L’epifania che tutte le feste (finalmente) si porta via

Ce l’abbiamo fatta, anche quest’anno siamo sopravvissuti al mese di delirio che comincia l’otto dicembre con la decorazione della casa e finisce il sei gennaio, con il ritrovamento fortuito della calza preparata dal befanesco consorte.

Che non sarebbe stato facile l’avevo capito fin dall’Immacolata, quando il consorte, con il fare vago che lo contraddistingue, mi ha chiesto che tipo di decorazione pensassi di mettere sulla porta.

– Ma nessuna, come al solito. – Ho risposto mentre continuavo ad appendere campanelle all’albero (nelle questioni natalizie ho subìto l’imprinting di La vita è meravigliosa).
– Però sarebbe carino metterci una ghirlanda. – Ha insistito lui.
– Senti, la ghirlanda non è prevista. Non ce l’ho la ghirlanda. Ma poi com’è che all’improvviso ti è venuta ‘sta voglia di ghirlanda?
– No… è che prima sono uscito sul pianerottolo e ho visto che tutti i vicini ne hanno messa una sulla porta. Va be’, ma non preoccuparti… domani ne compro una io dai cinesi.

Ecco, la pressione sociale da una parte, e il terrore dei possibili acquisti asiatici consortili dall’altra, hanno fatto sì che io trascorressi la notte fra l’otto e il nove dicembre in versione elfo di Babbo Natale ricombinato geneticamente con Grace Bonney, per produrre la ghirlanda che vedete ritratta in foto, realizzata con la forza della disperazione, una gruccia di ferro da lavanderia, un po’ di feltro, qualche nastro conservato dai natali precedenti e le mie formidabili forbici con le lame a zigzag.

E questo è stato solo l’inizio. Anche se devo ammettere che tutto ciò che è accaduto dopo l’ho voluto io e soltanto io.

– Senti, ti ricordi che il mese scorso volevo fare la cena del Thanksgiving?
– Ma poi fortunatamente siamo andati a Roma. Sì, lo ricordo.
– Beh, stavo pensando di trasformarla in una festa pre-natalizia.
– Mmmm…
– Aspettiamo che gli amici che vivono fuori tornino a Napoli, e poi li convochiamo tutti. Il ventidue dicembre sarebbe l’ideale.
– E scommetto che hai già fatto una lista degli invitati…
– Siamo una trentina di adulti… e poi ci sono i bambini.
– I bambini!?
– Certo, non è Natale senza bambini.
– E quanti sarebbero questi bambini?
– Mah… credo una ventina…
– Una ventina!?
– …
– Bene, ti ricordo che in casa nostra ci sono esattamente venti posti a sedere, e ho contato anche lo scaletto a due gradini che sta in cucina. Dove le facciamo sedere una cinquantina di persone?
– Beh, magari organizziamo una rotazione…

Così ho cucinato come se non ci fosse un domani tutto ciò che pensavo potesse piacere a dei bambini di età compresa fra i cinque e i quattordici anni, tutto ciò che pensavo potesse intrigare degli adulti per accompagnare un cocktail, e tutto ciò che potesse andare bene a entrambi per un pasto completo, perché l’invito era a partire dalle 18.30, per un aperitivo che poi sarebbe naturalmente evoluto in cena.

Ora, probabilmente il fatto che tutte le mie amiche al momento dell’invito rimanessero sconcertate nell’apprendere che fossero inclusi anche i bambini avrebbe dovuto insospettirmi, ma se fra di voi c’è qualcuno che, come me, ha molto desiderato dei figli senza però riuscire ad averne, potrà capire quanto mi entusiasmasse l’idea di avere per una volta la casa piena di bambini, perciò sono andata dritta per la mia strada… verso l’abisso!

Alle 18.30 del ventidue dicembre fremevo in attesa dell’arrivo degli ospiti. Alle 19.30 mi compiacevo di quanto fossero belli i figli dei miei amici, di come fossimo belli tutti, grandi e piccoli, ancora insieme, ancora con lo stesso piacere, dai tempi del liceo. Alle 20.00 dalla stanza di cui si erano impossessati i bambini proveniva un frastuono terribile che impediva agli adulti di chiacchierare a un volume accettabile. Alle 20.30 l’occhio sinistro del consorte cominciava a chiudersi e aprirsi ritmicamente come quello dell’ispettore Dreyfus, mentre, restando sulla soglia della stanza invasa dai bambini, mi indicava una frugoletta con un maglioncino a righe, delle adorabili treccine bionde e grandi occhi azzurri.

– Quella, quella lì! Come si chiama?
– Emma…
– È una caporione! Li sta scatenando tutti!
– Amore, non esagerare…
– La guerra con i gusci delle noccioline americane l’ha fatta scoppiare lei!
– Ma…
– E anche l’aranciata sul divano l’ha rovesciata lei!
– Non l’ha mica fatto volutamente…
– Sì invece! E lo vedi quel solco nel muro, quella specie di voragine?
– Sì…
– L’hanno fatta lei e quelle altre due pesti (due bambine belle da togliere il fiato, ndr) sbattendo le poltroncine del cinema contro la parete!
– Su, abbi un po’ di pazienza…
– Ma che pazienza! Io voglio un Negroni e un tranquillante!

Così quando verso mezzanotte la casa si è svuotata e abbiamo cominciato a mettere in ordine, a raccogliere i cocci, a ripulire il sangue dei feriti (non è una metafora, i feriti ci sono stati davvero), a constatare che il piede del tavolino del soggiorno era irrimediabilmente rotto, che la copertura del divano andava mandata in lavanderia, la parete stuccata, il telecomando del televisore sostituito perché immerso in una caraffa di aranciata, ho ripensato a uno degli aneddoti cardine della mia infanzia che riguarda Di Grazia, un tappezziere molto celebre e bravo, i cui lavori, fra la fine degli anni ’60 e la fine degli anni ’70, sono stati collocati in quasi ogni casa della Napoli bene.

Era il dicembre del 1971 e finalmente ci eravamo trasferiti nella casa nuova, i cui lavori di ristrutturazione erano durati quasi due anni. La casa era ormai perfetta ed era perciò stato convocato Di Grazia per portare i mobili e montare tende e mantovane. Nella lunga giornata di lavoro, che il tappezziere, da uomo meticoloso qual era, trascorreva curando ogni minimo particolare fino a rendere tutto perfetto, ci furono una serie inenarrabile di incidenti di percorso, causati tutti da mio fratello, che all’epoca aveva sedici mesi ma si era già guadagnato il soprannome di Peste Bubbonica.

Prima s’incantò a guardare a bocca aperta il tappezziere all’opera, e sbavò sul bracciolo del divano rivestito di seta di San Leucio provocando al poveretto un attacco isterico e svariate ore di lavoro in più per rimediare al danno, poi lanciò giù dal balcone la radiolina a transistor che Di Grazia possedeva da più di vent’anni e teneva accesa per avere un po’ di compagnia durante il lavoro, quindi si appese a corpo morto a una tenda appena montata strappandone la parte superiore, e infine lanciò attraverso la stanza una tavoletta di compensato che il pover’uomo usava come supporto al ferro da stiro, colpendo il tappezziere giusto in fronte con conseguente taglio e bitorzolo.

Quando a fine giornata mia madre, mortificata, si scusò ripetutamente per tutto ciò che aveva fatto mio fratello, Di Grazia le disse di non preoccuparsi e le confessò invece di esserle grato.

– Vedete signora, io e mia moglie siamo sposati da dieci anni ma non abbiamo avuto figli. Io tutte le sere torno a casa e prego il Padreterno di farcene avere uno, invece stasera torno a casa e ringrazio il Padreterno per averci risparmiati!

Polpette di friarielli
(per un aperitivo rigorosamente SENZA bambini)

Friarielli
Pane raffermo
Parmigiano
Uova
Aglio
Peperoncino
Pangrattato
Sale
Olio EVO
Olio di arachidi

Signori miei, mi dispiace ma qui di dosi non ce ne sono e bisogna necessariamente andare a occhio come fate, credo e spero, ogni volta che preparate qualsiasi tipo di polpetta. In questo caso si comincia pulendo per bene i friarielli di modo che non sopravviva nessun gambo (ma potete usare anche i broccoli, va bene lo stesso), lavandoli e quindi mettendoli a soffriggere, ancora ben umidi d’acqua, in un tegame con l’olio, l’aglio e il peperoncino. Salate, coprite con un coperchio in modo che i friarielli tirino fuori l’acqua di vegetazione e continuate così per una decina di minuti, quindi scoprite, alzate la fiamma e portate a cottura rosolando la verdura.

Una volta freddi, tritate finemente i friarielli e miscelateli con il pane precedentemente messo in ammollo nell’acqua fredda e strizzato.

 Aggiungete l’uovo (o le uova), il parmigiano grattugiato, e lavorate con le mani fino a ottenere un composto omogeneo. Formate quindi delle polpettine regolari – io per porzionarle uso un dosatore da gelato – e passatele nel pangrattato.

A questo punto potete friggere le polpette in olio d’arachidi fin quando non saranno ben dorate, oppure disporle su una teglia, irrorarle con un filo d’olio, e cuocerle al forno preriscaldato a 180° per una mezz’oretta.

NOTE A MARGINE

Un po’ di tempo fa mi hanno chiesto di scrivere delle favole per un libro della collana Save The Parents, edita da Feltrinelli, che si chiama “100 storie per quando è veramente troppo tardi”. Mi sono divertita molto a farlo, anche se continuavo a chiedermi che senso avessero quei libri. Ho sempre pensato che a dover essere salvati fossero i bambini, non certo i genitori. Beh, dopo la festa del 22 dicembre ho cambiato idea, perciò oggi che è la Befana e sicuramente avrete inondato i vostri pargoli di doni, andate in libreria e il regalo fatelo a voi stessi comprando tutti i libri della collana. Sono sicura che saranno un bel salvavita!

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7 risposte a "L’epifania che tutte le feste (finalmente) si porta via"

  1. C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,un tempo per demolire e un tempo per costruire.Un tempo per piangere e un tempo per ridere,un tempo per gemere e un tempo per ballare.Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.Un tempo per cercare e un tempo per perdere,un tempo per serbare e un tempo per buttar via.Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,un tempo per tacere e un tempo per parlare.Un tempo per amare e un tempo per odiare,un tempo per la guerra e un tempo per la pace

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  2. Oh che soddisfazione! Quando dissi timidamente che alla festa che avrei voluto fare io i bambini non erano inclusi mi hai fatto sentire un mostro….E cmq le 3 femmine mignon di cui parli sono indiscutibilmente delle pesti. Una soprattuto la conosco bene. Mi spiace un sacco per i danni, a occhio e croce li avevo un po' sottostimati. L'aranciata sul divano però è opera maschile, Emma si trovava al posto sbagliato nel momento sbagliato. Le polpette di friarielli erano ottime e la brioche con il prosciutto (o era salame?) in mezzo era un capolavoro assoluto. Ma, come come dice Julia Child, se è buono c'è il burro e lì ce ne sarà stata una tonnellata, vero? Quindi mi sa che il mio colesterolo ha subito la mazzata definitiva….Elica

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