Impara l’arte e mettila da parte

Le prime vacanze estive che io e il consorte abbiamo trascorso insieme sono state in montagna, a Roccaraso, dove io ho casa da sempre. Per convincerlo a partire ci volle il bello e il buono perché lui, che fino a quel momento aveva passato tutte le estati della sua vita tuffandosi ora nel mare di Ischia, ora in quello che lambisce le coste francesi, aveva un’avversione quasi genetica per qualsiasi località non fosse a quota zero. Io invece – che provo una voglia incredibile di correre (ma poi non lo faccio per paura che mi venga un infarto) e cantare a squarciagola “the hills are alive with the sound of music” ogni volta che vedo un montarozzo verde, tanto sono felice – ero sicura che avrebbe trovato la montagna rilassante ma al tempo stesso piena di stimoli e che la nostra sarebbe stata una vacanza indimenticabile. In effetti lo fu, ma per motivi completamente diversi da quelli che avevo immaginato.

Il consorte si rilassò talmente tanto, che trascorse i primi giorni in un stato letargico da cui riemergeva solo per nutrirsi, salvo poi annunciare, con tono disinvolto e l’ultimo boccone ancora da mandare giù, “Bene, io andrei a farmi un riposino”. Insomma, io facevo passeggiate lunghissime con i nostri cani, e lui dormiva; andavo a funghi, e lui dormiva; coglievo le amarene e facevo la marmellata, e lui dormiva. Dopo una settimana di questo avvilente tran tran, decisi di correre ai ripari e cominciai a somministrargli dosi massicce di caffè per tenerlo sveglio. Non fu un gran successo, ma ottenni che almeno si spostasse dal letto alla sdraio in giardino, con al seguito un libro preso a casaccio nella mini biblioteca di casa. Il libro in questione era I pilastri della Terra di Ken Follett, uno di quegli easy reading con poco stile e molto plot, che però quando prendi in mano non riesci più a mollare. E infatti il consorte non lo mollò e, scoprendosi avido lettore, cominciò a trascorrere più tempo in compagnia di Ken Follett che con me.

Immagino che molti di voi abbiano letto questo libro ma per coloro che invece ne ignorano il contenuto, riassumerò la trama riducendola all’essenziale (e qui ci vuole un triplo salto mortale, perché stiamo parlando di più di mille pagine di roba). Siamo in Inghilterra, agli inizi del XII secolo e tutto – amori, tradimenti, lotte per il potere, complotti, nascite, morti, rovesci finanziari, improvvise fortune… insomma, altro che soap opera! – ruota intorno alla costruzione di una cattedrale gotica per il priorato dell’immaginaria cittadina di Kingsbridge. Protagonista della prima parte del libro (la storia copre un arco temporale di 50 anni) è Tom il costruttore, colui che per primo cura il progetto della cattedrale e ne avvia il cantiere.

Avete presente quando da bambini andavate al cinema e, finito il film, eravate così esaltati che volevate fare le stesse cose del protagonista? A me succedeva con Calamity Jane, al consorte accadde con Tom il costruttore; solo che il consorte aveva già più di trent’anni. Sorto dalla sdraio, nei rari momenti in cui interrompeva la lettura, si guardava intorno con occhio clinico in cerca di qualcosa da riparare e progettando migliorie da fare in casa o in giardino. Il povero che, avendo studiato scienze politiche, era considerato un po’ l’intellettuale di famiglia, e di conseguenza tenuto alla larga da qualsiasi operazione di bricolage dal padre pittore e dal fratello scenografo, a Roccaraso, lontano dal loro giudizio, fu finalmente libero di esprimersi.

Dopo lunghe consultazioni con la signora Chiaverini, proprietaria dell’unico negozio di ferramenta e materiali edili del paese, cominciò con opere di falegnameria, smontando tutti gli scuri e restaurandoli con pazienza fino a farli diventare come nuovi, poi passò alle opere murarie, rifacendo il tetto in tegole della legnaia e infine si dette alla pittura, dipingendo di color lavanda la nostra camera da letto. Improvvisamente cominciò a vedere il mondo con occhi diversi, qualsiasi cosa poteva essere aggiustata, rimodernata, riutilizzata, trasformata. Proponeva passeggiate in montagna per raccogliere pietre con cui bordare le aiuole, incursioni nel bosco per raccogliere legna per la staccionata. A breve diventò estenuante e, chi l’avrebbe mai detto,  finii col rimpiangere i primi giorni di vacanza in cui il consorte dormiva e neanche in sogno immaginava di trasformare la casa in un cantiere. Quando mi annunciò che avrebbe messo mano alla canna fumaria del camino, capii che bisognava fermarlo ma ormai era troppo tardi. “Christian!” – lo chiamai con tono battagliero ma lui, voltandosi con le braccia conserte e il trapano accostato al torace e impugnato a mo’ di pistola, mi redarguì: “Da oggi chiamami il costruttore. Tom il costruttore”.

INVOLTINI DI PROSCIUTTO DI MAIALE ALL’ARANCIA CON RIPIENO RICICLATO
Per 4 persone

4 fette di prosciutto di maiale
1 cipolla bianca bella grande
il succo di 3 arance
le zeste di un’arancia
1 pugnetto di uva passa
olio EVO, sale, pepe

PER IL RIPIENO
Pangrattato
Parmigiano
scorza d’arancia grattugiata
succo d’arancia
pistacchi
uva passa
olio EVO

Visto che siamo in argomento, si sappia che io ho verso la cucina lo stesso atteggiamento che ha il consorte nei confronti delle opere di bricolage: non getto via niente ma trasformo e riciclo qualsiasi cosa (una volta ho perfino fatto una frittata con un residuo di minestrone, e ho detto tutto). Questi involtini sono stati infatti preparati, in un afflato creativo del sabato sera, con il ripieno avanzato delle alici cucinate per la cena dei 70 anni di mia madre, il mercoledì precedente. Nell’elenco degli ingredienti del ripieno non ci sono quindi  indicazioni per le quantità, ma non dovrebbe essere difficile mescolarli secondo il vostro gusto, avendo cura che il pangrattato prevalga comunque su tutti gli altri e che i pistacchi diano la giusta nota croccante. 

Battete un po’ le fettine di maiale in modo da assottigliarle e allargarle per bene. Spargete uniformemente su ogni fettina tanto ripieno quanto basta a ricoprirla completamente, ripiegate i bordi laterali di ogni fettina così che il ripieno non fuoriesca, e poi arrotolatela su se stessa fino a ottenere un rotolino compatto che poi legherete con dello spago da cucina. In un tegame, fate appassire la cipolla tritata in un paio di cucchiai d’olio, quindi aggiungete gli involtini e sigillateli per bene facendoli rosolare su tutti i lati. A questo punto aggiungete l’uva passa, le zeste dell’arancia e, dopo un minuto, il succo delle arance filtrato.  Aggiustate di sale e di pepe e lasciate cuocere lentamente a fuoco dolce fin quando il succo d’arancia non si sarà ristretto del tutto, assumento una consistenza quasi gelatinosa. Fate intiepidire, tagliate l’involtino a fettine doppie un centimetro e mezzo e servitele – sempre se vi va – con del purè di patate fatto in casa.

EPILOGO
Nel 2007, diciotto anni dopo la pubblicazione de I pilastri della Terra, è uscito Mondo senza fine che, essendo ambientato a Kingsbridge 200 anni dopo l’inizio della costruzione della cattedrale, né è l’ideale prosecuzione. Sicura che sarebbe stato un regalo graditissimo, l’ho comprato al consorte lo stesso giorno in cui è stato messo in vendita, ma il libro non ha esercitato su di lui il medesimo fascino del precedente. Dopo 4 anni di giacenza sul ripiano del comodino (e una breve incursione a Stromboli dove,  a dispetto della fatica che il trasporto di quel tomo da 1400 pagine e più ha richiesto, non è stato mai aperto), Mondo senza fine lo sto leggendo io. Meglio così, perché stavolta il costruttore di turno edifica un ponte. 
Non oso immaginare cosa si sarebbe inventato il consorte pur di emularlo.

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17 risposte a "Impara l’arte e mettila da parte"

  1. Cara, il racconto come sempre è avvincente, la ricetta nonnneparliamoproprio….ma volevo più figure!! come si arrotola il suddetto??? e poi non riesco a trovare la ricetta del ripeno delle alici. insomma, per evitare tutto sto stress all'amichetta tua, li volessi ri-cucinare direttamente tu per me questi involtini pini? 😉 no veramente mi vorrei cimentare (non ridere) mi rispieghi il ripieno?

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  2. Spiegazione del ripieno a grande richiesta: facciamo, a occhio, che prendete due bei pugni di pangrattato, li mettete in una ciotola, ci unite un pugnetto di pistacchi ridotti in granella, la scorza grattugiata di un'arancia, il suo succo, un filo d'olio, mezzo pugno di uvetta, 50 grammi di parmigiano grattugiato e mescolate bene. Se vi dovesse avanzare, inventatevi qualcosa da farci 🙂

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  3. @Daniela: la foto dell'arrotolata non ce l'ho, ma gli involtini sono involtini. Che siano di carne, di pesce o di verdure, si avvolgono più o meno sempre nello stesso modo. Comunque, per farti contenta, ho aggiunto una foto degli involtini in cottura. 🙂

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  4. @Ginuzz: la foto due non la tolgo né mo' e né mai, ché è bellissima! La brugola ti manca, vero? Come stanno le poltrone? Hanno bisogno di un'avvitatina? Si sente la mia mancanza, eh? 🙂

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  5. Da piccoletto ero convinto che tutto era rotto e che tutto andasse aggiustato….Quindi ,per me,sempre attrezzi come regali.Fino al giorno in cui mi scoprirono con una enorme pinza cagna,quasi più grande di me,intento ad \”aggiustare\”la macchina nuova di mio padre….appena ritirata dal concessionario.Dopo il paliatone, capii che non sempre le cose si possono aggiustare…Fiore

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  6. gocce di bava che cadono sulla tastiera si uniscono alla lacrima provocata da ilari parole…….ammirata e timorosa rivolgo codesta questione: che cosa sono le zeste??????sei fantasticamente meravigliosa…

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  7. @Anna: ti attendevo al varco! Sapevo che, se il dover far appassire un trito di cipolla ti avrebbe fatta adirare, le zeste di avrebbero disorientata. Il termine è francese e indica le bucce degli agrumi (anche candite). Generalmente le si intende tagliate a listarelle o, per usare un termine tecnico, à la julienne. Esiste anche un attrezzino – da me amatissimo – lo zester (appunto) che, passato sulla scorza (ma sì, siamo prosaici!) del limone o dell'arancia, o di qualsiasi altro agrume, ne ricava automaticamente dei filini.@Fiore: tu almeno capisti! Con me i paliatoni avevano l'unica funzione di alimentare il mio spirito ribelle 😉

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  8. ammetto che anche io preferisco il mare :)non che non ami la montagna e roccaraso, ma il mare ha un altro effetto su di me :)e neppure ken follet mi fa impazzire…ma trovo ottimo l'involtino col ripieno riciclato eh eh ehbuona settimana

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  9. Gli attrezzi di papà, ne ho lasciato a fatica qualcuno a casa. Ma smonto tutto, 'chè dentro faccio molto piccolo meccano.Posso fare cambio con qualcuno: cedo il mio involtino per doppia razione pureica?Ora vo a farmi stampare una decalcomania con su impresso 'sia sempre bene detta', così lo semo proprio tutti!

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  10. @Reb: purè per tutta la vita. Piccolo meccano inside anch'io (ho un trapano da modellismo davanti al quale mi genufletto periodicamente, in adorazione) e piccola lezione di oggi: mai farti perdere la pazienza!

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  11. @la mitica: infatti dopo averla cercata inutilmente nel dizionario della lingua italiana,ho capito che ero troppo prosaica per capire la finesse…Se casomai dovessi istituire il post (e quindi la ricetta) a richiesta non ti dimenticare che l'unico dolce che io mangio è il/la cheescake.

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