La mia famiglia e altri Natali

Premesso che l’anno prossimo sono determinata a cominciare a sedarmi l’otto dicembre per smettere solo il sei gennaio a mezzanotte, ecco per voi, cari lettori pervasi da sognante languore natalizio, buonismo vario e torpore da digestione lenta, un post da cui difficilmente vi riavrete: la cronaca di un non Natale.
C’è da dire che io di mio sarei cinematograficamente colma di spirito natalizio, avendo modellato la mia idea del Natale su La vita è meravigliosa, Incontriamoci a Saint Louis, Appuntamento sotto il letto, Piccole donne, Scrivimi fermo posta. E il guaio è che, per un po’ di anni, i miei Natali in famiglia sono stati davvero così.

Quando ero piccola, il Natale cominciava almeno un mese prima. A casa della nonna iniziavano ad arrivare i primi cesti di regali gastronomici destinati al nonno, poi i prodotti tipici che i coloni portavano in dono da Gragnano, poi ancora l’olio e una vagonata di caciocavalli e altre delizie che i cugini della nonna mandavano dalla tenuta in Puglia.

Poi veniva il momento di pensare all’albero, che era sempre enorme, e che a casa della nonna bisognava issare su una specie di piedistallo, affinché sotto i suoi rami ci fosse abbastanza spazio per sistemare tutti i regali – che erano frutto di una serie di spedizioni punitive fatte dalla nonna, da mamma e da mia zia in giro per la città-, e almeno cinque pomeriggi erano poi dedicati al confezionamento dei pacchetti, che venivano in seguito nascosti in giro per la casa.

Con gli anni io, mio fratello e i miei cugini, avevamo scoperto alcuni nascondigli: l’armadio dell’ingresso, il vano dietro la tenda pesante del salotto, la doccia del bagno degli ospiti. Ma la nonna era sempre un passo avanti a noi e per ogni nascondiglio individuato, ne aveva già escogitato un altro.

Quattro giorni prima della vigilia cominciavano poi le cucinelle. Oltre a Maria, la domestica che era in casa da sempre, virtuosa esecutrice di gnocchi e fritture varie, l’aiutante prescelta da mia nonna era la mia mamma mentre io ero ammessa in cucina come spettatrice e, all’occorrenza, allieva praticante.

Si preparavano la pastiera, gli struffoli (piccolini che a mio nonno i pallettoni non erano mai piaciuti), l’insalata russa con la maionese fatta in casa con il solo ausilio di una ciotola dal fondo concavo, un cucchiaio di legno e un’oliera con il beccuccio minuscolo, e soprattutto la galantina di pollo – che avremmo mangiato il 25 -, preparata con il cappone che i coloni portavano da Gragnano e da me ritualmente cullata fra le braccia come fosse un neonato quando era già cucita e legata stretta nei panni di cotone e aspettava solo di essere messa a bollire.

La sera della vigilia a tavola eravamo più di venti persone e ricordo benissimo che dopo la cena, i regali e i giochi, si aspettava la mezzanotte per poter affettare la galantina e farne almeno un assaggio, visto che ormai a mangiare carne non si commetteva più peccato.

Questo quando ero piccola ma poi, a partire dalla metà degli anni ’80, la storia della mia famiglia ha cominciato ad assomigliare talmente tanto alla trama de I Buddenbrook, che se Thomas Mann fosse stato ancora vivo ci avrebbe sicuramente fatto causa per plagio.

È ormai un bel po’ che il Natale a casa mia non è più Natale e mi domando se e quando tornerà a esserlo. Quest’anno si sono fulminate anche le lucine con cui il consorte addobba la libreria e l’unico a funzionare è il filo verde che dona alla stanza, ma soprattutto a me che la sera sono tutt’uno col divano, un bel colorito stile Incredibile Hulk che, a dirla tutta, fa anche un po’ impressione.

A cena a casa di mia mamma, la sera della vigilia, eravamo in cinque, e insieme facevamo un totale di 320 anni portati davvero male. Abbiamo mangiato in mezz’ora, aperto i regali in dieci minuti e siamo andati a dormire che erano sì e no le undici di sera.

Non so proprio immaginare cosa possa esserci di meno natalizio, perciò mi consolo pensando al tempo traslato del mio lavoro dove, fortunatamente, oggi 26 dicembre si festeggia Pasquetta con tortano, affettati, uova sode e pastiera, e intanto continuo a sperare che l’anno prossimo vada meglio.

Ma faccio scorta di benzodiazepine.
Composta di Radicchio
Per 4 barattoli da 200 g

1 kg di radicchio trevigiano tardivo
500 g di zucchero
30 g di radice di zenzero
la scorza grattuggiata di due limoni
pepe nero macinato al momento

Nella devastazione emotiva di questi giorni, l’unica cosa che mi ha riportato ai Natali della mia infanzia è stato cucinare, non tanto per il cenone (che, come avrete dedotto, aveva più il sapore del cibo da mensa ospedaliera che altro) quanto per preparare composte, chutney e marmellate di agrumi che spargessero per la casa il profumo delle feste. Fra le tante cose preparate, la mia preferita è questa composta di radicchio dal gusto insolito ma estremamente accattivante, ideale per accompagnare il salmone in tutte le sue declinazioni.

Lavate il radicchio poi, emulando Marina Tagliaferri, tagliatelo a striscioline sottili sottili. Sistematelo in una ciotola con lo zucchero, la scorza del limone, il pepe e lo zenzero sbucciato e ridotto in minuscola dadolata (vi servirà un coltello affilato come un rasoio), mescolate bene il tutto e lasciatelo a marinare per 2 ore.

Trascorso questo tempo, trasferite sia il radicchio che il liquido ottenuto dalla marinatura in una casseruola dal fondo spesso e cuocete a fuoco lento fin quando tutto il liquido sarà evaporato e lo zucchero avrà cominciato a caramellare. Invasate a caldo in barattoli sterilizzati, procedete quindi a una seconda sterilizzazione e poi lasciate raffreddare a testa in giù.

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12 risposte a "La mia famiglia e altri Natali"

  1. Sono lieta di essermi cimentata nei desserts, con un sorbetto al mandarino e tè di Natale, e torta alla crème de marrons e noci. Per il resto, il mio Natale assomigliava parecchio al tuo nei tempi piu' recenti, con l'aggravante che i miei genitori hanno chiesto a mia sorella di portare per la cena della vigilia della pizza fritta dal chiosco, che ha costituito la portata principale, e che ha reso l'atmosfera particolarmente country-triste. Un segno dei tempi ? Siamo troppo stanche per recitare fino in fondo ?

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  2. uh ma allora l'hai trovato il tardivo! Il nostro natale è stato piu' o meno come il tuo con in piu' un grande spavento e 3 ore e mezzo in ospedale con un finale positivo. L'anno prossimo tavor per tutti!

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  3. Cara mia, non che si possa tornare ai Natali di quando eri piccola, però sicuramente quelli di oggi possono migliorare e sai una cosa? Succederà! 🙂 scusa ho appena visto \”Come d'incanto\” ahah però il mio è un augurio sincero! Buone cucinelle per ora! Baciiiiii

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