano scetticismo.
A questi due primi amori in seguito, nel tempo, se ne sono aggiunti tanti: Sherlock Holmes, Maigret, Nero Wolfe, Philip Marlowe, Pepe Carvalho, Grazia Negro, Kay Scarpetta, Jean-Baptiste Adamsberg, Precius Ramotswe, Kurt Wallander, Petra Delicado, Lincoln Rhyme, l’avvocato Guerrieri, solo per citarne alcuni.
L’ultimo arrivato – ma soltanto in ordine cronologico – è Yashim l’eunuco, nato dalla fantastica penna di Jason Goodwin, uno storico inglese che, prima di darsi ai gialli, ha scritto una storia del tè (c’è da adorarlo solo per questo), un resoconto del suo viaggio a piedi verso il Corno d’Oro, e una storia dell’impero bizantino.
I motivi per amare i romanzi di cui Yashim è protagonista sono molti, a partire dall’ambientazione. Yashim compie infatti le sue gesta nella Istanbul della prima metà dell’ottocento, metropoli cosmopolita per eccellenza ma capitale di un impero già inesorabilmente al tramonto.

Yashim ne è consapevole e si strugge in silenzio opponendo però una tenace resistenza ai cambiamenti che la modernità impone – è l’epoca in cui il turbante ha lasciato il posto al fez, la tunica alla marsina e le babucce a calze di lana e stivaletti allacciati – ben sapendo che nel mondo che si affaccia all’orizzonte non ci sarà più posto per lui, eunuco di corte a cui il Pascià ha consentito di vivere al di fuori delle mura dell’harem.

Yashim è talmente discreto da passare inosservato, è perspicace, agile, persuasivo, cauto. Ama la letteratura francese – nel primo libro che lo vede protagonista, L’albero dei giannizzeri, è introdotto al lettore mentre è immerso a tal punto nella lettura di Le relazioni pericolose da conversare idealmente con la marchesa di Merteuil -, conosce e parla correntemente un bel po’ di lingue straniere, adora cucinare (come del resto molti suoi colleghi detective).

Così come Poirot si accompagna ad Hastings, Sherlock Holmes a Watson, Nero Wolfe a Archie Goodwin (nomen omen!), Kay Scarpetta a Marino e via dicendo, anche Yashim ha un fedele compagno di avventure in Stanislaw Palewski, ambasciatore imperiale polacco presso la Sublime Porta. 

Se il mondo di Yashim volge al tramonto, quello di Palewski è bello che estinto e forse è proprio per questo che i due formano una coppia perfetta. La Polonia infatti non esiste più, cancellata dalla carta geografica per opera di Russi, Prussiani e Austriaci, e a Palewski gli ottomani concedono di mantenere il titolo di ambasciatore, la residenza e versano perfino un piccolo stipendio solo perché la magnanimità verso l’antico nemico è indice della grandezza di un impero.

Palewski, dignitosissimo nella sua redingote lisa il cui nero ha ormai da tempo smesso di splendere assumendo una sfumatura verdastra, passa le giornate traducendo opere letterarie che mai verranno pubblicate e dando fondo alla scorta di liquori dell’ambasciata, accampato nell’unica stanza della magione che sia ancora abitabile. Coltissimo, e per questo spesso consultato, è stralunato e languido per quanto Yashim è attento e pratico.

Ma entrambi, seppur così diversi, contemplando la riva di Pera, dove un tempo sorgeva un grande platano sdradicato per costruire il ponte che unirà la parte asiatica e antica della città a quella internazionale, moderna e commerciale, soffrono con la stessa intensità per l’inesorabile avanzare del brutto a spazzare via tanta bellezza dalle loro vite.

Jason Goodwin
L’albero dei giannizzeri
Il serpente di pietra
Il ritratto Bellini
L’occhio del diavolo
Einaudi

RISO ALLA GRECA
Per una quindicina di persone

3 zucchine
3 melanzane
3 peperoni
3 cipolle
3 pugnetti di uva passa
1 kg di riso
olio di semi di arachide
sale

Ora, direte voi, cosa c’entra il riso alla greca con una serie di romanzi ambientati a Istanbul? Niente. Forse sarebbe stato più semplice scopiazzare una delle tante ricette – peraltro dettagliatissime – cucinate da Yashim ma, se come spero leggerete i libri, a quello ci penserete voi.

Semplicemente il riso alla greca è quanto di più esotico si sia mai cucinato a casa di mia madre, e tanto basta. La sua origine poi, a volerla dire tutta, non è neanche veramente greca ma squisitamente napoletana dato che questa ricetta – come quella del polpettone svedese – è stata inventata da tale Mario, geniale cuoco del circolo del bridge di Napoli negli anni ’80, che per rendere i propri piatti intriganti, attribuiva loro natali stranieri.

Preparare questa ricetta incantevole che, garantisco, conquista il palato di chiunque l’assaggi, è semplice quanto noioso perfino per chi, come me, adora armeggiare con i coltelli. Gran parte del lavoro consiste infatti nel tagliare in cubetti piccolissimi (non dico a brunoise ma quasi, mi terrei sugli 8 mm di lato) le zucchine, le melenzane, i peperoni e le cipolle.

A questo punto si riempie d’olio di arachidi una padella bella capiente e si friggono prima le zucchine…
poi le melanzane seguite dai peperoni…
quindi le cipolle…
e infine l’uva passa che deve giusto gonfiarsi.
Man mano che le verdure si saranno dorate, dovrete scolarle per bene (ma non asciugarle sulla carta assorbente poiché parte dell’olio di cottura dovrà condire il riso), disporle in una grande ciotola, salarle e mescolarle con cura.
A questo punto la scelta sul riso sta a voi. La ricetta originale prevede un riso pilaf (unico richiamo alla cultura turca!) preparato facendo tostare il riso in un soffritto di cipolla, aggiungendo brodo vegetale già al punto di bollore per il doppo del peso del riso, e facendolo cuocere coperto in forno a 200° per una ventina di minuti. Io però confesso che da un po’ di anni accorcio i tempi e – orrore! – mi limito a lessare del banale riso da insalate, ottenendo comunque un risultato eccellente. 
Una volta preparato il riso, versatelo nella ciotola delle verdure e mescolate a lungo in modo che il riso risulti uniformemente condito. Si consuma a temperatura ambiente, preferibilmente il giorno dopo.
Cimentatevi magari con quantità più esigue, e vedrete che non ve ne pentirete.

Casalinghitudine

Probabilmente se non fossi stata ingannata da bambina, la mia propensione al femminismo non sarebbe così spiccata. Il fatto è che sono stata cresciuta da una mamma che, senza neanche accorgersene, metteva distanze siderali fra le parole e i fatti. A parole, mia madre sosteneva che le donne fossero uguali agli uomini – stessi diritti, stessi doveri – ma nei fatti poi, la mattina io mi facevo il letto mentre a mio fratello lo faceva lei. Con queste premesse non c’è da stupirsi che io sia cresciuta ribelle, polemica e battagliera, pronta a sfinirmi in discussioni all’ultimo sangue per difendere un principio o rivendicare un diritto.
Con queste premesse, non c’è neanche da stupirsi che la mia convivenza con il futuro consorte sia stata, almeno per i primi mesi, un braccio di ferro continuo che a volte è sfociato in una vera e propria guerra al massacro. Io però ero stata chiara e sincera. Quando lui mi chiese di andare a vivere insieme (dopo essere caduta dalle nuvole e avergli chiesto a mia volta: “ma perché, siamo fidanzati?”), gli dissi che se cercava una massaia io non ero la donna per lui. Lui mi assicurò che desiderava tutt’altro e io gli credetti. Ma mentiva. Ah, se mentiva!
Nei primi tempi la nostra casa – la scatola da scarpe arditamente organizzata su due livelli di cui ho già parlato – sembrò un covo di punkabbestia perché lui non muoveva dito pensando che di dita bastassero le mie, e io, per rabbia e per reazione, scioperavo a oltranza lasciando che tutto andasse in malora. Miravamo entrambi a vincere per sfinimento dell’avversario, lui mirava a convincermi che della casa si occupano le donne e io miravo a convincerlo che bisognava procedere a una democratica ed equa divisione dei compiti.
Tanto per cominciare, io provvedevo a fare la spesa e cucinare, quindi lui avrebbe potuto provvedere a passare l’aspirapolvere. Ma lui sosteneva che cucinare non contasse perché a me cucinare piace. Di contro lui stira benissimo e io – che con il ferro da stiro so solo scottarmi – sostenevo che stirare non contasse perché in fondo i vestiti basta stenderli e piegarli per bene per ottenere lo stesso risultato. Io sostenevo che i pavimenti dovesse lavarli lui perché a me passare il mocho fa venire il colpo della strega. Lui sosteneva che il letto dovessi farlo io perché era così e basta. Lui era disposto a lavare i piatti ma io sostenevo che non li lavasse bene. Io ero disposta a pulire l’argenteria ma lui sosteneva che non fosse una cosa di primaria importanza (e poi, con quelle quattro cose d’argento che abbiamo, mica ci vuole tanto). Io sostenevo che lui fosse troppo disordinato, lui sosteneva che quella troppo disordinata fossi io.
Quando fu evidente a entrambi che continuando di quel passo avremmo fatto la fine di D’Hubert e Feraud e trascorso tutta la vita a combattere, mettemmo in atto una simultanea quanto silenziosa resa, lasciando semplicemente che le cose andassero un po’ per conto loro e trovassero spontaneamente un equilibrio. Perché, in fondo, la tolleranza reciproca è l’ingrediente principale di un matrimonio che funzioni.
La mia bisnonna Titta invece non era dello stesso parere. Lei che – come ripeteva spesso con sincero stupore – era nata nell’800, aveva studiato a lume di candela ed era andata in giro in calesse per poi, nel corso della stessa vita, assistere allo sbarco sulla luna comodamente seduta in poltrona nel suo salotto, fu un capolavoro di proto-femminista inconsapevole.

Aveva sposato un uomo di cui era pazzamente innamorata, più giovane di lei e bello di una bellezza inconsueta per un napoletano, visto che, essendo di madre danese, era molto alto, biondo e con gli occhi verdi, ma con cui non era mai, neppure per un giorno, andata d’accordo. Il matrimonio su di lui non aveva avuto alcun effetto tangibile dato che aveva continuato impunemente a condurre la stessa vita di sempre: dilapidava il patrimonio comprando prototipi di automobili, corteggiava le donne, entrava e usciva di casa senza dare spiegazioni. Se, una volta rientrato, la Titta gli chiedeva da dove venisse, lui rispondeva serafico “dall’ascensore” e lei andava su tutte le furie.

La Titta andava a messa tutte le mattine e tutte le mattine sfiniva il parroco di domande. Non riusciva a capire per quale motivo il padreterno perdonasse gli assassini, ma non avesse pietà per coloro che avevano fatto un matrimonio sbagliato. Ma, d’altra parte, che Dio fosse fallibile lo aveva già intuito, visto che aveva dotato gli esseri umani dei denti, che secondo lei rappresentavano un tormento costante dalla nascita alla morte. Fosse stata ancora viva quando ci fu il referendum per il divorzio, avrebbe brindato a champagne, perché finalmente giustizia era stata fatta.

Impossibilitata a scindere il proprio cammino da quello del coniuge, aveva optato per una sarcastica rassegnazione, propinata ai familiari attraverso delle massime esplicative del Titta-pensiero: “A prima mattina, uomini e spazzatura fuori di casa” (a quei tempi lo spazzino passava a ritirare i rifiuti al sorgere del sole, di casa in casa), “Gli uomini sono come le donne di servizio: cambi e devi imparare i difetti di un altro”, “Caro m’è costato, ma qua seduta sono rimasta e in casa mia comando io”.

Mi chiedo, com’è possibile che si possa non amare una donna così?
Il mondo è pieno di misteri.

PICCHIPACCHIA
Per 4 persone

600 g di pettola di spalla con cui avrete fatto un buon brodo
8 cipolle bianche
capperi sotto sale
2 cucchiai di zucchero
aceto di vino bianco
olio EVO

La picchipacchia è, fin dal nome, un’invenzione della nonna Titta. Lei che, soprattutto in cucina, detestava gli sprechi così come detestava mettere in tavola qualcosa che fosse meno che saporito, era un’esperta di riciclo gastronomico e questo era uno dei suoi capolavori. Consapevole che se si fa un buon brodo, e quindi si mette a cuocere la carne nell’acqua fredda, alla fine la carne sa di molto poco, la Titta la aggrazziava nel modo che mi accingo a illustrarvi.

In un tegame, fate leggermente appassire le cipolle tagliate a spicchi in 4 o 5 cucchiai d’olio. Quando avranno cominciato ad ammorbidirsi pur rimanendo ancora consistenti, aggiungere lo zucchero e, quando questo sarà sciolto, l’aceto (direi un bicchiere da vino, ma poi regolatevi un po’ voi calibrando zucchero e aceto secondo i vostri gusti). Quando poi l’aceto si sarà ridotto a circa la metà, aggiungete i capperi e la carne tagliata a fette oppure semplicemente disfatta in sfilacci di media grandezza. Continuate la cottura fin quando l’olio, l’aceto e lo zucchero non avranno raggiunto la consistenza di uno sciroppo, quindi  spegnete il fuoco, assaggiate e decidete se volete mangiarla calda o preferite aspettare che si sia raffreddata.

Io ancora non l’ho capito.

Impara l’arte e mettila da parte

Le prime vacanze estive che io e il consorte abbiamo trascorso insieme sono state in montagna, a Roccaraso, dove io ho casa da sempre. Per convincerlo a partire ci volle il bello e il buono perché lui, che fino a quel momento aveva passato tutte le estati della sua vita tuffandosi ora nel mare di Ischia, ora in quello che lambisce le coste francesi, aveva un’avversione quasi genetica per qualsiasi località non fosse a quota zero. Io invece – che provo una voglia incredibile di correre (ma poi non lo faccio per paura che mi venga un infarto) e cantare a squarciagola “the hills are alive with the sound of music” ogni volta che vedo un montarozzo verde, tanto sono felice – ero sicura che avrebbe trovato la montagna rilassante ma al tempo stesso piena di stimoli e che la nostra sarebbe stata una vacanza indimenticabile. In effetti lo fu, ma per motivi completamente diversi da quelli che avevo immaginato.

Il consorte si rilassò talmente tanto, che trascorse i primi giorni in un stato letargico da cui riemergeva solo per nutrirsi, salvo poi annunciare, con tono disinvolto e l’ultimo boccone ancora da mandare giù, “Bene, io andrei a farmi un riposino”. Insomma, io facevo passeggiate lunghissime con i nostri cani, e lui dormiva; andavo a funghi, e lui dormiva; coglievo le amarene e facevo la marmellata, e lui dormiva. Dopo una settimana di questo avvilente tran tran, decisi di correre ai ripari e cominciai a somministrargli dosi massicce di caffè per tenerlo sveglio. Non fu un gran successo, ma ottenni che almeno si spostasse dal letto alla sdraio in giardino, con al seguito un libro preso a casaccio nella mini biblioteca di casa. Il libro in questione era I pilastri della Terra di Ken Follett, uno di quegli easy reading con poco stile e molto plot, che però quando prendi in mano non riesci più a mollare. E infatti il consorte non lo mollò e, scoprendosi avido lettore, cominciò a trascorrere più tempo in compagnia di Ken Follett che con me.

Immagino che molti di voi abbiano letto questo libro ma per coloro che invece ne ignorano il contenuto, riassumerò la trama riducendola all’essenziale (e qui ci vuole un triplo salto mortale, perché stiamo parlando di più di mille pagine di roba). Siamo in Inghilterra, agli inizi del XII secolo e tutto – amori, tradimenti, lotte per il potere, complotti, nascite, morti, rovesci finanziari, improvvise fortune… insomma, altro che soap opera! – ruota intorno alla costruzione di una cattedrale gotica per il priorato dell’immaginaria cittadina di Kingsbridge. Protagonista della prima parte del libro (la storia copre un arco temporale di 50 anni) è Tom il costruttore, colui che per primo cura il progetto della cattedrale e ne avvia il cantiere.

Avete presente quando da bambini andavate al cinema e, finito il film, eravate così esaltati che volevate fare le stesse cose del protagonista? A me succedeva con Calamity Jane, al consorte accadde con Tom il costruttore; solo che il consorte aveva già più di trent’anni. Sorto dalla sdraio, nei rari momenti in cui interrompeva la lettura, si guardava intorno con occhio clinico in cerca di qualcosa da riparare e progettando migliorie da fare in casa o in giardino. Il povero che, avendo studiato scienze politiche, era considerato un po’ l’intellettuale di famiglia, e di conseguenza tenuto alla larga da qualsiasi operazione di bricolage dal padre pittore e dal fratello scenografo, a Roccaraso, lontano dal loro giudizio, fu finalmente libero di esprimersi.

Dopo lunghe consultazioni con la signora Chiaverini, proprietaria dell’unico negozio di ferramenta e materiali edili del paese, cominciò con opere di falegnameria, smontando tutti gli scuri e restaurandoli con pazienza fino a farli diventare come nuovi, poi passò alle opere murarie, rifacendo il tetto in tegole della legnaia e infine si dette alla pittura, dipingendo di color lavanda la nostra camera da letto. Improvvisamente cominciò a vedere il mondo con occhi diversi, qualsiasi cosa poteva essere aggiustata, rimodernata, riutilizzata, trasformata. Proponeva passeggiate in montagna per raccogliere pietre con cui bordare le aiuole, incursioni nel bosco per raccogliere legna per la staccionata. A breve diventò estenuante e, chi l’avrebbe mai detto,  finii col rimpiangere i primi giorni di vacanza in cui il consorte dormiva e neanche in sogno immaginava di trasformare la casa in un cantiere. Quando mi annunciò che avrebbe messo mano alla canna fumaria del camino, capii che bisognava fermarlo ma ormai era troppo tardi. “Christian!” – lo chiamai con tono battagliero ma lui, voltandosi con le braccia conserte e il trapano accostato al torace e impugnato a mo’ di pistola, mi redarguì: “Da oggi chiamami il costruttore. Tom il costruttore”.

INVOLTINI DI PROSCIUTTO DI MAIALE ALL’ARANCIA CON RIPIENO RICICLATO
Per 4 persone

4 fette di prosciutto di maiale
1 cipolla bianca bella grande
il succo di 3 arance
le zeste di un’arancia
1 pugnetto di uva passa
olio EVO, sale, pepe

PER IL RIPIENO
Pangrattato
Parmigiano
scorza d’arancia grattugiata
succo d’arancia
pistacchi
uva passa
olio EVO

Visto che siamo in argomento, si sappia che io ho verso la cucina lo stesso atteggiamento che ha il consorte nei confronti delle opere di bricolage: non getto via niente ma trasformo e riciclo qualsiasi cosa (una volta ho perfino fatto una frittata con un residuo di minestrone, e ho detto tutto). Questi involtini sono stati infatti preparati, in un afflato creativo del sabato sera, con il ripieno avanzato delle alici cucinate per la cena dei 70 anni di mia madre, il mercoledì precedente. Nell’elenco degli ingredienti del ripieno non ci sono quindi  indicazioni per le quantità, ma non dovrebbe essere difficile mescolarli secondo il vostro gusto, avendo cura che il pangrattato prevalga comunque su tutti gli altri e che i pistacchi diano la giusta nota croccante. 

Battete un po’ le fettine di maiale in modo da assottigliarle e allargarle per bene. Spargete uniformemente su ogni fettina tanto ripieno quanto basta a ricoprirla completamente, ripiegate i bordi laterali di ogni fettina così che il ripieno non fuoriesca, e poi arrotolatela su se stessa fino a ottenere un rotolino compatto che poi legherete con dello spago da cucina. In un tegame, fate appassire la cipolla tritata in un paio di cucchiai d’olio, quindi aggiungete gli involtini e sigillateli per bene facendoli rosolare su tutti i lati. A questo punto aggiungete l’uva passa, le zeste dell’arancia e, dopo un minuto, il succo delle arance filtrato.  Aggiustate di sale e di pepe e lasciate cuocere lentamente a fuoco dolce fin quando il succo d’arancia non si sarà ristretto del tutto, assumento una consistenza quasi gelatinosa. Fate intiepidire, tagliate l’involtino a fettine doppie un centimetro e mezzo e servitele – sempre se vi va – con del purè di patate fatto in casa.

EPILOGO
Nel 2007, diciotto anni dopo la pubblicazione de I pilastri della Terra, è uscito Mondo senza fine che, essendo ambientato a Kingsbridge 200 anni dopo l’inizio della costruzione della cattedrale, né è l’ideale prosecuzione. Sicura che sarebbe stato un regalo graditissimo, l’ho comprato al consorte lo stesso giorno in cui è stato messo in vendita, ma il libro non ha esercitato su di lui il medesimo fascino del precedente. Dopo 4 anni di giacenza sul ripiano del comodino (e una breve incursione a Stromboli dove,  a dispetto della fatica che il trasporto di quel tomo da 1400 pagine e più ha richiesto, non è stato mai aperto), Mondo senza fine lo sto leggendo io. Meglio così, perché stavolta il costruttore di turno edifica un ponte. 
Non oso immaginare cosa si sarebbe inventato il consorte pur di emularlo.
Blog su WordPress.com.