Duecento ma non li dimostra

Ci siamo conosciuti tardi, io e Charles Dickens. Forse è stato a causa dei miei anni di liceo ribelli e anarchici che mi portavano a evitare con cura tutto ciò che era istituzionale e a esplorare invece territori diversi, che fosse la California di Jack Kerouac o il Perù di Manuel Scorza. O forse è stato semplicemente il destino, perché gli incontri importanti, quelli che poi ti segnano la vita, avvengono senza regole, nel momento esatto in cui devono avvenire.
Nel mio caso fu nel 1995, quando Einaudi pubblicò nei tascabili Casa Desolata. Lo comprai con un’ombra di scetticismo perché il mio cuore in quel momento apparteneva a Carver, conquistato – credevo per sempre – dalla sua prosa scarna, dai suoi periodi brevi. Dickens andava letto, e su questo ero d’accordo, ma su una come me che dopo quel ramo del lago di Como aveva dichiarato guerra alle descrizioni, di sicuro non avrebbe fatto presa.
Lo cominciai a leggere in tram, tornando a casa in una Torino imbiancata dalla neve e al secondo paragrafo rimasi folgorata: Nebbia ovunque. Nebbia su per il fiume, che fluisce fra isolette e prati verdi; nebbia giù per il fiume che scorre insudiciato tra file di navi e le sozzure che giungono alla riva di una grande (e sporca) città. Nebbia sulle paludi dell’Essex, nebbia sulle alture del Kent. Nebbia che s’insinua nelle cambuse dei brigantini di carbone; nebbia sparsa sui cantieri e librata nel sartiame dei grandi bastimenti; nebbia sospesa sulle falchette dei barconi e dei piccoli battelli. Nebbia negli occhi e nella gola dei decrepiti pensionati di Greenwich che respirano a stento accanto ai focolari delle loro camerate; nebbia nel bocchino e nel fornello della pipa pomeridiana dell’iroso capitano di lungo corso rintanato nella sua cabina; nebbia che morde crudelmente le dita dei piedi e delle mani del piccolo mozzo intirizzito in coperta. Passanti occasionali che sui ponti guardano dal parapetto un infimo cielo di nebbia, avvolti essi stessi nella nebbia come in una mongolfiera sospesa tra nuvole oscure.
Questo è cinema. Quarantatre anni prima che i fratelli Lumière girassero il loro primo film, Dickens aveva già una scrittura cinematografica e a pensarci bene questa Londra in bianco e nero, dove la grande prospettiva viene alternata al dettaglio, non è poi tanto diversa dalla Manhattan descritta da Woody Allen quasi un secolo e mezzo dopo.
Da quel pomeriggio di diciassette anni fa, io e Dickens non ci siamo più lasciati. Lo consulto come la mia bisnonna Titta consultava Il talismano della felicità, certa che fra le sue pagine avrebbe trovato ogni risposta. C’è tutto in Dickens: il romanzo sociale, quello d’appendice, quello comico, quello gotico, quello poliziesco – di cui è probabilmente il creatore anche se poi il primo romanzo di genere fu scritto da Wilkie Collins.
Benché sia in possesso di ogni opera di Dickens che sia stata pubblicata, confesso di non aver letto tutto. Non ancora. Non finché posso. Mi piace talmente perdermi fra quelle pagine, lasciarmi sorprendere da quelle incredibili trame perfettamente ordite, che la prospettiva di non aver più nulla da leggere, di non provare più il brivido del come andrà a finire, m’intristisce irrimediabilmente.
Così centellino le letture; mi concedo un romanzo nuovo ogni tre anni, magari ogni quattro. E intanto rileggo, perché fortunatamente c’è sempre qualcosa che è sfuggita alla precedente lettura, il piacere che i romanzi di Dickens mi regalano non si esaurisce in una volta sola.

È colpa di Dickens se Londra non mi piace, perché la mia Londra è quella descritta da lui, non quella pragmatica e tirata su in fretta col cemento faccia vista e gli infissi di alluminio anodizzato, dopo la seconda guerra mondiale. È colpa di Dickens se tanti romanzi, tanta fiction, tanto cinema mi sembrano un blando deja vu. È colpa di Dickens se nell’armadio della mia cucina sono allineate marmellate, sottaceti, chutney, spezie, biscotti e farine, perché dopo aver letto e riletto la stupefacente descrizione della credenza della madre del reverendo Septimus e del suo meraviglioso contenuto, che il buon Charles fa ne Il mistero di Edwin Drood – il suo ultimo romanzo, rimasto incompiuto (e io che darei per sapere come l’avrebbe terminato!) – mi struggo dal desiderio di possederne una uguale.

Oggi Charles Dickens avrebbe compiuto 200 anni. Sono 200 anni splendidamente portati, il signore invecchia bene vedendo di anno in anno aumentare il proprio fascino. Quest’anno è il suo anno e chiunque si affanna per celebrarlo, omaggiarlo, ricordarlo con reading, mostre, dibattiti, film.

Io lo faccio in privato, rileggendo Casa Desolata, il libro che fece scoccare la scintilla, e sorseggiando un buon tè.
Naturalmente all’inglese.

SCONE
Per 18 pezzi
500 g di farina

1 cucchiaino di sale
30 g di bicarbonato di sodio

80 g di burro freddo a cubetti

300 ml di latticello (ottenuto mischiando 150 ml di latte intero con 150 ml di yougurt naturale)
1 tuorlo d’uovo sbattuto con 2 cucchiai di panna per spennellare la superficie

Non c’è tè all’inglese degno di questo nome che non sia accompagnato da uno scone spalmato di clotted cream e addolcito da un cucchiaino di marmellata di fragole. Tutto il resto è un di più, ma lo scone è e resta l’essenziale.
Farli è abbastanza facile soprattutto se agite da esseri del ventunesimo secolo e vi affidate alle prodezze di un buon mixer. Perciò, mentre il forno si preriscalda a 200° (che fine hanno fatto i soliti 180°?), setacciate nel bicchiere del mixer farina, sale e bicarbonato e fate andare per qualche secondo in modo che si mescolino bene. A questo punto aggiungete il burro ben freddo e tagliato a cubetti. Azionate il mixer a intermittenza, fino a ottenere un composto sabbioso e slegato. Unite il latticello e accendete nuovamente il mixer lavorando giusto il tempo necessario ad amalgamare il tutto, ma non di più.
Levate l’impasto dal mixer e, maneggiandolo il meno possibile, adagiatelo su una spianatoia ben infarinata e stendetelo con il matterello a uno spessore di 3 cm. Usando un coppapasta infarinato di 5 cm di diametro, tagliate dei dischetti. Ricompattate l’impasto velocemente e ripetete l’operazione fin quando non l’avrete esaurito. 
A questo punto distribuite gli scone su una teglia foderata di carta forno ben distanziati gli uni dagli altri, spennellateli con l’uovo e la panna e infornateli in forno ventilato per 10 minuti o finché non saranno ben gonfi e dorati. Sfornateli, sistemateli a intiepidirsi su una gratella e serviteli prima che si raffreddino del tutto, quando saranno ancora fragranti e profumati.

P.S.: se vivete in Italia e non riuscite a reperire la clotted cream da nessuna parte, non disperate. Potete ricrearla un po’ empiricamente, ma con un risultato più che soddisfacente, mescolando 120 g di mascarpone freschissimo a 250 g di panna fresca montata (suggerisco la Matese). Aggiungete 1 cucchiaio di zucchero semolato fine, i semini di un baccello di vaniglia e lasciate riposare in frigo per un’oretta prima di servire.
Ma soprattutto non ditelo a nessuno. Non oso pensare cosa direbbero i puristi.

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28 risposte a "Duecento ma non li dimostra"

  1. Con Dickens sono andata a letto. Per giorni e giorni, di pomeriggio, fermandomi solo perché finisse più tardi … ma per fortuna non li ho letti tutti, per esempio Casa Desolata. Grazie

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  2. in onore di tanto amore (per Dickens) e di tanta passione (scone) uso questo post per confessarmi: 1. non ho mai letto dickens perchè al liceo (linguistico) mi ammorbavano una continuazione con lui, a cui preferii Oscar; 2. coppapasta??? vedo che perplessità e disorientamento sono stati espressi già da Daniela che – qualora dovessi fare gli scone e la clotted cream – è invitata per spalmare. Ah che meraviglia!Grazie Benedetta, in questi tempi freddi e grigi la tua gastronomica è FONDAMENTALE

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  3. ah le coincidenze! anch'io mi sono innamorata proprio con Casa Desolata, il primo che ho letto e nella stessa edizione di cui parli tu.. forse comprato anche per quella copertina così semplice e bella.. e rimane uno dei miei preferiti insieme al Nostro comune amico e a Tales of two cities (che forse mi è piaciuto tanto anche perché non avendone trovata la traduzione in italiano è stato il primo che ho letto in inglese, ma ci ho messo un bel po' per riuscire ad andare oltre l'incipit per cui alla fine riuscire al leggerlo è stata anche un po' una vittoria personale : ))Invece ho sempre sopportato poco Oliver Twist.. ma del resto nessuno é perfetto!A proposito del Mistero di Edwin Drood se non l'hai ancora letto ti consiglio vivamente questo libro qui:http://www.amazon.it/verit%C3%A0-caso-Einaudi-tascabili-Scrittori/dp/8806174258/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1328645936&sr=8-1in cui le pagine originali di Dickens vengono affiancate ad una indagine fatta dai più famosi detective letterari (da Sherlock Holmes a Nero Wolfe passando per Poirot) proprio per scoprire il finale del libro… davvero bello!ah quasi dimenticavo! fantastici gli scones, e la ricetta della clotted cream fai da te me la segno subito grazie!

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  4. Mara, sì è vero, il colpo di fulmine c'è stato con Casa Desolata (quella copertina è meravigliosa, proprio oggi pensavo di farmi fare una copia dell'illustrazione da mio cognato, abilissimo falsario) ma il mio Dickens preferito, fra quelli letti, è Our Mutual Friend. Certo che ho letto La verità sul caso D., è perdendomi fra quelle pagine che mi sono innamorata della famosa credenza!

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  5. Annuska bella,ti regalerò un Dickens al più presto, sono sicura che sarà amore. Quanto al coppapasta, potrai farti prestare quello che regalerò a Daniela, tanto ho capito che per gli scone farete coppia :-)Grazie… e di che? Io sono solo felice.

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  6. Allora confesso. Io mettevo la sveglia un'ora prima per leggere con calma e finivo con l'arrivare lo stesso in ritardo ai corsi del master perché non mi accorgevo del passare del tempo. Grazie a te.

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  7. Dickens ho iniziato a leggerlo a 7-8 anni, insieme a Giulio Verne, Fenimore Cooper, Emilio Salgari e Mark Twain.Oliver Twist e Huck Finn sono state due pietre emiliane della formazione del sottoscritto. Ho poi incontrato nuovamente Dickens e Twain all'università (infine unendoli insieme nella tesi di laurea).Concordo sul fatto che Dickens abbia plasmato l'idea stessa di Londra, tra vittorianesimo e steam-punk, tra slums e i ponti e le gallerie di Isambard Kingdom Brunel.(Ma vorrei spezzare un'arancia sul cementizio brutalismo londinese: lì siamo in area orwelliana, il 1984 è arrivato e nei pub non si serve più la birra nelle brocche di porcellana rosa.)Ma torniamo al food. Ecco la sorella di Pip che spalmava il burro sul pane, il libro è Great Expectations, uno dei libri più belli che abbia mai letto (non da bambino, l'ho apprezzato a 22 anni):\”My sister had a trenchant way of cutting our bread and butter for us, that never varied.First, with her left hand she jammed the loaf hard and fast against her bib,—where it sometimes got a pin into it, and sometimes a needle, which we afterwards got into our mouths.Then she took some butter (not too much) on a knife and spread it on the loaf, in an apothecary kind of way, as if she were making a plaster,—using both sides of the knife with a slapping dexterity, and trimming and moulding the butter off round the crust.Then, she gave the knife a final smart wipe on the edge of the plaster, and then sawed a very thick round off the loaf: which she finally, before separating from the loaf, hewed into two halves, of which Joe got one, and I the other.\”

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  8. Maurizio, essere tua amica è un privilegio, e non scherzo. La mia prossima lettura sarà la tua tesi di laurea, ti prego di fornirmene al più presto una copia. Quanto a Great Expectation, non l'ho ancora letto. È quello che mi trezzéo più di tutti. Però la BBC (sempre lei) ne ha appena fatto l'ennesima riduzione, che tutti dicono essere fantastica. Io ce l'ho; la offro – insieme alle due stagioni di Boardwalk Empire – in cambio della tua tesi (casomai dovessi aver bisogno di essere persuaso).

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  9. Beh, se non hai letto Great Expectations, beccati queste righe in pendant con la tua nebbia:\”…era una mattina umida e nebbiosa. La brina si era posata sulla parte esteriore del vetro della mia finestra come se durante la notte un fantasma ci avesse pianto sopra tutte le sue lacrime servendosi dei vetri come di un fazzoletto. La brina restava sospesa sulle siepi spoglie e sull'erba grama, come una ragnatela più fitta che pendesse da ramoscello a ramoscello, da stelo a stelo. Sulla palude la nebbia era così fitta che non mi accorsi neanche dell'indice di legno sul cartello indicatore del nostro villaggio (indicazione che non interessava nessuno perché nessuno ci veniva mai) finché non ci sbattei sopra con il naso. E quando alzando gli occhi me lo trovai davanti tutto sgocciolante, alla mia coscienza oppressa fece l'impressione di un fantasma che mi condannasse alla galera.Quando sbucai nella palude la nebbia divenne così fitta, che invece di essere io che correvo verso le cose, sembrava fossero le cose che venivano verso di me. Il che era molto sgradevole per una coscienza colpevole.\”Se Dickens è cinema, questo è puro Disney.

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  10. ciao leggo il tuo blog da poche settimane, ma non ho mai commentato nonostante mi piacciano moltissimo i tuoi post.E' una cosa che mi intimidisce un po', chissà perchè.Ma devo soccombere a Dickens(dopo essere passata sopra a woody e mildred pierce, altre grandi passioni),del quale mi sono regalata(sono nata il 6 febbraio!)our mutual friend, per festeggiare insieme il compleanno!Grazie di questo bellissimo post, dedicato a uno dei miei autori preferiti.A quando un post su zia jane?

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  11. Oscillo fra ragione e sentimento, sono orgogliosa e ammetto di avere qualche pregiudizio… vedremo :-)Goditi la meraviglia assoluta di Our Mutual Friend (anche in quel caso un incipit da brividi) e non farti intimidire, commenta pure liberamente!

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  12. Beh, prima di tutto i miei complimenti: lettura e cucina sono tra le cose preferisco fare. Di Dickens ho letto solo 'Canto di Natale' (anche la storia a fumetti sul Topolino e le versione cartoons in TV ma non so se vale). Personalmente non mi sono mai 'innamorata' di uno scrittore/scrittrice, nelle letture sono onnivora e passo dal giornale con cui l'ortolano avvolge i carciofi, fino all'enciclopedia media. Diciamo che ultimamente la mia attenzione è attirata da Saramago, scrittore impegnativo come impegnativa deve essere il lavoro del traduttore. Il tuo blog è dichiaratamente bello.

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  13. Pensa tu, Canto di Natale è l'unico Dickens verso il quale non nutro un amore sconfinato. Non lo so, forse dipende dal fatto che per me il Natale appartiene a Frank Capra, e solo a lui. È vero, io m'innamoro di alcuni scrittori, ma è altrettanto vero che per altri ho un'antipatia epidermica. Saramago è uno di quelli. Credo che Memoriale del convento sia il libro che ho cominciato in assoluto più volte ma mi si richiudeva da solo, proprio non faceva per me. Probabilmente era il libro sbagliato, e infatti nella mia to read list c'è Cecità… ma continuo a prendere tempo. Il tuo complimento mi fa dichiaratamente piacere 🙂

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  14. \”Cecità\” è il primo libro che ho letto di Saramago e l'ho trovato molto molto interessante. Di Saramago mi piace moltissimo la scrittura, difficile da seguire ma proprio questo mi permette di stare ancora più attenta. Peccato non poterlo leggere in originale.

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  15. Abbiamo un amore in comune: Charles!Io lo adoro dai tempi della scuola ed ora mi hai fatto venire voglia di riscoprire il nostro rapporto…magari mentre faccio merenda con i tuoi scone e la clotted cream versione italianamente impura 🙂 GRAZIE!!

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