Le avventure della Gastronomica al volante

Se ami la buona cucina e la tua idea di vita sociale contempla l’andare a cena fuori almeno una volta alla settimana, ma hai sposato un uomo che ha con la bilancia una relazione più intensa di quanto non l’abbia con te, hai solo due alternative possibili: o ti rassegni a struggerti di desiderio leggendo le recensioni dei ristoranti in cui vorresti andare, oppure ti trovi un compagno di scappatelle culinarie da consumarsi rigorosamente lontano dagli occhi, e soprattutto dal girovita, del consorte.

Inutile dire che ho optato per la seconda, anche se, devo ammetterlo, ho commesso un grave errore tattico e ho scelto il mio compagno di banchetto in quel di Torino, più o meno a novecento chilometri di distanza da casa mia. Che devo farci, in questi casi è questione di affinità elettive, e il sodalizio con Erre dura ormai da vent’anni, vale a dire da quando ero una giovane emigrante nostalgica della genovese e del ragù di mammà, e lui mi consolava portandomi in giro per ristoranti a scoprire le gioie della cucina piemontese.

Adesso fra noi funziona più o meno così: una volta ogni paio di mesi ricevo da Erre una telefonata con la quale mi comunica che sarà a Napoli il giorno dopo (mai che si annunci con un po’ più di anticipo) e mi chiede con trepidazione dove lo porterò a cena.

L’ultima volta Erre mi ha chiamato nella tarda mattinata del primo maggio, quando già era salito sul treno per Napoli.
– Arrivo in serata. Dove mi porti?
– Erre, ma è il primo maggio… fra ristoranti chiusi e quelli già tutti pieni sarà complicato trovare un posto. Almeno fammici pensare un momento!
Così medito a lungo perché, anche se Erre non lo sa, gli sfizi prima di farli togliere a lui devo togliermeli io, e alla fine telefono a Pietro Parisi, chef e patron di Era ora, ristorante in quel di Palma Campania.

Io e Pietro ci siamo conosciuti un paio d’anni fa, sul web. È da allora che propongo al consorte di andare a cena nel suo ristorante, ma lui si rifiuta categoricamente. Non ci pensa proprio a farsi un’ora di auto all’andata e una al ritorno solo per andare a mangiare! (Però quando va a lavorare in provincia succede che spesso sulla via del ritorno si perda e, guarda caso, vada a finire proprio a Palma Campania e mi faccia delle telefonate importune nelle quali mi chiede con una vocina dispettosa “indovina dove sono?”)

Così mi accordo con Pietro e prenoto un tavolo per le nove, contando sul fatto che Erre arriverà a Napoli alle sette. Poi però succede che Erre perda la coincidenza e accumuli un’ora di ritardo, che la mia auto decida di morire dopo aver fatto venti metri, che l’auto di mio padre, presa in prestito in extremis, abbia il navigatore rotto, che improvvisamente tutti i napoletani abbiano deciso di dover mettersi in auto e, guarda caso, fare proprio lo stesso percorso che devo fare io per arrivare all’albergo di Erre. Così, ancora prima di incontrarci e lasciare Napoli, io e Erre abbiamo la consapevolezza che, ahimé, non saremo da Pietro prima delle dieci.

Recupero Erre al volo e, senza neanche perdere tempo a salutarlo, gli schiaffo in mano il mio iPhone dicendogli che non ho idea di dove andare e imponendogli di fare da navigatore, sfruttando l’app del mio cellulare. Ma purtroppo Erre non è un nativo digitale e quindi non sa neanche da dove cominciare, come mi ripete più volte credendo di suscitare la mia comprensione e ottenendo invece di rendermi sempre più insofferente.

Insomma, finisce che neanche abbiamo imboccato l’autostrada e già ci siamo persi. Fra me che da brava miope/presbite/astigmatica/fotofobica leggevo un cartello stradale sì e tre no, Erre che continuava a maneggiare il mio telefono come fosse un ordigno nucleare, il buio e le chiacchiere, dopo un po’ scopriamo non solo di essere diretti a Bari, ma di esserci anche quasi arrivati.

Dopo tre telefonate a Pietro per spostare la prenotazione (“non vi preoccupate, quando arrivate arrivate”, ha risposto l’ultima volta), una conversione a U che neanche San Paolo sulla strada di Damasco, un momento di sconforto nella solitudine dell’aperta campagna, la richiesta di informazioni a due distinte signorine semi ignude che quando hanno capito che non eravamo interessati a del simpatico sesso di gruppo a pagamento ci hanno mandati a quel paese, non so neanche io come, siamo arrivati al ristorante.

E finalmente ci siamo rilassati.

Andare a cena da Pietro Parisi è come entrare in una macchina del tempo in cui presente e passato, nuove scoperte e vecchi ricordi, esistono contemporaneamente. Questo accade perché la cucina di Pietro è caratterizzata da un lavoro certosino di riscoperta di ingredienti della tradizione contadina ormai dimenticati – per esempio le erbe selvatiche come il silene o la portulaca – utilizzati però con tecniche moderne.

Pietro è forse la persona più tenace e integra che io abbia mai conosciuto. È un uomo che si è dato degli obiettivi e, in modo lento ma inarrestabile, li ha raggiunti tutti, senza per questo perdere l’umiltà che è tipica di chi è davvero intelligente. Perciò, ancor più della cena – durante la quale molti piatti sono stati una piccola epifania – io ed Erre ci siamo goduti il dopo cena, con Pietro seduto al nostro tavolo che ci parlava di sé, della sua famiglia – a partire dalla nonna Nannina, maestra di cucina e di vita, per finire alla nipotina Carmen e alla figlia Antonia, che non ha ancora compiuto un anno – della sua formazione in giro per il mondo e della scelta di tornare poi a casa, aprendo un ristorante in un territorio difficile, ma che Pietro ama ed è determinato a valorizzare.

Così, fra un bicchiere di vino e l’altro, Pietro ci ha raccontato della pizza a lievito fujuto, impastata usando il siero della mozzarella, dei seccamienti, un antico metodo di conservazione delle verdure estive che usa regolarmente, e dei VOLTI, vale a dire i piccoli coltivatori e allevatori locali da cui Pietro si rifornisce e le cui facce belle e antiche sono immortalate sul menu/magazine di Era Ora.

Salutiamo Pietro che ormai l’una di notte è passata già da un po’, e ci mettiamo in macchina con quell’allegria indolente che segue le esperienze felici. Addirittura azzardiamo una canzone di Mina, visto che lo stereo dell’auto di mio padre si è acceso autonomamente e non riusciamo a spegnerlo. Stavolta Erre ha preso confidenza con l’iPhone e quindi procediamo sicuri verso la meta, fin quando non vediamo all’orizzonte una pattuglia dei carabinieri.

– Adesso ci fermano, boia faus!
– Erre, non secciare!
– Ci fermano e ci fanno l’etilometro!
– Erre, smettila!
– E ci ritirano la patente, e ci sequestrano anche l’auto!
– Erre, ti ricordo che sei un semplice passeggero. Rilassati!

Naturalmente ci fermano, in virtù di quella regola non scritta per cui se devi fermare un tot di auto durante un turno di notte nell’hinterland napoletano, meglio che il conducente e il passeggero abbiano l’aria paciosa e affidabile.

Erre suda freddo, convinto com’è che solo una manciata di minuti ci separi dall’inevitabile arresto, e rischia la sincope quando il carabiniere, oltre ai miei documenti, richiede anche i suoi. Il controllo che segue è talmente lungo, e la situazione talmente ridicola, che a me viene la ridarella. Erre mi sibila di smetterla. Si accorgeranno che sono ubriaca e mi faranno l’etilometro! Inutile ripetergli che dei due l’unico brillo è lui, né che quello dei carabinieri è un controllo di routine, Erre si rilassa soltanto quando il carabiniere ci restituisce i documenti e ci dice che possiamo andare, non prima però di averlo redarguito. Lui che è un giornalista torinese non scriva male dei carabinieri napoletani!

Erre promette solennemente, e così ci rimettiamo finalmente in viaggio, ma quando al primo bivio gli chiedo indicazioni, mi confessa timidamente che durante la nostra sosta forzata ha dimenticato di spegnere il navigatore dell’iPhone, che ora è irrimediabilmente scarico.

Propongo di tornare indietro e chiedere indicazioni ai carabinieri, ma Erre comincia a tremare alla sola idea e mi chiede invece di fidarmi del suo proverbiale senso dell’orientamento. È sicuro che riuscirà a trovare la strada di casa! Ora, ricordo perfettamente che una volta io ed Erre ci siamo perduti nel centro di Torino, sua città natale, ma decido di dargli fiducia e faccio bene perché, grazie a lui, nelle successive due ore di pellegrinaggi alla cieca, scopro zone della provincia, ma anche di Napoli, che mai avrei sospettato esistessero e che mai saprei ritrovare.

Arriviamo al suo albergo, dopo un rocambolesco senso vietato, che ormai è l’alba. Lui ripartirà dopo poche ore, giusto il tempo di farsi una doccia, vedere una mostra, e poi sarà di nuovo sul treno. Mi saluta con un paio di quei baci pudici dei torinesi, e poi mi fa un’ultima domanda:

– La prossima volta mi porti a cena da Annamaria Varriale?

No caro Erre, non ti ci porto. Da Annamaria Varriale non ci andremo fin quando non avrai capito che quella che tu credi si chiami Annamaria Varriale è in realtà Marianna Vitale.

E comunque, non prima che io abbia comprato una vecchia, cara, affidabile cartina stradale.

La prossima volta meglio andare sul sicuro.

La parmigiana di melanzane nel boccacciello di Pietro Parisi
per 1 persona 
1 barattolo con la guarnizione da 500 ml
3 melanzane lunghe
70 g di fiordilatte tagliato a listarelle molto sottili
150 g di salsa di pomodori San Marzano
parmigiano grattugiato
basilico 
Quando ancora non ci conoscevamo, Pietro un giorno venne alla RAI e mi lasciò in portineria due di questi boccaccielli. Tornare a casa, ravvivarli (poi vi spiego come), aprirli e aspirarne a pieni polmoni il profumo, fu un’esperienza mistica. Assaggiarne il contenuto, paradisiaco. 
Preparare questa meraviglia cremosa e avvolgente è molto più semplice di quanto si possa immaginare. Per prima cosa si mette a cuocere la salsa usando dei normalissimi pelati San Marzano, un filo d’olio, uno spicchio d’aglio, basilico, sale e pepe. Quando la salsa è pronta, bisogna passarla, quindi pesarne 150 g e tenerla da parte. Intanto si tagliano le melanzane in fette che abbiano 3 mm di spessore e una lunghezza tale da poter essere agevolmente infilate nel barattolo. Le melanzane andranno cotte al vapore per 5 minuti, giusto il tempo di ammorbidirle e fare in modo che perdano un po’ di amaro. A questo punto si prende il vasetto precedentemente sterilizzato (vi basta lavarlo bene, asciugarlo e poi infilarlo nel forno freddo che porterete a 130° e nel quale lo lascerete per venti minuti dal raggiungimento della temperatura), e si comincia a riempirlo partendo da un cucchiaio di salsa di pomodoro a cui seguiranno un po’ di fiordilatte, un po’ di basilico, un po’ di parmigiano e le melanzane. Si comprime bene il tutto (le melanzane in cottura perdono molto volume, se non le pressate rischiate di ritrovarvi con un boccacciello pieno solo a metà) e si ricomincia. Una volta arrivati alla sommità del barattolo, si finisce con salsa, fiordilatte, basilico e parmigiano. Si chiude il boccacciello e si procede quindi alla cottura, che può avvenire in tre modi: in forno a vapore a 85° per tre ore; in forno statico, in una placca colma d’acqua, a 85° per tre ore; sul fuoco, immerso in una pentola d’acqua che sobbolle appena, per 2 ore.
Trascorso questo tempo, il boccacciello può essere consumato subito, oppure lasciato raffreddare e conservato in frigo fino a 50 giorni (insomma, li preparate all’inizio di settembre e li mangiate a fine ottobre, quando di melanzane buone davvero non ce n’è più traccia). Se avete optato per la seconda possibilità e volete gustare un boccacciello comme il faut, vi basta tirarlo fuori dal frigo, aspettare che torni a temperatura ambiente, quindi immergerlo per venti minuti, a fuoco spento, in una pentola d’acqua che abbia appena raggiunto il bollore e che coprirete con un coperchio.
Qui in casa Gastronomica siamo diventati addicted.
Scommetto lo diventerete anche voi.

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4 risposte a "Le avventure della Gastronomica al volante"

  1. Bentornata cara! Questo boccacciello ha tutta l'aria di avere la lentezza di cui ho bisogno… Sulla bontà sono certa perché trasuda voluttà da tutte le fotografie!Una domanda che rileverà la mia ignoranza in tema di conserve (ho una mamma terrorizzata dal botulismo….): in forno il vasetto , per poter essere sterilizzato,va completo di guarnizione?Un abbraccio,Ellen aka Vale

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  2. La guarnizione va tolta, ma messa in forno insieme al barattolo e poi rimontata. Oppure puoi mettere il barattolo e la guarnizione (sempre levata dal suo alloggiamento) in una pentola di acqua fredda, portarla a bollore, lasciar bollire per una ventina di minuti e poi aspettare che si raffreddi in quella stessa acqua. Un bacio, mia cara Ellen.

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