Una nonna hollywoodiana

Faccio fatica a pensare che Carla Cletimeni sia stata mia nonna. Faccio fatica anche a pensare che sia stata la mamma di mio padre, perché lei – la nonna Carla – è stata soprattutto una donna. Anzi, la donna.
Si era sposata giovanissima, credo appena diciannovenne, e nella foto che la ritrae con mio nonno all’uscita della chiesa aveva i boccoli biondi e lo sguardo ingenuo e un po’ stupito di una ragazzina che indossa per la prima volta abiti da donna. Ma quegli abiti evidentemente le piacquero non poco, perché qualche mese dopo era già diventata una dark lady capace di sedurre un uomo semplicemente chiedendogli di accenderle una sigaretta.
Nonna Carla era una donna simpatica e assetata di vita, che non si arrendeva davanti a nulla. Bruciò tutte le tappe: si sposò, mise al mondo due figli e si separò ancor prima di diventare maggiorenne. Si trovò un amante, poi un altro e poi un altro ancora mentre, parallelamente, portava avanti con grande successo la carriera di imprenditrice.
Andava in giro con due levrieri afgani, indossava sempre i guanti, amava i diamanti e fumava le sigarette con un lungo bocchino. Aveva un guardaroba da diva, una voce alla Marlene Dietrich e capelli biondo cenere che facevano pensare a Lauren Bacall, ma nella borsa, oltre alla cipria e al rossetto rosso, aveva sempre un romanzo e gli occhiali da lettura. 
Capitava a casa agli orari più impensati, sempre affamata e sempre di corsa. Divorava, con modi a dire il vero molto poco signorili, quantità inumane di cibo mentre con tono frivolo mi dispensava i suoi consigli di bellezza: “Tesoro, le gonne a campana sono passate di moda da almeno vent’anni. Strizza quel bel mandolino in un paio di jeans e vedrai quanti corteggiatori!”. Avrei dovuto darle retta perché il mio mandolino si trasformò ben presto in un culone, ma capirete, a dodici anni l’ultima cosa che volevo era essere corteggiata!
Quando finalmente nel ’74 ci fu il referendum sul divorzio, dopo più di trent’anni decise di mettere fine legalmente al matrimonio con mio nonno ma lui, dispettoso e cocciuto come pochi, pretese invece di avere l’annullamento, visto che l’aveva sposata minorenne e che quindi i presupposti c’erano.
Affrontare la trafila della Sacra Rota fu umiliante e doloroso, e per riprendersi dal trauma la nonna decise che forse era arrivato il momento di rimettere ordine nella propria vita. Lo fece, come sempre precorrendo i tempi, sposando in municipio, con una cerimonia semplice e discreta, un uomo che aveva quasi vent’anni meno di lei, anche se era talmente posato da sembrare a tutti l’anziano della coppia.
Se per certi versi il matrimonio le diede stabilità e sicurezza, per certi altri la fece sentire molto più fragile. Per lei che era stata una donna bellissima, confrontarsi con gli amici del marito e soprattutto con le loro mogli, tutte molto più giovani, divenne di colpo faticoso. Così, concedendosi l’ennesimo vezzo da star hollywoodiana, cominciò a togliersi gli anni. 
Iniziò col sostenere di essersi sposata a 18 anni, che poi scesero a 17, 16 e infine a 15. Quando capì di non poter retrodatare ulteriormente il proprio matrimonio, cominciò a diminuire le età dei figli. Proprio come accadeva al barone Lamberto, mio padre diventava di secondo in secondo più giovane e anche il suo matrimonio era avvenuto sempre prima. Poi, quando anche mio padre raggiunse l’età minima consentita dal buonsenso, la nonna cominciò a far ringiovanire me e mio fratello che, sebbene quasi ventenni, nei suoi racconti venivamo dipinti come lattanti. 
Se all’inizio le sue bugie risultavano credibili, con gli anni lo erano sempre meno. Lei però non si perse d’animo e, per rendere la sua età inconfutabile, denunciò lo smarrimento della patente ottenendone una nuova, per poi contraffare la vecchia – che non aveva affatto smarrito – modificandone la data di nascita con un’abilità da falsaria esperta che nessuno di noi avrebbe mai sospettato.
Nel 1990 la nonna Carla arricchì quella grande sceneggiatura che era stata la sua vita con un colpo di scena che rasentò il virtuosismo: venne a casa e ci annunciò che si sarebbe sposata di nuovo, sempre con suo marito, ma questa volta in chiesa, per festeggiare i 25 anni dell’unione civile. 
Se un quarto di secolo prima avevano fatto le cose in sordina, questa volta invece si sarebbero smodati. Lei si sarebbe sposata in avorio, con un tocco di fucsia giusto per non risultare ridicola, avrebbero dato un grande ricevimento e poi sarebbero andati in crociera. E io sarei stata la sua testimone.
Per rimettere in sesto le mie sinapsi dopo quel cortocircuito emotivo ci volle una settimana al termine della quale sopravvennero però nuove preoccupazioni. Come dovevo vestirmi per la cerimonia? Camicetta bianca, gonna a pieghe, calzettoni e un fiocco nei capelli? Scamiciatina scozzese con dolcevita in filanca e mocassini college? Insomma, come potevo far sì che l’opulenta ventenne che ormai ero diventata sembrasse una bimbetta delle elementari?
Alla fine scelsi un vestitino a fiori e un paio di ballerine, mi legai i capelli con una mezza coda ed evitai accuratamente qualsiasi tipo di cosmetico. Sorprendentemente – se si esclude una clamorosa gaffe del prete che chiese a mia nonna se fosse vedova e quando lei negò giunse all’avventata conclusione che mio padre fosse figlio illegittimo, facendolo diventare pazzo per la rabbia – in chiesa andò tutto bene. 
Fu quando arrivammo al Grand Hotel Parker’s – appena riaperto dopo il restauro – per il ricevimento e scoprii che avremmo preso tutti posto attorno a un tavolo imperiale, che venni presa dal panico. 
Nonostante avessi cercato di sedermi accanto a mamma e papà, venni subito attorniata dalle amiche della nonna che mi costrinsero a sedere con loro, subissandomi di domande sempre più pressanti. Io cincischiavo, mi mantenevo sul vago, mangiavo a ripetizione per avere sempre la bocca piena ed evitare di parlare, ma per quanti espedienti trovassi, alla fine la domanda che più temevo arrivò lo stesso: “Cara, ma quanti anni hai?”
Deglutii imbarazzata poi, non sapendo cosa fare, mi voltai verso la nonna e le girai la domanda: “Nonna, ma io quanti anni ho?” e lei: “Mai troppo pochi, tesoro. Mai troppo pochi!”
Tutto questo mi è tornato in mente quando, una decina di giorni fa, sono stata proprio al Grand Hotel Parker’s per partecipare alla cena di gala in occasione della pubblicazione del libro “Cento anni di pasta”, edito da Malvarosa Edizioni, in cui si rende omaggio al Pastificio Di Martino, che festeggia appunto il primo secolo di attività.
Il libro, che come tutti i volumi pubblicati da Malvarosa ha un’impostazione grafica curatissima e controtendenza, ripercorre, oltre alla storia della famiglia Di Martino e della sua totale dedizione all’arte del fare la pasta, – avvincente come un romanzo – la storia del costume degli ultimi cent’anni attraverso una serie di tappe significative che hanno cambiato le nostre abitudini, alla cui luce quella di mangiare la pasta rimane l’unica costante.
Nel libro compaiono, suddivise sacrosantamente per stagione, cento meravigliose ricette di pasta a volte tradizionali e a volta innovative che, vi assicuro, fanno venire voglia di mettersi immediatamente ai fornelli tanto sono accattivanti.
Nell’attesa di sperimentarne qualcuna da condividere con voi, ho preparato un’altra ricetta che nel libro manca ma che, essendo fra le preferite di nonna Carla, mi è sembrata perfetta per ricordarla.
FRITTATA DI SCAMMARO
per 4 persone
300 g di spaghetti
4 o 5 cucchiai di olio EVO
100 g di olive di Gaeta
un pugnetto di capperi (i miei sono sempre quelli che il consorte mi porta da Stromboli)
un pugnetto di uva passa
un pugnetto di pinoli
2 acciughe sotto sale
1 spicchio d’aglio
Per i non napoletani, ma forse anche per qualcuno di loro, vado subito a spiegare cos’è la misteriosa frittata di scammaro. Lo scammaro non è un ingrediente e non è neanche un metodo di cottura, semplicemente – in napoletano antico – lo scammaro è il mangiare di magro, quello che, per capirci, si adottava in quaresima.
In questa frittata di pasta quindi non compaiono né uova né salumi, e il modo in cui gli spaghetti si saldano l’un l’altro in me, ancora oggi, sortisce la stessa meraviglia di quando ero bambina.
Si procede così: mentre si mette a bollire l’acqua nella quale si cuocerà la pasta, si versa l’olio in un pentolino e vi si fa rosolare l’aglio. Prima che si colori troppo si aggiungono le acciughe e quando queste si saranno disciolte, le olive denocciolate e i capperi ben lavati. Si fa rosolare il tutto per un paio di minuti, quindi si spegne e si aggiungono uva passa e pinoli.
Si lessano poi gli spaghetti al dente, si scolano e – qui sta il trucco perché la frittata riesca – si rimettono nella pentola e si mescolano energicamente per qualche minuto, in modo che l’amido in essi contenuto li leghi l’un l’altro. A questo punto si condiscono con l’intingolo di olive, capperi, uva passa e pinoli e si assaggiano – mi raccomando, è fondamentale! – per verificarne la sapidità prima di aggiungere eventualmente altro sale (olive e capperi possono essere traditori).
Si continua poi ungendo appena una padella il cui fondo misuri sui 22 centimetri e, una volta che sarà ben calda, ci si versano gli spaghetti conditi.
Si cuoce a fuoco vivace per 5 minuti in modo da far sì che si formi una bella crosticina, poi si abbassa la fiamma al minimo e si continua la cottura per altri dieci minuti allo scadere dei quali, aiutandosi con un piatto, si gira la frittata e si ripete lo stesso procedimento di cottura fatto in precedenza. Si asciuga poi la frittata su della carta assorbente e si mangia subito, quando è ancora croccante. 
Molto meglio se con le mani.

 

Una certa idea di Provenza

Le vacanze estive in casa Gastronomica sono merce rara. I motivi sono vari: le mie sospensioni del contratto di lavoro ondivaghe che spesso mi vedono intenta a sceneggiare sotto il solleone, la difficoltà di trovare compagni di viaggio dato che la maggior parte dei nostri amici – saggiamente – va in vacanza a luglio, l’arduo compito di trovare qualcuno di affidabilissimo a cui lasciare in custodia i cani e, non ultimo, l’impossibilità di scegliere una meta che renda felice sia me che il consorte.
Quest’anno, quando abbiamo assodato che la mia unica settimana libera sarebbe stata quella di ferragosto e che no, era impensabile che la trascorressimo a Napoli, è drammaticamente partito il toto-destinazione. Il consorte voleva andare al mare e io invece no. Allora ha proposto Berlino, ma per me è impensabile visitare una grande città in piena estate, quando ad affollarne le strade ci sono solo turisti. Così ho proposto la montagna, ma lui era certissimo che si sarebbe annoiato a morte. Voleva qualcosa di più dinamico, di più vario… E allora ti becchi la Provenza – ho pensato fra me e me, certa di aver finalmente trovato la nostra meta.
Convincerlo non è stato difficile, non dimentichiamo che il consorte è per metà francese e il richiamo della madre patria ha subito fatto presa. Inoltre, diciamolo, la Provenza è una di quelle mete del cuore, uno di quei posti in cui si desidera andare fin da quando se ne ha memoria. Un posto romantico, magico, perennemente profumato di lavanda, dove tutto è un po’ fané, délabré, delavé, ma con tanto tanto charme. O almeno così pensavo…

O donne che avete plasmato la vostra idea dell’amore guardando French kiss e Un’ottima annata, che avete sospirato alla vista di mobili decapati e bacili di zinco pensando che intorno a quelli avreste voluto costruire la vostra casa, che vi illanguidite alla vista di una pianta di lavanda e vi siete cimentate nella preparazione di qualsiasi tipo di tapenade nell’attesa di poterne assaggiare una artigianale fatta in loco, ho una tremenda notizia da darvi: la Provenza non esiste.

Probabilmente sto svelando un segreto di quelli che tutti conoscono anche se nessuno lo ammette, perché mi rifiuto di credere che sia stata la prima e sola ad accorgersi che la Provenza è un bluff. Per carità, in effetti c’è tutto quello che uno si immagina, ma in dosi omeopatiche, come fosse un’interpunzione che ti sorprende di colpo in mezzo a tante brutture.

Innanzitutto la Provenza è turistica, ma turistica in senso brutto, dozzinale. Abbondano i bistrot pacchiani con le sedie di plastica e gli ombrelloni sgargianti, che spacciano croque monsieur di infima fattura e coca cola come se piovesse, i negozi di souvenir con l’immancabile sapone, gli immancabili mazzolini di lavanda, le immancabili herbes de Provence, e ancora statuine, calamite, fermacarte a forma di cicala o portachiavi con la cicala che frinisce, in modo che, acquistandoli, si possa godere del caratteristico tappeto sonoro provenzale anche una volta tornati a casa.

Di contro, molto di quello che non è pacchiano sembra essere finto. Paesini che paiono lavati col sapone (ovviamente di Marsiglia) ogni mattina, case con gli infissi stinti al punto giusto, cioccolaterie da cui ti aspetti di veder spuntare Vianne (ma lo sanno che Chocolat è stato girato in Borgogna?), vecchietti che sembrano aver vinto il concorso per la migliore interpretazione del tipico vecchietto provenzale e se ne stanno seduti al caffè della piazza – questa volta con tavolini e sedie in ferro battuto – a bere pastis come tradizione vuole.

Guardandoli con un occhio smaliziato, ti accorgi poi che in questi paesi c’è sempre una boutique chic che vende abiti di Ter et Bantine e Valentino, ballerine Repetto e bijoux di Chanel, una gourmandise che spaccia paté, tapenade, miele, spezie, petit beurre e pain d’épice in confezioni talmente deliziose da dare la nausea e un negozio di accessori per la casa dove abbondano le tovaglie di lino in colori polverosi, i bicchieri fatti a stampo, le alzatine, i cestini in fil di ferro e i piatti dall’aspetto demodé che, diciamolo pure, sono gli stessi che ormai si trovano tranquillamente anche in Italia in un qualsiasi negozio Comptoir de Famille.

Certo, la Provenza ha paesaggi bellissimi e percorrendo la Route de Jean Moulin, la Route d’Orgon, Les Alpilles, Le Parc Naturel Régional de Camargue, le Gorges du Loup, o la Route des Crêtes, più volte ci siamo fermati ad ammirarli… ma inevitabilmente i nostri commenti erano “Che bello, sembra la Toscana!”, “Incredibile, sembra d’essere in costiera!”

Insomma, bisogna andare in Provenza armati di una bella lente d’ingrandimento e cercare il particolare provando a dimenticare il contesto. Perciò evitate di andarci in alta stagione e forse troverete meno signori panciuti con bermuda e sandali indossati sopra i calzini che vagano bevendo birra.

Evitate poi di scegliere mete smaccatamente turistiche – assolutamente bandite Avignone (una delle città più brutte e fatiscenti che io abbia mai visto), Fontaine de Vaucluse (all’origine forse anche carina, ma il turismo sportivo l’ha trasformata nel trionfo del baretto becero), Les Baux de Provence (un paesino fantasma ormai popolato solo da turisti e impregnato del fetore di patate fritte e cibo da asporto nelle cui stradine bisogna camminare in fila indiana. Mi ha fatto lo stesso effetto devastante che all’epoca mi fece Mont-Saint-Michel), Arles (folla ovunque, negozi pacchiani e, se permettete, gli anfiteatri romani ce li abbiamo anche a casa), Saintes-Maries-de-la-Mer (un avvilente incrocio fra Mondragone e Ischia Porto durante la festa di Sant’Anna), Salon de Provence (chinatown in piena Provenza), Saint-Paul-de-Vence (la succursale chic di via Montenapoleone, con tanto di milanesi sboroni), Grasse (una cittadona devastata dalla speculazione edilizia).

E adesso, dopo averne parlato tanto male, ecco un elenco delle cose che mi hanno colpito al cuore e che – se mai dopo questo post ancora vi pungesse vaghezza di farlo – non dovete assolutamente tralasciare se andate in Provenza.

Innanzitutto i posti  dove abbiamo soggiornato: UnE VuE SuR CouR a Lagnes, minuscolo paesino a una manciata di chilometri da L’Isle Sur La Sorgue. Si tratta di uno chambre d’hotes, praticamente un bed&breakfast, gestito da Marie-Nöelle Begat che ha, nel cortile dove affacciano le due stanze riservate agli ospiti, il suo delizioso atelier di pittura (volendo si possono anche seguire dei corsi).

Le stanze sono state arredate dalla stessa Marie-Nöelle con mobili di recupero, trasformati in pezzi unici con estro e incredibile buongusto mentre alle pareti ci sono molte opere della padrona di casa. La colazione, casalinga ma ricca e golosa, è servita in terrazza, all’ombra del gazebo, e ogni giorno c’è una mise en place diversa.

Marie-Nöelle è una donna creativa, forte, allegra, generosa, piena di vita e di risorse, con la quale è piacevole trattenersi a chiacchierare di qualsiasi cosa, perché ha mille interessi e mille argomenti. È solo grazie alle dritte che ci hanno dato lei e suo marito Michel se al nostro viaggio sono state aggiunte alcune delle tappe più significative.

all’ingresso, subito dopo il cancello…

Tosca che, come dice Marie-Nöelle, è la padrona di Michel

l’antico lavatoio in pietra nell’atelier di Marie-Nöelle
Scott, il gatto di casa. Sicuramente il micio più socievole che io abbia mai conosciuto
un’aiuola in cortile
la finestra sulle scale
 vista dalla terrazza su cui si fa colazione

il mobile con le rondini che domina la terrazza

Il secondo posto in cui abbiamo dormito è talmente bello da non sembrare vero. Si tratta del Mas dou Pastre, che si trova sulla Route de Jean Moulin, esattamente a un chilometro da Eygalières. Questa antica casa di campagna è collocata al centro di un uliveto e un immenso platano fa ombra alla sua facciata. La cura del grande parco e degli ambienti è quasi maniacale, non c’è nulla che sia lasciato al caso e tuttavia tutto è piacevolmente familiare e rilassante.

Le stanze, piccole costruzioni in pietra annesse all’edificio principale (ma volendo si può anche scegliere di dormire in una roulotte gitana rimodernata), sono arredate con vecchi mobili dall’aria vissuta, letti in ferro battuto e i bagni, con le grandi vasche in ferro smaltato e i ripiani per i lavandini rivestiti di zinco, sono talmente belli che a volte sono lasciati a vista.

Ma la cosa davvero impagabile di Le Mas dou Pastre è il parco. Ci sono piccoli angoli attrezzati a salotto sparsi un po’ ovunque, un orto così curato da essere commovente, e oggetti di brocantage lasciati in giro come se fossero stati sempre lì, come se avessero cominciato ad usarli negli anni ’30 e non avessero poi mai smesso di farlo. E poi, un po’ in disparte in un recinto e lontana dalla vista, c’è la piscina, piccola e discreta ma impagabile.

Non si può dire che sia un posto economico e certo non c’è la stessa accoglienza familiare che abbiamo trovato altrove, ma vale la pena rompere il salvadanaio pur di dormirci almeno una notte.

i tavoli per la colazione sistemati sotto il grande platano
trastulli d’antan per i bambini
la nostra stanza
sedie fra gli ulivi
l’orto
l’angolo gipsy
i carrellini per trasportare i bagagli
Il terzo e ultimo posto è la Bastide Valmasque a Biot. Confesso immediatamente che in questo caso potrei essere di parte perché la Bastide appartiene a Claudia e Philippe, che conosco da una vita (Claudia è la sorella del mio testimone di nozze), ma sfido chiunqe a non innamorarsi di questo posto incantato.
La Bastide, che in omaggio a Napoli e a Claudia è di un bel rosso pompeiano, è immersa nel verde e nel silenzio di un curatissimo giardino e racconta, a partire dagli arredi per finire al tè speziato servito la mattina per colazione, la storia di queste due meravigliose persone che hanno vissuto per molti anni – e in parte ancora lo fanno – fra l’Italia, la Francia e l’India.
Alla Bastide si respira un’aria cosmopolita, impregnata di un’eleganza rilassata. Viene voglia di togliersi le scarpe e mettersi comodi, tanto ci si sente a casa propria! L’accoglienza è calda e generosa, Claudia e Philippe si prodigano per fornire ai loro ospiti indicazioni sui posti da visitare, sui ristoranti, sui mercati, sulle spiagge dove fare il bagno e corredano il tutto con piantine home made per far sì che nessuno abbia difficoltà a orientarsi.
Non è raro che si improvvisi un aperitivo sulla bella terrazza o addirittura una cena, con gli ospiti chiamati a cucinare le loro specialità da condividere poi nello spazio esterno dedicato alla prima colazione. Insomma, alla Bastide è facile dimenticarsi che ci si trova in un bed&breakfast tanto ci si sente fra amici a casa di amici. 
E se vi innamorate perdutamente di una qualsiasi delle cose che sono in casa, non c’è alcun problema: alla Bastide qualunque cosa è in vendita… e lo sa bene il consorte che è tornato a Napoli vittorioso con il tritaghiaccio anni ’70 che aveva sempre desiderato!
relax in giardino sui lettini indiani
l’angolo del bancone dove c’è tutto il necessario per prepararsi il tè a qualunque ora
Shouka, la cagnolina di Claudia
l’angolo per la colazione sul retro della bastide
una delle mensole in cucina
andando verso il giardino

Ora che sapete dove dormire vi dico dove mangiare e cosa vedere, ma lo faccio rapidamente perché credo di avervi tediato anche troppo (volevo farmi perdonare per i due mesi e passa di assenza).

Vale la pena di andare a cena al Mas Tourteron a Les Imberts, ai piedi di Gordes. Un giardino incantato e cibi deliziosi, anche se il servizio lascia un po’ a desiderare.

 
Gradevolissimo anche L’Oustau de l’Isle, a L’Isle sur la Sorgue. D’estate si cena nel patio, dove i tavoli di ferro battuto hanno forme e colori diversi e le porte sono sormontate da mensole zeppe di vecchi fiaschi e bottiglioni enormi. Ma preferite il piatto di formaggi ai dolci, che sono il punto debole del menu.

L’Auberge de Lagnes, a un passo da casa di Marie-Nöelle, è il posto dove in assoluto abbiamo mangiato meglio. Non ci hanno portato nulla che fosse meno che eccellente, dalle entrée ai dessert, e tutto era impiattato con garbo, ma senza la ricerca spasmodica della decorazione. I dolci poi erano commoventi, e scrivendo ancora mi torna in mente il gusto meraviglioso della loro tarte au citron. D’estate si cena per strada, in una piazzetta alberata riparata da una serie di tende sistemate ad altezze diverse, ma sia i tavoli che le sedie sono di plastica e quindi un po’ deludenti.

A Eygalières, fermatevi da Sous les Micocoulieres. Pane e tapenade eccellenti, cucina creativa ma intelligente e non solo modaiola. Si pranza in giardino, sotto gli alberi, guardando i molti gatti che si crogiolano al sole. La piccola madeleine servita con il caffè è indimenticabile.

Ancora, alla bouvette della Fondation Maeght, a Saint Paul – un museo meraviglioso, una tappa assolutamente da non perdere – una strepitosa pissaladière, una terrina di verdure con una salsa al dragoncello che richiedeva un applauso e un taboulé con gli scampi deliziosamente fresco e aromatico.

Se capitate a Biot prima che venga l’autunno, andate al Museo Fernand Léger e, prima o dopo la visita, fermatevi a mangiare a La Bouvette du Jardin. È l’ultima occasione che avete per farlo, perché dall’anno prossimo la Bouvette verrà smontata. Si tratta di un chioschetto all’aperto, gestito da Michèle Parnel e sua figlia. In questo luogo incantevole potrete mangiare un’insalata, o una fetta di quiche e delle tarte da standing ovation. La Bouvette du Jardin è la dimostrazione di come il buongusto, la creatività e la perizia possano rendere indimenticabile anche un chioschetto.

Da non perdere: il mercato dell’antiquariato a L’Isle sur la Sorgue. Il paese non è un granché, ma il mercato è da colpo di fulmine. Ad averceli avuti, avrei speso migliaia e migliaia di euro in trouvaille di cucina, mobilio industriale, sifoni, ceste, tavolini in ferro battuto e vecchie insegne luminose.

La Carrières de Lumières nella cava abbandonata ai piedi di Les Baux de Provence.  Sulle immense pareti della cava vengono proiettati quadri di pittori famosi (quando ci siamo andati noi Van Gogh e Gaugain) che sfumano l’uno nell’altro e si animano dando vita a uno spettacolo da pelle d’oca (in parte dovuto anche alla temperatura polare della cava). 
Saint Remy de Provence è un paesone e solo il centro storico è veramente gradevole, ma vale la pena andarci per fermarsi a pranzo al Mas de la Pyramide. Non l’ho inserito fra i ristoranti perché la cucina, che pure è sincera, non è certo uno dei punti di forza di questo luogo. 
Si tratta di una cava che da otto generazioni o giù di lì appartiene alla stessa famiglia. Per secoli i Mauron hanno scavato finendo per costruire nella roccia perfino la loro casa. Al Mas de la Pyramide ormai non si scava più ma Lolo, l’ottantottene ultimo esponente della famiglia che, essendo scapolo e senza figli, ha deciso che alla propria morte donerà il Mas al comune di Saint Remy, coltiva la terra, alleva i polli e cucina per chiunque – alla modica cifra di 25€ per un pasto completo – voglia fermarsi da lui. La famiglia Mauron non ha mai gettato via nulla e così, in una parte della cava, si può visitare una sorta di museo degli attrezzi agricoli, a partire dai vomeri per gli aratri per finire ai trattori. 
la cucina della casa di Lolo
la cucina all’aperto

il pane secco preparato per i polli

tutti a tavola sotto la roccia

la fantastica Riste di Lolo

lusso fra i vecchi aratri

Il Museo Picasso e il Marché Provençal ad Antibes. Picasso è Picasso e non c’è da discutere, ma lo Château Grimaldi, dove il museo è collocato, è talmente bello che varrebbe una visita anche se non ci fossero quei magnifici quadri e quelle fantastiche ceramiche.

Vi avverto, il Marché Provençal di Antibes ha prezzi alla stregua di una gioielleria quindi pensateci bene prima di fare un acquisto, però passeggiare fra i suoi banchi ammirando le merci è un immenso piacere.
Ed è gratis.

Se dovessi scegliere un unico posto dove tornare opterei senza ombra di dubbio per Eygalières. Questo minuscolo paese ai piedi delle Alpilles, una delle zone più belle della Provenza, è discreto ed elegante e non vi è turismo di passaggio.

Tutto è curato, ma allo stesso tempo tutto è vero. Ci sono una boulangerie, una boucherie e una épicerie incantevoli, che però sono negozi di paese e non trappole per turisti. I ristoranti sono gradevoli e accoglienti e non c’è nulla di più piacevole che passare il tardo pomeriggio seduti al Cafè de la Place a prendere l’aperitivo, guardando le persone che passeggiano sul corso.

Ti accorgi che Eygalières è meta di un turismo ricco e stanziale solo quando vedi le auto parcheggiate – tutte d’epoca e in prevalenza Jaguar – o quando t’imbatti in John Malkovich, che lì ha casa. Impigrirvi a Eygalières per qualche giorno è il regalo più bello che possiate farvi.

Infine fate un giro a Gordes, Ménerbes, Tourette sur Loup, Mougins (un po’ finto ma delizioso) e soprattutto andate a Digue à la Mer, punta estrema della Camargue, con una bella colazione al sacco, e perdetevi fra i sentierini sabbiosi ad ammirare i fenicotteri.

il castello di Gordes al tramonto

Ménerbes, giunti in cima

In cerca d’ombra a Tourette sur Loup
La cisterna dei pompieri al centro di Mougins

Digue à la Mer

i fenicotteri

Concludo arricchendo l’aneddotica della Gastronomica con un altro episodio imbarazzante. Ancora una volta – come già successo all’aeroporto di Londra a causa di 5 chilo di rabarbaro e 6 di posate d’argento comprate al mercato di Berdmonsy – ci siamo trovati a dover disfare le valigie al check-in per ridistribuire i pesi in modo che entrambi i bagagli venissero accettati.

La cosa comica è stata che solo in quel momento io e il consorte abbiamo scoperto che c’erano tutta una serie di simpatici souvenir che l’uno aveva comprato senza dirlo all’altro per paura di essere rimbrottato. Così se io me ne andavo in giro con mezzo chilo di grasso d’oca, svariati paté (ma non di foie gras), e un’intera fromagerie stipata in valigia, per contro lui aveva arricchito il suo bagaglio con sei bicchieri da pastis, una bottiglia di pastis 51, un tritaghiaccio e una mannaia dell’ottocento che io facevo fatica a sollevare.

Nonostante io abbia fatto sfoggio della mia storica abilità nel fare i bagagli (sono la reginetta dell’hoketi poketi), non c’è stato nulla da fare, abbiamo dovuto pagare ben 55 euro di sovraprezzo bagagli. La colpa, a dire del consorte, era da imputare ai 3 chili di irrinunciabili prugne mirabelle che avevo comprato a Biot (chissà mai perché non alla sua mannaia) che di colpo si sono trasformate nelle prugne più care della storia.

Una simile merce preziosa non poteva certo andare sprecata perciò, seguendo fedelmente la ricetta di Christine Ferber, con una parte ho fatto una confettura con limoni e miele di tiglio e con le restanti una torta che, tagliata a fette e messa in surgelatore, allieterà le colazioni del consorte per un paio di mesi, facendogli ricordare il ridicolo epilogo del nostro viaggio.

TORTA CON MIRABELLE E PINOLI

Per una teglia di 22 cm di diametro

350 g di farina 0
200 g di zucchero
50 g di zucchero di canna
150 g di burro
4 uova categoria A
1 bustina di lievito
1 pizzico di sale
250 g di prugne mirabelle
1 pugnetto di pinoli

Innanzitutto tirate il burro fuori dal frigo e, se andate di fretta, mettetelo al sole per farlo ammorbidire. Nel frattempo lavate le prugne, asciugatele, tagliatele a metà e privatele dei noccioli. In una ciotola lavorate poi il burro ammorbidito con lo zucchero bianco (andate senza timori di frusta elettrica) fin quando il composto non diventerà chiaro e spumoso. Incorporate quindi a questa sorta di crema i tuorli (per carità, tenete da parte gli albumi ché serviranno dopo) uno ad uno avendo cura di non aggiungerne un altro se il precedente non si sarà amalgamato. A questo punto unite anche la farina – già setacciata con il lievito – poco alla volta fino a inglobarla tutta. Quindi è il turno degli albumi montati a neve con un pizzico di sale che, come dice Laura Ravaioli, è più scaramantico che altro, ma si sa, io sono napoletana. Unite poi gli albumi al composto avendo cura di mescolare dal basso verso l’alto e versatelo nella teglia che avrete rivestito con della carta forno bagnata e strizzata affinché aderisca bene ai bordi. Decorate la superficie della torta con le prugne, i pinoli e lo zucchero di canna, e cuocete in forno preriscaldato a 180° per una quarantina di minuti!

Et voila!

Questo pazzo pazzo pazzo pazzo mondo della Gastronomica Volante

La mia mamma la sera del 21 giugno mi ha fatto un regalo bellissimo. Vincendo l’imbarazzo di chi, da che era sano, brillante e indipendente, è diventato portatore di un grave handicap in seguito a due ictus micidiali che avrebbero ucciso chiunque ma non lei, è venuta alla mia festa. 
Me la sono ritrovata davanti in cima alle scale che conducono al giardino del 137A, paralizzata dall’emozione, e sono corsa da lei per aiutarla. Immediatamente i miei amici più cari le sono andati incontro, l’hanno aiutata a scendere, a sedersi, le hanno fatto feste, si sono preoccupati di portarle da bere, le hanno fatto strada fra la folla per farla accomodare dentro quando c’erano le performance, le hanno spostato la poltrona quando il punto focale dell’evento si  concentrava altrove, l’hanno intrattenuta e coccolata facendola sentire a suo agio. E quelli che non la conoscevano sono andati a salutarla, a presentarsi, quasi la festa fosse sua e non mia.
Il giorno dopo, la mia mamma mi ha telefonato per farmi i complimenti e mi ha confessato che nonostante abbia dovuto faticare non poco a vincere il disagio e a mettere a tacere l’orgoglio, era felicissima di essere venuta alla festa perché io, per quanto mi ci fossi messa d’impegno, non avrei mai potuto raccontarle tutto quello che abbiamo combinato in 7 ore di festeggiamenti scatenati.
La mia mamma ha ragione, perciò stavolta lascerò che siano le immagini a parlare per me, mentre io mi limiterò a ringraziare anche qui sul blog i tantissimi che mi sono stati accanto.
Grazie alla mia nonna adorata per la festosa telefonata di auguri del 21 mattina, grazie alla mia mamma per avermi fatto emozionare così tanto,  grazie al consorte, senza il quale il mio blog – ma soprattutto la mia vita – sarebbero stati ben più poveri. 
Grazie al fratello del consorte – il cognato, ovvero Enzo Trentola – artista eccezionale e versatile che non solo non si è minimamente scomposto quando gli ho chiesto di dipingere una tela di due metri e mezzo per due metri e mezzo che facesse da sfondo alla serata, ma si è prodigato anche per aiutarmi ad allestire il tavolo per il buffet, e l’arredo del giardino fino a notte fonda. 
Grazie a Carla Celestino, come sempre, per avermi incoraggiata e sostenuta fin dall’inizio e per avermi messo a disposizione – insieme agli altri co-worker del 137A – la location più suggestiva che potessi desiderare per la mia Gastronomica.
Grazie ad Annachiara Mustilli che ci ha fatto bere meravigliosamente per tutta la serata (il suo spumante di falanghina è indimenticabile), a Leopoldo Infante per le centinaia di taralli, di cui comunque non si sarebbe mai sazi, e per avermi fatto una torta di compleanno bellissima, a Massimo Schisa e Gay Odin per averci fatto deliziare con i loro incredibili cioccolatini, a Stefano Giancotti e al Veritas per i suoi finger come sempre fantastici, ad iceQB per aver fatto in modo che tutte le bevande fossero di una temperatura ideale nonostante il caldo torrido,  ad Adriano Dumontet per la simpatia e l’ironia, oltre che per i 250 litri di acqua Ferrarelle e Natia, ad Aldo Cappelli e Antonello Esposito, dj per diletto ma con il brio dei professionisti, per averci fatto scatenare nelle danze.
Grazie a Marialuisa Firpo e Gabriella Grizzuti per aver trasformato “Caccia al ladro” in un piccolo capolavoro. Grazie alla Signorina Bobobò per essere venuta al mondo e per avermi fatto piangere tutte le mie lacrime quando ha letto – con il piglio e la calma di un’attrice consumata – il post a lei dedicato mentre sullo sfondo veniva proiettata la video-ricetta dei chocolate chip coockies girata da Marialuisa. 
Grazie a tutti i performer – Arturo Maiolino, Christian Trentola (il consorte), Cristiano Rocco, Enzo Trentola, Francesco D’Albore, Gigi Bove, Gigi Delehaye, Gigi Marino (che hanno rinunciato a festeggiare il loro onomastico per venire a festeggiare me, come d’altronde ha fatto Marialuisa Firpo) e Maurizio Spagnuolo, come sempre ironici, divertiti e divertenti, sebbene a furia di bere il fantastico vino di Annachiara Mustilli il senso del ritmo abbia lasciato molto a desiderare.
Grazie a Daniela Cicatiello Spagnuolo, la mia fantastica Dinner Boxes Girl, che ha presentato i performer con perfetto accento british ed è riuscita a essere sexy nonostante sia all’ottavo mese di gravidanza e le due gemelle quella sera – prese da evidente smania di protagonismo – scalciassero più che mai.
Grazie a Shanti Ranchetti che pur essendo una pittrice di incredibile talento, si è piegata al mio volere e mi ha assecondata per regalarmi esattamente il logo che desideravo per la Gastronomica, ma anche per essersi messa in aereo ed essere venuta a Napoli a sfacchinare al mio fianco per organizzare la festa, per essere venuta in vespa con me sebbene ne fosse terrorizzata, per avermi pettinata e truccata talmente bene da farmi sentire una principessa nonostante sia ben consapevole di non esserlo affatto (magari ci fosse stata il giorno del mio matrimonio!).
Grazie a Ilaria Vitellio per l’ospitalità e le sue inaspettate doti di videomaker e montatrice, grazie a Gigi Delehaye, Marzia Giordano, Daniela Cicatiello e Carla Celestino e di nuovo Ilaria per avermi aiutata a confezionare le marmellate, a Luisa Andreano per avermi regalato l’enorme ventaglio blu (in pendant con l’abito che indossavo) che tutti gli ospiti mi hanno invidiato, ad Anna Pelliccia e Stefano Consiglio per il sostegno costante e i mille consigli preziosi, a Max Schioppa per le competenze e la disponibilità, a Giosy Camardella per essersi occupata anche di me nonostante abbia fin troppe cose di cui occuparsi, ad Alì Schisa per la sua caprese al limone e la sua lemon meringue pie e soprattutto per aver tenuto a bada il consorte – stanco e nervoso a fine serata – organizzando con Chiara de Luzenberger, Serena De Martino e Roberto Minutolo una squadra di perfetti confezionatori e dispensatori di doggy-bag per gli ospiti. Grazie a Eleonora Sarracino per aver stipato nella mia auto più cose di quante Eta Beta avrebbe potuto conservare nel suo gonnellino e aver accettato di dormire sul pavimento del mio soggiorno pur di partecipare alla festa. Grazie infine a Ilaria Vitellio, Carla Celestino, Gigi Delehaye, Sonia Ritondale, Shanti Ranchetti per molte delle foto di questo post.
Grazie a Peppe, Lello e Chami, camerieri perfetti che non si sono fermati un attimo e grazie agli addetti della Security Grizzly, così efficienti da impedire l’ingresso perfino a me (Io: “sono Benedetta Gargano”. Loro: “Mi dispiace signora, non è in lista”. Io: “sono la festeggiata”. Loro: “Non ci risulta nessuno con questo cognome”. Io: “Sono quella del blog!”. Loro: “Quale blog?”. Io: “Va be’, sono il +1 di Shanti Ranchetti”. Loro: “Benvenuta signora, si goda la serata!).
Grazie alla signora che abita nell’appartamento sopra il 137A per il garbo con cui, armata di una funicella, ha calato nel giardino un biglietto con il quale ci invitava gentilmente ad abbassare la musica se non volevamo finire innaffiati dalla pompa con cui dà abitualmente l’acqua alle piante del suo terrazzo.
Grazie a tutti coloro che sono passati a farmi gli auguri (eravate in più di 300!) e in particolare a Diego Nuzzo che ha abbandonato il suo Penguin Cafè in piena serata lavorativa pur di venire a darmi un bacio, facendomi battere il cuore e a Francesca Maione che è venuta alla festa sorreggendosi intrepidamente sulle stampelle per non gravare sul piede fratturato.
E grazie a voi, miei amatissimi lettori, per aver fatto crescere questo blog sgangherato dandogli una visibilità che mai avrei immaginato quando l’anno scorso, piena di timori, scrissi il primo post.

Mentre scrivo, il contatore mi dice che mi avete letta in 25.288.
Non ho parole.

Abiti di scena
Gruppo di lavoro
Accoglienza glitterata agli ospiti stranieri

L’invasione degli ULTRAmuffin!
Appena consegnati dagli sponsor

Fratelli all’opera

Il banner finalmente al suo posto

Prima del montaggio

Fratelli all’opera 2

L’artista e la sua creatura

L’opera in tutto il suo splendore

In fase di allestimento

La Signorina Bobobò fa le prove…

… e io e la Signora Bobobò ci commuoviamo

Io e Shanti in giro per commissioni in vespa

I dj provano l’impianto

Si comincia ad allestire il buffet

I fantastici tre: Lello, Peppe e Chami

Il gadget della serata

 

Guai a prenderne più di una!

Autoscatto prima di uscire di casa

Il mio arrivo alla festa

Fronte…

…retro

La festa si popola…

… sempre di più

Auguri!

Si fa sera…

… e diamo inizio agli eventi

Io presento la signorina Bobobò…

… e Carla illustra la serata

La dinner boxes girl (al cubo) ci presenta…

… e via con la performance…

… mentre Ilaria ci riprende.

La mostra delle memorabilia del blog

Nina passa a farmi gli auguri

 Marialuisa interpreta “Caccia al ladro”…

… e Gabriella le fa da contrappunto con i suoi segni grafici…

… mentre io mi godo lo spettacolo

Poi è il turno della signorina Bobobò che viene travolta dagli applausi

ma non per questo si monta la testa, anzi si vergogna anche un po’.

Carla mia

Shanti e il consorte (mio)

La mia mamma e il signor Bobobò

Arrivano i cioccolatini…

… e la torta

Io ringrazio tutti come se fossi alla notte degli oscar e nessuno osa interrompermi!

Il giorno dopo gli ospiti si godono il gadget.

E se ancora non vi basta, ecco a voi la mia prima intervista, la video-ricetta che vede protagoniste un po’ pasticcione me e la signorina Bobobò, i video delle prove della coreografia (1 e 2) fatte dai Trentola Bros e quello della meravigliosa performance del 21 giugno.
Però vi avverto, la prossima festa la faccio quando avrò raggiunto UN MILIONE di contatti!

Bilancio molto parziale di un (quasi) anno da blogger

1 anno
25.000 lettori (circa)
5.425 foto scattate
205 foto pubblicate
46 notti insonni
1 consorte e 3 cani che si sentono trascurati
lettori in 5 continenti e 34 nazioni (Canada, Stati Uniti, Colombia, Brasile, Argentina, Cile, Sudafrica, Israele, Gran Bretagna, Norvegia, Svezia, Finlandia, Danimarca, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Germania, Austria, Svizzera, Francia, Spagna, Italia, Croazia, Federazione Russa, Grecia, Turchia, Albania, Cina, Corea, Malesia, India, Giappone, Australia, Nuova Zelanda)
47 post
18 liti epocali con il consorte
700 biglietti da visita
100 pin
187 sgarri alla dieta
67 lettori fissi
223 lettori che non capiscono come si faccia a diventare lettori fissi
4 assaggiatori ufficiali
1 libercolo
702 commenti di cui 1 polemico
1 colpo della strega
561 tazze di tè
53 ricette
5 aneddoti incresciosi
118 mipiacisti su facebook (di cui 54 SCONOSCIUTI!)
2 coreografie
2 ustioni sul palato e 1 sul polso
3 sessioni di shopping compulsivo giustificate con la necessità di acquistare stoviglie per il blog
250 marmellate confezionate nell’ultimo mese
500 muffin preparati negli ultimi due giorni
1 spalla fuori uso
MUFFIN PISELLI E GRANA
Per 108 muffin 
2 kg e 250 g di farina 0
1 kg e 800 g di latte intero
1 kg e 350 g di piselli sbollentati
540 g di burro fuso
360 g di grana grattugiato
18 uova
6 bustine di lievito per torte salate
6 cucchiaini di sale
burro e farina per le teglie
La storia è sempre la stessa: da una parte si mescolano gli ingredienti secchi (mi raccomando, setacciate il lievito) e dall’altra quelli umidi, poi si miscela il tutto quel tanto che basta per avere un composto ancora bitorzoluto e dall’aspetto poco invitante. Si uniscono infine i piselli, si dà un’ultima mescolata e via in forno a 180° per 20 minuti.
Ora, se siete così folli da volerne preparare effettivamente 108 di questi muffin, attrezzatevi con una ciotola che abbia 5 litri di capienza, teglie da muffin che ne possano contenere 24 per volta e una frusta gigante per sbattere le uova con il latte. 
Mettete inoltre in conto che: litigherete a morte con il consorte che vi accuserà di imbarcarvi in imprese più grandi di voi, suderete sette camicie davanti a un forno che resterà acceso per circa 90 minuti, vi slogherete una spalla e vi ustionerete più volte le mani.
In alternativa, esercitatevi con le divisioni e riportate la ricetta a dosi più umane.
Vi garantisco che, in ogni caso, questi muffin valgono lo sforzo.

Cena in Bianco di Torino: nostalgia canaglia

Sono una napoletana anomala. Mentre i miei concittadini si beano del sole che li scalda per gran parte dell’anno, dei bagni a mare alla Gaiola, della pizza e del caffè fatto con la macchinetta – appunto – alla napoletana, io anelo cieli cupi, fiumi che scorrono lenti al centro della città, gnocchi alla bava e cioccolata calda alla gianduia.

D’accordo, probabilmente le mie ascendenze danesi, che mi predispongono naturalmente ad avere un animo nordico, hanno un po’ influenzato il mio giudizio, ma se mi si chiede qual è la mia città del cuore, quella in cui vorrei vivere, non ho alcun dubbio: Torino.
Ci sono arrivata nell’ottobre del 1994, dopo aver deciso che il futuro che mi ero scelta non mi piaceva e aver capito che se si decide di sognare tanto vale farlo alla grande. Così, abbandonata l’idea di diventare un architetto che si sarebbe arrabattato per trovare lavoro, decisi di partecipare alla selezione per il master alla Scuola Holden dove, se mi avessero presa, sarei diventata una scrittrice che si arrabattava per trovare lavoro.
Nonostante ci sia arrivata nel momento peggiore, in piena alluvione (ma noi, per quanto possa sembrare paradossale, non lo capimmo. Semplicemente mia madre continuava a ripetere: “Madonna mia, quanto piove in questa città! Ma sei sicura di volerci vivere?) mi sono subito sentita a casa. È scesa in me quella calma interiore che, immagino, ti pervade solo quando sei nel posto in cui devi essere.
Torino è una città sorprendente, perché è completamente diversa da come la si immagina. Io prima di andarci la credevo grigia e austera, un po’ impettita, formale… invece è una città accogliente, stimolante, colorata. C’è sempre fermento a Torino, c’è sempre qualcosa da vedere, da fare, da ascoltare, da assaggiare.
Sono tornata a Napoli alla fine del 1996, dopo aver trascorso l’ultimo anno in dodici metri quadrati a Via Fratelli Calandra, angolo Piazza Cavour.  Dodici metri quadrati che per dodici mesi mi sono sembrati una reggia che aveva come giardino la piazza più bella e romantica che io abbia mai visto.
Da allora non ho mai più messo piede a Torino, e da allora non ho smesso neanche un attimo di desiderare di tornarci. 
La voglia di tornarci adesso è ancora più grande perché la città si sta preparando a un evento indimenticabile, che sono sicura resterà impresso molto a lungo nella memoria di chi vi parteciperà: la Cena in Bianco di Torino. 
Funziona così: attrezzatevi con eterei abiti bianchi, tavolini e sedie bianchi, stoviglie (rigorosamente bandite plastica e carta) bianche, magari candele bianche e cibi bianchi, mandate una mail  a cenainbiancotorino@gmail.com e restate in attesa. Il giorno prima dell’evento vi verrà detto a che ora e dove recarvi per apparecchiare in bianco, cenare in bianco, chiacchierare allegramente con gli altri candidi partecipanti e altrettanto allegramente sparecchiare e tornarvene a casa alla chetichella.
Io non ci sarò (anche se ho nell’armadio un abito bianco appena comprato), ma voi, Chiara, Lea, Giovanna, Mara, Giorgia, Viviana, amiche mie che siete lì, non perdete quest’occasione. Sono certa che non ve ne pentirete.

PASTA AL BURRO
Per due persone

180 g di pasta corta
40 g di burro
1/2 bicchiere di latte
50 g di parmigiano grattugiato
sale e pepe (in questo caso bianco)

Se a Napoli il burro è un eccezione, a Torino è (o almeno lo era quando ci vivevo io) la regola, perciò non ho avuto nessun dubbio per la ricetta da abbinare a questo post “in bianco”. Inoltre se c’è un piatto di cui sono davvero orgogliosa, quello è la mia pasta al burro che, nella sua essenzialità, non conosce vie di mezzo: o è ottima o è immangiabile. Eppure farla è davvero semplice, basta seguire alcune regole inderogabili che, nella mia immensa generosità, mi accingo a svelarvi.

Mettete a cuocere la pasta in acqua bollente e salata come fate di solito ma scolatela quado è a 2/3 della cottura. Rimettetela quindi nella pentola e aggiungete il burro e il latte tirati fuori dal frigo in quel momento. Mantecate energicamente fin quando il latte non si sarà asciugato (sarà necessario il tempo mancante alla cottura della pasta. Per esempio: se la pasta ha nove minuti di cottura, la scolate al sesto e la mantecate per altri tre minuti) quindi tirate via dal fuoco e aggiungete il parmigiano. Ancora qualche secondo di mantecatura e poi potete servire con l’aggiunta di un po’ di pepe.

La tempistica è tutto: mangiate la pasta quando è ancora bollente, è in quel momento che dà il suo meglio!

P.S.: Anche il consorte è un napoletano anomalo visto che si strugge per la sua amata Juve da quando era un bimbetto. Prima o poi lo porto a Torino, sono sicura che si sentirà a casa anche lui.

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO

Miei cari follower, si avvicina il compleanno de La gastronomica volante Stanislavskij e, come promesso tanto tempo fa, darò una festa a cui sarete invitati. 
Perciò, giusto per semplificarmi la vita, che in questo momento è già abbastanza ingestibile, chiedo a voi, 64 iscritti a questo blog, di scrivermi una mail e dirmi dove posso spedirvi il preziosissimo invito.
La mail di riferimento è: gastronomicavolante@gmail.com
Non siete follower? Beh, peggio per voi! (scherzo)

PS: Non temete, questo blog non si è trasformato in un gazzettino. A breve un nuovo post.

Sondaggione

Miei cari lettori,
ho bisogno del vostro aiuto e della vostra partecipazione in massa, perciò vi prego di perdere un minuto e lasciare un commento per rispondere alla mia domanda: quale, fra tutti quelli pubblicati, è il vostro post preferito?

* ore 23.21: aggiungo una postilla esplicativa che vi solleciti ulteriormente. Il 21 giugno La gastronomica volante Stanislavskij compirà il primo anno di vita. Naturalmente ci saranno grandi festeggiamenti (di cui vi parlerò più dettagliatamente fra un po’) durante i quali, fra l’altro, verrà fatto il reading di un post.
Perciò vi ripeto la domanda: voi quale vorreste ascoltare?

Shopping!

Come immagino sia accaduto a molte altre esponenti dell’invisa categoria grandi obese, ho avuto fin dall’adolescenza un rapporto estremamente conflittuale con lo shopping.
Mentre le mie coetanee progettavano sabati pomeriggio passati in giro per negozi a cercare l’abito che avrebbero indossato per il loro diciottesimo compleanno, io me ne tenevo prudentemente alla larga sapendo che in quelle boutique avrei potuto comprare al massimo una sciarpa, e solo dopo essere stata squadrata con riprovazione dalle commesse.
Quando avevo 15 o 16 anni c’erano solo tre negozi che frequentavo con disinvoltura e autentico piacere: la libreria Marotta (che ormai non c’è più), Magico Oriente (dove però mi limitavo a comprare orecchini e bracciali, visto che gli anelli mi andavano tuttalpiù al mignolo e le collane su di me sembravano collari a strangolo) e don Mario il saponaro, che occupava ben tre dei quattro locali su strada del mio palazzo. 
Inutile dilungarsi su Marotta e Magico Oriente perché una libreria, per quanto amatissima, è pur sempre una libreria, e di negozi di gioielli etnici chissà quanti ne avrete visti. Tutt’altra storia invece per la puteca di don Mario.
Tanto per cominciare don Mario – altresì noto come meza mascella – era un guappo, e a metà degli anni ’80 era l’ultimo esponente di una specie ormai estinta. Che fosse estate o inverno, lui vestiva di color crema dalle scarpe al cappello, e passava le sue giornate seduto su una poltrona nella penombra della parte più interna del negozio, fumando sigarette senza filtro con l’ausilio di un tozzo bocchino, anch’esso color crema.
A gestire gli affari per lui c’era il giovine del negozio, Antonio, che per la verità del giovane di bottega aveva il titolo, ma non certo l’età né tantomeno l’aspetto. Antonio aveva una faccia da roditore, ma simpatica, e la pelle ispessita da decenni di sole. Doveva aver avuto un passato da uomo di mare, perché c’era un che del pescatore in lui e il suo abbigliamento prevedeva solo due varianti: pantaloni neri e maglietta blu scollo a v d’estate, e pantaloni neri e maglione blu scollo a v d’inverno. 
Non credo abbia mai posseduto un cappotto, e se invece lo possedeva allora di sicuro lo indossava di nascosto, nel segreto del suo appartamento.
Naturalmente i tre locali del negozio erano uno più incredibile dell’altro. In tutti e tre c’era quell’odore secco della polvere e giusto un vago sentore di cera per mobili, ma così diafano e sfuggente da farti pensare a un’allucinazione olfattiva. Nulla era particolarmente prezioso, ma ogni cosa per me era particolarmente appetibile: bottiglie, bicchieri, pentole, piccoli mobili, cornici, macchine per cucire, chiavi, sedie, lumi.
La mia tecnica d’acquisto era una sola: la denigrazione. Facevo dei blitz esplorativi nel primissimo pomeriggio, mentre don Mario dormiva. Al riparo dal suo sguardo sornione, scrutavo i ripiani fino a individuare l’oggetto del desiderio quindi, pienamente soddisfatta, mi dileguavo silenziosamente.
Il giorno dopo, quando tornando da scuola passavo davanti al negozio, gettavo un’occhiata fintamente casuale all’interno per poi chiedere con noncuranza il prezzo dell’articolo puntato il giorno precedente. Don Mario la prendeva alla larga, cominciava a raccontarmi dove l’aveva trovato, a quale epoca apparteneva, quanto fosse raro. Lo lasciavo parlare poi, quando finalmente arrivava a dirmi il prezzo, io – a prescindere da quale fosse la cifra – sentenziavo che era troppo alto e che nessuno gli avrebbe mai dato tanto per quella schifezza.
Il fatto che io non mi degnassi neanche di fare una controfferta mandava don Mario fuori dai gangheri e allora vendermi quel tale oggetto diventava per lui un punto d’onore. Abbassava ogni giorno il prezzo di qualche migliaia di lire, proponeva di aggiungere altri articoli in omaggio, di farmi pagare a un tanto alla settimana, ma io continuavo a resistere.

Quando proprio non sapeva più cosa inventarsi, si appostava sulla soglia del negozio aspettando che mia nonna passasse lì davanti. Allora la salutava levandosi il cappello in segno di rispetto, quindi – quasi volesse intercedere in mio favore – le indicava l’oggetto del mio desiderio suggerendole implicitamente l’acquisto: “Signora baronessa… ‘a piccerella smania pe’ ll’ave’!”

Senza saperlo, era proprio la nonna a dargli il colpo di grazia. Lungi dall’assecondarlo, con il suo solito piglio autoritario proibiva al poveretto di effettuare la vendita (diceva proprio così: “don Mario, io vi proibisco di vendere questa fetenzia a mia nipote!”) e minacciava di fargli chiudere il negozio, la cui presenza a suo dire costituiva un’onta per un palazzo tanto rispettabile.
Poche ore dopo, inevitabilmente, don Mario mi faceva convocare nella puteca da Antonio e lì, sprofondato in poltrona, negoziava la resa: “Piccere’, io quella cosa che ti volevi comprare te la regalo… ma mi raccomando, nun dicere nient’ ‘a nonneta!”

Ho sempre avuto il sospetto che in fondo gli piacesse da morire tutto quel teatrino.

La macchinetta del caffè che compare all’inizio di questo post è l’ultimo regalo che ho ricevuto da don Mario. Gli anni sono passati, la puteca ha chiuso e don Mario e Antonio ormai non ci sono più.

Per parecchio tempo ho pensato che non avrei mai più ritrovato quel piacere di osservare la merce senza essere a mia volta osservata, di prendermi tutto il tempo che volevo per ponderare i miei acquisti… poi ho scoperto l’e-commerce.

Per quanto detesto andare in giro per negozi, tanto adoro curiosare in rete, scovare l’affare, trovare nuovi siti dove fare compere mentre mi tacito la coscienza ripetendomi che dopo aver tanto tribolato, ho diritto di togliermi finalmente qualche sfizio anch’io.

All’inizio a conquistarmi è stata la scoperta che se nel mondo reale avevo una probabilità di trovare vestiti della mia taglia pari allo zero assoluto, in rete la cosa non solo era fattibile, ma addirittura facile. Poi sono stata ammaliata dalla possibilità di comprare cose che avevo sempre desiderato ma che a Napoli erano rarissime: vecchie posate scompagnate in sheffield, la scrivania a rullo, libri fuori catalogo. Infine è on line che ho imparato a cercare accessori per la mia cucina (ho comprato il tritacarne per il Kitchen Aid di mamma da un tipo che gestiva un negozio in Giamaica e che me l’ha venduto a un prezzo stracciato) o ingredienti altrimenti irreperibili.

L’ultimo sito di cui mi sono infatuata è Degustaci, gestito da un manipolo di strenue esploratici che, girando in lungo e in largo la Campania, hanno selezionato il meglio di ciò che la mia regione produce (e si tratta di prodotti certificati: IGP, IGT, DOC, DOP, DOCG). Benché io sia campana, molti dei prodotti in vendita non li avevo mai neanche sentiti nominare, così, un po’ perché sono curiosa, un po’ perché mi sono fatta prendere la mano, ne ho ordinati ben 4.

Chiaramente se io ho gioito all’arrivo del corriere, il consorte era invece molto perplesso e continuava a domandarsi (e domandarmi) che diavolo ci avrei fatto con quella roba (!). Così, giusto per zittirlo, mi sono subito messa ai fornelli…

POLLO CON LE PESCHIOLE
per 4 persone

1 petto di pollo
200 g di peschiole
2 spicchi d’aglio
5 foglie di salvia
4 cucchiai d’olio EVO
5 cl di aceto di vino bianco
sale
farina bianca qb

Immagino che alcuni di voi si stiano chiedendo cosa siano le peschiole (io me lo sono chiesta), perciò vado a illustrare.

Le peschiole sono una specialità di Vairano Patenora, ameno comune in provincia di Caserta da cui in genere passo per andare a Roccaraso, fermandomi talvolta a mangiare all’ottimo Vairo del Volturno. Le peschiole sono – come in effetti si evince dal nome – delle piccole pesche (più precisamente noci pesche) che vengono colte dall’albero quando misurano un paio di centimetri e al loro interno non si è ancora formato il nòcciolo. Le peschiole vengono bollite in acqua e aceto, aromatizzate con spezie e poi conservate sotto vetro. La grandezza e il colore ricordano quello delle olive verdi, ma quando le si morde risultano invece incredibilmente croccanti e il sapore, se in un primo momento richiama alla mente i cetriolini sottaceto, ha una nota finale dolce e fruttata che spiazza piacevolmente.

Adesso che vi ho edotti, vi spiego come le ho usate. Ho lavato il petto di pollo, l’ho asciugato e l’ho ridotto in tocchetti che poi ho infarinato appena. Intanto ho fatto rosolare gli spicchi d’aglio in una padella ampia e, quando sono imbionditi, vi ho aggiunto il pollo che ho fatto dorare in maniera omogenea. A questo punto ho unito la salvia, le peschiole tagliate in sei spicchi, il sale, l’aceto e altrettanta acqua tiepida. Ho lasciato cuocere a fiamma bassa fin quando non si è formata una cremina lucida e ho servito immediatamente.

Et voilà, il consorte è rimasto senza parole!

PS: Volete sapere cos’ho preparato con gli altri tre prodotti che ho comprato? A partire da domani troverete le ricette sulla pagina facebook del blog.

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