Un uovo di crema

Mio nonno era stato un bambino grasso. Con lui il codice genetico non era stato molto generoso e invece di far prevalere le peculiarità del ramo danese della famiglia – occhi chiari, capelli biondi, figura snella e slanciata – che erano appannaggio esclusivo di sua sorella Camilla, gli aveva riservato tutte le caratteristiche fisiche del ramo partenopeo. 
Il nonno, che pure era un bell’uomo il cui fascino era accresciuto da un’intelligenza smagliante e un senso dell’umorismo fuori dal comune, aveva occhi e capelli scuri, statura modesta e una decisa tendenza alla pinguedine.
Non appena si affacciò all’età puberale dimagrire divenne la sua ossessione. Modellò il suo corpo con il canottaggio, la corsa ed estenuanti serie di addominali. Mentre i suoi coetanei entravano in quella fase della vita in cui sembra nulla possa saziarli, lui si dedicava al digiuno con rigore ascetico, e quella disciplina finì col diventare così radicata che mai, per il resto della vita, il nonno commise un passo falso.
Ricordo ancora i suoi pranzi a base di un singolo uovo alla coque e di un frutto, le cene con un po’ di verdura bollita e qualche fettina di prosciutto crudo, le colazioni inesistenti che cominciavano con il caffè e lì terminavano.
L’unica cosa che si concedeva, una sola volta all’anno, era una scatola da un chilo di nudi di Gay Odin. Se la faceva regalare dalla nonna a Natale, immancabile fra gli altri doni, e la riponeva nel proprio armadio, poggiata sul ripiano della cassettiera accanto alla spazzola per gli abiti e la bottiglia di colonia English Lavender della Aktinsons.
I cioccolatini del nonno erano sacri, nessuno doveva toccarli. Lui ne gustava un paio con studiata lentezza quando si svegliava dal riposino pomeridiano, accompagnandoli al caffè, come giusto incentivo per riprendere la giornata di lavoro allo studio. La scatola di nudi durava un mese o poco più, dopodiché ricominciava l’astinenza.
Ma c’erano sempre, durante i restanti undici mesi, dei languori improvvisi. A volte il nonno veniva preso da una specie di smania, da un’irrequietezza che non si placava da sola e che in qualche modo bisognava domare. 
Era allora che con quel tono gentile ma fermo che gli permetteva di non essere mai contraddetto, chiedeva alla nonna di preparargli l’unico balsamo che osasse concedersi per appagare la gola, ma soprattutto addomesticare il cuore: un uovo di crema.

CREMA GIALLA DELLA NONNA
Per una bella ciotolina che porti via la tristezza
1 tuorlo di un uovo categoria A
1 bel cucchiaio di zucchero
1 bel cucchiaio di farina
250 g di latte intero
la scorza di mezzo limone
Tanto vale dirlo subito: questa crema sfugge a tutte le regole e a tutte le dosi e guai a usarla per farcire un dolce. A volerle trovare un uso che non si riveli improprio, la destinerei a interpretare il non facile ruolo di panacea contro ogni male. 
Il conforto di questa crema dal sapore senza tempo è immediato quanto totale. Che sia mangiata calda, tiepida o fredda (cosa che per altro non accade mai, se si viene presi dalla smania delle coccole non è che poi si possa procrastinare a lungo), nel cuore dell’inverno o nella torrida estate, al mattino o al calar delle tenebre, il suo effetto placante è una certezza.
Ricordo benissimo la nonna in piedi accanto al fornello, ricordo perfino il vecchio pentolino che usava per prepararla, cosa fra l’altro di una semplicità estrema.
Si scalda il latte con le scorze di limone fino a portarlo quasi a bollore. Intanto in una ciotola si montano con una frusta il tuorlo e lo zucchero. Quando il composto sarà diventato chiaro e spumoso, vi si aggiunge la farina e infine il latte caldo a filo, avendo cura di mescolare bene con la frusta per evitare che si formino dei grumi.
Si versa quindi nuovamente il tutto nel pentolino e, sempre girando con la frusta, si porta la crema a ebollizione. Non appena la vedete sbuffare dal fondo, spegnete e versate la crema in una ciotolina.
Se volete guarnite con delle amarene, con delle fragole o delle pesche.
Ma vi assicuro che va benissimo anche senza.

Chiudo gli occhi, porto il cucchiaino alle labbra, e torno bambina.

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24 risposte a "Un uovo di crema"

  1. per prima cosa, mi spiace per tuto nonno… dev'aver sofferto non poco nel perdersi alcune prelibatezze tra le più squisite che, almeno nella giovinezza, uno possa decidere di mangiare… poi ti dirò che questa tua crema mi attrae.. dev'essere veramente panacea di tutti i mali!

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  2. Penso che lo sperimenterò quanto prima, quest'uovo. Un uovo pieno di qualità 🙂 E ribadisco che devo fare ammenda per quanto mi sono perso finora nel non frequentare assiduamente codesto blog.

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  3. Mi piace il nome: Uovo di Crema, è molto evocativo, però si tratta di un budino :-)Mi piace la storia di tuo nonno e mi piace la sua capacità di autodisciplina e di saper godere anche di una scatola di cioccolatini.Grazie per la storia, mi fa riflettere…Buona giornata

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  4. Robi no, non è un budino. È la buona, vecchia crema pasticciera nella versione sbrigativa e \”a occhio\” della mia nonna. Quando l'ho fotografata si era raffreddata e quindi rappresa, inoltre il liquido di governo delle amarene l'aveva fatta staccare dalla ciotola. Ma ti assicuro che la consistenza di questa crema, anche se mangiata fredda, non ha nulla a che vedere con il budino. Sì, anch'io sono ammirata dall'autodisciplina che aveva il nonno. Vorrei averne avuta anche solo un decimo. Baci, mia cara.

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  5. Sai, la vita è una questione di scelte. Io – seppure consapevole di non fare testo poiché per gran parte della mia vita sono stata affetta da disturbi alimentari psicogeni – non mi sono privata di alcuna prelibatezza, ma – giusto per fare un esempio – sono quasi trent'anni che non vado a sciare perché sono troppo grassa per farlo. Credo che, come sempre, il giusto sia nel mezzo. Il nonno poi era estremamente parsimonioso, ma era anche un buongustaio, non è che abbia mangiato insalata per tutta la vita!fammi sapere della crema, e baci.

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  6. Poesia. Cara Benedetta, posso dirti che questa usanza esiste anche a casa mia, nella mia famiglia acquisita, ovvero quella dei miei suoceri, in cui mia suocera prepara la crema che diventa dolce assoluto da servire in piccoli bicchierini di vetro dalla forma di tazzine da caffè, con manici minuscoli. Ci stanno si è no 2 cucchiai e mezzo di crema ciascuno e ti posso garantire che anche se poca, è davvero una panacea e cura efficacissima a ripristinare l'allegria. Mia suocera è Molisana. Il pentolino in cui cuoce la crema è in rame zincato ed ha oltre centro anni. Non me lo darà mai ma io non smetterò mai di chiederglielo! Meravigliosa figura d'uomo tuo nonno. Un abbraccio, Pat

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  7. Magari, dopo tanta resistenza, tua suocera potrebbe spiazzarti con un atto di generosità improvviso che ti lasci senza fiato. Magari la sua è solo una lunga preparazione al gesto eclatante. Dopo tutto non c'è nulla di più bello che donare una cosa che ci è cara a chi la desidera davvero. Sì, con i nonni sono stata molto fortunata. I tre che ho conosciuto – le due nonne e nonno Totò – erano personaggi meravigliosi (la nonna elisa lo è ancora. Pensa che mercoledì sera le ho telefonato per avvertirla che su Sky trasmettevano la prima de La Traviata dal San Carlo e lei tutta contenta mi ha risposto: \”allora vado subito a mettermi le perle!\”). Se vuoi sapere di più del nonno, sempre nel caso che tu non l'abbia già letto, parlo di lui anche in questo post: http://gastronomicavolante.blogspot.it/2011/08/par-condicio.htmlUn abbraccio a te.

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  8. davanti al computer in pronto soccorso con la radio accesa mi fai un po' compagnia come le chiacchiere notturne di qualche anno fa.. baci s

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